La concentrazione della produzione e i monopoli

Uno dei tratti più caratteristici del capitalismo è costituito dall'immenso incremento dell'industria e dal rapidissimo processo di concentrazione1 della produzione in imprese sempre più ampie. Gli ultimi censimenti industriali offrono ragguagli completi e esatti su tale processo. In Germania, per esempio, su ogni mille imprese industriali si avevano, nel 1882, tre grandi aziende, cioè con più di 50 operai salariati; sei nel 1895; nove nel 1907. Erano dipendenti dalle grandi aziende, rispettivamente il 22%, il 30% e il 37% di tutti gli operai. Ma il lavoro nelle grandi aziende essendo molto più produttivo, la produzione si concentra molto più intensamente della mano d'opera, come è dimostrato dai dati che si hanno sulle macchine a vapore e sui motori elettrici. Se si tiene conto di tutto ciò che in Germania si designa come industria, nel senso più ampio della parola, includendovi il commercio, i mezzi di comunicazione, ecc., si ottiene il quadro seguente:

 

 

 

Numero

Milioni di operai

Forza-vapore in milioni di cavalli

Elettricità in milioni di Kilowatt

Imprese in generale

3.265.623

14,4

8,8

1,5

 

Grandi aziende

30.588

5,7

6,6

 

1,2

 

Percentuale

0,9

39,4

75,3

80

 

 

 

Meno di una centesima parte delle aziende dispone di più di tre quarti della quantità totale della forza-vapore e dell'energia elettrica! Alle 2.970.000 piccole aziende (con non più di cinque operai) che costituiscono il 91% del numero totale delle aziende, spetta in tutto il 7% della forza-vapore e dell'energia elettrica! Alcune decine di migliaia di grandi aziende sono tutto; milioni di piccole aziende, niente. Nel 1907 v'erano in Germania 586 aziende con mille e più operai, ed esse disponevano di quasi un decimo (1.380.000) del numero complessivo dei lavoratori e di quasi un terzo (32% del totale di forza-vapore e di energia elettrica2. Come vedremo, il capitale monetario e le banche rendono ancora più opprimente, nel senso letterale della parola, questa preponderanza di un piccolo gruppo di grandi aziende; cioè milioni di piccoli, medi e, in parte, perfino alcuni dei grandi "padroni" si trovano interamente alle dipendenze di poche centinaia di milionari dell'alta finanza. Ancora più rapido è il processo di concentrazione della produzione in un altro dei paesi avanzati del moderno capitalismo, cioè negli Stati Uniti d'America. Qui la statistica distingue l'industria in senso stretto, e raggruppa le aziende secondo il valore della produzione annua. Annoverando tra le grandi aziende tutte le imprese aventi una produzione annua di oltre un milione di dollari, si ha il seguente quadro:

 

 

Numero

Milioni di lavoratori

Produzione annua in miliardi di dollari

1904:

 

 

 

Imprese in generale

216.180

5,5

14,8

Grandi aziende

1.900

1,4

5,6

Percentuale

0,9

25,6

38

 

 

 

 

1909:

 

 

 

Imprese in generale

268.491

6,6

20,7

Grandi aziende

3.060

2,0

9,0

Percentuale

1,1

30,5

43,83

 

 

Quasi la metà dell'intera produzione di tutte le imprese del paese è nelle mani di una centesima parte del numero complessivo delle aziende! E queste 3 mila aziende gigantesche lavorano in 268 rami dell'industria. Da ciò risulta che la concentrazione, a un certo punto della sua evoluzione, porta, per così dire, automaticamente alla soglia del monopolio. Infatti riesce facile a poche decine di imprese gigantesche di concludere reciproci accordi, mentre, d'altro lato, sono appunto le grandi dimensioni delle rispettive aziende che rendono difficile la concorrenza e suscitano, esse stesse, la tendenza al monopolio. Questa trasformazione della concorrenza nel monopolio rappresenta uno dei fenomeni più importanti - forse anzi il più importante nella economia del capitalismo moderno e noi non possiamo fare a meno di esaminarla ampiamente. Ma anzitutto dobbiamo eliminare un possibile equivoco. La statistica americana parla di 3.000 imprese gigantesche in 250 rami industriali, sicché a ciascun ramo spetterebbero 12 grandi imprese. Ma così non è in realtà. Non in tutti i rami industriali esistono grandi aziende, e inoltre una delle più importanti caratteristiche del capitalismo giunto al suo massimo grado di sviluppo è costituita dalla cosiddetta combinazione, cioè dall'unione in un'unica impresa di diversi rami industriali, sia che si tratti di fasi successive della lavorazione delle materie prime (per esempio, estrazione della ghisa dal minerale di ferro, produzione dell'acciaio ed eventualmente fabbricazione di prodotti diversi in acciaio), sia che si tratti di rami industriali ausiliari l'uno rispetto all'altro (per esempio, la lavorazione di cascami e di sottoprodotti, la fabbricazione di materiali da imballaggio, ecc.). Scrive Hilferding: "Peraltro la combinazione: a) livella le differenze congiunturali, garantendo così una maggiore stabilità al saggio di profitto dell'impresa combinata; b) determina l'eliminazione del commercio; c) amplia le possibilità di progresso tecnico favorendo con ciò il conseguimento di extraprofitti rispetto all'impresa non combinata; d) nella lotta concorrenziale, rafforza la posizione dell'impresa combinata contro l'impresa non associata durante i periodi di forte depressione, quando cioè la caduta del prezzo della materia prima non è proporzionale a quella del prezzo del prodotto finito"4. L'economista borghese tedesco Heymann, nel suo libro sulle imprese "miste", cioè combinate, nell'industria siderurgica tedesca, scrive: "Le imprese semplici sono schiacciate tra l'alto prezzo dei materiali e il basso prezzo dei prodotti fabbricati...". Si ha il quadro seguente: "Sono rimaste superstiti da un lato le grandi compagnie carbonifere, con una produzione di milioni di tonnellate, saldamente organizzate nel loro sindacato del carbone, e dall'altro le grandi fabbriche siderurgiche, unite nel loro sindacato dell'acciaio; fra i due gruppi vi sono legami strettissimi. Queste gigantesche imprese con la loro produzione annua di 400.000 tonnellate d'acciaio, che implica un'enorme produzione degli altiforni, di carbone, di minerale di ferro, con una enorme fabbricazione di articoli di acciaio, con i loro 10.000 operai accasermati nei quartieri delle fabbriche in parte già provviste di proprie ferrovie e porti, sono le rappresentanti tipiche dell'industria siderurgica tedesca. E la concentrazione avanza sempre, senza sostare mai. Le singole aziende s'ingrandiscono incessantemente; sempre più numerose sono le aziende dello stesso ramo di industria o di rami diversi, che si fondono insieme in imprese gigantesche, aventi il loro sostegno e la loro direzione in una mezza dozzina di grandi banche di Berlino. Per quanto concerne l'industria mineraria tedesca si è dimostrata esatta la teoria di Karl Marx sulla concentrazione; vero è che ciò si riferisce ad un paese nel quale l'industria è difesa dai dazi protettivi e da speciali tariffe di trasporto. L'industria mineraria tedesca è matura per l'espropriazione"5. Questa è la conclusione, a cui è dovuto giungere un coscienzioso (in via di eccezione) economista borghese. Occorre notare che egli colloca la Germania in una categoria speciale per gli alti dazi che proteggono le sue industrie. Ma questa circostanza, tutt'al più, ha potuto accelerare la concentrazione e la formazione di consorzi monopolistici degli imprenditori, di cartelli, di sindacati, ecc. E' di somma importanza il fatto che anche nel paese classico della libertà di commercio, in Inghilterra, la concentrazione dirige il monopolio, sebbene un po' più tardi e forse in forma diversa. Il professor Hermann Levy, nel suo studio intitolato Monopoli, cartelli e trust, scrive quanto segue intorno all'evoluzione economica della Gran Bretagna. "In Gran Bretagna sono precisamente la grandezza dell'impresa e lo sviluppo della sua potenzialità le cause che racchiudono in sé la tendenza monopolistica. Da una parte la concentrazione ha portato ad investire in ogni impresa capitali enormi, perciò le nuove imprese s'imbattono in sempre maggiori necessità di capitale, e questo intralcia il loro sorgere. D'altra parte (e questo ci sembra il punto più importante) ogni nuova impresa, che voglia stare a pari con le gigantesche imprese già esistenti, formatesi con un processo di concentrazione, deve aumentare la quantità dei prodotti offerti a un punto tale che o interviene un enorme aumento della domanda il quale permetta di smerciarli con profitto, o ne deriva un abbassamento immediato dei prezzi a un livello non redditizio né per la nuova impresa, né per le vecchie combinazioni monopolistiche". A differenza di altri paesi, dove il movimento di concentrazione è favorito dagli alti dazi protettivi, in Gran Bretagna le unioni monopolistiche di imprenditori, i cartelli e i trust, sorgono, in linea generale, soltanto quando le principali imprese concorrenti sono ridotte a non più di un "paio di dozzine". "Qui l'influenza della concentrazione sulla formazione dei monopoli nella grande industria appare con evidenza cristallina"6. Allorché Marx, mezzo secolo fa, scriveva il Capitale, la grande maggioranza degli economisti considerava la libertà di commercio una "legge naturale". La scienza ufficiale ha tentato di seppellire con la congiura del silenzio l'opera di Marx, che, mediante l'analisi teorica e storica del capitalismo, ha dimostrato come la libera concorrenza determini la concentrazione della produzione, e come questa, a sua volta, a un certo grado di sviluppo, conduca al monopolio7. Oggi il monopolio è una realtà. Gli economisti scrivono montagne di libri per descrivere le diverse manifestazioni del monopolio e nondimeno proclamano in coro che il "marxismo è confutato". Ma i fatti sono ostinati -dicono gli inglesi- e con essi, volere o no, si debbono fare i conti. I fatti provano che le differenze tra i singoli paesi capitalistici, per esempio in rapporto al protezionismo e alla libertà degli scambi, determinano soltanto differenze non essenziali nelle forme del monopolio, o nel momento in cui appare, ma il sorgere dei monopoli, per effetto del processo di concentrazione, è, in linea generale, legge universale e fondamentale dell'odierno stadio di sviluppo del capitalismo. Per l'Europa si può stabilire con una certa esattezza l'epoca in cui il nuovo capitalismo ha sostituito definitivamente il vecchio: fu all'inizio del ventesimo secolo. In un recentissimo compendio della storia della "formazione dei monopoli" si legge: "Si possono trovare esempi isolati di monopoli capitalistici già nel periodo anteriore al 1860, e in essi si può scoprire l'embrione delle forme che oggi ci sono diventate così abituali; ma questa è senza dubbio la preistoria. Il vero inizio dei moderni monopoli risale al massimo al decennio che va dal 1860 al 1870. Il primo loro grande periodo di sviluppo è connesso alla grande depressione internazionale degli anni settanta e giunge fino al 1890... Considerando soltanto l'Europa, la libera concorrenza è al suo apogeo nel 1860-1880. In questo periodo l'Inghilterra termina di organizzare il suo capitalismo vecchio stile. In Germania tale organizzazione si faceva strada impetuosamente, in lotta con l'artigianato e con l'industria domestica e cominciava a crearsi forme d'esistenza ... "Il grande rivolgimento ebbe inizio col crac del 18738 o più esattamente con la depressione che gli tenne dietro; la quale, tranne un'appena sensibile interruzione all'inizio degli anni ottanta e lo slancio poderosissimo, ma di breve durata, verso il 1889, per circa 22 anni riempie la storia dell'economia europea ... Nel breve periodo di ascesa del 1889-1890 fu largamente adoperata l'organizzazione dei cartelli per sfruttare la congiuntura. Una politica poco oculata spinse i prezzi rapidamente più in alto di quanto sarebbe avvenuto senza i cartelli, e quasi tutti questi cartelli andarono a finire ingloriosamente nella tomba del crac. Seguì un altro lustro di scarsa attività e di bassi prezzi, ma ormai nell'industria lo stato d'animo era mutato. Non si considerava più la depressione come qualche cosa di naturale, bensì come un periodo di pausa precedente un nuovo periodo favorevole. "Lo sviluppo dei cartelli entrò allora nel secondo periodo. Non sono più un fenomeno transitorio, ma una delle basi di tutta la vita economica. Essi conquistano una sfera dell'industria dopo l'altra, e anzitutto l'industria della lavorazione delle materie prime. Già all'inizio dell'ultimo decennio del secolo scorso, i cartelli avevano elaborato nel sindacato del coke, sul modello del quale fu più tardi costituito quello del carbon fossile, una tecnica consorziale oltre la quale, in fondo, il movimento di concentrazione non è mai andato, nemmeno posteriormente. Il grande slancio degli affari verso la fine del secolo e la crisi del 1900-1903 si svolsero interamente, almeno nelle industrie minerarie e siderurgiche, per la prima volta, sotto il segno dei cartelli. E se ciò allora era considerato come una novità, nel frattempo è divenuto evidente nella coscienza di tutti il fatto che grandi parti della vita economica sono state sistematicamente sottratte alla libera concorrenza "9. Pertanto, i risultati fondamentali della storia dei monopoli sono i seguenti: 1) 1860-1870, apogeo della libera concorrenza. I monopoli sono soltanto in embrione. 2) Dopo la crisi del 1873, ampio sviluppo dei cartelli. Sono però ancora l'eccezione e non sono ancora stabili. Sono un fenomeno di transizione. 3) Ascesa degli affari alla fine del secolo XIX e crisi del 1900-1903. I cartelli diventano una delle basi di tutta la vita economica. Il capitalismo si è trasformato in imperialismo. I cartelli si mettono d'accordo sulle condizioni di vendita, i termini di pagamento, ecc. Si ripartiscono i mercati. Stabiliscono la quantità delle merci da produrre. Fissano i prezzi. Ripartiscono i profitti tra le singole imprese, ecc. In Germania il numero dei cartelli ascendeva a circa 250 nel 1896, a 385 nel 1905, e vi partecipavano circa 12.000 aziende10. Ma è generalmente ammesso che queste cifre restano al disotto del vero. Dai dati surriferiti della statistica industriale tedesca per il 1907 risulta che 12.000 grandi aziende disponevano certamente di oltre la metà dell'intera forza-vapore e dell'energia elettrica. Negli Stati Uniti d'America il numero dei trust ammontava nel 1900 a 185, nel 1907 a 250. La statistica americana suddivide tutte le imprese industriali secondo che esse appartengono a singoli, a ditte, o a corporazioni. A queste ultime apparteneva nel 1904 il 23,6% nel 1909 il 25,9%, vale a dire più di un quarto del numero totale delle imprese. Queste aziende occupavano nel 1904 il 70,6% nel 1909 il 75,6% (vale a dire i tre quarti) del numero totale degli operai, e la loro produzione ascendeva rispettivamente a 10 miliardi e 900 milioni di dollari e a 16 miliardi e 300 milioni, vale a dire al 73,7 e 79% del valore totale della produzione degli Stati Uniti. Nei cartelli e nei trust si concentrano talora perfino i sette od otto decimi dell'intera produzione di un determinato ramo industriale. Il sindacato carbonifero renano-vestfalico nel 1893, anno della sua fondazione, forniva 1' 86,7% e nel 1910 già il 95,4% dell'intera produzione di carbone della regione11. Il monopolio, in tal guisa creatosi, assicura profitti giganteschi e conduce alla formazione di unità tecniche di produzione di enormi dimensioni. Il famoso trust del petrolio degli Stati Uniti (Standard Oil Company) fu fondato nel 1900. "Il suo capitale autorizzato ammontava a 150 milioni di dollari. Furono emessi 100 milioni di dollari di azioni common (semplici) e 106 milioni di dollari di azioni preferred (privilegiate). A queste sono stati pagati, tra il 1900 e il 1907, i seguenti dividendi: 48, 48, 45, 44, 36, 40, 40, 40%; in tutto 367 milioni di dollari. Tra il 1882 e la fine del 1906 sugli 889 milioni di dollari di utile netto conseguiti, vennero ripartiti 606 milioni di dividendi e il resto assegnato alle riserve"12. "Nel 1907, nel complesso delle imprese della United States Steel Corporation (il trust dell'acciaio) erano occupati non meno di 210.180 operai e impiegati. La più importante impresa mineraria tedesca, la Gelsenkirchener Bergwerksgeselschaft aveva alle sue dipendenze, nel 1908, 46.048 operai e impiegati"13. Già nel 1902 il trust americano dell'acciaio produceva 9 milioni di tonnellate di acciaio14. La sua produzione ascendeva nel 1901 al 66,3%, nel 1908 al 56,1% dell'intera produzione di acciaio degli Stati Uniti15, e negli stessi anni esso estraeva rispettivamente il 43,9 e 46,3% del minerale di ferro.

Il rapporto della commissione governativa americana sui trust dice: "La superiorità dei trust sui loro concorrenti si fonda sulla grandezza delle loro imprese e sulla loro eccellente attrezzatura tecnica. Fin dalla sua fondazione, il trust del tabacco è stato guidato dal proposito di sostituire, dovunque era possibile, le macchine al lavoro manuale. A tal fine esso ha acquistato, spendendo somme enormi, tutti i brevetti che in qualche maniera avevano rapporto con la lavorazione del tabacco. Molti di tali brevetti originariamente non erano utilizzabili, e lo divennero solo dopo esser stati perfezionati dagli ingegneri del trust. Alla fine del 1906 furono create due società filiali col solo compito di accaparrare brevetti. Allo stesso fine il trust ha impiantato proprie fonderie e officine per la costruzione e riparazione di macchine. Una di queste officine, quella di Brooklyn, impiega in media 300 operai; qui vengono sperimentate e all'occorrenza perfezionate le invenzioni per fabbricare sigarette, piccoli sigari, tabacco da fiuto, involucri di stagnola per la confezione dei pacchetti ..."16. "Anche altri trust, oltre ai predetti, impiegano i cosiddetti developing engineers (ingegneri per lo sviluppo della tecnica), che hanno l'incarico di creare nuovi procedimenti di lavorazione e di sperimentare invenzioni e miglioramenti tecnici. Il trust dell'acciaio paga forti premi agli ingegneri e agli operai autori di invenzioni atte a elevare l'efficienza tecnica dell'azienda o a ridurre i costi di produzione"17. In maniera analoga è organizzato il ramo dei perfezionamenti tecnici nella grande industria tedesca, per esempio nella industria chimica, che negli ultimi decenni si è così poderosamente sviluppata. In questa industria, già fin dal 1908 il processo di concentrazione della produzione ha dato origine a due "gruppi"che, in modo loro proprio, si avvicinavano al monopolio. Dapprima questi gruppi erano "duplici alleanze"di due paia di aziende tra le più cospicue, con un capitale da 20 a 21 milioni di marchi per ciascuna; da un lato la fabbrica di colori già Meister, Lucius e Brüning a Hochst e quella di Cassella e Co. a Francoforte sul Meno; dall'altro le fabbriche badensi di anilina e di soda di Ludwigshafen sul Reno e della ditta Bayer e Co. di Elberfeld. In seguito, il primo gruppo nel 1905 e l'altro nel 1908 s'accordarono ciascuno con un'altra grande azienda, e così sorsero due "triplici alleanze", con capitale ciascuna da 40 a 50 milioni di marchi, e tra queste due "alleanze "si sono già iniziati dei "contatti", degli "accordi"circa i prezzi18, ecc. La concorrenza si trasforma in monopolio. Ne risulta un immenso processo di socializzazione della produzione. In particolare si socializza il processo dei miglioramenti e delle invenzioni tecniche. Ciò è già qualche cosa di ben diverso dall'antica libera concorrenza tra imprenditori dispersi e sconosciuti l'uno all'altro, che producevano per lo smercio su mercati ignoti. La concentrazione ha fatto progressi tali, che ormai si può fare un calcolo approssimativo di quasi tutte le fonti di materie prime (per esempio i minerali di ferro) di un dato paese, anzi, come vedremo, di una serie di paesi e perfino di tutto il mondo. E non solo si procede a un tale calcolo, ma le miniere, i territori produttori vengono accaparrati da colossali consorzi monopolistici. Si calcola approssimativamente la capacità del mercato che viene "ripartito" tra i consorzi in base ad accordi. Si monopolizza la mano d'opera qualificata, si accaparrano i migliori tecnici, si mettono le mani sui mezzi di comunicazione e di trasporto: le ferrovie in America, le società di navigazione in America e in Europa. Il capitalismo, nel suo stadio imperialistico, conduce decisamente alla più universale socializzazione della produzione; trascina, per così dire, i capitalisti, a dispetto della loro coscienza, in un nuovo ordinamento sociale, che segna il passaggio dalla libertà di concorrenza completa alla socializzazione completa. Viene socializzata la produzione, ma l'appropriazione dei prodotti resta privata. I mezzi sociali di produzione restano proprietà di un ristretto numero di persone. Rimane intatto il quadro generale della libera concorrenza formalmente riconosciuta, ma l'oppressione che i pochi monopolisti esercitano sul resto della popolazione viene resa cento volte peggiore, più gravosa, più insopportabile. L'economista tedesco Kestner ha consacrato un suo lavoro alla "lotta tra i cartelli e gli autonomi", cioè gli imprenditori non aderenti ai cartelli. Egli intitola la sua opera La costrizione all'organizzazione, mentre invece si dovrebbe parlare, per presentare il capitalismo nella sua vera luce, di una costrizione alla sottomissione ai consorzi monopolistici. E' sommamente istruttivo dare almeno uno sguardo all'elenco dei mezzi dell'odierna, moderna e civile "lotta per l'organizzazione" a cui ricorrono i consorzi monopolistici. Essi sono: 1) Privazione delle materie prime (... "uno dei più importanti metodi coercitivi per far entrare nei cartelli"). 2) Privazione della mano d'opera mediante "alleanze"(cioè accordi tra organizzazioni di capitalisti e di operai per cui questi ultimi si obbligano a lavorare soltanto per imprese cartellate). 3) Privazione dei trasporti. 4) Chiusura di sbocchi. 5) Accaparramento dei clienti mediante clausole di esclusività. 6) Metodico abbassamento dei prezzi allo scopo di rovinare gli "autonomi", le aziende cioè che non si sottomettono ai monopolisti; si gettano via dei milioni vendendo per qualche tempo al disotto del prezzo di costo (nell'industria della benzina si sono dati casi di riduzione da 40 a 22 marchi, cioè quasi della metà). 7) Privazione del credito. 8) Boicottaggio. Questa non è più la lotta di concorrenza tra aziende piccole e grandi, tra aziende tecnicamente arretrate e aziende progredite, ma lo iugulamento, per opera dei monopoli, di chiunque tenti di sottrarsi al monopolio, alla sua oppressione, al suo arbitrio. Ecco come si rispecchia questo processo nella coscienza dell'economista borghese: "Anche in seno all'attività puramente economica -scrive Kestner- si verifica un certo spostamento dall'attività mercantile, nel vecchio senso della parola, all'attività organizzatrice e speculatrice. Quello che riesce meglio, non è più il commerciante il quale, sulla base della sua esperienza tecnica e commerciale, conosce esattamente i bisogni della clientela e giunge a trovare e, per così dire, a "scovare"l'esistenza di una data domanda latente, ma bensì il genio [?!] speculativo, che è capace di calcolare in precedenza o anche soltanto di presentire lo sviluppo organizzativo, la possibilità di rapporti delle singole imprese, tra loro e con le banche ... ".

Tutto ciò, tradotto in lingua povera, significa presso a poco questo: l'evoluzione del capitalismo è giunta a tal punto che, sebbene la produzione di merci continui come Prima a "dominare" e ad essere considerata come base di tutta l'economia, essa in realtà è già minata e i maggiori Profitti spettano ai "geni" delle manovre finanziarie. Base di tali operazioni e trucchi è la socializzazione della produzione, ma l'immenso progresso compiuto dall'umanità, affaticatasi per giungere a tale socializzazione, torna a vantaggio... degli speculatori. Vedremo in seguito come, "su questa base", la critica piccolo-borghese e reazionaria dell'imperialismo capitalista sogni un ritorno indietro, alla "libera", "pacifica", "onesta" concorrenza. Kestner dice: "Sinora un durevole elevamento di prezzi, come effetto della formazione dei cartelli, si può constatare solo per i più importanti mezzi di produzione, specie il carbone, il ferro, i sali potassici, non mai invece per i prodotti finiti. Anche l'elevamento della redditività, connesso ai cartelli, è rimasto similmente circoscritto all'industria dei mezzi di produzione. Questa osservazione va estesa nel senso che, per effetto della formazione dei cartelli, l'industria di lavorazione delle materie prime (e non dei prodotti semilavorati) non solo consegue vantaggi in forma di alti profitti a danno dell'industria di ulteriore lavorazione dei prodotti semilavorati, ma ha acquistato verso quest'ultima un rapporto di padronanza, ignoto al tempo della libera concorrenza"19.

Le parole sottolineate chiariscono l'essenza della cosa, che gli economisti borghesi ammettono così di rado e malvolentieri, e che gli odierni difensori dell'opportunismo, Karl Kautsky in testa, cercano con grande zelo di passare sotto silenzio e di mettere in disparte. Il rapporto di padronanza e la violenza ad esso collegata: ecco ciò che costituisce la caratteristica tipica della "recentissima fase di evoluzione del capitalismo", ciò che doveva inevitabilmente scaturire, ed è infatti scaturito, dalla formazione degli onnipotenti monopoli economici. Ancora un esempio dello spadroneggiare dei cartelli. Là dove si possono metter le mani su tutte o sulle principali sorgenti di materie prime, i monopoli nascono e si formano con particolare facilità. Tuttavia sarebbe erroneo credere che i monopoli non sorgano anche in altri rami industriali, dove sia impossibile impossessarsi delle fonti delle materie prime. L'industria dei cementi trova le sue materie prime dappertutto: nondimeno essa in Germania è fortemente cartellata. Gli opifici sono riuniti in sindacati regionali, come quello della Germania meridionale, quello renano-vestfalico, ecc. Sono stabiliti prezzi monopolistici da 230 a 280 marchi al vagone, mentre il costo di produzione è di appena 180 marchi! Le imprese elargiscono dividendi dal 12 al 16% e non bisogna inoltre dimenticare che i "geni" della moderna speculazione sanno far scomparire nelle proprie tasche grosse somme, all'infuori della ripartizione dei dividendi. Per eliminare la concorrenza in un'industria così altamente redditizia, i monopolisti non esitano a ricorrere a trucchi. Si diffondono voci menzognere sulla cattiva situazione dell'industria, sui giornali compaiono avvisi anonimi di questo tenore: "Capitalisti! Attenzione! Non investite capitali nell'industria cementiera!". Infine si comprano edifici di industriali autonomi pagando loro come "buonuscita" somme di 60, 80, 150 mila marchi20. Il monopolio si fa strada dappertutto e con tutti i mezzi, da queste "modeste" somme di buonuscita, all'"impiego", all'americana, della dinamite contro i concorrenti. Che i cartelli eliminino le crisi è una leggenda degli economisti borghesi, desiderosi di giustificare ad ogni costo il capitalismo21. Al contrario, il monopolio, sorto in alcuni rami d'industria, accresce e intensifica il caos, che è proprio dell'intera produzione capitalistica nella sua quasi totalità. Si accresce ancora più la sproporzione tra lo sviluppo dell'agricoltura e quello dell'industria, che è una caratteristica generale del capitalismo. La situazione privilegiata in cui viene a trovarsi quell'industria che è più ampiamente cartellata, cioè la cosiddetta industria pesante, specialmente quella del carbone e del ferro, determina negli altri rami industriali "una mancanza di piano ancor più acutamente sentita", come scrive Jeidels, autore di uno dei migliori lavori sui "rapporti fra le grandi banche tedesche e l'industria"22. Liefmann, difensore accanito del capitalismo, scrive: "Quanto più è sviluppata l'economia di un paese, tanto più essa si volge a imprese rischiose o estere, che abbiano bisogno di un lungo periodo di sviluppo, o finalmente che siano di importanza soltanto locale"23. L'aumento del rischio, in ultima analisi, si è collegato a un enorme incremento del capitale che, per così dire, trabocca, emigra all'estero, ecc. E, nello stesso tempo, l'accresciuta rapidità dei progressi tecnici crea sempre più numerosi elementi di sproporzione tra le diverse parti dell'economia di un paese, elementi di caos e di crisi. Lo stesso Liefmann è costretto ad ammettere quanto segue: "Verosimilmente l'umanità si trova di nuovo alla vigilia di grandi rivolgimenti nella tecnica, che eserciteranno un'influenza anche sull'organizzazione dell'economia...". Tali l'elettricità e la navigazione aerea: "...In tali periodi di radicali trasformazioni economiche, suole, di regola, svilupparsi una fortissima speculazione"24. Ma a loro volta le crisi di ogni specie, e principalmente quelle di natura economica -sebbene non queste sole- rafforzano grandemente la tendenza alla concentrazione e al monopolio. Si leggano a tal riguardo le molto istruttive considerazioni di Jeidels intorno alla crisi del 1900, che, notoriamente, è stata il punto decisivo nella storia dei moderni monopoli. "La crisi dei 1900 trovò, accanto alle gigantesche aziende nelle industrie fondamentali, anche molte aziende "pure" [cioè non combinate], che furono anch'esse spinte in alto dall'ondata dell'ascesa industriale. La caduta dei prezzi e la contrazione della domanda gettò queste imprese "pure" in uno stato di dissesto che le gigantesche imprese combinate in parte non risentirono affatto, in parte solo per breve tempo. Pertanto la crisi del 1900 condusse alla concentrazione industriale in ben altra misura di quanto avessero fatto le crisi precedenti, per esempio quella del 1873, che diede anche origine a una selezione, ma, date le condizioni della tecnica di allora, non tale da creare il monopolio delle imprese rimaste vittoriose. Invece un monopolio durevole di tal genere è oggi posseduto, in larga misura, dalle gigantesche aziende della grande industria siderurgica ed elettrica, in virtù della loro complessa tecnica, della organizzazione in grande stile e dell'entità dei capitali. In minor grado dalle branche della fabbricazione di macchine e da alcune aziende metallurgiche, di comunicazione, ecc."25. I monopoli sono l'ultima parola della "recentissima fase di sviluppo del capitalismo". Ma la nostra rappresentazione della forza reale e dell'importanza dei moderni monopoli sarebbe assai incompleta, insufficiente e inferiore alla realtà, se non tenessimo conto della funzione delle banche.

 

 

1 Marx distingue "concentrazione" e "centralizzazione". Per il processo di concentrazione osserva che "ogni capitale individuale è una concentrazione più o meno grande di mezzi di produzione, con il corrispondente comando su un esercito più o meno grande di operai. Ogni accumulazione diventa il mezzo di accumulazione nuova. Essa allarga, con la massa aumentata della ricchezza operante come capitale, la sua concentrazione nelle mani di capitalisti individuali, e con ciò la base della produzione su larga scala e dei metodi di produzione specificatamente capitalistici. L'aumento del capitale sociale si compie con l'aumento di molti capitali individuali". Quanto al processo di centralizzazione Marx rileva che questo si distingue da quello di concentrazione "pel fatto che esso presuppone solo una ripartizione mutata di capitali già esistenti e funzionanti, che il suo campo di azione non è dunque limitato all'aumento assoluto della ricchezza sociale o dai limiti assoluti dell'accumulazione. Il capitale qui in una mano sola si gonfia da diventare una grande massa, perché là in molte mani va perduto. E' questa la centralizzazione vera e propria a differenza dell'accumulazione e concentrazione". K. MARX, Il Capitale, I, 3, pp. 74-75.

2 Le cifre sono prese dagli Annalen des Deutschen Reichs, 1911, Zahn, pp. 165-169.

3 Statistical Abstract of the United States, 1912, p. 202

4 RUDOLF HILFERDING, Das Fínanzkapital, 2 ed., p. 254 [trad. it. cit., p. 251].

5 HANS GIDEON HEYMANN, Die gemischten Werke im deutschen Grosseisengewerbe, Stoccarda, 1904, pp. 256 e 278.

6 HERMANN LEVY, Monopole, Kartelle und Trusts, Jena, 1909, pp. 286, 290, 296.

7 A proposito del monopolio MARX nella Miseria della Filosofia (cap.2, par. 3. La concorrenza e il monopolio) scrive: "Proudhon parla solo del monopolio moderno, creato dalla concorrenza. Ma noi tutti sappiamo che la concorrenza è stata generata dal monopolio feudale. Così all'origine la concorrenza era il contrario del monopolio, e non il monopolio il contrario della concorrenza. Dunque, il monopolio moderno non è una semplice antitesi, è al contrario la vera sintesi. Tesi: il monopolio feudale anteriore alla concorrenza. Antitesi: la concorrenza. Sintesi: il monopolio moderno, che è la negazione del monopolio feudale, in quanto suppone il regime di concorrenza, e che è la negazione della concorrenza in quanto è monopolio. "Così il monopolio moderno, il monopolio borghese, è il monopolio sintetico, la negazione della negazione, l'unità dei contrari. E il monopolio allo stato puro, normale, razionale".

8 L'economia europea, che aveva attraversato un periodo di espansione dal 1850 al 1873, cadde in una lunga e grave crisi, che manifestò i suoi effetti prima nel campo finanziario e poi sull'attività industriale e i prezzi agricoli. Il periodo di crisi durò praticamente fino al 1895. Altre crisi prima dello scoppio della guerra mondiale si ebbero nel 1900-1903 e nel 1907-10. Cfr. G. LUZZATTO, Storia economica dell'età moderna e contemporanea, Parte seconda, Padova, Cedam, 1952, pp. 347-349 e pp. 423-478

9 TH. VOGELSTEIN, Die finanzielle Organisation der kapitalistischen Industrie und die Monopolbildungen, nel Grundriss der Sozialökonomik, Tübingen, 1914, VI sez., p. 232 e segg.; si veda lo stesso autore in Kapitalistische Organisationsformen in der modernen Grossindustrie, vol. I, Organisationsformen der Eisendustrie und der Textilindustrie in England und Amerika, Lipsia, 1910.

10 Dr. RIESSER, Die deutschen Grossbanken und ihre Konzentration im Zusammenhange mit der Entwicklung der Gesamtwirtschalt in Deutschand, 4 ed., 1912, pp. 148 e 149; R. LIEFMANN, Kartelle und Trusts und die Weiterbildung der volkswirtschaftlichen Organisation, 2. ed., 1910, p. 25. [Cartelli, gruppi e trusts, Nuova Collana Economisti, Torino, UTET, 1934, p. 6601.

11 Dr. FRITZ KESTNER, Der Organisationswang. Eine Untersuchung über die Kämpfe zwischen Kartellen und Aussenseitern, Berlino, 1912, p. 1l.

12 R. LIEFMANN, Beteiligungs- und Finanzierungsgesellschaften. Eine Studie über den modernen Kapitalismus und das Effektenwesen, Jena, 1909, p. 212.

13 R. LIEFMANN, Beteiligungs..., p. 218.

14 Dr. TSCHIERSCHKY, Kartelle und Trusts, Gottingen, 1903, p. 13.

15 H. VOGELSTEIN, Organisationsformen, p. 257.

16 Report of the Commission of Corporations on the Tobacco Industry, Washington, 1909, p. 266. Citato dal libro: Dr. PAUL TAFEL, Die nordamerikanischen Trusts und ibre Wirkungen aul den Fortschritt der Technik, Stoccarda, 1913, p. 8.

17 TAFEL, op. cit., pp. 48 e 49.

18 RIESSER, op. cit., 3. ed., 1910, pp. 547 e 548. Nel giugno 1916 i giornali tedeschi davano notizia di un nuovo gigantesco trust della industria chimica tedesca.

19 KESTNER, op. cit., p. 254.

20 L. ESCHWEGE, Zement, in Die Bank, 1906, 1, p. 115 e sgg.

21 Si richiama qui l'attenzione sulla nota di ENGELS contenuta nel libro III, tomo I del Capitale, ed. cit., p. 161. "Il fatto che le moderne forze di produzione, nel loro rapido e gigantesco incremento, sopravanzano ogni giorno di più le leggi dello scambio capitalistico delle merci -nell'ambito delle quali esse avrebbero dovuto operare- si impone oggi sempre più alla coscienza degli stessi capitalisti. Ciò viene dimostrato in special modo da due sintomi: in primo luogo dalla nuova, generale mania protezionista, che differisce dal vecchio protezionismo soprattutto in quanto protegge principalmente proprio gli articoli suscettibili di esportazione; in secondo luogo dai cartelli (trusts) costituiti da fabbricanti di intere grandi categorie di produzione, tendenti a regolare la produzione stessa, e quindi i prezzi e i profitti. E' evidente che tali esperimenti sono possibili soltanto quando la situazione economica è relativamente favorevole; la prima crisi li travolge, dimostrando che, anche se è necessario che la produzione sia regolata, non è certo la classe capitalista che è adatta ad assolvere tali compiti. Frattanto, questi cartelli hanno il solo scopo di far si che i piccoli siano divorati dai grandi anche più rapidamente di quanto sia avvenuto finora".

22 JEIDELS, Das Verhältnis des deutschen Grossbanken zur Industrie mit besonderer Berücksichtigung der Eisenindustrie, Lipsia, 1905, p. 271.

23 LIEFMANN, Beleiligungs .... , p. 434.

24 Ibid, p. 466.

25 JEIDELS, op. cit., P. 108.