Nazionalizzazione delle banche

 Le banche, come è noto, sono i centri della vita economica moderna, i principali gangli nervosi di tutto il sistema capitalista dell’economia nazionale. Parlare della “regolamentazione della vita economica” ed eludere il problema della nazionalizzazione delle banche significa o dar prova della più crassa ignoranza, o ingannare “il popolino” con parole pompose e promesse magniloquenti che si è deciso in anticipo di non mantenere.

Controllare e regolare il rifornimento del grano e in generale la produzione e la distribuzione dei prodotti senza controllare, regolare, le operazioni di banca è un nonsenso. Sarebbe dare la caccia a eventuali “copechi” e chiuder gli occhi su milioni di rubli (euro). Le banche moderne si sono così strettamente e indissolubilmente fuse col commercio (del grano e di qualunque altro prodotto) e con l’industria, che senza “mettere le mani” sulle banche è assolutamente impossibile fare qualcosa di serio, di “democratico rivoluzionario”.

Ma forse “mettere le mani” sulle banche è un’operazione molto difficile e complicata per lo Stato? Di solito si cerca di spaventare i perbenisti proprio in questo modo. E sono naturalmente i capitalisti e i loro difensori che lo fanno, perché ci trovano la loro convenienza.

In realtà la nazionalizzazione delle banche, che non toglie nemmeno un copeco (centesimo) a nessun “proprietario”, non presenta assolutamente nessuna difficoltà di carattere tecnico e culturale. Essa è ostacolata esclusivamente dalla sordida cupidigia di un misero pugno di ricconi. Se la nazionalizzazione delle banche viene così spesso confusa con la confisca dei beni privati, la colpa di tale confusione è della stampa borghese che ha tutto l’interesse a ingannare la gente.

La proprietà dei capitali concentrati nelle banche e che sono l’oggetto delle loro operazioni, viene autenticata da documenti stampati o manoscritti, chiamati azioni, obbligazioni, cambiali, ricevute, ecc. Nessuno di questi documenti viene annullato o modificato con la nazionalizzazione delle banche, con la fusione, cioè, di tutte le banche in una sola banca di Stato. Chi aveva 15 rubli sul libretto di una Cassa di risparmio, rimane possessore dei suoi 15 rubli anche dopo la nazionalizzazione delle banche, e chi aveva 15 milioni, anche dopo la nazionalizzazione delle banche rimane in possesso dei suoi 15 milioni, sotto forma di azioni, obbligazioni, cambiali, titoli di credito, ecc.

In che consiste dunque l’importanza della nazionalizzazione delle banche? Nel fatto che un controllo effettivo sulle singole banche e sulle loro operazioni è impossibile (anche se il segreto commerciale è abolito, ecc.), perché è impossibile seguire quei complicatissimi, imbrogliati e astuti procedimenti di cui si fa uso nello stendere i bilanci, nel formare imprese fittizie e filiali, nel far intervenire uomini di paglia e così via. Solo la fusione di tutte le banche in una sola, fusione che di per sé non porta nessun cambiamento nelle relazioni di proprietà, che non toglie, lo ripetiamo, a nessun proprietario nemmeno un copeco, rende possibile un effettivo controllo, a condizione, naturalmente, che vengano attuati tutti i provvedimenti fin qui e di seguito indicati. Solo la nazionalizzazione delle banche permette di ottenere che lo Stato sappia dove e come, da che parte e in che momento, scorrono i milioni e i miliardi. E solo il controllo esercitato sulle banche - questo centro, questo fulcro e meccanismo essenziale della circolazione capitalista - permetterebbe di organizzare sul serio, e non a parole, il controllo su tutta la vita economica, sulla produzione e distribuzione dei principali prodotti, di organizzare quella “regolamentazione della vita economica” che altrimenti sarebbe inevitabilmente condannata a rimanere una frase ministeriale, destinata ad ingannare il popolino. Solo il controllo sulle operazioni di banca, a condizione che esse vengano effettuate in un’unica banca di Stato, permetterebbe di organizzare, con nuovi provvedimenti facilmente attuabili, la riscossione effettiva dell’imposta sul reddito, senza che sia possibile occultare i beni e gli introiti, poiché attualmente quest’imposta si riduce in gran parte a una finzione.

Basterebbe appunto decretare la nazionalizzazione delle banche: la realizzerebbero i direttori e gli impiegati stessi. Qui non occorre nessun apparato speciale, nessuno speciale provvedimento preparatorio da parte dello Stato: questo provvedimento può essere attuato con un solo decreto, “di colpo”, poiché la possibilità economica di un tale provvedimento è stata fornita appunto dal capitalismo che nel suo sviluppo è giunto sino alle cambiali, alle azioni, alle obbligazioni, ecc. Non resta dunque che da unificare la contabilità. Se lo Stato democratico rivoluzionario decidesse di convocare immediatamente, per telegrafo, in ogni città delle assemblee e in ogni regione e in tutto il paese dei congressi di direttori e di impiegati per la fusione immediata di tutte le banche in una sola banca di Stato, questa riforma verrebbe effettuata in qualche settimana. Proprio i direttori e gli alti funzionari, s’intende, opporrebbero resistenza, cercherebbero di ingannare lo Stato, di menare le cose per le lunghe, ecc., dato che quei signori perderebbero i loro posticini particolarmente redditizi, perderebbero la possibilità di lanciarsi in operazioni fraudolente particolarmente lucrative. Qui è il nocciolo della questione. Ma la fusione delle banche non presenta nessuna difficoltà tecnica. Se il potere statale fosse rivoluzionario non solo a parole (non temesse cioè di rompere con le vecchie concezioni e lo spirito abitudinario) e fosse democratico non solo a parole (agisse cioè nell’interesse della maggioranza del popolo e non di un pugno di ricchi), sarebbe sufficiente decretare, come misura di punizione, la confisca dei beni e l’arresto di quei direttori, membri di amministrazioni e grandi azionisti che tentassero la minima manovra dilatoria o cercassero di nascondere i documenti e i rendiconti. Basterebbe, per esempio, raggruppare a parte gli impiegati poveri e concedere dei premi a chi fra di loro scoprisse le frodi e le manovre dilatorie dei ricchi, e la nazionalizzazione delle banche avverrebbe senza urti e scosse, in un battibaleno.

I vantaggi della nazionalizzazione delle banche sarebbero immensi per tutto il popolo, e non tanto per gli operai (poiché gli operai hanno poco a che fare con le banche) quanto, particolarmente, per le masse dei contadini e dei piccoli imprenditori. L’economia di lavoro sarebbe enorme; e, supponendo che lo Stato mantenga lo stesso numero di impiegati bancari, ciò verrebbe tuttavia a costituire un passo notevole verso l’universalizzazione dell’uso delle banche, verso la moltiplicazione delle loro succursali; le operazioni diverrebbero più accessibili, ecc. Sarebbero precisamente i piccoli proprietari, i contadini, che potrebbero ottenere crediti a condizioni molto più facili e accessibili. E lo Stato potrebbe per la prima volta anzitutto esaminare tutte le principali operazioni finanziarie, senza possibilità di occultamento, quindi controllarle, poi regolare la vita economica e, infine, ottenere milioni e miliardi per le grandi operazioni di Stato, senza dover pagare “per i servizi resi” “provvigioni” esorbitanti ai signori capitalisti. Ecco perché - e solamente per questo - tutti i capitalisti, tutti i professori borghesi, tutta la borghesia e tutti i suoi servitori, i Plekhanov, i Potresov e soci, sono pronti a lottare con la bava alla bocca contro la nazionalizzazione delle banche e ad addurre migliaia di pretesti contro questo provvedimento di estrema facilità e urgenza, benché, anche dal punto di vista della difesa del paese, cioè dal punto di vista militare, questo provvedimento presenti immensi vantaggi, elevi in grandissima misura la “potenza militare” del paese.

Ma qui ci si potrebbe obiettare: perché dunque Stati così progrediti quali la Germania e gli Stati Uniti di America attuano una ammirevole “regolamentazione della vita economica” senza neppure pensare a nazionalizzare le banche?

Perché - risponderemo noi - questi Stati, anche se uno è una monarchia e l’altro è una repubblica, sono tutti e due Stati non solo capitalisti, ma anche imperialisti. Come tali, essi attuano le trasformazioni che sono loro necessarie seguendo la via burocratica reazionaria, mentre noi qui parliamo della via democratica rivoluzionaria.

Questa “piccola differenza” è di capitale importanza. Di solito “non si usa” pensarvi. Le parole “democrazia rivoluzionaria” sono diventate da noi (soprattutto per i socialisti-rivoluzionari e per i menscevichi) una frase quasi convenzionale come l’espressione “grazie a Dio”, usata anche da persone che non sono tanto ignoranti da credere in Dio, o come l’espressione “onorevole cittadino”, con la quale ci si rivolge persino ai collaboratori del Dien o dell’Edinstvo, benché quasi tutti comprendano che questi giornali sono stati fondati e sono finanziati dai capitalisti nell’interesse dei capitalisti e che, quindi, la collaborazione di sedicenti socialisti a tali giornali è molto poco “onorevole”.

Se le parole “democrazia rivoluzionaria” non si adoperassero come un’abituale frase pomposa, non come un appellativo convenzionale, ma pensando al loro significato, essere democratico vorrebbe mettere in primo piano, di fatto, gli interessi della maggioranza del popolo e non quelli della sua minoranza; essere rivoluzionario vorrebbe dire demolire nel modo più risoluto e implacabile tutto ciò che è dannoso e antiquato.

Sia in America sia in Germania i governi e le classi dirigenti non pretendono nemmeno, per quanto si sappia, di avere il titolo di “democrazia rivoluzionaria”, che invece pretendono (e che prostituiscono) i nostri socialisti-rivoluzionari e i nostri menscevichi. In Germania vi sono in tutto quattro grandi banche private di importanza nazionale; in America due: per i re della finanza che sono a capo di queste banche è più facile, più comodo, più conveniente associarsi privatamente, occultamente, in modo reazionario e non rivoluzionario, burocratico e non democratico, corrompendo i funzionari dello Stato (e questa è una regola generale in America e in Germania),mantenendo il carattere privato delle banche proprio per poter conservare il segreto delle operazioni, proprio per poter percepire dallo Stato milioni e milioni di “soprapprofitti”, proprio per assicurarsi la possibilità di combinazioni finanziarie fraudolente.

Sia l’America sia la Germania “regolano la vita economica” in modo da creare un ergastolo militare per gli operai (e in parte per i contadini) e un paradiso per i banchieri e per i capitalisti. La loro regolamentazione consiste nello “spremere” gli operai fino a ridurli alla fame, mentre ai capitalisti si assicurano (in segreto, in modo burocratico-reazionario) profitti superiori a quelli dell’anteguerra.

Anche per la Russia imperialista repubblicana è ben possibile seguire tale strada; ed essa viene appunto seguita non solo dai Miliukov e dagli Scingarev, ma anche da Kerenski, Terestcenko, Nekrasov, Bernatski, Prokopovic e soci, che difendono anch’essi, in modo burocratico-reazionario, l’“inviolabilità” delle banche e il loro sacro diritto a profitti favolosi. Ma diciamo piuttosto la verità: nella Russia repubblicana si vuole regolare la vita economica in modo burocratico reazionario, ma “spesso” non si sa come attuare tale obiettivo data l’esistenza dei “soviet”, che il Kornilov numero uno non è riuscito a sciogliere, ma che tenterà di sciogliere un Kornilov numero due...

Questa è la verità. E questa verità semplice, per quanto amara, è più atta ad illuminare il popolo che non le menzogne inzuccherate sulla “nostra” “grande” democrazia “rivoluzionaria”...

La nazionalizzazione delle banche renderebbe estremamente facile la nazionalizzazione simultanea delle assicurazioni, cioè la fusione di tutte le compagnie di assicurazione in una sola, la centralizzazione della loro attività, il controllo da parte dello Stato. Congressi degli impiegati delle società di assicurazioni attuerebbero anche in questo caso la fusione, immediatamente e senza nessuno sforzo, se lo Stato democratico rivoluzionario la decretasse e ordinasse ai direttori delle amministrazioni di queste società, ai grandi azionisti, di attuarla senza il minimo ritardo, sotto la stretta responsabilità di ciascuno di essi. I capitalisti hanno investito centinaia di milioni nelle assicurazioni e tutto il lavoro vi è effettuato da impiegati. La fusione delle compagnie di assicurazione porterebbe a un ribasso dei premi di assicurazione e darebbe un gran numero di agevolazioni e di facilitazioni a tutti gli assicurati, permetterebbe di aumentarne il numero con lo stesso impiego di energie e di mezzi. Nessuna, assolutamente nessun’altra ragione, fuorché le vecchie concezioni, lo spirito consuetudinario e la cupidigia di un pugno di titolari di posticini lucrativi, si oppone a questa riforma la quale, d’altronde, aumenterebbe anche la “capacità di difesa” del paese, economizzando il lavoro del popolo e aprendo serie possibilità, di fatto e non a parole, per la “regolamentazione della vita economica”.