Abolizione del segreto commerciale

Senza l’abolizione del segreto commerciale il controllo sulla produzione e sulla distribuzione o non rimane che una vana promessa, necessaria unicamente ai cadetti per ingannare i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi, e ai socialisti-rivoluzionari e ai menscevichi per ingannare le classi lavoratrici, oppure può essere attuato solo con mezzi e provvedimenti burocratico-reazionari. Per quanto ciò sia evidente per ogni persona che giudichi spassionatamente la cosa, per quanto la Pravda (che è stata soppressa in primo luogo proprio per questo dal governo di Kerenski, servitore del capitale) abbia reclamato con insistenza l’abolizione del segreto commerciale, né il nostro governo repubblicano, né “gli organismi autorizzati della democrazia rivoluzionaria” hanno neppure pensato a questa prima condizione del controllo effettivo.

Qui appunto è la chiave di volta di ogni controllo. È precisamente questo il punto più vulnerabile del capitale che spoglia il popolo e sabota la produzione. E precisamente per questo i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi temono di toccare questo tasto.

L’argomento abituale dei capitalisti, che la piccola borghesia ripete senza riflettere, è che in generale l’economia capitalista non ammette assolutamente l’abolizione del segreto commerciale, dato che la proprietà privata dei mezzi di produzione, la dipendenza delle piccole aziende dal mercato rendono necessaria la “sacra inviolabilità” dei libri commerciali e delle operazioni commerciali, comprese, naturalmente, quelle bancarie.

Coloro che in una forma o nell’altra ripetono questo argomento o altri analoghi si lasciano ingannare ed essi stessi ingannano il popolo chiudendo gli occhi su due fatti essenziali, fondamentali e notori della vita economica moderna. Primo fatto: il grande capitalismo, cioè le particolarità dell’organismo economico delle banche, dei sindacati capitalisti, delle grandi officine, ecc. Secondo fatto: la guerra.

Precisamente il grande capitalismo moderno, che si trasforma ovunque in capitalismo monopolista, toglie ogni parvenza di fondatezza al segreto commerciale, ne fa un’ipocrisia e uno strumento che serve unicamente a dissimulare le frodi finanziarie e i profitti esorbitanti del grande capitale. La grande economia capitalista, per la sua stessa natura tecnica è un economia socializzata; essa lavora cioè per milioni di persone e associa con le sue operazioni direttamente o indirettamente, centinaia, migliaia e decine di migliaia di famiglie. È una cosa ben diversa dall’economia del piccolo artigiano o del contadino medio, i quali in generale non tengono nessun libro contabile e perciò non hanno nulla a che vedere con l’abolizione del segreto commerciale!

Del resto, in una grande azienda, le operazioni sono conosciute da centinaia di persone, e anche più. La legge che protegge il segreto commerciale non serve ai bisogni della produzione o dello scambio, ma alla speculazione e al lucro nella loro forma più brutale: la frode vera e propria che, com’è noto, è particolarmente diffusa nelle società anonime, mascherata abilmente con conti e bilanci manipolati in modo da ingannare il pubblico.

Se nella piccola economia mercantile, cioè fra i piccoli contadini e gli artigiani, la cui produzione non è socializzata ma sparsa e frazionata, il segreto commerciale è inevitabile, nella grane economia capitalista proteggere questo segreto significa proteggere i privilegi e i profitti letteralmente di un pugno di persone contro tutto il popolo. Ciò è già stato riconosciuto dalla legge, in quanto essa fa obbligo alle società anonime di render pubblici i loro bilanci, ma questo controllo - attuato in tutti i paesi progrediti e anche in Russia - è appunto un controllo burocratico-reazionario, che non apre gli occhi al popolo, che non permette di conoscere tutta la verità sulle operazioni delle società anonime.

Per agire in modo democratico-rivoluzionario si dovrebbe emanare immediatamente una nuova legge che abolisca il segreto commerciale, che esiga dalle grandi aziende e dai ricchi i resoconti finanziari più completi, e che conferisca a ogni gruppo di cittadini, che raggiunga un numero sufficiente per esprimere un parere democraticamente valido (per esempio mille o diecimila elettori), il diritto di verificare tutti i documenti di qualsiasi grande azienda. Questo provvedimento è interamente e facilmente attuabile: basterebbe un semplice decreto; esso, e solo esso, darebbe libero corso all’iniziativa popolare del controllo esercitato dai sindacati degli impiegati, dai sindacati degli operai e da tutti i partiti politici; esso, e solo esso, renderebbe il controllo efficace e democratico.

Aggiungete a questo la guerra. L’immensa maggioranza delle aziende commerciali e industriali non lavora oggi per il “mercato libero”, ma per lo Stato, per la guerra. Per questo ho già detto sulla Pravda che coloro che ci oppongono l’argomento dell’impossibilità d’instaurare il socialismo mentono, e mentono tre volte, perché non si tratta affatto d’instaurare il socialismo ora, subito, dall’oggi al domani, ma di svelare il saccheggio dell’erario.

L’azienda capitalista che lavora “per la guerra” (cioè l’azienda legata direttamente o indirettamente alle forniture militari) ne trae profitti enormi; e i signori cadetti, insieme ai menscevichi e ai socialisti-rivoluzionari che si oppongono all’abolizione del segreto commerciale non sono null’altro che degli ausiliari, dei complici nel saccheggio dell’erario.

La guerra costa attualmente alla Russia cinquanta milioni di rubli al giorno. Questi cinquanta milioni vanno nella maggior parte a finire nelle mani dei fornitori dell’esercito. Di questi cinquanta milioni almeno cinque milioni al giorno, e più probabilmente dieci milioni e più, rappresentano i “profitti legittimi” dei capitalisti e dei funzionari che sono in qualche modo legati ad essi. Sono soprattutto le grandi ditte e le banche che, anticipando fondi per le operazioni delle forniture di guerra, ne traggono profitti favolosi, precisamente saccheggiando l’erario, poiché non si potrebbero chiamare altrimenti queste manovre volte a ingannare e a scorticare il popolo “in occasione” delle calamità della guerra, “in occasione” della morte di centinaia di migliaia, di milioni di uomini.

I profitti scandalosi sulle forniture di guerra, i “titoli di credito” occultati dalle banche, i nomi di coloro che si arricchiscono grazie al crescente costo della vita sono “a tutti” noti; nella “società” se ne parla con un sorriso ironico; persino la stampa borghese che, come regola generale, tace i fatti “spiacevoli” ed elude le questioni “delicate”, fornisce a questo proposito non poche indicazioni concrete. Tutti sanno e tutti tacciono, tollerano e si conciliano con un governo che parla con eloquenza del “controllo” e della “regolamentazione”!!

I democratici rivoluzionari, se fossero veramente rivoluzionari e democratici, promulgherebbero immediatamente una legge per sopprimere il segreto commerciale, per obbligare i fornitori e i commercianti a rendere dei conti, per proibire loro di abbandonare il loro genere di occupazione senza il permesso delle autorità, pena la confisca dei beni e la fucilazione1 per l’occultamento dei profitti e l’inganno del popolo, legge che organizzerebbe la verifica e il controllo dal basso, democraticamente, da parte del popolo stesso, dei sindacati degli impiegati, degli operai e dei consumatori, ecc.

I nostri socialisti-rivoluzionari e i nostri menscevichi meritano a giusto titolo il nome di democratici spauriti, poiché su questo problema ripetono quel che dicono tutti i piccoli borghesi spauriti, e cioè che i capitalisti “scapperebbero” se si prendessero provvedimenti “troppo severi”, che senza i capitalisti “noi” non potremmo cavarcela, che anche i milionari anglo-francesi che ci “sostengono” forse “si offenderebbero”, ecc. Si potrebbe pensare che i bolscevichi propongano qualcosa che non ha precedenti nella storia dell’umanità, che non è mai stato sperimentato, un qualcosa di “utopistico”, mentre in realtà già 125 anni or sono, in Francia, uomini che erano dei veri “democratici rivoluzionari”, realmente convinti del carattere giusto, difensivo, della guerra da essi condotta, uomini che realmente si appoggiavano sulle masse del popolo, anch’esse sinceramente convinte della stessa cosa, seppero esercitare un controllo rivoluzionario sui ricchi e ottenere risultati dinanzi ai quali s’inchinò il mondo intero. E durante i cinque quarti di secolo trascorsi, lo sviluppo del capitalismo, avendo creato le banche, i sindacati, le ferrovie, ecc. ecc. ha reso cento volte più semplici e facili i provvedimenti per un controllo veramente democratico da parte degli operai e dei contadini sugli sfruttatori, sui grandi proprietari fondiari e sui capitalisti.

In fondo, tutta la questione del controllo si riduce a stabilire chi è che controlla e chi è controllato, cioè quale classe esercita il controllo e quale lo subisce. Da noi, in una Russia repubblicana, con la partecipazione degli “organismi autorizzati” di una democrazia cosiddetta rivoluzionaria, sino ad oggi si riconosce e si lascia ai proprietari fondiari e ai capitalisti la funzione del controllo. Si ha come risultato inevitabile un banditismo capitalista che suscita l’indignazione di tutto il popolo, e lo sfacelo economico che viene artificiosamente alimentato dai capitalisti. Bisogna passare decisamente, irrevocabilmente, senza tema di rompere con ciò che è vecchio, senza tema di edificare arditamente il nuovo, al controllo esercitato dagli operai e dai contadini sui grandi proprietari fondiari e sui capitalisti. Ma è ciò che i nostri socialisti-rivoluzionari e i nostri menscevichi temono come il fuoco.

 

 

1 Nota di Lenin) Ho già avuto occasione di indicare nella stampa bolscevica che l’unico argomento contro la pena di morte che si può considerare giusto è quello che si riferisce alla sua applicazione nei riguardi delle masse dei lavoratori da parte degli sfruttatori per mantenere lo sfruttamento. È poco probabile che un governo rivoluzionario, quale che sia, possa fare a meno della pena di morte contro gli sfruttatori (cioè contro i grandi proprietari fondiari e i capitalisti).