Primitivismo ed economismo

Dobbiamo ora soffermarci sulla questione che certamente tutti i lettori si sono già posta. Questo primitivismo, malattia di crescenza che colpisce tutto il movimento, è legato con l'economismo, considerato come una delle tendenze della socialdemocrazia russa? Crediamo di sì. La mancanza di preparazione pratica, di abilità nel lavoro organizzativo è una malattia che colpisce tutti, anche quelli tra noi che fin dall'inizio sono sempre rimasti sul terreno del marxismo rivoluzionario. E certamente non si può imputare ai militanti questa mancanza di preparazione come un delitto. Ma il primitivismo non consiste solo nella mancanza di preparazione; si riscontra anche nella ristrettezza del lavoro rivoluzionario in generale, nella incomprensione del fatto che tale ristrettezza ostacola la formazione di una buona organizzazione rivoluzionaria e infine - ed è la questione principale – si riscontra nei tentativi di giustificare tale ristrettezza e di farne una "teoria", cioè nella sottomissione alla spontaneità anche in questa materia. Fin da quando si manifestarono tentativi in questa direzione, divenne evidente che il primitivismo era legato all'economismo, e che noi non ci saremmo sbarazzati della nostra ristrettezza, nel lavoro organizzativo, senza esserci prima liberati dell'economismo in generale (cioè della ristretta interpretazione della teoria marxista, della funzione della socialdemocrazia e dei suoi compiti politici).

 

Tali tentativi si sono manifestati in due direzioni. Gli uni hanno cominciato a dire: la massa operaia non si è ancora posta essa stessa compiti politici vasti e combattivi come quelli che le "impongono" i rivoluzionari; essa deve ancora lottare per le rivendicazioni politiche immediate, sviluppare la "lotta economica contro i padroni e contro il governo1 (a questa lotta "accessibile" al movimento di massa corrisponde naturalmente un'organizzazione "accessibile" anche alla gioventù meno preparata). Altri, lontani da ogni "gradualismo", hanno detto: noi possiamo e dobbiamo "fare la rivoluzione politica", ma a tal fine non v'è nessun bisogno di creare una forte organizzazione di rivoluzionari che educhi il proletariato a una lotta continua ed accanita; basta che ci armiamo tutti di un bastone "accessibile" e familiare. Per parlare senza metafore, dobbiamo organizzare lo sciopero generale2 o stimolare con "un terrorismo incitante"3 il movimento operaio che è un po' addormentato. Queste due tendenze (opportunistica e "rivoluzionaria") cedono di fronte al primitivismo dominante, non vedono il nostro compito pratico più urgente: creare un'organizzazione di rivoluzionari capace di garantire alla lotta politica l'energia, la fermezza e la continuità. Abbiamo or ora riferito le parole di B-v: «La crescita del movimento operaio oltrepassa la crescita e lo sviluppo delle organizzazioni rivoluzionarie». Questa «informazione preziosa di un osservatore bene informato» (come dice il Raboceie Dielo a proposito dell'articolo di B-v) ci è doppiamente preziosa. Dimostra che noi avevamo ragione di scorgere la causa fondamentale della crisi attuale della socialdemocrazia russa nel ritardo dei dirigenti («ideologi», rivoluzionari, socialdemocratici) rispetto allo slancio spontaneo delle masse. Dimostra inoltre che i ragionamenti degli autori della lettera economica pubblicata nel n. 12 dell'Iskra, Kricevski e Martynov, sul pericolo di sottovalutare l'elemento spontaneo, la grigia lotta quotidiana, sulla tattica-processo, ecc, sono appunto una difesa e un'esaltazione del primitivismo. Costoro, che non possono pronunciare la parola «teorico» senza una smorfia sprezzante, che qualificano «senso della realtà» la loro venerazione per l'impreparazione e l'arretratezza, dimostrano di non comprendere niente dei nostri compiti pratici più urgenti. Ai ritardatari gridano: « Al passo! Non troppo presto!». A coloro che mancano di energia e di iniziativa nel lavoro organizzativo e di «piani» vasti ed audaci, predicano la «tattica-processo»!

 

Il nostro errore capitale consiste nell'abbassare i nostri compiti politici ed organizzativi al livello degli interessi immediati, «tangibili», «concreti» della lotta economica d'ogni giorno. Eppure continuano a ripeterci il vecchio ritornello: bisogna dare anche alla lotta economica un contenuto politico! Anche qui dimostrano di possedere un « senso della realtà» simile a quello dell'eroe della favola popolare che vedendo passare un funerale gridava: «Cento di questi giorni». Ricordate l'impareggiabile alterigia, veramente alla «Narciso», con cui questi sapientoni predicavano a Plekhanov: «I compiti politici nel significato reale e pratico della parola, cioè nel senso della lotta pratica, razionale e utile per le rivendicazioni politiche, sono in generale [sic!] inaccessibili ai circoli operai» (Risposta della redazione del Raboceie Dielo, p. 24). Ma vi sono circoli e circoli, signori! Certamente i compiti politici sono inaccessibili a un circolo «artigianesco» fino a quando coloro che ne fanno parte non si saranno resi conto del loro primitivismo e non se ne saranno liberati. Ma se per di più questi dilettanti ne sono innamorati, se sottolineano immancabilmente la parola «pratico» ed immaginano che essere pratici significhi abbassare i propri compiti al livello delle masse più arretrate, allora, evidentemente, sono incurabili, e i compiti politici sono in generale realmente inaccessibili. Ma ad una cerchia di dirigenti come Alexeiev e Mysckin, Khalturin e Geliabov, i compiti politici sono accessibili nel significato più reale, più pratico della parola, precisamente nella misura in cui la loro ardente propaganda trova un'eco nelle masse che si destano spontaneamente, nella misura in cui la loro appassionata energia è sostenuta dalla energia della classe rivoluzionaria. Giustamente Plekhanov, invece di limitarsi a segnalare l'esistenza di questa classe rivoluzionaria e a provare che essa doveva di necessità destarsi spontaneamente all'azione, assegnava anche ai «circoli operai» un grande ed elevato compito politico. Ma voi vi basate sul movimento di massa, sorto in seguito, per abbassare questo compito, per restringere il campo d'azione e l'energia dei «circoli operai». Che cosa è questo, se non attaccamento dell'artigiano al proprio primitivismo? Vi vantate del vostro spirito pratico e ignorate ciò che qualunque «pratico» russo sa; non vedete i risultati meravigliosi che può raggiungere nel campo rivoluzionario l'energia non solo di un circolo, ma perfino di un individuo isolato. Credete forse che non possano sorgere nel nostro movimento capi simili a quelli sorti dopo il 1870? Perché non ve ne sarebbero? Perché siamo poco preparati? Ma noi ci prepariamo, continueremo a prepararci e saremo pronti. Sulle acque stagnanti della «lotta economica contro i padroni e contro il governo» da noi, purtroppo, si è formato uno strato di muffa: c'è della gente che si inginocchia, si prosterna dinanzi alla spontaneità e contempla religiosamente (secondo l'espressione di Plekhanov) «le parti posteriori» del proletariato russo. Ma noi sapremo sbarazzarci di quella muffa. Proprio ora il rivoluzionario russo, animato da una teoria veramente rivoluzionaria, appoggiandosi sulla classe veramente rivoluzionaria, che si desta spontaneamente all'azione, potrà finalmente —finalmente!— levarsi in tutta la sua statura e dispiegare le sue forze, da eroe antico. È solo necessario che la massa dei militanti, e la massa più numerosa ancora di coloro che aspirano all'azione pratica fin dai banchi della scuola accolgano con scherno e disprezzo ogni tentativo di abbassare i nostri compiti politici e di restringere l'ampiezza del nostro lavoro di organizzazione. E noi vi riusciremo, signori, siatene sicuri. Nell'articolo Da che cosa cominciare? ho scritto contro il Raboceie Dielo: «In ventiquattrore si può cambiare la propria tattica di agitazione in questa o quella questione particolare, la propria tattica in questo o in quel particolare della struttura del partito, ma soltanto individui senza principi possono cambiare in ventiquattrore, o anche in ventiquattro mesi, le proprie idee sulla necessità —in generale costante ed assoluta— di un'organizzazione di lotta e di un'agitazione politica tra le masse». Il Raboceie Dielo risponde «Quest'accusa dell’Iskra, la sola accusa che ha la pretesa di essere concreta, è fondata sul nulla. I lettori del Raboceie Dielo sanno molto bene che fin dall'inizio, senza attendere la pubblicazione dell’Iskra, li abbiamo incitati non solo all'agitazione politica [dicendo a questo proposito che non solo i circoli operai, «ma anche il movimento operaio di massa non può proporsi come suo primo compito politico l'abbattimento dell'assolutismo», ma tutt'al più la lotta per le rivendicazioni politiche immediate e che «le rivendicazioni politiche immediate» diventano accessibili alla massa dopo uno, o, nella peggiore delle ipotesi, più scioperi]... ma con le nostre pubblicazioni abbiamo fornito dall'estero ai compagni militanti in Russia i soli ed unici materiali per l'agitazione politica socialdemocratica... [e con questi soli ed unici materiali, non solo avete applicato largamente l'agitazione politica soltanto sul terreno della lotta economica, ma siete finalmente giunti alla conclusione che tale agitazione limitata è quella «più largamente applicabile». E voi non notate, signori, che i vostri argomenti provano precisamente la necessità della pubblicazione dell’Iskra — di fronte a quegli unici materiali — e la necessità della campagna dell’Iskra contro il Raboceie Dielo?]... D'altra parte le nostre pubblicazioni hanno preparato realmente l'unità tattica del partito... [unità nella convinzione che la tattica è un processo di sviluppo dei compiti del partito che si sviluppano con il partito? Preziosa unità!]... e hanno così reso possibile "l'organizzazione di combattimento" per la creazione del quale 1' "Unione" ha fatto in generale tutto quanto può fare una organizzazione esistente all'estero» (Raboceie Dielo, n. 10, p. 15). Inutile tentativo di svignarsela! Che abbiate fatto tutto quanto vi era possibile non ho mai sognato di negarlo. Ho affermato ed affermo che i vostri limiti del «possibile » sono angusti a causa della miopia delle vostre concezioni. È ridicolo anche soltanto parlare di una «organizzazione di combattimento» per la lotta per le «rivendicazioni politiche immediate» e per la «lotta economica contro i padroni e contro il governo».

 

Ma se il lettore desidera vedere le perle della passione «economista» per il primitivismo, dovrà naturalmente rivolgersi non all'eclettico ed instabile Raboceie Dielo, bensì alla logica e risoluta Rabociaia Mysl. «Diciamo ora due parole sui cosiddetti intellettuali rivoluzionari — scrive la Rabociaia Mysl nel Supplemento speciale, p. 13. — Essi hanno, è vero, ripetutamente dimostrato di essere pronti ad "ingaggiare un corpo a corpo decisivo con lo zarismo". Il male è che, perseguitati senza pietà della polizia politica, hanno scambiato la lotta contro quest'ultima con la lotta politica contro l'autocrazia. Perciò non hanno ancora risposto alla domanda: "Dove trovare le forze per la lotta contro l'autocrazia?"» Non è forse stupefacente questo disdegno della lotta contro la polizia da parte di un uomo che venera (nel senso peggiore della parola) il movimento spontaneo? Eccolo pronto a giustificare la nostra scarsa abilità nell'azione clandestina con il fatto che, in un movimento di massa spontaneo, la lotta contro la polizia politica non ha, in fin dei conti, nessuna importanza!! Pochi, pochissimi accetteranno una simile mostruosa conclusione, tanto la questione dei difetti delle nostre organizzazioni rivoluzionarie è diventata il punto dolente per tutti. Ma se Martynov, per esempio, non l'accetta, è solo perché egli non sa spingere, o non ha il coraggio di farlo, il suo ragionamento fino alla sua logica conclusione. Infatti, se la massa pone delle rivendicazioni concrete per raggiungere risultati tangibili, è forse questo un «compito» che esige ad ogni costo la creazione di un'organizzazione rivoluzionaria, combattiva, solida, centralizzata? Non può forse questo «compito» essere assolto anche dalle masse che non «lottano contro la polizia politica»? E inoltre, forse che questo compito potrebbe essere assolto se, oltre ai pochi dirigenti, non se lo addossassero anche gli operai che (nella loro stragrande maggioranza) sono incapaci di «lottare contro la polizia politica»?

 

Questi operai che formano l'elemento medio delle masse, in uno sciopero, in una lotta di strada contro la polizia e contro le truppe, possono dar prova di un'energia e di un'abnegazione senza pari, possono (ed essi solo lo possono) decidere dell'esito di tutto il nostro movimento; ma la lotta contro la polizia politica esige qualità speciali, esige dei rivoluzionari di professione. E dobbiamo fare in modo che la massa operaia non solo «avanzi» le rivendicazioni concrete, ma «generi» anche dei rivoluzionari di professione in numero sempre più grande. Eccoci dunque giunti alla questione dei rapporti fra l'organizzazione dei rivoluzionari di professione e il movimento puramente operaio. Questo problema, poco discusso nella nostra stampa, ha molto occupato noi «politici» nelle nostre discussioni e nei nostri colloqui con i compagni che tendono più o meno verso l'economismo. È bene soffermarvisi. Ma finiamo prima di illustrare con un'altra citazione la nostra tesi sull'esistenza di un legame tra il primitivismo e l'economismo. «Il gruppo "Emancipazione del lavoro" — scriveva N. N. nella sua Risposta — propugna la lotta diretta contro il governo, senza esaminare dove si trovi la forza materiale necessaria per questa lotta, senza indicare la via da seguire.» Sottolineando queste ultime parole, l'autore, a proposito della parola «via», nota: «Non si può trattare di scopi segreti, perché nel programma non si parla di un complotto, ma di un movimento di massa. La massa non può seguire vie segrete. È forse possibile uno sciopero segreto? Una manifestazione ed una petizione segreta sono possibili?» (Vademecum, p. 59). L'autore affronta quindi la questione della «forza materiale» (organizzatori di scioperi e di manifestazioni) e delle «vie» della lotta, ma si dibatte nel dubbio e nel disorientamento perché «si prosterna» dinanzi al movimento di massa; lo considera cioè come un fattore che ci esime dall'attività rivoluzionaria e non come un fattore destinato a incoraggiare e a stimolare tale attività. È impossibile che uno sciopero sia segreto tanto per i suoi partecipanti quanto per coloro che vi sono direttamente interessati. Ma può rimanere (e, nella maggior parte dei casi, rimane) un «segreto» per la massa degli operai russi, perché il governo si preoccuperà di impedire qualsiasi contatto con gli scioperanti, qualsiasi diffusione di informazioni sullo sciopero. E allora occorre una «lotta» particolare «contro la polizia politica», lotta che non potrà mai essere attivamente sviluppata da una massa così numerosa come quella che partecipa allo sciopero. Questa lotta deve essere organizzata, «secondo tutte le regole dell'arte», da professionisti dell'azione rivoluzionaria. Dal fatto che la massa è spontaneamente trascinata nel movimento non scaturisce che l'organizzazione della lotta sia meno necessaria. Diventa invece ancora più necessaria perché noi socialisti, mancheremmo ai nostri obblighi diretti verso la massa se non sapessimo impedire alla polizia di tener segreto (e se, talvolta, non preparassimo segretamente anche noi) uno sciopero od una manifestazione qualsiasi.

 

Noi possiamo farlo appunto perché la massa che si ridesta spontaneamente all'azione farà sorgere anche dal proprio seno un numero sempre più grande di «rivoluzionari di professione» (a condizione che non cominciamo ad invitare, su tutti i toni, gli operai a segnare il passo).

 

1 Rabociaia Mysl e Raboceie Dielo, e in particolare la Risposta a Plekhanov.

 

2 Chi farà la rivoluzione politica?, opuscolo pubblicato in Russia nella raccolta La lotta proletaria e ripubblicato dal Comitato di Kiev. [Nota dell'autore]

 

3 Rinascita del rivoluzionsimo e Svaboda. [Nota dell'autore]