Organizzazione degli operai e organizzazione dei rivoluzionari

Se per un socialdemocratico il concetto di "lotta politica" coincide con il concetto di "lotta economica contro i padroni e contro il governo", è naturale che per lui l' "organizzazione dei rivoluzionari" coincida più o meno con l' "organizzazione degli operai". E ciò effettivamente accade agli economisti, sicché discutendo con costoro sull'organizzazione, parliamo letteralmente due linguaggi diversi. Ricordo per esempio una conversazione avuta un giorno con un economista abbastanza conseguente, di cui feci in quell'occasione la conoscenza. La conversazione cadde sull'opuscolo: Chi farà la rivoluzione politica? Ci trovammo subito d'accordo nel ritenere che il suo difetto essenziale consisteva nell'ignorare la questione organizzativa. Pensavamo già di essere completamente d'accordo, ma, proseguendo nella conversazione, ci accorgemmo che parlavamo di cose diverse. Il mio interlocutore accusava l'autore di ignorare le casse di sciopero, le società di mutuo soccorso, ecc. Io, invece, mi riferivo all'organizzazione di rivoluzionari di professione, indispensabile per "compiere" la rivoluzione politica.

 

Manifestatasi questa divergenza, a quanto ricordo, non mi sono mai più trovato d'accordo con quell'economista su una qualsiasi questione di principio. Qual era l'origine delle nostre divergenze? Era nel fatto che gli economisti deviano costantemente dalla socialdemocrazia verso il tradunionismo, sia nei compiti organizzativi che nei compiti politici. La lotta politica della socialdemocrazia è molto più vasta e molto più complessa della lotta economica degli operai contro i padroni e contro il governo. Parimenti (e per questa ragione) l'organizzazione di un partito socialdemocratico rivoluzionario deve necessariamente essere distinta dall'organizzazione degli operai per la lotta economica. L'organizzazione degli operai deve anzitutto essere professionale, poi essere la più vasta possibile e infine essere la meno clandestina possibile (qui e in seguito mi riferisco - è chiaro - solo alla Russia autocratica). Al contrario, l'organizzazione dei rivoluzionari deve comprendere prima di tutto e principalmente uomini la cui professione sia l'azione rivoluzionaria (ed è per questo che io parlo di un'organizzazione di rivoluzionari,riferendomi ai rivoluzionari socialdemocratici). Per questa caratteristica comune ai membri dell'organizzazione nessuna distinzione deve assolutamente esistere fra operai e intellettuali, e a maggior ragione nessuna distinzione sulla base del mestiere. Tale organizzazione necessariamente non deve essere molto estesa e deve essere quanto più clandestina è possibile. Soffermiamoci su questi tre punti.

 

Nei paesi politicamente liberi la differenza fra l'organizzazione tradunionista e l'organizzazione politica è evidente, come è evidente la differenza tra i sindacati e la socialdemocrazia. I rapporti di quest'ultima con le organizzazioni sindacali variano necessariamente da paese a paese, secondo le condizioni storiche, giuridiche, ecc.; possono essere più o meno stretti, complessi, ecc. (devono essere, secondo il nostro punto di vista, quanto più stretti e quanto meno complessi è possibile); ma nei paesi liberi l'organizzazione sindacale e quella del partito socialdemocratico non possono coincidere. In Russia l'oppressione autocratica cancella, a prima vista, ogni distinzione tra l'organizzazione socialdemocratica e le associazioni operaie, perché sia queste che i circoli sono tutti proibiti, e lo sciopero, manifestazione e arma principale della lotta economica operaia, è considerato un delitto comune (e qualche volta anche un delitto politico!). Cosicché la situazione in Russia, da una parte “spinge” gli operai che partecipano alla lotta economica a porsi le questioni politiche, e dall'altra "spinge" i socialdemocratici a confondere il tradunionismo con la socialdemocrazia (i nostri Kricevski, Martynov e C, i quali parlano sempre del primo caso, non rilevano il secondo). Si pensi infatti a degli uomini assorbiti per il novantanove per cento dalla «lotta economica contro i padroni e contro il governo ». Taluni, per tutto il periodo della loro attività (quattro-sei mesi) non si troveranno mai di fronte alla necessità di una più complessa organizzazione di rivoluzionari. Altri, probabilmente, verranno a conoscere la letteratura bernsteiniana, relativamente abbastanza diffusa, e si convinceranno dell'importanza fondamentale dello «sviluppo della grigia lotta quotidiana». Altri infine si lasceranno forse sedurre dall'idea di dare al mondo un nuovo esempio di «legame stretto e organico con la lotta proletaria», di legame del movimento professionale con il movimento socialdemocratico. Essi penseranno che quanto più un paese giunge tardi al capitalismo, e quindi al movimento operaio, tanto più i socialisti possono partecipare al movimento sindacale e sostenerlo e tanto meno vi devono e vi possono essere dei sindacati non socialdemocratici. Fin qui il ragionamento è completamente giusto; il male è che si va oltre e si sogna una fusione completa fra la socialdemocrazia e il tradunionismo. Prendendo ad esempio lo statuto dell'«Unione di lotta di Pietroburgo», vedremo subito quale influenza nociva esercitino tali sogni sui nostri piani di organizzazione.

 

Le organizzazioni operaie per la lotta economica devono essere organizzazioni tradunioniste. Ogni operaio socialdemocratico deve, per quanto gli è possibile, sostenerle e lavorarvi attivamente. È vero. Ma non è nel nostro interesse esigere che solo i socialdemocratici possono appartenere alle associazioni "corporative", perché ciò restringerebbe la nostra influenza sulla massa. Lasciamo partecipare all'associazione corporativa qualunque operaio il quale comprenda la necessità di unirsi per lottare contro i padroni e contro il governo! Le associazioni corporative non raggiungerebbero il loro scopo se non raggruppassero tutti coloro che comprendono almeno tale necessità elementare, se non fossero molto larghe. E quanto più saranno larghe, tanto più la nostra influenza su di esse si estenderà, non solo grazie allo sviluppo "spontaneo" della lotta economica, ma anche grazie all'azione cosciente e diretta degli aderenti socialisti sui loro compagni. Ma in un'organizzazione numerosa una stretta clandestinità è impossibile (poiché per questa occorre una preparazione ben più grande che per la lotta economica). Come conciliare la contraddizione tra la necessità di aver molti iscritti e insieme una severa clandestinità? Come ottenere che le organizzazioni corporative siano quanto meno clandestine è possibile? Non vi sono che due mezzi: o la legalizzazione delle associazioni corporative (che in alcuni paesi ha preceduto quella delle organizzazioni socialiste e politiche) o il mantenimento dell'organizzazione segreta, ma in modo così "libero", così allentato, così lose, come direbbero i tedeschi, che per la massa dei soci la clandestinità si ridurrebbe a zero.

 

La legalizzazione delle associazioni operaie non socialiste e non politiche è già cominciata in Russia, e non vi è dubbio che ogni passo nel rapido sviluppo del nostro movimento operaio socialdemocratico incoraggerà e moltiplicherà i tentativi di legalizzazione, che saranno fatti principalmente dai partigiani del regime attuale, ma anche dagli operai e dagli intellettuali liberali. I Vasiliev e gli Zubatov hanno già inalberato la bandiera della legalizzazione; gli Ozerov e i Wonns hanno promesso e dato il loro aiuto. Fra gli operai vi sono già dei seguaci della nuova tendenza. Dobbiamo perciò ormai tener conto di questa nuova corrente. In che modo? Su tale questione non vi possono essere tra i socialdemocratici due opinioni. Il nostro dovere è di smascherare senza tregua ogni partecipazione degli Zubatov, dei Vasiliev, dei poliziotti e dei preti a questa corrente, e svelarne agli operai le vere intenzioni. Dobbiamo smascherare anche qualsiasi nota «armonica» che, nelle riunioni operaie pubbliche, affiorasse nei discorsi dei liberali, sia che costoro credano sinceramente utile la pacifica collaborazione delle classi, sia che vogliano riuscir graditi alle autorità, sia che si tratti semplicemente di inetti. Dobbiamo infine mettere in guardia gli operai contro le trappole della polizia, che nelle assemblee pubbliche e nelle società autorizzate prende nota degli «uomini che posseggono il fuoco sacro» e cerca di introdurre dei provocatori nelle organizzazioni illegali passando attraverso quelle legali.

 

Ma fare tutto ciò, non significa dimenticare che la legalizzazione del movimento operaio avvantaggerà, in fin dei conti, noi e non gli Zubatov. Con la nostra campagna di denunce, noi separiamo appunto il loglio del grano. Il loglio, lo abbiamo indicato. Il grano è la nostra azione che consiste nell'interessare il maggior numero possibile di operai, anche degli strati arretrati, alle questioni politiche e sociali; nel liberarci, noi rivoluzionari, da funzioni che in fondo sono legali (diffusione di opere legali, mutuo soccorso, ecc.) e che sviluppandosi ci daranno immancabilmente sempre più argomenti per l'agitazione. In questo senso possiamo e dobbiamo dire agli Zubatov e agli Ozerov: lavorate, signori; fate quanto vi è possibile! Voi tendete delle trappole agli operai — mediante la provocazione diretta o servendovi dello «struvismo», mezzo «onesto» per corrompere gli operai —, ma noi ci incaricheremo di smascherarvi. Se voi fate veramente un passo avanti — anche con un «timido zigzag» — vi diciamo: fate pure! Un vero passo avanti amplia, anche di pochissimo, se volete, ma ciò nonostante amplia effettivamente lo spazio entro il quale si muovono gli operai. Ciò non può che esserci utile ed affrettare il sorgere di associazioni legali in cui i provocatori non piglieranno più in trappola i socialisti, ma i socialisti guadagneranno degli aderenti. In una parola, dobbiamo distruggere il loglio. Non è affar nostro coltivare il grano in camera, in piccoli vasi. Estirpando il loglio, dissodiamo il terreno e permettiamo al frumento di crescere. E mentre gli Afanasi Ivanovic e le Pulkheria Ivanovna si occuperanno delle piante da serra, noi dovremo preparare dei mietitori che sappiano oggi strappare il loglio e domani raccogliere il grano1. Perciò, con la legalizzazione noi non possiamo risolvere il problema di creare un'organizzazione professionale che sia la meno clandestina e la più larga possibile (ma saremmo ben felici se gli Zubatov e gli Ozerov ce ne offrissero una possibilità anche parziale, e per questo dobbiamo combatterli con la massima energia!). A noi resta la via delle organizzazioni professionali segrete e dobbiamo aiutare con tutte le nostre forze gli operai che si mettono già su questa strada (come sappiamo da fonte sicura). Le organizzazioni professionali possono essere utilissime non solo per sviluppare e consolidare la lotta economica, ma offrono inoltre un aiuto prezioso per l'agitazione politica e per l'organizzazione rivoluzionaria. Per ottenere questi risultati, per incanalare il movimento professionale che sorge nell'alveo desiderato dalla socialdemocrazia, occorre prima di tutto comprendere bene che il piano di organizzazione sostenuto dagli economisti di Pietroburgo da più di cinque anni è assolutamente assurdo. Questo piano è esposto nello Statuto della cassa operaia, del luglio 1897 (Listok Rabotnika, n. 9-10, p. 46, n. 1 della Rabociaia Mysl) e nello Statuto dell'organizzazione operaia sindacale dell'ottobre 1900 (foglio volante stampato a Pietroburgo e menzionato nel n. 1 dell'Iskra). I due documenti hanno un difetto fondamentale: espongono tutti i particolari di una vasta organizzazione operaia e la confondono con l'organizzazione dei rivoluzionari. Esaminiamo il secondo statuto, che è il più elaborato. È composto di 52 paragrafi: 23 paragrafi contengono le norme organizzative, il metodo di gestione e le funzioni dei «circoli operai» da organizzarsi in ogni fabbrica («dieci uomini al massimo») e che eleggono dei «gruppi centrali (di fabbrica)». «II gruppo centrale osserva tutto ciò che avviene nella fabbrica o nell'officina e fa la cronaca degli avvenimenti» (§ 2). «II gruppo centrale presenta ogni mese a tutti i soci un rendiconto finanziario» (§ 17), ecc. Dieci paragrafi sono dedicati all'«organizzazione di quartiere» e diciannove ai legami estremamente complessi del «Comitato dell'organizzazione operaia» con il «Comitato pietroburghese dell' "Unione di lotta"» (delegati di ogni quartiere e dei «gruppi esecutivi», «gruppi per la propaganda, per le relazioni con la provincia e con l'estero, per l'organizzazione dei depositi, della stampa, della cassa»). Si identifica così la socialdemocrazia con i «gruppi esecutivi » per quel che concerne la lotta economica degli operai! Sarebbe difficile dimostrare con maggior evidenza come la concezione dell'economista devii dalla socialdemocrazia verso il tradunionismo, e quanto poco egli si renda conto che il socialdemocratico deve pensare innanzi tutto a un'organizzazione di rivoluzionari capaci di dirigere tutta la lotta di emancipazione del proletariato. Parlare dell'«emancipazione poliziesca della classe operaia», della lotta contro «il regime zarista di arbitrio», ed elaborare degli statuti come questi, significa non comprendere nulla, assolutamente nulla dei veri compiti politici della socialdemocrazia. Nessuno di quei 52 paragrafi mostra che gli autori abbiano compreso la necessità di una vasta agitazione politica tra le masse, di un'agitazione che metta in rilievo tutti gli aspetti del regime autocratico e le caratteristiche delle varie classi sociali in Russia. Inoltre, con un tale statuto, non solo le finalità politiche, ma anche gli scopi tradunionisti del movimento rimangono irraggiungibili, perché essi esigono un'organizzazione per mestiere e lo statuto non ne fa parola. Ma la caratteristica più spiccata è forse la straordinaria pesantezza di tutto il « sistema», che cerca di collegare ogni officina al «comitato» attraverso tutta una serie di regole eguali per tutti e minuziose fino al ridicolo, e prevede un sistema elettorale a tre gradi.

 

Il pensiero, stretto nell'angusto orizzonte dell'economismo, scende a particolari che puzzano di scartoffie e di burocrazia. In realtà, si capisce, i tre quarti di quei paragrafi non saranno mai applicati, e d'altra parte un'organizzazione così «clandestina», con un gruppo centrale in ogni fabbrica, facilita considerevolmente le più vaste retate poliziesche. I polacchi sono già passati attraverso questa fase del movimento; si entusiasmarono un tempo per la fondazione su vasta scala di casse operaie, ma vi rinunziarono presto, perché si accorsero di fare il giuoco dei poliziotti. Se vogliamo vaste organizzazioni operaie al riparo delle retate e non vogliamo rendere dei servizi alla polizia, dobbiamo fare in modo che queste organizzazioni non siano soggette a una rigida regolamentazione. Potranno allora funzionare?

 

Pensate un po' a queste funzioni: «Osservare tutto ciò che avviene nell'officina e fare la cronaca degli avvenimenti» (§ 2 dello statuto). Ma, per far questo, è assolutamente indispensabile un regolamento minuzioso? Forse che le corrispondenze alla stampa illegale non raggiungeranno meglio lo scopo, anche se non verranno costituiti gruppi appositi? «Dirigere la lotta degli operai per migliorare le loro condizioni nell'officina» (§ 3). Anche per questo non c'è nessun bisogno di regolamento. Qualsiasi agitatore, per poco intelligente che sia, comprenderà facilmente, con una semplice conversazione, quali sono le rivendicazioni degli operai e potrà poi, conoscendole, riferirle ad un'organizzazione ristretta, e non ampia, di rivoluzionari, che pubblicherà un manifestino appropriato. «... Creare una cassa con una quota di due copechi per rublo» (§ 9) e fare ogni mese un rendiconto finanziario (§ 17); escludere i membri che non pagano le quote (§ 10), ecc. Ecco per la polizia una vera manna, perché nulla sarà più facile che scoprire tutto il gruppo clandestino della «cassa centrale di officina», confiscargli il denaro ed arrestare tutti gli elementi attivi. Non sarebbe più semplice emettere delle marchette da uno a due copechi, stampigliate da una determinata organizzazione (molto ristretta, molto clandestina), oppure, senza alcuna marchetta, fare delle collette di cui un giornale illegale renderebbe conto in modo convenzionale? Si raggiungerebbe egualmente lo scopo, e per la polizia sarebbe più difficile scoprire l'organizzazione. Potrei continuare questa analisi dello statuto, ma mi sembra di averne parlato a sufficienza. Un piccolo nucleo compatto, formato dagli operai più sicuri, più sperimentati e più temprati, che abbia dei fiduciari nei principali quartieri e sia collegato in modo assolutamente clandestino all'organizzazione dei rivoluzionari, potrà, con l'aiuto delle masse e senza alcuna regolamentazione, adempiere perfettamente tutte le funzioni di un'organizzazione professionale e inoltre assolverle nel modo migliore per la socialdemocrazia. Solo in questo modo si potrà, a dispetto dei poliziotti, consolidare e sviluppare un movimento sindacale socialdemocratico.

 

Mi si obietterà che un'organizzazione lose al punto da non avere un regolamento, da non aver neppure iscritti noti e registrati, non può essere chiamata organizzazione. Può darsi: non m'importa il nome. Ma questa "organizzazione senza iscritti" farà tutto il necessario, e assicurerà fin dal principio un solido collegamento fra i nostri futuri sindacati e il socialismo. Chi, in regime di assolutismo, vuole una vasta organizzazione di operai con elezioni, rendiconti, suffragio universale, ecc. non è che un incurabile utopista. La morale è semplice: se cominciamo col creare una forte organizzazione di rivoluzionari, potremo assicurare la stabilità del movimento nell'assieme e, in pari tempo, attuare gli scopi socialdemocratici e gli scopi puramente tradunionisti. Ma se cominciamo col costituire una vasta organizzazione operaia con il pretesto che essa è "accessibile" alla massa (in realtà sarà più accessibile ai poliziotti e porrà più facilmente i rivoluzionari nelle mani della polizia), non raggiungeremo né l'uno né l'altro scopo, non ci sbarazzeremo del nostro primitivismo, della nostra dispersione, dei continui arresti, non faremo che rendere più accessibili alle masse le trade-unions del tipo Zubatov od Ozerov. Quali dovranno essere precisamente le funzioni di questa organizzazione di rivoluzionari? Ne parleremo in modo minuzioso. Ma esaminiamo prima un altro ragionamento tipico del nostro terrorista, che ancora una volta (triste destino!) procede di pari passo con l'economista. La Svoboda, rivista per gli operai, pubblica nel suo primo numero un articolo intitolato L'organizzazione, il cui autore cerca di difendere i suoi amici, gli operai economisti d'Ivanovo-Voznesensk: È un male che la folla sia silenziosa e incosciente; che un movimento non sorga dal basso. Così, quando gli studenti delle città universitarie durante le feste o durante l'estate tornano alle loro case, il movimento operaio ristagna. Un movimento operaio che vive così, per un impulso esterno, può essere una vera forza? Evidentemente, no. Esso non ha ancora imparato a camminare da solo; bisogna sostenerlo con le dande. E il quadro è lo stesso dappertutto: partiti gli studenti, il movimento cessa; i più capaci vengono presi: tolta la crema, il latte inacidisce; si arresta il «comitato», e fino alla costituzione di un nuovo comitato la calma è di nuovo assoluta. D'altra parte, non si sa come sarà il nuovo comitato; può non rassomigliare affatto al precedente; quello diceva una cosa e questo dirà tutto l'opposto. Il legame tra lo ieri e il domani è spezzato, e l'esperienza del passato non serve all'avvenire. E tutto ciò perché il movimento non ha radici profonde nella folla, perché il lavoro non è fatto da un centinaio di imbecilli, ma da una decina di teste forti. Una decina di uomini cadono facilmente in bocca al lupo, ma quando nell'organizzazione c'è la folla, quando tutto sorge dalla folla, nessuno, per quanti sforzi faccia, può averne ragione (p. 63).

 

L'esposizione dei fatti è esatta. Il quadro del nostro primitivismo è ben tracciato. Ma per illogicità e mancanza di senso politico, le conclusioni sono degne della Rabociaia Mysl. Esse sono illogiche, perché l'autore confonde il problema filosofico, storico e sociale delle «radici profonde» del movimento con il problema di una migliore organizzazione tecnica della lotta contro la polizia. E mancano di senso politico, perché, invece di voler sostituire i cattivi dirigenti con buoni dirigenti, l'autore vuole sostituirli in generale con la «folla». Questo è un tentativo di farci fare macchina indietro nel campo organizzativo, così come si tenta di farci retrocedere politicamente sostituendo lo stimolante terroristico all'agitazione politica. In verità mi trovo di fronte a un vero embarras de richesses, e non so da dove cominciare l'analisi del guazzabuglio che ci offre la Svoboda. Per maggior chiarezza comincerò con un esempio. Ecco i tedeschi. Non negherete, spero, che la loro organizzazione abbraccia la folla, che tutto viene dalla folla, che il movimento operaio ha imparato in Germania a camminare da solo. Ciò nonostante, quanto sono apprezzati da quella folla di parecchi milioni di uomini i suoi «dieci» capi politici provati! Come si stringe attorno ad essi! Quante volte i socialisti non si sono sentiti irridere in parlamento dai deputati avversari: «Bei democratici! Con voi il movimento della classe operaia non esiste che a parole: in realtà è sempre lo stesso gruppo di capi che fa tutto. Ogni anno, da decine di anni, sempre lo stesso Bebel, sempre lo stesso Liebknecht! I vostri delegati, che si dicono eletti dagli operai, sono più inamovibili dei funzionari nominati dall'imperatore!». Ma i tedeschi hanno accolto con sprezzante ironia quei tentativi demagogia di contrapporre la «folla» ai «capi», di risvegliare nella prima gli istinti cattivi e vanitosi e di togliere al movimento la solidità e la stabilità minando la fiducia della massa in una «decina di teste forti». Essi sono politicamente abbastanza educati, hanno sufficiente esperienza politica per comprendere che senza una «decina» di abili capi (e gli uomini abili non sorgono a centinaia), provati, professionalmente preparati ed istruiti da una lunga esperienza, che siano d'accordo fra loro, nessuna classe della società contemporanea può condurre fermamente la sua lotta. Hanno avuto tra di loro dei demagoghi che lusingavano le «centinaia di imbecilli», li ponevano sopra le «decine di teste forti», glorificavano il «pugno muscoloso» della massa, spingevano (come Most o Hasselmann) la massa ad atti « rivoluzionari» sconsiderati e seminavano la sfiducia nei capi energici e risoluti. E solo in seguito a una lotta tenace, implacabile, contro tutti gli elementi demagogici esistenti nel suo seno, il socialismo tedesco è cresciuto e si è rafforzato. Orbene, proprio quando tutta la crisi della socialdemocrazia russa si spiega con il fatto che le masse, entrate spontaneamente in movimento, non hanno dirigenti abbastanza preparati, sviluppati ed esperti, ecco i nostri sapientoni venirci a dire con tono sentenzioso: «È un male che il movimento non sorga dal basso!».

"Un comitato di studenti non serve: è troppo instabile". Benissimo! Ma la conseguenza è che ci occorre un comitato di rivoluzionari di professione. Studenti od operai, poco importa; essi sapranno fare di se stessi dei rivoluzionari di professione. La vostra conclusione invece è che non bisogna stimolare dall’esterno il movimento operaio. Nella vostra ingenuità politica non vi accorgete di fare così il giuoco dei nostri economisti e del nostro primitivismo. In che modo i nostri studenti hanno "stimolato" fino ad oggi gli operai? Permettetemi di porvi la questione. Solamente portando ad essi le briciole di cognizioni politiche che essi stessi avevano, le briciole di idee socialiste che avevano potuto raccogliere (perché il principale nutrimento spirituale degli studenti contemporanei, il marxismo legale, ha potuto dar loro soltanto l’abbiccì, soltanto delle briciole). Questo "stimolo esterno" del nostro movimento non è stato eccessivo, ma scarso, vergognosamente scarso; fino ad oggi ci siamo cotti nel nostro brodo, ci siamo servilmente prosternati dinanzi alla "lotta economica degli operai contro i padroni e contro il governo". Di questo "stimolo" noi, rivoluzionari di professione, dobbiamo occuparci e ci occuperemo molto di più. Ma con la vostra espressione odiosa, "stimolo dall’esterno", che inevitabilmente ispira all’operaio (almeno all’operaio poco sviluppato come voi) la sfiducia verso tutti coloro che gli portano dal di fuori le cognizioni politiche l’esperienza rivoluzionaria e suscita istintivamente in lui la voglia di cacciare lontano da sé tutti coloro che lo stimolano, voi fate della demagogia e i demagoghi sono i peggiori nemici della classe operaia. Sì, sì! E non protestate contro sistemi polemici "inammissibili fra compagni!". Non sospetto la purezza delle vostre intenzioni; ho già detto che si può diventare demagogo anche solo per ingenuità politica. Ma ho dimostrato che voi siete scesi fino alla demagogia. E non mi stancherò mai di ripetere che i demagoghi sono i peggiori nemici della classe operaia. I peggiori, perché risvegliano i cattivi istinti della folla e perché è impossibile agli operai arretrati di riconoscere questi nemici che si presentano, e qualche volta anche sinceramente, come amici. I peggiori, perché in questo periodo di dispersione e di tentennamenti, nel quale il nostro movimento cerca ancora se stesso, è facilissimo trascinare demagogicamente la folla, alla quale solo le prove più amare potranno in seguito aprire gli occhi. Ecco perché gli odierni socialdemocratici russi devono combattere senza pietà e la Svoboda e il Raboceie Dielo caduti nella demagogia (ne riparleremo in seguito)2. "È più facile arrestare una decina di teste forti che un centinaio di imbecilli". Questo magnifico assioma (che vi procurerà sempre gli applausi del centinaio di imbecilli) vi sembra evidente solo perché, nel vostro ragionamento, siete saltati da una questione a un’altra. Avevate cominciato ed avete continuato a parlare dell’arresto del "comitato", dell’"organizzazione", e ora saltate a un’altra questione, alla distruzione delle "radici profonde" del movimento. Certo il nostro movimento è inafferrabile soltanto perché ha centinaia e centinaia di migliaia di radici profonde. Ma non è di questo che si tratta. Anche adesso, nonostante tutto il nostro primitivismo, è impossibile "distruggere" le nostre "radici profonde", e tuttavia dobbiamo continuamente deplorare arresti di intere "organizzazioni", che impediscono ogni continuità del movimento. E poiché voi ponete la questione delle organizzazioni scoperte dalla polizia e vi intrattenete su di essa, vi dirò che è molto più difficile impadronirsi di una decina di teste forti che non di un centinaio di imbecilli. E sosterrò questa mia affermazione, qualunque cosa facciate per eccitare la folla contro la mia "antidemocrazia". Per "teste forti" in materia di organizzazione bisogna intendere, come ho già detto più di una volta, solo i rivoluzionari di professione, poco importa se studenti od operai di origine. E affermo: 1) che non potrà esservi un movimento rivoluzionario solido senza un’organizzazione stabile di dirigenti che ne assicuri la continuità; 2) che quanto più numerosa è la massa entrata spontaneamente nella lotta, la massa che è la base del movimento e partecipa ad esso, tanto più imperiosa è la necessità di siffatta organizzazione e tanto più questa organizzazione deve essere solida (sarà facile, altrimenti, ai demagoghi trascinare con sé gli strati arretrati della massa); 3) che tale organizzazione deve essere composta principalmente di uomini i quali abbiano come professione l’attività rivoluzionaria; 4) che in un paese autocratico sarà tanto più difficile "impadronirsi" di siffatta organizzazione quanto più ne ridurremo gli effettivi, fino ad accettarvi solamente i rivoluzionari di professione, educati dalla loro attività rivoluzionaria alla lotta contro la polizia politica; 5) che in tal modo, tanto più numerosi saranno gli operai e gli elementi delle altre classi che potranno partecipare al movimento e militarvi attivamente. I nostri economisti, i nostri terroristi e i nostri "terroristi-economisti"3 confutino, se lo possono, queste mie affermazioni. Non mi arresterò qui che sulle ultime due. È più facile impadronirsi di una "decina di teste forti" o di "un centinaio di imbecilli"? Tale questione si ricollega a quella che ho analizzato precedentemente: è possibile un’organizzazione di massa a regime strettamente clandestino? Non riusciremo mai a dare a una vasta organizzazione quel carattere clandestino senza di cui una lotta energica e continua contro il governo non è concepibile. La concentrazione di tutte le attività clandestine nelle mani del minor numero possibile di rivoluzionari di professione non significa affatto che questi ultimi "penseranno per tutti", che la folla non parteciperà attivamente al movimento. Al contrario, la folla genererà in sempre maggior numero i rivoluzionari di professione, perché imparerà allora che non basta che alcuni studenti o alcuni operai, i quali guidano la lotta economica, si riuniscano per costituire un "comitato", ma che è necessario, attraverso un processo che durerà degli anni, forgiare dei rivoluzionari di professione, ed essa "penserà" a formarli abbandonando il proprio primitivismo. La centralizzazione del lavoro clandestino dell’organizzazione non implica affatto la centralizzazione di tutta l’attività del movimento.

 

La collaborazione attiva della grande massa alla stampa illegale, lungi dal diminuire, aumenterà enormemente quando una "decina" di rivoluzionari di professione concentrerà nelle sue mani i compiti relativi. Così, e solo così, riusciremo ad ottenere che la lettura della stampa illegale, la collaborazione alle pubblicazioni illegali e in parte la loro stessa diffusione cessino quasi di essere attività clandestine, perché la polizia comprenderà ben presto l’assurdità e l’impossibilità di procedimenti giudiziari e polizieschi a proposito di ogni esemplare di pubblicazioni diffuse a migliaia di copie. E ciò vale non solo per la stampa, ma per tutte le attività del movimento, comprese le manifestazioni. La partecipazione più attiva e larga della massa a una manifestazione non sarà danneggiata, ma di molto avvantaggiata, se una "decina" di rivoluzionari provati, professionalmente addestrati almeno quanto la nostra polizia, ne accentrerà tutto il lato clandestino: pubblicazione di manifestini, elaborazione del piano approssimativo generale, nomina di un gruppo di dirigenti per ogni quartiere della città, per ogni aggruppamento di fabbriche, per ogni istituto scolastico, ecc. (Si obietterà, lo so, che le mie idee sono "antidemocratiche", ma confuterò più oltre questa stupida obiezione.). L’accentramento delle funzioni più clandestine nell’organizzazione dei rivoluzionari, non indebolirà, ma arricchirà e rafforzerà l’azione di moltissime altre organizzazioni destinate al gran pubblico (e quindi il meno possibile regolamentate e clandestine): associazioni operaie di mestiere, circoli operai di istruzione e di lettura delle pubblicazioni illegali, circoli socialisti e anche democratici per tutti gli altri ceti della popolazione, ecc. Dappertutto vi è necessità di questi circoli, associazioni e organizzazioni; bisogna che essi siano il più possibile numerosi, con i compiti più diversi, ma è assurdo e dannoso confonderli con l’organizzazione dei rivoluzionari, cancellare la distinzione che li separa, spegnere nella massa la convinzione già debolissima che per "servire" un movimento di massa sono necessari uomini i quali si consacrino specialmente e interamente all’azione socialdemocratica, si diano pazientemente, ostinatamente un’educazione di rivoluzionari di professione.

 

Sì, questa convinzione si è indebolita in modo incredibile. Con il nostro primitivismo abbiamo abbassato il prestigio del rivoluzionario in Russia: è questo il nostro peccato mortale nelle questioni organizzative. Un rivoluzionario fiacco, esitante nelle questioni teoriche, con un orizzonte limitato, che giustifichi la propria inerzia con la spontaneità del movimento di massa, più rassomigliante a un segretario di trade-union che non a un tribuno del popolo, incapace di presentare un piano ardito e vasto che costringa al rispetto anche gli avversari, un rivoluzionario inesperto e malaccorto nel proprio mestiere (la lotta contro la polizia politica), può forse chiamarsi un rivoluzionario? No. È solo un povero artigiano. Nessun militante deve offendersi di questo epiteto severo: per quanto riguarda l’impreparazione, lo applico prima di tutto a me stesso. Ho lavorato in un circolo che si proponeva compiti molto vasti universali e, come tutti i miei compagni, membri di quel circolo, soffrivo, fino a provarne un vero dolore, nel sentire che eravamo solo degli artigiani grossolani in un momento storico in cui, parafrasando la celebre frase, sarebbe stato giusto dire: dateci un’organizzazione di rivoluzionari e capovolgeremo la Russia! E quando ripenso al cocente sentimento di vergogna provato allora, sento salire in me l’amarezza contro quegli pseudosocialdemocratici, la cui propaganda "disonora il nome di rivoluzionari" e che non comprendono come il nostro compito non consista nell’abbassare il rivoluzionario al lavoro dell’artigiano, ma nell’elevare quest’ultimo al lavoro del rivoluzionario.

 

1 La lotta dell'Iskra contro il loglio ha indotto il Raboceie Dielo a questo astioso attacco: «Per l’Iskra, però, il segno dei tempi è costituito non tanto da questi grandi avvenimenti [della primavera] quanto dai miseri tentativi degli agenti di Zubatov di "legalizzare" il movimento operaio. L'Iskra non vede che proprio questi fatti parlano contro di essa, che proprio questi fatti dimostrano che il movimento operaio ha raggiunto agli occhi del governo proporzioni molto temibili» (Due congressi, p. 27). La colpa di tutto è il «dogmatismo» di questi ortodossi «sordi agli imperiosi comandamenti della vita», che si ostinano a non voler vedere il frumento già alto e lottano contro il loglio che spunta appena. Non è forse questa una «deformazione della prospettiva per ciò che riguarda il movimento operaio russo» (ivi, p. 27)? [Nota dell'autore]

 

2 Qui ci limitiamo a notare che tutto quanto abbiamo detto a proposito dello “stimolo dall’esterno” e dei ragionamenti della Svoboda sulle questioni organizzative vale in pieno per tutti gli economisti, compresi i partigiani del Raboceie Dielo, perché, tra questi ultimi, alcuni hanno aderito a quella concezione organizzativa e gli altri l’hanno sostenuta e propagandata. [Nota dell'autore]

 

3 Questa definizione sarebbe forse più giusta della precedente per quanto concerne la Svoboda, perché nella Rinascita del rivoluzionarismo si difende il terrorismo, e nell’articolo in questione l’economismo. Brame pazzesche e triste destino!, si può dire in generale della Svoboda. La Svoboda possiede le premesse per un buon lavoro, è lastricata delle migliori intenzioni, ma non giunge che a un’orribile confusione. Questo avviene perché la Svoboda, pur propugnando la continuità dell’organizzazione, non vuol riconoscere la necessità della continuità del pensiero rivoluzionario e della teoria socialdemocratica. Sforzarsi di resuscitare il rivoluzionario di professione (Rinascita…) e proporre a tal fine prima il terrorismo stimolante e poi l’ «organizzazione degli operai medi» (Svodoba, n. 1, pagg. 66 e seg.), riducendo al minimo gli «stimoli dall’esterno», è come demolire la propria casa per ricavare la legna necessaria al riscaldamento. [Nota dell'autore]