Organizzazione "cospirativa" e "democrazia"

È invece precisamente questo che molti fra di noi - così sensibili alla "voce della realtà" – paventano come il fuoco, accusando i partigiani delle opinioni qui esposte di essere come i seguaci della "Volontà del popolo", di non comprendere la "democrazia", ecc. Bisogna soffermarsi su queste accuse, naturalmente ripetute dal Raboceie Dielo. Chi scrive sa benissimo che gli economisti pietroburghesi accusavano anche la Rabociaia Gazieta di pencolare verso la "Volontà del popolo" (ed è comprensibile, se si confronta la Rabociaia Gazieta con la Rabociaia Mysl). Non ci siamo quindi meravigliati quando abbiamo saputo da un compagno che i socialdemocratici della città X definivano l’Iskra, poco dopo la sua comparsa, un organo della "Volontà del popolo". Questa accusa era in fondo lusinghiera per noi, perché a quale buon socialdemocratico non è stata mossa questa accusa dagli economisti?

Queste accuse sono originate da un duplice malinteso. Innanzi tutto, nel nostro paese si conosce così male la storia del movimento rivoluzionario che su qualunque tipo di organizzazione di combattimento centralizzata e che dichiari risolutamente guerra allo zarismo si appiccica l’etichetta della Volontà del popolo. Ma l’eccellente organizzazione che avevano i rivoluzionari degli anni settanta, e che dovrebbe servire di esempio a noi tutti, non è stata creata dai seguaci della Volontà del popolo, bensì da quelli di Terra e libertà, i quali, più tardi, si scissero in partigiani della ripartizione nera e in partigiani della Volontà del popolo. Considerare dunque ogni organizzazione rivoluzionaria di combattimento come qualcosa che appartenga specificamente a quest’ultima organizzazione, è assurdo storicamente e logicamente, perché nessuna corrente rivoluzionaria può fare a meno di un’organizzazione simile se si propone di lottare sul serio. Lo sforzo compiuto dai seguaci della Volontà del popolo per attrarre tutti gli scontenti nella propria organizzazione e orientarli verso la lotta effettiva contro l’assolutismo non fu un errore, ma un grande merito storico. Il loro errore consisté invece nell’essersi basati su una teoria che in sostanza non era per nulla rivoluzionaria e nel non aver saputo e potuto legare indissolubilmente il loro movimento alla lotta di classe nella società capitalistica in sviluppo. E solo la più grossolana incomprensione del marxismo (o la sua interpretazione "struvista") poteva far credere che il sorgere di un movimento operaio di massa spontaneo ci esonerasse dal dovere di costituire un’organizzazione rivoluzionaria solida come quella di Terra e libertà, anzi incomparabilmente migliore. Questo dovere ci è invece imposto dal movimento, perché la lotta spontanea del proletariato diventerà una vera "lotta di classe" solo quando sarà diretta da una forte organizzazione di rivoluzionari. In secondo luogo, molti - compreso evidentemente Kricevski (Raboceie Dielo, n. 10, p. 18) - interpretano falsamente la polemica contro la concezione "cospirativa" della lotta politica, che i socialdemocratici sempre hanno condotto. Noi ci siamo sempre opposti - e beninteso continueremo a farlo - a ogni tentativo di restringere la nostra lotta politica per ridurla ad un complotto1, ma ciò non significa affatto negare la necessità di una forte organizzazione rivoluzionaria. Per esempio, nell’opuscolo ricordato in nota, si polemizza contro coloro i quali vorrebbero ridurre la lotta politica ad una cospirazione e si parla, in pari tempo, di un’organizzazione (presentata come l’ideale socialdemocratico) abbastanza forte per poter "ricorrere all’insurrezione" e ad ogni "altro mezzo di attacco"2 "per infliggere il colpo decisivo all’assolutismo". Ove si tenga conto solo della forma, un’organizzazione rivoluzionaria di tal genere, in un paese autocratico, può anche essere definita "cospirativa", perché il segreto le è assolutamente necessario, tanto necessario che determina in via pregiudiziale tutte le altre condizioni (numero, scelta, funzione di militanti, ecc.). Perciò, quando ci si accusa di voler creare un’organizzazione cospirativa, noi, socialdemocratici, saremmo molto ingenui se ce ne spaventassimo. Una simile accusa è, per ogni avversario dell’economismo, non meno lusinghiera dell’accusa di essere un partigiano della “Volontà del popolo”.

Ma, si obietterà, un’organizzazione così forte e così rigorosamente segreta, che concentri nelle sue mani tutti i fili dell’azione clandestina, un’organizzazione necessariamente centralizzata può molto facilmente lanciarsi in un attacco prematuro e forzare il movimento in modo inconsulto, prima che l’attacco sia reso possibile e necessario dallo sviluppo del malcontento politico, dall’impeto del fermento e della irritazione esistenti nella classe operaia, ecc. Risponderemo: astrattamente parlando non si può negare che un’organizzazione di combattimento possa ingaggiare avventatamente una battaglia che in altre condizioni non si sarebbe forse perduta. Ma, in realtà, non ci si può limitare a considerazioni astratte, perché in ogni battaglia vi sono possibilità astratte di sconfitta, e il solo mezzo per delimitarle è di prepararsi sistematicamente alla lotta. Ma, se si pone la questione sul terreno concreto della situazione russa attuale, si giunge alla conclusione positiva che una forte organizzazione rivoluzionaria è assolutamente necessaria per rendere stabile il movimento e per premunirlo contro la possibilità di attacchi inconsulti. Proprio in questo momento, data la mancanza di una simile organizzazione, dato il rapido sviluppo spontaneo del movimento operaio, si possono già notare due estremi (che, come è naturale, "si toccano"): un economismo assolutamente inconsistente, che predica la moderazione, e un "terrorismo stimolante" che è altrettanto inconsistente e cerca "di provocare artificialmente i sintomi della fine di un movimento il quale è in progresso continuo, ma ancora più vicino al punto di partenza che non al punto di arrivo" (Vera Zasulic, nella Zarià, n. 2-3, p. 353). L’esempio del Raboceie Dielo indica che vi sono già dei socialdemocratici i quali capitolano dinanzi a questi due estremismi. E non è affatto strano perché, a parte le altre ragioni, è evidente che "la lotta economica contro i padroni e contro il governo" non soddisferà mai un rivoluzionario, ed è quasi fatale che i due estremismi opposti sorgano qua e là. Soltanto un’organizzazione di combattimento centralizzata, che esplichi con energia un’azione politica socialdemocratica e soddisfi, per così dire, tutti gli istinti e tutte le aspirazioni rivoluzionarie, può premunire il movimento contro un’offensiva inconsulta e preparare un attacco che possa concludersi con la vittoria.

Ci si obietterà ancora che la nostra concezione sulle questioni organizzative contrasta con il "principio democratico". Se l’accusa precedente era di origine specificamente russa, quest’ultima ha un carattere specificamente estero. Soltanto un’organizzazione che sta all’estero (l’"Unione dei socialdemocratici") poteva dare alla propria redazione, fra le altre, le istruzioni seguenti: Direttiva di organizzazione. Nell’interesse dello sviluppo e della unità della socialdemocrazia, è opportuno mettere in rilievo, sviluppare, rivendicare il principio di una larga democrazia nell’organizzazione di partito. Ciò è tanto più necessario in quanto certe tendenze antidemocratiche si sono già manifestate nelle file dell’organizzazione (Due congressi, pag. 18).Vedremo nel prossimo capitolo come il Raboceie Dielo lotti contro le "tendenze antidemocratiche" dell’Iskra. Il "principio di una larga democrazia" implica - tutti ne converranno - due condizioni sine qua non: la prima è che tutto si svolga alla luce del sole, e la seconda che tutte le cariche siano elettive. Sarebbe ridicolo parlare di democrazia, se gli atti del partito non fossero pubblici, ma accessibili solo ai membri dell’organizzazione. Chiameremo democratica l’organizzazione del partito socialista tedesco, perché tutto vi si svolge apertamente, perfino le sedute del congresso; ma nessuno chiamerà democratica un’organizzazione che rimanga segreta per tutti coloro che non vi sono iscritti. Perché allora formulare il "principio di una larga democrazia", se l’organizzazione clandestina non può rispettare la condizione essenziale per applicarlo? In questo caso, tale "principio" è soltanto una frase, sonora ma vuota. Anzi, questa frase dimostra una completa incomprensione dei nostro compiti immediati nel campo organizzativo. Tutti sanno quanto la "grande" massa dei rivoluzionari custodisca male i segreti in Russia. Abbiamo potuto costatarlo al pari di B-v, il quale se ne lagna amaramente e domanda a buon diritto una "selezione rigorosa degli iscritti" (Raboceie Dielo, n. 6, p. 42). Eppure ecco dei militanti che si vantano del loro "senso della realtà" e sottolineano in una simile situazione non la necessità di un segreto rigoroso e di una selezione rigorosa (e quindi ristretta) degli iscritti, ma il "principio di una larga democrazia"! Che aberrazione! Lo stesso dicasi per la seconda premessa della democrazia, l’eleggibilità. Essa è naturalmente sottintesa nei paesi di libertà politica. "Sono considerati iscritti al partito tutti coloro che accettano i princìpi del programma del partito e che lo sostengono nella misura delle loro forze", dice il primo articolo dello statuto del partito socialdemocratico tedesco. Poiché tutta l’arena politica è visibile a tutti, come la scena di un teatro per gli spettatori, tutti sanno dai giornali e dalle assemblee pubbliche se questa o quella persona accetta o non accetta il programma, se sostiene o no il partito. Si sa che questo o quel militante politico ha cominciato in questo o quel modo, ha compiuto questa o quella evoluzione, ha preso questo o quell’atteggiamento in un momento difficile della sua vita, è dotato di questa o quella qualità. Così tutti i membri del partito possono, con conoscenza di causa, eleggerlo o no a questa o a quella carica di partito. Il controllo generale (nel significato letterale della parola), esercitato da ognuno su ogni iscritto al partito nel corso della sua carriera politica, crea un meccanismo che funziona automaticamente ed assicura ciò che in biologia si chiama la "sopravvivenza dei più adatti". Per effetto di questa "selezione naturale", derivante dal carattere pubblico di ogni atto, dall’eleggibilità e dal controllo generale, ogni militante si trova, alla fine, al proprio posto, assume il compito più adatto per le sue forze e per le sue capacità, sopporta lui stesso tutte le conseguenze dei suoi errori e dimostra dinanzi a tutti la propria capacità di comprendere i suoi errori e di evitarli. Cercate di immaginare una situazione simile sotto la nostra autocrazia! È possibile che in Russia tutti "coloro che accettano i princìpi del programma del partito e che lo sostengono nella misura delle loro forze" controllino ad ogni passo i rivoluzionari clandestini? È forse possibile per loro fare una scelta fra questi ultimi, quando il rivoluzionario è costretto, nell’interesse della causa, a nascondere la propria identità ai nove decimi degli iscritti all’organizzazione? Si rifletta un momento sul significato reale delle grandi parole del Raboceie Dielo e si comprenderà che una "larga democrazia" in una organizzazione di partito che vive nelle tenebre dell’autocrazia, nel regime della selezione poliziesca, non è che un balocco inutile e dannoso. Inutile, perché nessuna organizzazione rivoluzionaria ha mai applicato, né, anche volendo, potrà mai applicare, una larga democrazia. Dannoso, perché i tentativi di applicare effettivamente il "principio di una larga democrazia" servono solo a facilitare le larghe retate, a perpetuare il regno del primitivismo, a distogliere i militanti dal pensiero del loro compito serio ed impellente, che consiste nel formare la propria educazione di rivoluzionari di professione, per concentrarlo su quello della compilazione di statuti particolareggiati e "cartacei" sui sistemi elettorali. Solo all’estero, ove spesso si raccoglie gente che non ha la possibilità di svolgere un vero lavoro attivo, s’è potuto manifestare qua e là, e soprattutto nei diversi piccoli gruppi, questo "giuoco alla democrazia". Per dimostrare al lettore quanto sia disonesto il metodo preferito dal Raboceie Dielo, che applica il bel «principio» della democrazia all'azione rivoluzionaria, citeremo ancora un testimonio, Serebriakov, direttore della rivista Nakanunie di Londra, che unisce ad una pronunciata simpatia per il Raboceie Dielo una forte avversione contro Plekhanov e i suoi seguaci. Negli articoli sulla scissione della «Unione dei socialdemocratici russi» all'estero, il Nakanunie ha preso decisamente la parte del Raboceie Dielo e ha fatto piovere una grandine di recriminazioni contro Plekhanov. Ancora più preziose sono perciò le sue opinioni su questo problema. Nell'articolo intitolato A proposito dell'appello del gruppo di autoemancipazione degli operai (Nakanunie, n. 7, luglio 1899), Serebriakov, segnalando la «sconvenienza» di sollevare le questioni «di presunzione, di preminenza, del cosiddetto areopago in un movimento rivoluzionario serio», scrive fra l'altro: Mysckin, Rogacev, Geliabov, Mikhailov, Pierovskaia, Fighner ed altri non si sono mai considerati come dei capi. Nessuno li ha nominati né eletti. Eppure erano in realtà dei capi, perché, sia nei periodi di propaganda che nei periodi di lotta contro il governo, si addossavano il lavoro più difficile, andavano nei luoghi più pericolosi ed esplicavano l'attività più utile. E questa preminenza non era il risultato di un loro desiderio, ma della fiducia che i compagni che li circondavano avevano nella loro intelligenza, nella loro energia e nella loro devozione. Preoccuparsi di un areopago [e se non ce se ne preoccupa, perché parlarne?] che dirigerebbe dittatorialmente il movimento, sarebbe troppo ingenuo. Chi ubbidirebbe?

Lo domandiamo al lettore: quale differenza vi è fra un «areopago» e le «tendenze antidemocratiche»? Non è forse evidente che lo «specioso» principio di organizzazione del Raboceie Dielo è tanto ingenuo quanto sconveniente? Ingenuo, perché l' «areopago» o gli uomini di «tendenze antidemocratiche» non sarebbero obbediti da nessuno, se «i compagni che li circondano non avessero fiducia nella loro intelligenza, nella loro energia e nella loro devozione»; sconveniente perché si tratta solo di una trovata demagogica, che specula sulla vanità di taluni, sul fatto che altri non conoscono la reale situazione del movimento, sul fatto che altri ancora sono impreparati e ignorano la storia del movimento rivoluzionario. Per i militanti del nostro movimento, il solo principio organizzativo serio dev’essere: rigorosa clandestinità, scelta minuziosa degli iscritti, preparazione di rivoluzionari di professione. Con queste qualità avremo anche qualcosa di più della "democrazia": avremo una fiducia completa e fraterna fra rivoluzionati. E questo qualcosa di più è senza dubbio necessario per noi, perché da noi, in Russia, non è possibile sostituirlo con il controllo democratico generale. Sarebbe d’altra parte un errore gravissimo credere che, a causa dell’impossibilità di un controllo veramente "democratico", non si possano controllare i membri dell’organizzazione rivoluzionaria. Questi ultimi infatti non hanno il tempo di pensare alle forme esteriori della democrazia (in un piccolo nucleo di compagni che abbiano gli uni verso gli altri una completa fiducia), ma sentono molto fortemente la propria responsabilità e sanno inoltre per esperienza che, per sbarazzarsi di un membro indegno, una organizzazione di veri rivoluzionari non arretrerà dinanzi a nessun mezzo. Inoltre, nel nostro ambiente rivoluzionario russo (e internazionale), esiste un’opinione pubblica abbastanza sviluppata, che ha una lunga tradizione e che punisce implacabilmente ogni mancanza verso i doveri dei compagni (ora la "democrazia", autentica, che non è un semplice balocco, è un elemento che fa parte organicamente dei rapporti fra compagni!). Si tenga conto di tutto questo e si comprenderà come i discorsi e le risoluzioni sulle "tendenze antidemocratiche" puzzino di chiuso e rivelino la burlesca tendenza degli emigrati a fare i generali! Si deve inoltre notare che l'ingenuità — seconda sorgente di tali discorsi — è la conseguenza di un'idea abbastanza confusa sulla natura della democrazia. L'opera dei coniugi Webb sul tradunionismo contiene un capitolo curioso sulla «democrazia primitiva». Gli autori vi raccontano che gli operai inglesi nel primo periodo d'esistenza dei loro sindacati consideravano come condizione necessaria della democrazia la partecipazione di tutti gli iscritti a tutti i particolari dell'amministrazione del sindacato. Tutte le questioni erano risolte mediante il voto di tutti i membri e le cariche stesse erano coperte, a turno, da tutti gli iscritti. Fu necessaria una lunga esperienza storica perché gli operai comprendessero l'assurdo di una simile concezione della democrazia e la necessità di organi rappresentativi da una parte e di funzionari sindacali dall'altra. Occorsero parecchi fallimenti di casse sindacali per far comprendere agli operai che la questione del rapporto diretto fra le quote versate e i sussidi accordati non poteva essere risolta solo da un voto democratico, ma che era necessario il consiglio di una persona esperta nei problemi delle assicurazioni sociali. Prendete il libro di Kautsky sul parlamentarismo e la legislazione popolare e vedrete che le conclusioni cui giunge il teorico marxista concordano con la lunga esperienza del movimento operaio «spontaneo ». Kautsky si leva risolutamente contro la concezione rudimentale della democrazia sostenuta da Rittinghausen, schernisce coloro che sono pronti a domandare, in nome di una simile democrazia, che i «giornali popolari siano redatti direttamente dal popolo», dimostra la necessità di giornalisti professionali, di parlamentari, ecc. per la direzione socialdemocratica della lotta di classe proletaria, attacca il «socialismo degli anarchici e dei letterati» che, «mirando all'effetto», esaltano il potere legislativo esercitato direttamente dal popolo e non comprendono che l'applicazione di questo principio è molto relativa nella società attuale. Chi ha lavorato praticamente nel nostro movimento sa quanto sia diffusa la concezione «primitiva» della democrazia nella massa della gioventù universitaria e degli operai. Nulla di strano quindi che essa appaia anche negli statuti e nella letteratura. Gli economisti della scuola di Bernstein scrivono nel loro statuto: «§ 10. Tutte le questioni che interessano l'intera organizzazione sono decise da tutti gli iscritti a maggioranza di voti». Gli economisti del tipo terrorista ripetono, seguendoli: «È necessario che le decisioni dei comitati passino per tutti i circoli prima di essere obbligatorie» (Svoboda, n. 1, p. 67). Notate che a questa richiesta di una larga applicazione del referendum si unisce quella di una struttura di tutta l'organizzazione basata sul principio elettivo! Naturalmente, con ciò non vogliamo affatto condannare quei militanti che hanno avuto troppo poche possibilità per conoscere bene la teoria e la pratica delle organizzazioni veramente democratiche. Ma quando il Raboceie Dielo, che pretende di dirigere, si limita, in tali condizioni, a una risoluzione sul principio di una larga democrazia, come non dire che «mira» puramente e semplicemente « all'effetto»?

 

1 Cfr. I compiti dei socialdemocratici russi, pag. 21 della polemica contro P. Lavrov. [Nota dell'autore]

 

2 I compiti dei socialdemocratici russi (pag. 23). Ecco un’altra prova che il Raboceie Dielo o non comprende ciò che scrive, oppure cambia d’opinione «secondo il vento». «Il contenuto dell’opuscolo – dice – coincide interamente col programma della redazione del Raboceie Dielo» (Raboceie Dielo, n. 1, pag. 142, in corsivo). Davvero? Il rifiuto di assegnare al movimento di massa, come primo obiettivo, l’abbattimento dell’autocrazia coincide con le idee svolte nell’opuscolo? La teoria della «lotta economica contro i padroni e contro il governo» coincide con quella dell’opuscolo? E la teoria degli stadi? Giudichi il lettore la fermezza dei principi di una rivista che comprende in modo così originale la «coincidenza di idee». [Nota dell'autore]