Ampiezza del lavoro di organizzazione

Come abbiamo visto, B-v parla dell' «insufficienza di forze rivoluzionarie adatte all'azione, che si fa sentire non solo a Pietroburgo, ma in tutta la Russia». Nessuno, credo, vorrà contestare questo fatto. Si tratta però di spiegarlo. B-v scrive: Non cercheremo di approfondire le ragioni storiche di questo fenomeno; diremo solo che, demoralizzata da una reazione politica prolungata e divisa dai cambiamenti economici che sono avvenuti e continuano a prodursi, la società fornisce solo un piccolissimo numero di uomini atti al lavoro rivoluzionario; diremo che la classe operaia, fornendo rivoluzionari operai, alimenta in parte le organizzazioni illegali, ma che il numero di questi rivoluzionari non corrisponde alle necessità dell'epoca. Tanto più che l'operaio, occupato undici ore e mezza al giorno in officina, di solito non può essere che un agitatore. Ma la propaganda e l'organizzazione, la pubblicazione di proclami, ecc, incombono fatalmente su un numero infimo di intellettuali (Raboceie Dielo, n. 6, pp. 38-39). Su molti punti non siamo d'accordo con B-v: in particolare le parole che abbiano sottolineato mostrano, in modo evidente, che B-v, tormentato dal nostro primitivismo (come ogni militante più o meno intelligente), non può trovare nell'economismo che lo soffoca un'uscita a questa situazione intollerabile. No. La società fornisce un grandissimo numero di persone utilizzabili per la «causa», ma noi non sappiamo utilizzarle tutte. La situazione critica, la situazione transitoria del nostro movimento, sotto questo rapporto, può essere così indicata: c'è una massa di individui, ma gli uomini mancano. C'è una massa di individui, perché la classe operaia e i ceti sempre più diversi della società forniscono ogni anno un numero sempre maggiore di malcontenti, pronti a protestare e a dare il loro concorso alla lotta contro l'assolutismo, l'intollerabilità del quale, se non è ancora compresa da tutti, è sentita in modo sempre più acuto da una massa sempre più grande. In pari tempo gli uomini mancano, perché non vi sono intelligenze capaci di organizzare un lavoro vasto e nello stesso tempo coordinato, armonico, che permetta di utilizzare qualsiasi forza, anche la più insignificante. «La crescita e lo sviluppo delle organizzazioni rivoluzionarie » è in ritardo non solo rispetto allo sviluppo del movimento operaio — come riconosce anche B-v —, ma anche rispetto allo sviluppo del movimento democratico in tutti gli strati del popolo. (Del resto, è probabile che lo stesso B-v sottoscriverebbe oggi quest'aggiunta alla sua constatazione.) I limiti del lavoro rivoluzionario sono oggi troppo ristretti rispetto alla base spontanea del movimento, troppo compressi dalla misera teoria della "lotta economica contro i padroni e contro il governo". Oggi invece, non solo gli agitatori politici, ma anche gli organizzatori socialdemocratici devono "andare fra tutte le classi della popolazione1. I socialdemocratici potrebbero assai bene ripartire le mille funzioni particolari del lavoro organizzativo fra elementi delle classi più diverse; nessun militante, credo, ne dubiterà. La mancanza di specializzazione, che B-v deplora così vivamente e così giustamente, è uno dei maggiori difetti della nostra tecnica. Quanto più minute saranno le varie "operazioni" dell’attività generale, tanto più si troveranno degli individui capaci di eseguirle (e completamente incapaci, nella maggior parte dei casi, di diventare dei rivoluzionari di professione), e tanto più riuscirà difficile alla polizia di mettere le mani su tutti quei militanti che compiono un lavoro specifico e montare con l’insignificante reato di una persona un grosso "affare" che giustifichi le spese della polizia segreta. Per quanto concerne il numero delle persone disposte ad aiutarci, abbiamo segnalato, nel capitolo precedente, l’enorme mutamento avvenuto in questi ultimi cinque anni. Ma, d’altra parte, per raggruppare tante piccole frazioni, per non spezzettare, insieme alle funzioni, anche il movimento, per infondere nell’esecutore di un piccolo compito la fiducia nella necessità e nell’importanza del suo lavoro - e senza questa fiducia non farà mai niente2- per tutto ciò è necessaria appunto una forte organizzazione di rivoluzionari provati. Con una tale organizzazione la fiducia nella forza del partito si consoliderà e si diffonderà tanto più quanto più l’organizzazione sarà clandestina. E in guerra, è noto, occorre innanzi tutto infondere nel proprio esercito la fiducia in se stesso, ma occorre anche farsi tenere in grande considerazione dal nemico e da tutti gli elementi neutrali, perché una neutralità benevola può talvolta decidere della vittoria. Con una tale organizzazione, costituita su una base teorica solida, e un giornale socialdemocratico a propria disposizione, non si dovrà più temere che il movimento sia sviato dai numerosi elementi che vi avranno aderito. In una parola, la specializzazione presuppone il centralismo, e a sua volta lo esige in modo assoluto.

 

Ma lo stesso B-v, che ha così ben dimostrato la necessità della specializzazione, ne apprezza, secondo noi, insufficientemente il valore nella seconda parte del ragionamento che abbiamo citato. Il numero dei rivoluzionari provenienti dagli strati operai è insufficiente, egli dice. Questa osservazione è giustissima, e noi sottolineiamo ancora una volta che la " preziosa informazione di un osservatore bene informato " conferma interamente le nostre opinioni sulle cause dell’attuale crisi della socialdemocrazia e quindi sul modo di porvi rimedio. Non soltanto i rivoluzionari in generale, ma anche gli operai rivoluzionari sono in ritardo sullo slancio spontaneo delle masse operaie. Questo fatto conferma in modo evidente, anche dal punto di vista "pratico", non solo l’assurdità, ma persino il carattere politico reazionario della "didattica" che ci è così spesso ammannita a proposito dei nostri doveri verso gli operai. Esso prova che il nostro primo obbligo, il nostro obbligo più imperioso, consiste nel contribuire alla formazione di rivoluzionari operai, i quali, per quanto riguarda l’attività del partito, siano allo stesso livello dei rivoluzionari intellettuali. (Sottolineiamo: per quanto riguarda l’attività del partito, perché negli altri campi non è per gli operai né così facile né così urgente, benché sia necessario, raggiungere un tale livello.) Perciò bisogna che noi lavoriamo soprattutto per elevare gli operai al livello di rivoluzionari e non bisogna che ci abbassiamo, noi, al livello della "massa operaia", come vogliono gli economisti, al livello degli "operai medi", come vuole la Svoboda (che, da questo punto di vista, sale al secondo gradino della "didattica" economista). Naturalmente, non nego affatto la necessità di una letteratura popolare per gli operai e di un’altra ultrapopolare (ma non volgare, certo) per gli operai più arretrati. Ma mi disgusta questa sovrapposizione continua della didattica alle questioni politiche e organizzative. Infatti, voi, signori campioni dell’ "operaio medio", in fin dei conti insultate l’operaio con la vostra maniera di chinarvi verso di lui per parlargli della politica operaia e dell’organizzazione operaia. Parlategli dunque di cose serie, rialzatevi e lasciate la didattica agli insegnanti e non ai politici e agli organizzatori! Non vi sono forse anche fra gli intellettuali elementi superiori, elementi "medi" e una "massa"? Non esiste forse la necessità, da tutti riconosciuta, di una letteratura popolare per gli intellettuali, e questa non esiste forse? Ma immaginate che in un articolo sull’organizzazione degli studenti universitari o liceali l’autore, con il tono di un uomo che ha fatto una scoperta, brontoli che è innanzi tutto necessaria un’organizzazione di "studenti medi". Farà ridere tutti, e giustamente. Dateci, gli diranno, delle idee sull’organizzazione, se ne avete, e lasciate a noi di vedere quali sono fra noi gli elementi "medi", superiori o inferiori. E se non avete idee vostre sull’organizzazione, tutti i vostri discorsi sulla "massa" e sugli elementi "medi" non serviranno che a importunarci. Rendetevi finalmente conto che le questioni di "politica" e di "organizzazione" sono talmente serie che devono essere trattate con la massima serietà. Si possono e si devono preparare gli operai (come pure gli studenti universitari e liceali) in modo da poter poi discutere con loro su tali questioni, ma se avete cominciato a discuterle, dateci delle vere risposte, non fate macchina indietro verso i "medi" o verso la "massa", non sgattaiolate via con frasi e con aneddoti!3 Per prepararsi completamente ai propri compiti, l’operaio rivoluzionario deve diventare anche lui un rivoluzionario di professione. Perciò B-v ha torto di affermare che le funzioni rivoluzionarie, eccetto l’agitazione, "incombono fatalmente su un numero infimo di intellettuali" perché l’operaio deve passare undici ore e mezza nell’officina. Ciò non avviene "fatalmente", ma in conseguenza della nostra arretratezza, dell’incomprensione del nostro dovere di aiutare ogni operaio che si faccia notare per le sue qualità a divenire agitatore, organizzatore, propagandista, diffusore di stampa, ecc., di professione. Da questo punto di vista, noi sprechiamo vergognosamente le nostre forze, non sappiamo aver cura di ciò che è necessario conservare e sviluppare con particolare sollecitudine. Guardate i tedeschi: le loro forze sono cento volte superiori alle nostre, ma essi comprendono perfettamente che gli operai "medi" non forniscono troppo frequentemente degli agitatori veramente capaci. Si sforzano perciò di porre immediatamente ogni operaio capace in condizione di sviluppare e di applicare tutte le sue attitudini; ne fanno un agitatore di professione, lo incoraggiano ad allargare il campo della sua attività, a estenderlo da un’officina a tutta l’industria, da una località a tutto il paese. Così quell’operaio acquista esperienza e abilità professionale, allarga il suo orizzonte ed aumenta le sue cognizioni, osserva da vicino i maggiori capi politici delle altre località e degli altri partiti, si sforza di elevarsi al loro livello e di riunire in sé la conoscenza dell’ambiente operaio e l’ardore della fede socialista con la competenza professionale, senza la quale il proletariato non può condurre una lotta tenace contro un nemico perfettamente allenato. Così e soltanto così i Bebel e gli Auer sorgono dalla massa operaia. Ma ciò che spesso avviene naturalmente in un paese politicamente libero, deve essere, nel nostro paese, opera sistematica delle nostre organizzazioni. Qualunque agitatore operaio che abbia un certo ingegno e "dia delle speranze" non deve lavorare undici ore in officina. Dobbiamo fare in modo che egli viva a spese del partito, che possa, quando sarà necessario, passare alla vita illegale, trasferirsi in altre città. Senza di ciò non acquisterà mai una grande esperienza, non allargherà il suo orizzonte, non resisterà se non per qualche anno, nella lotta contro la polizia. Via via che la spinta spontanea del movimento operaio si rafforza e si estende, le masse operaie ci forniscono sempre più non solo degli agitatori, ma anche degli organizzatori, dei propagandisti di ingegno e dei "pratici" (pratici nel miglior senso della parola, come ve ne sono ben pochi tra i nostri intellettuali, per natura piuttosto noncuranti e fiacchi). Quando avremo dei gruppi di operai rivoluzionari, opportunamente preparati da un lungo addestramento (beninteso in "tutte le armi" dell’azione rivoluzionaria), nessuna polizia al mondopotrà liquidarli, perché quei gruppi di uomini, devoti anima e corpo alla rivoluzione, godranno anche della fiducia illimitata delle più larghe masse operaie. Se spingiamo troppo poco gli operai su questa via, sulla via dell’addestramento rivoluzionario che è comune a loro ed agli "intellettuali", se li tratteniamo troppo spesso con dei discorsi stupidi su quello che è "accessibile" alla massa operaia, agli "operai medi", la colpa ricade direttamente su noi. Sotto questo, come sotto gli altri rapporti, la ristrettezza del lavoro organizzativo è certo indissolubilmente legata al restringimento della nostra teoria e dei nostri compiti politici (per quanto questo legame non sia percepito dalla immensa maggioranza degli "economisti" e dei militanti all’inizio del loro lavoro). La sottomissione alla spontaneità genera una specie di paura di allontanarsi anche di un passo da ciò che è "accessibile" alla massa, di elevarsi troppo al di sopra del semplice soddisfacimento dei suoi bisogni immediati. Non abbiate questa paura, signori! Ricordate che, per quanto riguarda l’organizzazione, ci troviamo a un livello così basso che è assurdo pensare che potremmo spingerci troppo in alto.

 

1 Negli ambienti militari, per esempio, si nota in questi ultimi tempi un incontestabile accentuarsi dello spirito democratico, dovuto in parte alla sempre maggiore frequenza delle lotte di strada contro «nemici» come gli operai e gli studenti. E appena le nostre forze lo permetteranno, dovremo occuparci con la massima attenzione della propaganda e dell'agitazione tra i soldati e gli ufficiali, della creazione di «organizzazioni militari» appartenenti al nostro partito.

 

2 Un compagno mi raccontava un giorno che un ispettore del lavoro, il quale aveva aiutato la socialdemocrazia ed era disposto ad aiutarla ancora, si lamentava amaramente perché non riusciva a sapere se le sue «informazioni» giungevano fino all'organismo rivoluzionario centrale, se il suo aiuto era necessario e in qual misura i suoi piccoli servizi erano utilizzabili. Ogni militante potrebbe citare casi simili, casi in cui la nostra mancanza di organizzazione ci priva di alleati. Invece, impiegati e funzionari non solo delle officine, ma delle poste, delle ferrovie, della dogana, membri della nobiltà, del clero e di ogni altro ente, persino della polizia e della Corte stessa, potrebbero renderci e renderebbero in realtà "innumerevoli" piccoli servizi, la cui somma avrebbe un valore inapprezzabile. Se avessimo già un vero partito, una organizzazione di rivoluzionari combattiva, non ci precipiteremmo su questi "ausiliari", non ci affretteremmo a trascinarli sempre e necessariamente nel pieno dell’azione illegale; ne faremmo economia, prepareremmo anche in modo particolare degli uomini per tali funzioni, ricordandoci che molti studenti potrebbero essere ben più utili al partito come funzionari "ausiliari" che come rivoluzionari "di breve durata". Ma, lo ripeto, solo un’organizzazione che sia già solida e che non manchi di forze attive ha il diritto di applicare una tattica simile. [Nota dell'autore]

 

3 Svoboda, n. 1, l’articolo L’organizzazione (pag. 66): "La massa operaia appoggerà con tutto il proprio peso le rivendicazioni poste in nome del Lavoro [naturalmente con la maiuscola] russo". E l’autore esclama "Non sono affatto ostile agli intellettuali, ma… [è questo ma che Stcedrin ha tradotto con il proverbio: le orecchie non crescono più in su della fronte!]… ma quando qualcuno viene a raccontarmi delle cose molto belle, magnifiche, ed esige che io le consideri espressione della sua bellezza e di altri meriti simili, vado sempre su tutte le furie" (pag. 62). Anch’io per questo vado "sempre su tutte le furie". [Nota dell'autore]