La critica in Russia

La particolarità fondamentale della Russia, quanto al problema che ci interessa, sta nel fatto che l'inizio stesso del movimento operaio spontaneo da un lato e della svolta del pensiero sociale d'avanguardia verso il marxismo dall'altro lato sono stati contrassegnati dall'anione di elementi manifestamente eterogenei sotto una bandiera comune e per la lotta contro un comune nemico (concezioni politiche e sociali superate). Vogliamo parlare della luna di miele del «marxismo legale». Fu questo un fenomeno assolutamente originale, alla possibilità stessa del quale nessuno avrebbe potuto credere negli anni ottanta o all'inizio degli anni novanta. In un paese autocratico, dove la stampa é completamente asservita, in un'epoca di reazione politica spietata, la quale reprime anche le minime manifestazioni di malcontento e di protesta politica, improvvisamente si fa strada, in una letteratura sottoposta a censura, la teoria del marxismo rivoluzionario, esposta in linguaggio esopico, ma comprensibile a tutti gli «interessati». Il governo si era abituato a considerare come pericolosa soltanto la teoria dei seguaci della «Volontà del popolo» (rivoluzionari), senza servarne, come abitualmente avviene, l'evoluzione interna e rallegrandosi di ogni critica diretta contro di essa. Prima che il governo se ne fosse accorto, prima che il pesante esercito dei censori e dei gendarmi avesse scoperto il nuovo nemico e gli si fosse precipitato addosso, passò non poco tempo (non poco per noi russi). E durante questo tempo si pubblicarono, una dopo l'altra, opere marxiste, si fondarono riviste e i giornali marxisti, contagiosamente tutti diventavano marxisti, i marxisti venivano adulati, ai marxisti si faceva la corte, gli editori erano entusiasti dello smercio straordinariamente rapido dei libri marxisti. E’ ben comprensibile che fra i neofiti marxisti, circonfusi da questa aureola, si trovasse più di uno «scrittore montato in superbia» ... Oggi si può parlare di questo periodo con serenità, come di una cosa passata. Nessuno ignora che l'effimera fioritura del marxismo alla superficie della nostra letteratura provenne dall'alleanza di elementi estremisti con elementi molto moderati. Questi ultimi erano, in fondo, dei democratici borghesi, e a questa conclusione (che fu confermata all'evidenza dalla loro ulteriore evoluzione «critica») qualcuno era giunto fin da quando l’«alleanza» era ancora intatta1. Ma se é così, su chi ricade la responsabilità principale dell'ulteriore «confusione», se non precisamente sui socialdemocratici rivoluzionari che hanno concluso quest'alleanza coi futuri «critici»? Questa domanda, seguita da una risposta affermativa, si sente talora formulare da gente che considera le cose in modo eccessivamente rigido. Questa gente ha assolutamente torto. Soltanto chi non ha fiducia in se stesso può aver paura di stringere alleanze temporanee anche con elementi incerti. Nessun partito politico potrebbe esistere senza tali alleanze. Orbene, l’alleanza coi marxisti legali fu in certo qual modo la prima alleanza veramente politica della socialdemocrazia russa. Grazie a quell'alleanza si ottenne una vittoria straordinariamente rapida sul populismo e una diffusione prodigiosa delle idee marxiste (per quanto in forma volgarizzata). Inoltre, quell'alleanza non fu affatto conclusa senza «condizioni». Prova ne sia la raccolta marxista Documenti sullo sviluppo economico della Russia , data alle fiamme nel 1895 dalla censura. Se l'accordo coi marxisti legali per la letteratura può essere paragonato a, un'alleanza politica, questa raccolta può essere paragonata a un contratto politico. La rottura naturalmente non avvenne per il fatto che gli «alleati» dimostrarono di essere dei democratici borghesi. Al contrario, i rappresentanti di questa corrente sono per la socialdemocrazia degli alleati naturali e desiderabili quando si tratta dei suoi obiettivi democratici, che vengono messi in primo piano dalla presente situazione della Russia. Ma condizione necessaria di tale alleanza è per i socialisti la piena possibilità di svelare alla classe operaia che i suoi interessi e quelli della borghesia sono opposti, ostili. Il bernsteinismo, invece, e la tendenza «critica» a cui si è contagiosamente convertita la maggioranza dei marxisti legali eliminavano questa possibilità e pervertivano la coscienza socialista, svilendo il marxismo, predicando la teoria dell'attenuazione degli antagonismi sociali, dichiarando che l'idea della rivoluzione sociale e della dittatura del proletariato é insensata, riducendo il movimento operaio e la lotta di classe a un gretto tradunionismo e alla lotta «realista» per piccole riforme graduali. Ciò equivaleva, da parte della democrazia borghese, a negare il diritto all'indipendenza del socialismo e, quindi, il suo diritto all'esistenza; ciò significava, in pratica, sforzarsi di trasformare il movimento operaio, ai suoi albori, in un'appendice del movimento liberale.

Naturalmente, in queste condizioni la rottura era necessaria. Ma la particolarità «originale» della Russia si espresse nel fatto che questa rottura significò l'esclusione pura e semplice dei socialdemocratici dal campo della letteratura «legale», la più accessibile a tutti e la più largamente diffusa. Di essa fecero la loro fortezza gli «ex marxisti», raggruppati sotto la «bandiera della critica», che avevano quasi ottenuto il monopolio della «denigrazione» del marxismo. Le parole d'ordine «contro l'ortodossia» e «viva la libertà di critica» (ripetute ora dal Raboceie Dielo) diventarono subito di moda e s'imposero persino alla censura ed ai gendarmi, come dimostrano, fra l'altro, le tre edizioni russe del libro del famoso Bernstein (famoso alla maniera di Erostrato) e il fatto che le opere di Bernstein, del signor Prokopovic, ecc. sono raccomandate da Zubatov (Iskra, n. 10). I socialdemocratici avevano allora il compito di combattere la nuova corrente, compito già di per sé difficile e reso incredibilmente più difficile dagli ostacoli puramente esteriori. Ma questa corrente non si limitava alla letteratura. La svolta verso la «critica» coincideva con la propensione dei militanti socialdemocratici per l'«economismo».

Il modo come sorsero e si rafforzarono i rapporti e l'interdipendenza fra la critica legale e l'economismo illegale é una questione interessante, che potrebbe costituire argomento di un articolo apposito. Basterà notare qui la incontestabile esistenza del legame che li unisce. Il famoso «Credo» non acquistò tanta e tosi meritata celebrità se non perché esprimeva apertamente questo legame e metteva in rilievo la tendenza politica fondamentale dell'«economismo» : gli operai debbono condurre una lotta economica (o più esattamente tradunionista, che abbraccia anche la politica specificamente operaia), gli intellettuali marxisti debbono fondersi coi liberali per la «lotta» politica. L'attività tradunionista «fra il popolo» serviva ad assolvere la prima metà del compito; la critica legale ne realizzava la seconda metà. Questa dichiarazione fu un'arma così preziosa contro l'economismo, che se il «Credo» non fosse esistito, sarebbe valsa la pena di inventarlo. Il «Credo» non fu inventato, ma fu pubblicato senza il consenso e fors'anche contro la volontà dei suoi autori. In ogni caso, l'autore di queste righe, il quale contribuì a portare alla luce il nuovo «programma»2, subì proteste e rimproveri perché un riassunto delle loro opinioni, abbozzato da qualche oratore, era stato copiosamente diffuso, aveva ricevuto il titolo di «Credo» ed era stato persino stampato unitamente alla protesta contro di esso. Ci riferiamo a questo episodio perché svela un curioso tratto caratteristico del nostro economismo: la paura della pubblicità. E questa è una caratteristica dell'economismo in generale e non soltanto degli autori del «Credo» : essa si è manifestata nella Rabociaia Mysl, la più schietta e onesta partigiana dell'economismo, nel Raboceie Dielo (il quale si é indignato della pubblicazione dei documenti «economici» nel Vademecum), nel Comitato di Kiev, che due anni or sono non ha voluto autorizzare la pubblicazione della sua Profession de foi insieme con la confutazione di essa3, e in un grande numero di singoli rappresentanti dell'economismo.

Questa paura della critica che si manifesta nei partigiani della libertà di critica non può essere spiegata come un semplice artificio (benché a volte dell'artificio non possa fare a meno; sarebbe ingenuo presentare all'attacco dell'avversario i primi ancor fragili germi di una nuova tendenza!). No, la maggioranza degli economisti, con perfetta sincerità, non vede di buon occhio (e, data la sostanza stessa dell'economismo, non può che vedere malvolentieri) ogni discussione teorica, ogni dissenso di frazione, ogni vasta questione politica, ogni progetto di organizzare i rivoluzionari, ecc. «Lasciamo tutto ciò all'estero!», mi diceva un giorno un economista abbastanza conseguente, e in questo modo egli esprimeva la seguente opinione molto diffusa (e puramente tradunionista): quel che ci interessa é il movimento operaio, sono le organizzazioni operaie del nostro paese, tutto il resto non é che invenzione di dottrinari, «sopravvalutazione dell'ideologia», come si esprimevano gli autori della lettera pubblicata nel n. 12 dell'Iskra, all'unisono col n. 10 del Raboceie Dielo. Ci si chiede ora: date queste particolarità della «critica» e del bernsteinismo russi, in che doveva consistere il compito di chi voleva combattere l'opportunismo a fatti e non soltanto a parole? Bisognava, prima di tutto, preoccuparsi di riprendere quel lavoro teorico che era stato appena incominciato all'epoca del marxismo legale e che ricadeva di nuovo sui militanti illegali; senza questo lavoro uno sviluppo reale del movimento era impossibile. In secondo luogo, era necessario impegnare una lotta attiva contro la «critica» legale, che pervertiva gli spiriti. In terzo luogo, era necessario insorgere vigorosamente contro la confusione e le esitazioni nel movimento pratico, smascherando e respingendo tutti i tentativi di svilire coscientemente o inconsciamente il nostro programma e la nostra tattica.

Il Raboceie Dielo, come é noto, non ha assolto né il primo, né il secondo, né il terzo di questi compiti, e avremo più innanzi l'occasione di chiarire particolareggiatamente questa verità sotto i diversi aspetti. Per ora vogliamo semplicemente dimostrare che esiste una flagrante contraddizione tra la rivendicazione della «libertà di critica» e le particolarità della critica di casa nostra e dell'economismo russo. Si dia, infatti, uno sguardo alla risoluzione con la quale l'«Unione dei socialdemocratici russi» all'estero ha confermato il punto di vista del Raboceie Dielo. «Nell'interesse dell'ulteriore sviluppo ideologico della socialdemocrazia noi pensiamo che la libertà di criticare la teoria socialdemocratica nella letteratura di partito é cosa assolutamente necessaria, nella misura in cui questa critica non contraddice al carattere dì classe e al carattere rivoluzionario della teoria»(Due congressi, p. 10). Si motiva questa risoluzione col fatto che «nella prima parte essa coincide con la risoluzione del Congresso di Lubecca su Bernstein...». Nella semplicità del loro cuore i membri dell'«Unione» non vedono nemmeno quale testimonium paupertatis (certificato di povertà) essi stessi si rilasciano con questo plagio; «ma... nella seconda parte, essa pone alla libertà di critica limiti più angusti di quelli posti dal Congresso di Lubecca».

La risoluzione dell'«Unione» sarebbe, dunque, rivolta contro i bernsteiniani russi? Altrimenti, sarebbe un'assurdità riferirsi a Lubecca! Ma è falso che essa «ponga limiti angusti alla libertà di critica». Con la risoluzione di Hannover i tedeschi hanno respinto punto per punto proprio quegliemendamenti che Bernstein aveva presentato, e con quella di Lubecca hanno dato un avvertimento a Bernstein personalmente, facendone chiaramente il nome. I nostri «liberi» imitatori, invece, non indicano, neppure con un accenno, nessuna delle particolari manifestazioni della «critica» russa e dell'«economismo» russo. Cosicché la semplice allusione al carattere di classe e al carattere rivoluzionario della teoria lascia un posto molto più ampio alle interpretazioni sbagliate, soprattutto se l’«Unione» si rifiuta di considerare opportunismo il «cosiddetto economismo» (Due congressi,p.8). Ma ciò sia detto di sfuggita. L'essenziale è che le posizioni degli opportunisti rispetto ai socialdemocratici rivoluzionari sono in Germania e in Russia diametralmente opposte. In Germania i socialdemocratici rivoluzionari sono, com'è noto, per la conservazione di ciò che esiste: per il vecchio programma, la vecchia tattica, conosciuti da tutti e messi alla prova in tutti i particolari dall'esperienza di parecchi decenni. I «critici» vogliono invece introdurvi delle modificazioni, e poiché sono un'infima minoranza e le loro tendenze revisioniste sono molto timide, i motivi per cui la maggioranza si limita a respingere seccamente le loro «innovazioni» sono comprensibili. Da noi, in Russia, «critici» ed economisti sono per la conservazione di ciò che esiste: i «critici» vogliono continuare ad essere considerati come dei marxisti e a godere della «libertà di critica» della quale hanno approfittato nel senso più ampio (perché in fondo essi non hanno mai riconosciuto nessun legame di partito4 e d'altra parte non avevamo un organo riconosciuto da tutto il partito il quale potesse «limitare», almeno con dei consigli, la libertà di critica); gli economisti vogliono che i rivoluzionari riconoscano il «pieno diritto del movimento nell'ora presente» (Raboceie Dielo, n.10, P. 25), Cioè la «legittimità» dell'esistenza di ciò che esiste; che gli «ideologi» non cerchino di «far deviare» il movimento dalla strada «determinata dal giunco reciproco degli elementi materiali e dell'ambiente materiale» (Lettera nel n. 72 dell'Iskra); che si riconosca come desiderabile condurre quella lotta «che gli operai possono condurre soltanto in circostanze determinate» e come possibile «quella che essi conducono effettivamente nel momento presente» (Supplemento alla «Rabociaia Mysl», p. 14). Per contro, noi, socialdemocratici rivoluzionari, non siamo soddisfatti di questa sottomissione alla spontaneità, ossia a ciò che esiste «nel momento presente». Noi esigiamo la modificazione della tattica prevalsa in questi ultimi anni; dichiariamo che «prima di unirsi, e per unirsi, è necessario innanzi tutto definirsi risolutamente e nettamente» (annunzio della pubblicazione dell'Iskra). In una parola, itedeschi rimangono sulle posizioni esistenti e respingono ogni modificazione; noi esigiamo la modificazione dell'attuale stato di cose respingendo la sottomissione e la rassegnazione a ciò che esiste nel momento presente. Ecco la «piccola» differenza di cui i nostri «liberi» copiatori di risoluzioni tedesche non si sono neppure accorti.

 

 

1 Alludo qui all'articolo di Tulin contro Struve, scritto sulla traccia di una conferenza intitolata Riflessi del marxismo nella letteratura borghese. [Nota dell'autore]

 

 

2 Si tratta della protesta dei diciassette contro il «Credo». L'autore di queste righe prese parte alla redazione di questa protesta (fine del 1899). La protesta fu pubblicata all'estero insieme col «Credo» nella primavera del 1900. Oggi si é appreso da un articolo della signora Kuskova (sul Byloie, se non erro) che essa fu l'autrice del «Credo» e che il signor Prokopovic aveva una funzione molto notevole tra gli economisti che allora erano all'estero. [Nota dell'autore]

 

3 A quanto ci consta, la composizione del Comitato di Kiev da allora è cambiata. [Nota dell'autore]

 

4 Questa mancanza di un legame di partito aperto e riconosciuto e di una tradizione di partito rappresenta in sé una differenza così radicale tra la Russia e la Germania, che avrebbe dovuto mettere in guardia ogni socialista sensato contro 1'imitazione cieca. Ma ecco un esempio che mostra fin dove arriva la libertà di critica in Russia. Un russo, il signor Bulgakov, fa una partaccia al critico austriaco Hertz: «Malgrado tutta l'indipendenza delle sue conclusioni, Hertz su questo punto [sulla cooperazione] resta evidentemente troppo attaccato alle opinioni del proprio partito, e, pur dissentendo nei particolari, non si decide ad abbandonare il principio generale» (Capitalismo e agricoltura, v. II, p. 287). Un suddito di uno Stato politicamente asservito, dove il 999 per 1000 della popolazione é corrotto fino alle midolla dalla servitù politica e dalla totale incomprensione dell'onore di partito e del legame di partito, rimprovera superbamente a un cittadino di uno Stato costituzionale l'eccessivo «attaccamento alle opinioni del partito»! Alle nostre organizzazioni illegali non resta che incominciare a scrivere delle risoluzioni sulla libertà di critica... [Nota dell'autore]