Capitolo I

Da diverse parti ci è stato rimproverato che non abbiamo esposto quali sono i rapporti economici, che formano la base materiale delle attuali lotte di classe e nazionali. Di proposito, abbiamo sfiorato questi rapporti soltanto là dove essi esplodevano immediatamente in collisioni politiche.

Importava innanzi tutto seguire la lotta di classe nella sua storia quotidiana e dimostrare empiricamente, sulla scorta del materiale storico esistente e giornalmente arricchito, che lo schiacciamento della classe operaia, che aveva fatto le rivoluzioni di febbraio e di marzo, ha significato contemporaneamente la disfatta dei suoi avversari, i repubblicani borghesi in Francia, le classi borghesi e contadine in lotta contro l’assolutismo feudale su tutto il continente europeo; che la vittoria dell’“onesta repubblica” in Francia ha segnato in pari tempo la sconfitta delle nazioni che avevano risposto alla rivoluzione di febbraio con eroiche guerre di indipendenza; che, infine, con la disfatta degli operai rivoluzionari l’Europa è ricaduta nella sua vecchia duplice schiavitù, nella schiavitù anglo-russa. Le giornate di giugno a Parigi, la caduta di Vienna, la tragicommedia del novembre 1848 a Berlino, gli sforzi disperati della Polonia, dell’Italia e dell’Ungheria, l’affamamento dell’Irlanda: tali furono i momenti principali in cui si riassunse in Europa la lotta di classe fra borghesia e classe operaia, e in base ai quali noi abbiamo dimostrato che ogni sollevamento rivoluzionario, anche se i suoi scopi appaiono ancora molto lontani dalla lotta di classe, è destinato a fallire fino a che la classe operaia rivoluzionaria non abbia vinto, e che ogni riforma sociale resta un’utopia fino a che la rivoluzione proletaria e la controrivoluzione feudale non si siano misurate con le armi in una guerra mondiale. Nella nostra esposizione, come nella realtà, il Belgio e la Svizzera figuravano nel grande quadro storico come macchiette pittoresche tragicomiche e caricaturali; l’uno, lo Stato modello della monarchia borghese, l’altra, lo Stato modello della repubblica borghese, due Stati che si immaginano entrambi di essere estranei alla lotta di classe e alla rivoluzione europea.

Ora, dopo che i nostri lettori hanno visto svilupparsi la lotta di classe, nel 1848, in forme politiche colossali, è tempo di penetrare più a fondo i rapporti economici, sui quali si fondano tanto l’esistenza della borghesia e il suo dominio di classe quanto la schiavitù degli operai.

In tre grandi capitoli esporremo: 1) il rapporto fra il lavoro salariato e il capitale, la schiavitù dell’operaio, il dominio del capitalista; 2) la decadenza inevitabile delle classi medie borghesi e del ceto contadino nel sistema attuale; 3) l’asservimento commerciale e lo sfruttamento delle classi borghesi delle diverse nazioni europee da parte del despota del mercato mondiale, l’Inghilterra.

Faremo il possibile per esporre in forma semplice e popolare, senza presupporre la conoscenza nemmeno dei concetti più elementari dell’economia politica. Vogliamo farci comprendere dagli operai. Tanto più che la più curiosa ignoranza e confusione di concetti riguardo ai rapporti economici più semplici regnano in Germania, a partire dai difensori patentati delle condizioni esistenti fino ai socialisti miracolisti e ai genî politici incompresi, di cui la spezzettata Germania è più ricca che di padri della patria.

Veniamo dunque alla prima questione: Che cosa è il salario? Come viene esso determinato?

Se domandiamo agli operai: “Qual’è l’importo del vostro salario?”, essi risponderanno, l’uno: “Io ricevo un franco al giorno dal mio borghese”, l’altro: “Io ricevo due franchi”, ecc. Secondo le varie branche di lavoro alle quali appartengono, essi indicheranno diverse somme che ricevono dal loro rispettivo padrone per un determinato tempo di lavoro o per fare un determinato lavoro, ad esempio per tessere un braccio di lino, o per comporre un foglio di stampa. Malgrado la diversità delle loro risposte essi concordano tutti su un punto: il salario è la somma di denaro che il borghese paga per un determinato tempo di lavoro o per una determinata prestazione di lavoro.

Il borghese compera, dunque, il loro lavoro con del denaro. Per denaro essi gli vendono il loro lavoro. Con la stessa somma di denaro con la quale il borghese ha comperato il loro lavoro, per esempio con due franchi, avrebbe potuto comperare due libbre di zucchero o una determinata quantità di qualsiasi altra merce. I due franchi con i quali egli ha comperato le due libbre di zucchero sono il prezzo delle due libbre di zucchero. I due franchi con i quali egli ha comperato dodici ore di lavoro, sono il prezzo del lavoro di dodici ore. Il lavoro, dunque, è una merce, né più né meno che lo zucchero. La prima si misura con l’orologio, la seconda con la bilancia.

Gli operai scambiano la loro merce, il lavoro, con la merce del capitalista, il denaro, e questo scambio si effettua secondo un rapporto determinato. Tanto denaro per tanto lavoro. Per tessere dodici ore, due franchi. E i due franchi, non rappresentano essi forse tutte le altre merci che posso comperare per due franchi? Di fatto, quindi, l’operaio ha scambiato la sua merce, il lavoro, contro altre merci di ogni genere, e secondo un rapporto determinato. Dandogli due franchi il capitalista gli ha dato, in cambio della sua giornata di lavoro, tanto di carne, tanto di abiti, tanto di legna, di luce, ecc. I due franchi esprimono dunque il rapporto in cui il lavoro si scambia con altre merci, il valore di scambio del suo lavoro. Il valore di scambio di una merce, valutato in denaro, si chiama appunto il suo prezzo. Il salario non è quindi che un nome speciale dato al prezzo del lavoro; non è che un nome speciale dato al prezzo di questa merce speciale, che è contenuta soltanto nella carne e nel sangue dell’uomo.

Prendiamo un operaio qualsiasi, per esempio un tessitore. Il borghese gli fornisce il telaio e il filo. Il tessitore si pone al lavoro e il filo si fa tela. Il borghese s’impadronisce della tela e la vende, poniamo, a venti franchi. È il salario del tessitore una parte della tela, dei venti franchi, del prodotto del proprio lavoro? Niente affatto. Il tessitore ha ricevuto il suo salario molto tempo prima che la tela sia venduta, forse molto tempo prima che essa sia tessuta. Il capitalista, dunque, paga questo salario non con il denaro che egli ricaverà dalla tela, ma con denaro d’anticipo. Come il telaio e il filo non sono prodotti del tessitore, al quale vengono forniti dal borghese, così non lo sono le merci che egli riceve in cambio della sua merce, il lavoro. È possibile che il borghese non trovi nessun compratore per la sua tela. È possibile che dalla vendita di essa egli non ricavi neppure il salario. È possibile che egli la venda in modo molto vantaggioso in confronto col salario del tessitore. Tutto ciò non è affare del tessitore. Il capitalista compera con una parte del suo patrimonio preesistente, del suo capitale, il lavoro del tessitore, allo stesso modo che con un’altra parte del suo patrimonio ha comperato la materia prima, il filo, e lo strumento di lavoro, il telaio. Dopo aver fatto queste compere — e in queste compere è compreso il lavoro necessario per la produzione della tela — egli produce soltanto con materie prime e strumenti di lavoro che gli appartengono. Tra questi ultimi è naturalmente compreso anche il nostro bravo tessitore, che partecipa al prodotto o al prezzo di esso non più di quello che vi partecipi il telaio!

Il salario non è, dunque, una partecipazione dell’operaio alla merce da lui prodotta. Il salario è quella parte di merce, già preesistente, con la quale il capitalista si compera una determinata quantità di lavoro produttivo.

Il lavoro è dunque una merce, che il suo possessore, il salariato, vende al capitale. Perché la vende? Per vivere.

Il lavoro, è però l’attività vitale propria dell’operaio, è la manifestazione della sua propria vita. Ed egli vende ad un terzo questa attività vitale per assicurarsi i mezzi di sussistenza necessari. La sua attività vitale è dunque per lui soltanto un mezzo per poter vivere. Egli lavora per vivere. Egli non calcola il lavoro come parte della sua vita: esso è piuttosto un sacrificio della sua vita. Esso è una merce che egli ha aggiudicato a un terzo. Perciò anche il prodotto della sua attività non è lo scopo della sua attività. Ciò che egli produce per sé non è la seta che egli tesse, non è l’oro che egli estrae dalla miniera, non è il palazzo che egli costruisce. Ciò che egli produce per sé è il salario; e seta, e oro, e palazzo si risolvono per lui in una determinata quantità di mezzi di sussistenza, forse in una giacca di cotone, in una moneta di rame e in un tugurio. E l’operaio che per dodici ore tesse, fila, tornisce, trapana, costruisce, scava, spacca le pietre, le trasporta, ecc., considera egli forse questo tessere, filare, trapanare, tornire, costruire, scavare, spaccar pietre per dodici ore come manifestazione della sua vita, come vita? Al contrario. La vita incomincia per lui dal momento in cui cessa questa attività, a tavola, al banco dell’osteria, nel letto. Il significato delle dodici ore di lavoro non sta per lui nel tessere, filare, trapanare, ecc., ma soltanto nel guadagnare ciò che gli permette di andare a tavola, al banco dell’osteria, a letto. Se il baco da seta dovesse tessere per campare la sua esistenza come bruco, sarebbe un perfetto salariato.

Il lavoro non è sempre stata una merce. Il lavoro non è sempre stato lavoro salariato, cioè lavoro libero. Lo schiavo non vendeva il suo lavoro al padrone di schiavi, come il bue non vende al contadino la propria opera. Lo schiavo, insieme con il suo lavoro, è venduto una volta per sempre al suo padrone. Egli è una merce che può passare dalle mani di un proprietario a quelle di un altro. Egli stesso è una merce, ma il lavoro non è merce sua. Ilservo della gleba vende soltanto una parte del suo lavoro. Non è lui che riceve un salario dal proprietario della terra; è piuttosto il proprietario della terra che riceve da lui un tributo. Il servo della gleba appartiene alla terra e porta frutti al signore della terra.

L’operaio libero invece vende se stesso, e pezzo a pezzo. Egli mette all’asta 8, 10, 12, 15 ore della sua vita, ogni giorno, al migliore offerente, al possessore delle materie prime, degli strumenti di lavoro e dei mezzi di sussistenza, cioè ai capitalisti. L’operaio non appartiene né a un proprietario, né alla terra, ma 8, 10, 12, 15 ore della sua vita quotidiana appartengono a colui che le compera. L’operaio abbandona quando vuole il capitalista al quale si dà in affitto, e il capitalista lo licenzia quando crede, non appena non ricava più da lui nessun utile o non ricava più l’utile che si prefiggeva. Ma l’operaio, la cui sola risorsa è la vendita del lavoro, non può abbandonare l’intera classe dei compratori, cioè la classe dei capitalisti, se non vuole rinunciare alla propria esistenza. Egli non appartiene a questo o a quel borghese, ma alla borghesia, alla classe borghese; ed è affar suo disporre di se stesso, cioè trovarsi in questa classe borghese un compratore.

Prima di esaminare ora più da vicino il rapporto fra capitale e lavoro salariato, esporremo brevemente i fattori più generali che intervengono nella determinazione del salario.

Come abbiamo visto, il salario è il prezzo di una merce determinata, del lavoro. Il salario è dunque determinato dalle stesse leggi che determinano il prezzo di qualsiasi altra merce.

Si chiede dunque: come viene determinato il prezzo di una merce?