Capitolo IV

 

Il primo tentativo della congiura dei negrieri per abbattere Parigi facendola occupare dai prussiani fallì per il rifiuto di Bismarck. Il secondo tentativo, quello del 18 marzo, terminò con la sconfitta dell'esercito e con la fuga a Versailles del governo, il quale ordinò a tutto l'apparato amministrativo di interrompere il suo lavoro e seguire le sue orme. Mediante una parvenza di trattative di pace con Parigi, Thiers trovò il tempo di prepararsi a farle la guerra. Ma dove trovare un esercito? I resti dei reggimenti di linea erano scarsi di numero e poco sicuri; il suo appello urgente alle provincie di soccorrere Versailles con le loro guardie nazionali e con volontari urtò in un netto rifiuto. Solo la Bretagna mandò un pugno di Chouans che combattevano con la bandiera bianca, ognuno con un cuore di Gesù di stoffa bianca sul petto e al grido di "Vive le roi!". Thiers fu dunque costretto a mettere assieme in gran fretta un'accozzaglia variopinta di marinai, fucilieri di marina, zuavi pontifici, gendarmi di Valentin, sergents de ville e mouchards1 di Pietri. Questo esercito, però, sarebbe stato importante sino al ridicolo senza l'aggiunta dei prigionieri di guerra dell'esercito imperialista, che Bismarck fornì in numero esattamente sufficente ad alimentare la guerra civile e a tenere il governo di Versailles alle abbiette dipendenze della Prussia. Durante la guerra stessa, la polizia di Versailles dovette sorvegliare l'esercito di Versailles, mentre i gendarmi avevano il compito di trascinarlo al combattimento esponendosi in tutti i posti pericolosi. I forti che caddero non furono presi, ma comprati. L'eroismo dei federati convinse Thiers che la resistenza di Parigi non poteva essere spezzata dal suo genio strategico e dalle baionette di cui disponeva.

Frattanto le sue relazioni con le provincie diventavano sempre più difficili. Nemmeno un indirizzo di approvazione venne a rallegrare Thiers e i suoi rurali. Al contrario, arrivarono da tutte le parti deputazioni e indirizzi in cui si chiedeva, in tono tutt'altro che rispettoso, la riconciliazione con Parigi sulla base del riconoscimento esplicito della repubblica, della conferma delle libertà comunali e dello scioglimento dell'Assemblea nazionale il cui mandato era estinto; e in tale quantità che Dufaure, ministro della giustizia di Thiers, nella sua circolare del 23 aprile ordinava ai procuratori di considerare delitto "gli appelli di riconciliazione"! Tuttavia, in considerazione della prospettiva disperata della sua campagna, Thiers decise di cambiare la sua tattica, dando ordine che il 30 di aprile avessero luogo le elezioni municipali in tutto il paese, sulla base della nuova legge municipale da lui stesso dettata all'Assemblea nazionale. Tanto con gli intrighi dei suoi prefetti, quanto con le intimidazioni poliziesche, egli si sentiva in grado di dare all'Assemblea nazionale, mediante il verdetto delle provincie, quel potere morale che essa non aveva mai avuto, e di ottenere infine dalle provincie la forza materiale necessaria per la conquista di Parigi. Alla sua guerra di brigantaggio contro Parigi, che egli esaltava nei suoi bollettini, e ai tentativi dei suoi ministri di instaurare in tutta la Francia il regno del terrore, Thiers si era preoccupato sin dall'inizio di accompagnare una piccola commedia di riconciliazione, la quale doveva servire a più di uno scopo. Doveva ingannare le provincie, attirare gli elementi delle classi medie di Parigi, e, sopratutto, procurare ai sedicenti repubblicani dichiarati dall'Assemblea nazionale l'opportunità di nascondere il loro tradimento di Parigi dietro la loro fiducia in Thiers. Il 21 marzo, mentre non aveva ancora un esercito, egli aveva dichiarato all'Assemblea: "Qualunque cosa avvenga, non manderò un esercito contro Parigi". Il 27 marzo s'alzò ancora per dire: "Ho trovato la repubblica come fatto compiuto e sono fermamente deciso a mantenerla". In realtà, egli schiacciò la rivoluzione a Lione e a Marsiglia in nome della repubblica, mentre gli urli dei suoi rurali coprivano a Versailles ogni accenno anche solo al nome di essa. Dopo questa impresa egli attenuò il "fatto compiuto" riducendolo a un fatto ipotetico. Ai principi di Orléans, ch'egli aveva prudentemente avvisati di lasciare Bordeaux, si permetteva, ora, in aperta violazione della legge, di intrigare a Dreux. Le concessioni offerte da Thiers nelle sue interminabili interviste coi delegati di Parigi e delle provincie, benchè continuamente variate di tono e di colore a seconda del tempo e delle circostanze, di fatto non andarono mai oltre la promessa che la vendetta sarebbe stata limitata a quel "pugno di criminali implicati nell'assassinio di Lecomte e di Clément Thomas", con la premessa, ben inteso, che Parigi e la Francia avrebbero accettato Thiers stesso come migliore delle repubbliche possibili, proprio come egli, nel 1830, aveva accettato Luigi Filippo. Ed aveva cura di render dubbie persino queste concessioni, mediante commenti ufficiali con i quali i suoi ministri le accompagnavano nell'Assemblea. Per agire egli aveva il suo Dufaure. Dufaure, questo vecchio avvocato orlealista, è sempre stato il giudice supremo dello stato d'assedio, così ora, nel 1871, sotto Thiers, come nel 1839 sotto Luigi Filippo, e nel 1849 sotto la presidenza di Luigi Bonaparte. Fuori del governo, si era arricchito come avvocato dei capitalisti di Parigi e si era fatto un capitale politico combattendo in tribunale contro leggi fatte da lui stesso. Costui ora non soltanto si affrettò a far approvare dall'Assemblea nazionale una serie di leggi repressive, che avrebbero dovuto, dopo la caduta di Parigi, estirpare gli ultimi residui di libertà repubblicana in Francia, ma prefigurò la sorte di Parigi abbreviando la procedura delle corti marziali, secondo lui troppo lenta, e introducendo un nuovo e strano codice draconiano di deportazione. Luigi Bonaparte non aveva osato, per lo meno in teoria, restaurare il regime della ghigliottina. L'Assemblea dei rurali, non ancora abbastanza impudente per sostenere che i parigini fossero non ribelli ma assassini, doveva perciò limitare le sue prospettive di vendetta contro Parigi al nuovo codice di deportazione di Dufaure. In tutte queste circostanze, Thiers stesso non avrebbe potuto continuare la sua commedia di riconciliazione, se questa commedia - com'egli del resto voleva - non avesse provocato gli urli di rabbia dei rurali, la cui mente ruminante non comprendeva né il trucco, né le sue necessità di ipocrisia, di tergiversazione, di procrastinazione.

In vista delle imminenti elezioni municipali del 30 aprile, Thiers rappresentò il 27 aprile una delle sue grandi scene di riconciliazione. In mezzo a un diluvio di retorica sentimentale, egli esclamò dalla tribuna dell'assemblea:

"Non vi è nessuna congiura contro la repubblica, fuorché quella di Parigi, che ci costringe a versare sangue francese. L'ho detto e lo ripeto. Che le empie armi cadano dalle mani che le impugnano, e il castigo verrà arrestato immedietamente da un atto di clemenza da cui verrà esluso soltanto il piccolo numero dei criminali."

Alle violente interruzioni dei rurali egli replicò:

"Signori, ditemelo, ve ne supplico, ho torto? Vi addolora realmente il fatto che io abbia detto, il che è vero, che i criminali non sono che un piccolo numero? Non è una fortuna, in mezzo alle nostre disgazie, che coloro i quali sono stati capaci di versare il sangue di Clément Thomas e del generale Lecomte non siano che rare eccezioni?"

La Francia, però, fece orecchi di mercante a quello cheThiers s'immaginava fosse il canto d'una sirena parlamentare. Su 700.000 consiglieri comunali eletti dai 35.000 comuni rimasti alla Francia, i legittimisti, orlealisti e bonapartisti riuniti non ne contavano che 8000. Le elezioni supplementari che seguirono furono ancora più decisamente ostili. Così invece di ottenere dalle provincie la forza materiale di cui aveva bisogno assoluto, l'Assemblea nazionale, perdette anche l'ultimo diritto alla forza morale, quello di poter dire di essere l'espressione del suffragio universale del paese. Per completare la sconfitta, i neoeletti consigli comunali di tutte le città della Francia minacciarono apertamente l'assemblea usurpatrice di Versailles di convocare una controassemblea a Bordeaux.

E finalmente arrivò per Bismarck il momento, lungamente atteso, dell'azione decisiva. Egli ingiunse in tono perentorio a Thiers di mandare a Francoforte plenipotenzari per la conclusione definitiva della pace. Con umile obbedienza alla voce del padrone, Thiers si affrettò a mandare il suo fedele Jules Favre, accompagnato da Pouyer-Quertier, "eminente" cotoniere di Rouen, fervente e persino servile fautore del II Impero: non vi aveva mai trovato altro difetto che il trattato di commercio con l'Inghilterra, il quale recava pregiudizio ai suoi propri interessi di bottega. Appena installato a Bordeaux come ministro delle finanze di Thiers, aveva denunciato questo trattato "malaugurato", aveva fatto cenno alla sua prossima abrogazione, e aveva persino avuto la sfontatezza di tentare, sebbene invano (avendo fatto i conti senza Bismarck), la messa in vigore immediata dei vecchi dazi protettivi contro l'Alsazia, al che, egli diceva, non si opponeva nessun precedente trattato internazionale. Questo uomo, che considerava la controrivoluzione come mezzo per ridurre i salari a Rouen e la cessione di provincie francesi come mezzo per far salire i prezzi delle sue merci in Francia, non era forse predestinato ad essere, proprio lui, scelto da Thiers come compare di Jules Favre nel suo ultimo e culminante tradimento?

All'arrivo a Francoforte di questa squisita coppia di plenipotenziari, il brutale Bismarck li pose senz'altro davanti a questa imperiosa alternativa: o la restaurazione dell'impero, o l'accettazione incondizionata delle mie condizioni di pace! Queste condizioni comprendevano una riduzione dei termini in cui si doveva pagare l'indennità di guerra e l'occupazione dei forti di Parigi da parte delle truppe prussiane fino a che Bismarck non si fosse sentito soddisfatto della situazione in Francia; la Prussia venendo così riconosciuta arbitro supremo della politica interna francese! In cambio egli offriva di lasciar libero, per lo sterminio di Parigi, l'esercito bonapartista prigioniero e di dargli l'aiuto diretto delle truppe dell'imperatore Guglielmo. Come prova della sua buona fede, egli faceva dipendere il pagamento della prima rata dell'indennità dalla "pacificazione" di Parigi. Una esca simile fu naturalmente ingoiata con avidità da Thiers e dai suoi plenipotenziari. Essi firmarono il trattato di pace il 10 maggio e lo fecero ratificare dall'Assemblea il 18.

Nell'intervallo tra la conclusione della pace e l'arrivo dei prigionieri bonapartisti, Thiers si sentì tanto più obbligato a riprendere la sua commedia della riconciliazione in quanto i suoi strumenti repubblicani avevano bisogno di un pretesto per chiudere un occhio sui preparativi del massacro di Parigi. Ancora l'8 maggio egli rispondeva a una deputazione di conciliatori delle classi medie: "Appena gli insorti faranno intendere la resa, le porte di Parigi verranno spalancate per tutti durante una settimana, eccetto che per gli assassini dei generali Clément Thomas e Lecomte".

Alcuni giorni dopo, interpellato violentemente dai rurali su queste promesse, rifiutò di dare qualsiasi spiegazione; non però senza aver fatto loro questo significativo cenno: "Vi dico che vi sono tra di voi degli impazienti; della gente che ha troppa fretta. Attendano ancora otto giorni; alla fine di questi otto giorni non vi sarà più nessun pericolo, e il compito sarà allora proporzionato al loro coraggio e alle loro capacità". Non appena Mac Mahon fu in grado di assicuragli che in breve sarebbe potuto entrare in Parigi, Thiers dichiarò all'Assemblea che "sarebbe entrato in Parigi brandendo la legge, e avrebbe costretto gli scellerati che avevano sacrificato la vita dei soldati e distrutto pubblici monumenti a espiare completamente i loro delitti". Quando il momento decisivo fu vicino disse all'Assemblea: "Sarò spietato"; disse a Parigi che era condannata, e ai suoi briganti bonapartisti che lo stato permetteva loro di vendicarsi di Parigi a loro piacimento. Infine, quando il tradimento, il 21 maggio, ebbe aperto le porte di Parigi al generale Douay, Thiers, il 22 maggio, rivelò ai rurali lo "scopo" della sua commedia di conciliazione, che essi così ostinatamente avevano continuato a non capire: "Vi ho detto pochi giorni or sono che stavamo avvicinandoci al nostro scopo; oggi vengo a dirvi che lo scopo è raggiunto. L'ordine, la giustizia, la civiltà, hanno finalmente riportato la vittoria!".

E così era davvero. La civiltà e la giustizia dell'ordine borghese si mostrano nella loro luce sinistra ogni volta che gli schiavi e gli sfruttati di quest'ordine insorgono contro i loro padroni. Allora questa civiltà e questa giustizia si svelano come nude barbarie e vendetta ex lege. Ogni nuova crisi nella lotta di classe tra gli accaparratori della ricchezza e i produttori di essa mette in luce più chiaramente questo fatto. Persino le atrocità dei borghesi nel giugno 1848 scompaiono davanti all'infamia indicibile del 1871. L'eroico spirito di sacrificio col quale la popolazione di Parigi - uomini, donne e bambini - combattè per otto giorni dopo l'entrata dei versigliesi, rispecchia la grandezza della sua causa, quanto le azioni diaboliche della soldatesca rispecchiano lo spirito innato di quella civiltà di cui essa è la vendicatrice mercenaria. Gloriosa civiltà invero, il cui problema vitale consiste nel trovare il modo di far sparire i cadaveri da lei ammucchiati, dopo che la battaglia è terminata!

Per trovare un parallelo alla condotta di Thiers e dei suoi segugi, bisogna risalire fino ai tempi di Silla e dei due triunvirati di Roma. Gli stessi eccidi in massa a sangue freddo; la stessa noncuranza nel massacro di fronte all'età e al sesso; lo stesso sistema di torturare i prigionieri; le stesse prescrizioni, ma ora di una classe intera; la stessa caccia selvaggia ai capi nascosti, per non lasciarne sfuggire nemmeno uno; le stesse denuncie di nemici politici e privati; la stessa indifferenza per il massacro di persone assolutamente estranee al conflitto. La sola differenza è che i romani non avevano mitragliatrici per ammazzare in massa i prigionieri, e non avevano "la legge nelle loro mani", né sulle labbra il grido di "civiltà". E dopo questi orrori guardate l'altro aspetto, ancora più ributtante, di questa civiltà borghese, come è stato descritto dalla sua stessa stampa! Scrive il corrispondente parigino di un giornale conservatore di Londra:

"Mentre echeggiano in lontananza spari dispersi, e digraziati feriti muoiono senza cure fra le pietre sepolcrali del Père Lachaise, mentre 6000 insorti terrorizzati erano in un agonia disperata nel labirinto delle catacombe, e poveri sciagurati sono cacciati per le strade per essere abbattuti a mucchi dalle mitragliatrici, è cosa rivoltante vedere i caffè zeppi di devoti dell'assenzio, del bigliardo e del domino; vedere la sfrontatezza femminile passeggiare in lungo e in largo sui boulevards, e il chiasso delle orge provenienti dai cabinets particuliers dei ristoranti di lusso turbare la quiete notturna."

Il signor Edouard Hervé scrive nel Journal de Paris, organo versigliese soppresso dalla Comune:

"Il modo come la popolazione di Parigi ha manifestato ieri la sua soddisfazione era peggio che frivolo, e noi temiamo che le cose peggiorino col tempo. Parigi ha adesso un aspetto di giorno di fete che è tristemente fuori posto; e a meno che non vogliamo essere chiamati i parisiens de la décadence, bisogna mettere un termine a queste cose."

In seguito cita il passo di Tacito:

"Eppure il giorno dopo quella lotta terribile, anche prima che essa fosse del tutto finita, Roma, degenerata e corrotta, ricominciò ancora una volta a gettarsi in quel fango di voluttà che distruggeva il suo corpo e insozzava il suo animo: alibi proelia et vulnera, alibi balneae popinseque (qua combattimenti e ferite, là bagni e taverne)."

Il signor Hervé dimentica soltanto di dire che la "popolazione di Parigi" di cui parla non è che la popolazione della Parigi del signor Thiers, i francs-fileurs di ritorno in folla da Versailles, Saint-Denis, Rueil e Saint-Germain: la Parigi della "decadenza".

In tutti i suoi trionfi sanguinosi sui combattimenti che si sacrificavano per una nuova e migliore società questa civiltà scellerata, fondata sull'asservimento del lavoro, soffoca il gemito delle sue vittime, sotto uno strepito di calunnie che trovano un'eco mondiale. La serena Parigi operaia della Comune viene improvvisamente trasformata in un inferno dai segugi dell' "ordine". E che cosa prova questa terribile trasformazione agli spiriti borghesi di tutti i paesi? Null'altro se non che la Comune ha cospirato contro la civiltà! Il popolo di Parigi muore con l'entusiasmo per la Comune, in numero superiore a quello dei morti di qualunque battaglia della storia. Che cosa prova ciò? Null'altro se non che la Comune non era il governo del popolo stesso, ma la usurpazione di un pugno di criminali. Le donne di Parigi sacrificarono con gioia la loro vita sulle barricate e sul luogo del supplizio. Che cosa prova ciò? Null'altro se non che il demone della Comune le ha cambiate in Megere e Ecati! La moderazione della Comune durante due mesi di dominio incontrastato è uguagliata solo dall'eroismo della sua difesa. Che cosa prova ciò? Null'altro se non che la Comune per mesi ha nascosto con cura sotto la maschera di moderazione e di umanità la sete di sangue dei suoi istinti infernali, che si dovevano scatenare solo nell'ora della sua agonia!

Parigi operaia, nell'atto del suo eroico sacrificio, ha travolto nelle sue fiamme case e monumenti. Quando fanno a pezzi il corpo vivente del proletariato, i suoi dominatori non debbono più contare di fare un ritorno trionfale in mezzo all'architettura intatta delle loro dimore. Il governo di Versailles grida: "Incendiari!" e sussurra a tutti i suoi sgherri, fino nell'ultimo villaggio, la parola d'ordine di dare dappertutto la caccia ai suoi nemici come sospetti di essere incendiari professionali. La borghesia di tutto il mondo, che assiste con compiacimento al massacro dopo la battaglia, rabbrividisce d'orrore al veder profanati la calce e i mattoni!

Quando i governi danno licenza ufficiale alle loro marine di "uccidere, bruciare, e distruggere" questa è o non è una licenza di incendiare? Quando le truppe inglesi dettero deliberatamente fuoco al Campidoglio di Washington e al palazzo d'estate dell'imperatore della Cina, si trattava o no di atti da icendiari? Quando i prussiani, non per ragioni militari, ma per puro spirito di vendetta, dettero fuoco, con l'aiuto del petrolio, a città come Chateaudun e a innumerevoli villaggi, erano o no incendiari? Quando Thiers per sei settimane bombardò Parigi, col pretesto che voleva metter fuoco solo alle case abitate, era o no un incendiario? In guerra, il fuoco è un'arma legittima come tutte le altre. Gli edifici occupati dal nemico vengono bombardati per appiccarvi il fuoco. Se i difensori si devono ritirare, appiccano essi stessi il fuoco per impedire all'attaccante di fare uso degli edifici. L'essere distrutti dalle fiamme è sempre stato l'inevitabile destino di tutti gli edifici situati sul fronte di combattimento di tutti gli eserciti regolari del mondo. Ma nella guerra degli schiavi contro i loro asservitori, la sola guerra giustificabile nella storia, ciò non dovrebbe più essere vero! La Comune fece uso del fuoco esclusivamente come mezzo di difesa. Ne fece uso per sbarrare alle truppe versigliesi quei viali lunghi e rettilinei che Haussmann aveva aperto appositamente per il fuoco dell'artiglieria; ne fece uso per coprire la ritirata, allo stesso modo che i versigliesi, nella loro avanzata, fecero uso delle cannonate che distrussero per lo meno altrettanti edifici quanti ne distrusse il fuoco della Comune. Ancora oggi si discute quali edifici vennero incendiati dai difensori e quali dagli attaccanti. E i difensori non fecero ricorso al fuoco se non quando le truppe versigliesi avevano già incominciato l'assassinio in massa dei prigionieri. D'altra parte, la Comune aveva già da molto tempo annunciato pubblicamente che, se fosse stata spinta agli estremi, avrebbe sepolto se stessa sotto le rovine di Parigi, e fatto di Parigi una seconda Mosca, come aveva promesso di fare, ma solo per coprire il suo tradimento, anche il governo della difesa. A questo scopo Trochou aveva procurato il petrolio. La Comune sapeva che ai suoi nemici non importava nulla della vita del popolo di Parigi, ma che stavano loro a cuore gli edifici da essi posseduti a Parigi. E Thiers, inoltre, li aveva avvertiti che sarebbe stata implacabile nella vendetta. Non appena ebbe pronti da un lato il suo esercito dall'altro i prussiani che chiudevano la trappola, proclamò: "Sarò senza pietà! L'espiazione sarà completa e la giustizia sarà inflessibile!". Se gli atti degli operai di Parigi sono stati vandalismo, è stato il vandalismo di una difesa disperata, non il vandalismo del trionfo, come quello che i cristiani perpetrarono a danno dei tesori d'arte veramente inapprezzabili dell'antichità pagana; e persino questo vandalismo dei cristiani è stato giustificato dagli storici come elemento concomitante inevitabile e relativamente insignificante della lotta titanica tra la società nuova in sul nascere e una vecchia società al tramonto. Gli atti degli operai di Parigi furono ancora meno del vandalismo di Haussmann, il quale distrusse la Parigi storica per far posto alla Parigi dei bighelloni!

Ma l'esecuzione da parte della Comune dei sessantaquattro ostaggi con l'arcivescovo di Parigi alla testa! La borghesia e il suo esercito nel giugno 1848 ristabilirono una consuetudine che da molto tempo era scomparsa dalla pratica della guerra, quella di uccidere i loro prigionieri indifesi. Da allora questa consuetudine brutale è stata seguita più o meno fedelmente da coloro che hanno represso tutti i movimenti popolari in Europa e in India. In questo modo essi hanno fornito la prova che questa consuetudine costituisce veramente un "progresso della civiltà"! D'altra parte i prussiani, in Francia, avevano ristabilito la pratica di prendere ostaggi, uomini innocenti che dovevano rispondere a loro con la propria vita delle azioni degli altri. Quando Thiers, come abbiamo visto, rimise in vigore sin dall'inizio del conflitto la consuetudine umanitaria di uccidere i prigionieri comunardi, la Comune, per proteggere la loro vita, fu costretta a far ricorso alla pratica prussiana di prendere ostaggi. La vita degli ostaggi era stata condannata più di una volta dalle continue uccisioni di prigionieri perpetrate dai versigliesi. Come potevano essere risparmiati più a lungo dopo il massacro con cui i pretoriani di Mac Mahon celebrarono il loro ingresso a Parigi? Si doveva dunque far diventare una semplice burla anche la presa degli ostaggi, ultima garanzia contro la ferocia senza scrupoli dei governi borghesi?Il vero assassino dell'arcivescovo Darboy è Thiers. La Comune aveva offerto ripetute volte di scambiare l'arcivescovo, e molti sacerdoti per giunta, col solo Blanqui, allora nelle mani di Thiers. Thiers rifiutò ostinatamente. Sapeva che con Blanqui avrebbe dato alla Comune una testa, mentre l'arcivescovo gli sarebbe stato più utile come cadavere. Thiers agì secondo il precedente di Cavaignac. Quali grida d'orrore non gettarono Cavaignac e i suoi uomini dell'ordine nel giugno 1848 per infamare gli insorti come assassini dell'arcivescovo Affre! Essi sapevano perfettamente che l'arcivescovo era stato ucciso dai soldati dell'ordine. Il signor Jacquemet, vicario generale dell'arcivescovo, testimone oculare della cosa, ne aveva fornito loro le prove subito dopo il fatto.

Tutto questo coro di calunnie che il partito dell'ordine, nelle sue orge di sangue, non manca mai di lanciare contro le sue vittime, prova soltanto che i borghesi dei nostri giorni si considerano successori leggittimi del barone di un tempo, che trovava legittima nelle sue mani ogni arma contro il plebeo, mentre nelle mani del plebeo ogni arma era per sé un delitto.

La cospirazione della classe dirigente per abbattere la rivoluzione mediante una guerra civile combattuta con l'aiuto di un invasore straniero - cospirazione che abbiamo seguìto fin dal 4 settembre sino all'ingresso dei pretoriani di Mac Mahon per la porta di St. Cloud - culminò nel macello di Parigi. Bismarck rimira con soddisfazione le rovine di Parigi, in cui egli vede forse il primo passo di quella distruzione generale delle grandi città per la quale aveva pregato il cielo quando era ancora un semplice rurale nella Chambre introuvable prussiana del 1849. Egli rimira compiaciuto i cadaveri del proletariato di Parigi. Per lui ciò non è solo lo sterminio della rivoluzione, ma l'estinzione della Francia, oggi in realtà decapitata, e per opera dello stesso governo francese. Con la superficialità caratteristica di tutti gli uomini di stato fortunati, egli non vede che l'apparenza esteriore di questo tremendo avvenimento storico. Quando mai prima d'ora nella storia ha offerto lo spettacolo di un vincitore che corona la sua vittoria trasformandosi non soltanto in gendarme, ma in bravo prezzolato del governo vinto? Non vi era stato di guerra tra la Prussia e la Comune di Parigi. Al contrario, la Comune aveva accettato i preliminari di pace, e la Prussia aveva dichiarato la sua neutralità. La Prussia non era dunque parte belligerante, essa faceva la parte del bravo, e di un bravo vile, perchè non correva nessun pericolo; di un bravo prezzolato, perchè aveva stipulato in anticipo il pagamento di 500 milioni, prezzo del sangue, alla caduta di Parigi. E così, alla fine, appariva il vero carattere della guerra ordinata dalla Provvidenza come castigo della Francia atea e corrotta per mano della pia e morale Germania! E questa violazione senza precedenti del diritto delle genti, anche se inteso al modo dei giuristi del vecchio mondo, invece di spingere i governi "civili" d'Europa a dichiarare fuori legge il governo fellone della Prussia, semplice strumento del gabinetto di Pietroburgo, li incita solamente a discutere se le poche vittime sfuggite al duplice cordone che circonda Parigi non devono essere consegnate al carnefice di Versailles!

Il fatto che dopo la guerra più terribile dei tempi moderni l'esercito vincitore e l'esercito vinto fraternizzano per massacrare in comune il proletariato, questo fatto senza precedenti non indica, come pensa Bismarck, lo schiacciamento finale di una nuova società al suo sorgere, ma la decomposizione completa della società borghese. Il più alto slancio di eroismo di cui la vecchia società è ancora capace è la guerra nazionale; e oggi è dimostrato che questa è una semplice mistificazione governativa, la quale tende a ritardare la lotta delle classi e viene messa in disparte non appena la lotta di classe divampa in guerra civile. Il dominio di classe non è più capace di travestirsi come una uniforme nazionale; contro il proletariato i governi nazionali sono uniti.

Dopo la Pentecoste del 1871 non vi può essere né pace né guerra tra gli operai francesi e gli appropriatori del prodotto del loro lavoro. La mano di ferro di una soldatesca mercenaria potrà per un certo tempo tenere le due classi legate sotto una stessa oppressione; ma la battaglia tra di loro dovrà scoppiare di nuovo in proporzioni sempre più grandi, e non può essere dubbio chi sarà alla fine il vincitore: se i pochi appropriatori o l'immensa maggioranza lavoratrice. E la classe operaia francese non è altro che l'avanguardia del proletariato moderno.

Mentre i governi europei attestano così, davanti a Parigi, il carattere internazionale del dominio di classe, essi si scagliano addosso all'Associazione internazionale degli operai - controrganizzazione internazionale del lavoro contro la cospirazione cosmopolita del capitale - accusandola di essere la fonte prima di tutti questi disastri. Thiers accusò di essere il despota del lavoro, pretendendo di esserne il liberatore. Picard dette l'ordine di tagliare tutti i collegamenti dei membri francesi dell'Internazionale con quelli dell'estero; il conte Jaubert, il mummificato complice di Thiers del 1835, dichiara che il grande problema di tutti i governi civili è di sdradicarla. I rurali urlano contro di essa, e tutta la stampa europea fa coro alle loro urla. Uno scrittore francese stimato, completamente estraneo alla nostra Associazione, si esprime in questo modo:

"I membri del Comitato centrale della Guardia nazionale e così pure la maggior parte dei membri della Comune, sono le menti più attive, intelligenti ed energiche dell'Associazione internazionale degli operai... uomini profondamente onesti, siceri, intelligenti, devoti, puri e fanatici nel senso buono della parola."

Lo spirito borghese, imbevuto di pregiudizi polizieschi, si figura naturalmente che l'Associazione internazionale degli operai funzioni al modo di una cospirazione segreta, con il suo organismo centrale che ordina, di quando in quando, esplosioni in diversi paesi. La nostra associazione in realtà, non è altro che il legame internazionale tra gli operai più avanzati dei differenti paesi del mondo civile. Dovunque, in qualsiasi forma e in qualsiasi condizione, la lotta di classe prenda una certa consistenza, è semplicemente ovvio che i membri della nostra associazione siano al primo posto. Il terreno su cui essa sorge è la stessa società moderna. Essa non può venire sradicata da nessun massacro, per quanto grande. Per sradicarla, i governi dovrebbero sradicare il dispotismo del capitale del lavoro, condizione della loro stessa esistenza di parassiti.

Parigi operaia, con la sua Comune, sarà celebrata in eterno, come l'araldo glorioso di una nuova società. I suoi martiri sterminatori, la storia li ha già inchiodati a quella gogna eterna dalla quale non riusciranno a riscattarli tutte le preghiere dei loro preti.

 


 

 

1 Informatori della polizia.