CAPITOLO VI

La coalizione con la Montagna e coi repubblicani puri, a cui il partito dell'ordine si era visto condannato nei suoi vani tentativi per restare in possesso del potere militare e per riconquistare la direzione suprema del potere esecutivo, provava in modo inconfutabile che esso aveva perduto la propria maggioranza parlamentare. La forza pura e semplice del calendario, la lancetta dell'orologio, dette, il 29 maggio, il segnale della sua completa decomposizione. Il 29 maggio cominciava l'ultimo anno di vita dell'Assemblea nazionale. Essa doveva ormai decidersi, o per la proroga senza modificazioni, o per la revisione della Costituzione[1]. Ma revisione della Costituzione non significava soltanto l'alternativa: dominio della borghesia o della democrazia piccolo-borghese, democrazia o anarchia proletaria, repubblica parlamentare o Bonaparte; significava altresì l'alternativa: Orléans o Borbone. Così cadde in mezzo al Parlamento il pomo della discordia attorno al quale doveva scoppiare apertamente il conflitto di interessi che divideva il partito dell'ordine in frazioni ostili. Il partito dell'ordine era una combinazione di sostanze sociali eterogenee. La questione della revisione creò una temperatura politica con la quale il prodotto si scompose di nuovo nel suoi elementi costitutivi.

L'interesse dei bonapartisti alla revisione era semplice. Per essi si trattava innanzi tutto della soppressione dell'articolo 45, che vietava la rielezione di Bonaparte e la proroga dei suoi poteri. Non meno semplice sembrava la posizione dei repubblicani. Essi respingevano in modo assoluto ogni revisione; vedevano nella revisione una congiura generale contro la repubblica[2]. Poiché disponevano di più di un quarto dei voti dell'Assemblea nazionale, e poiché secondo la Costituzione si richiedevano i tre quarti dei voti affinché si potesse legalmente decidere la revisione e convocare un'Assemblea chiamata a realizzarla, non avevano che da contare i loro voti per esser sicuri della vittoria. E della vittoria erano sicuri. Di fronte a queste posizioni chiare, il partito dell'ordine era in preda a contraddizioni inesplicabili. Se respingeva la revisione metteva in pericolo lo status quo [3] perché lasciava a Bonaparte una sola via d'uscita, il ricorso alla forza; perché abbandonava la Francia, nel momento della decisione, la seconda [domenica] di maggio del 1852, all'anarchia rivoluzionaria, con un presidente che aveva perduto la sua autorità, con un Parlamento che da tempo non l'aveva più e con un popolo che pensava di riconquistarla[4]. Se votava per la revisione secondo la Costituzione, sapeva che votava invano e che, secondo la Costituzione sarebbe naufragato per il veto dei repubblicani. Se, violando la Costituzione, dichiarava sufficiente la maggioranza dei voti, poteva sperare di dominare la rivoluzione soltanto sottomettendosi senza riserve alla discrezione del potere esecutivo e facendo così di Bonaparte il padrone della Costituzione, della revisione e dello stesso partito dell'ordine[5]. Una revisione solamente parziale, che prolungasse i poteri del presidente, spianava il cammino all'usurpazione imperiale[6]. Una revisione generale, che abbreviasse l'esistenza della repubblica, portava inevitabilmente a un conflitto delle aspirazioni dinastiche, perché le condizioni per una restaurazione borbonica e le condizioni per una restaurazione orleanista non soltanto erano diverse, ma si escludevano a vicenda.

La repubblica parlamentare era più che il terreno neutrale su cui le due frazioni della borghesia francese, i legittimisti e gli orleanisti, la grande proprietà fondiaria e l'industria, potevano vivere l'una accanto all'altra a parità di diritti. Era la condizione indispensabile del loro dominio comune, l'unica forma di Stato in cui il loro interesse generale di classe potesse subordinare a sé tanto le pretese delle sue frazioni singole, quanto tutte le altre classi della società. Come monarchici essi ricadevano nel loro vecchio antagonismo, nella lotta per la supremazia della grande proprietà fondiaria o del danaro, e l'espressione più alta di questo antagonismo, la sua personificazione, erano i loro stessi re, le loro dinastie. Di qui la resistenza del partito dell'ordine al richiamo dei Borboni.

L'orleanista e rappresentante del popolo Créton[7] aveva presentato periodicamente, nel 1849, nel 1850 e nel 1851, la proposta che venisse revocato il decreto che bandiva le famiglie reali[8]. Il Parlamento aveva quindi offerto, altrettanto periodicamente, lo spettacolo di un'assemblea di monarchici, che ostinatamente sbarrava ai re banditi la porta attraverso la quale essi avrebbero potuto ritornare[9]. Riccardo III aveva assassinato Enrico VI dichiarando che egli era troppo buono per questo mondo, e che il suo posto era nel cielo[10]. Essi dichiaravano che la Francia era troppo cattiva per possedere di nuovo i suoi re. Costretti dalla forza delle circostanze, erano diventati repubblicani e sanzionavano di bel nuovo la decisione del popolo che aveva cacciato dalla Francia i loro re. La revisione della Costituzione - e le circostanze costringevano a prenderla in considerazione - poneva in discussione, insieme alla repubblica, anche il dominio comune delle due frazioni della borghesia, e rendendo possibile la monarchia, riattizzava la rivalità degli interessi che la monarchia aveva rappresentato di volta in volta in modo preminente; riaccendeva la lotta per la supremazia di una frazione sull'altra. I diplomatici del partito dell'ordine credevano di poter trovare un compromesso con una unione delle due dinastie, con quella che essi chiamavano una fusione dei partiti monarchici e delle loro case reali[11]. Ma la vera fusione della Restaurazione e della Monarchia di luglio era la repubblica parlamentare, in cui i colori orleanisti e legittimisti erano svaniti e le differenti specie di borghesi erano scomparse nel borghese senza aggettivi, nel genere borghese. L'orleanista sarebbe ora dovuto diventare legittimista, il legittimista orleanista. La monarchia, in cui si incarnava il loro dissidio, sarebbe dovuta diventare la incarnazione della loro unità; l'espressione dei loro interessi esclusivi di frazione sarebbe dovuta diventare l'espressione dei loro interessi comuni di classe; la monarchia avrebbe dovuto fare ciò che soltanto la negazione di due monarchie, cioè la repubblica, aveva potuto fare e aveva fatto. Era questa la pietra filosofale, per fabbricar la quale si rompevano la testa i dottori del partito dell'ordine. Come se la monarchia legittima potesse mai diventare la monarchia della borghesia industriale o il regno della borghesia diventare il regno dell'aristocrazia fondiaria ereditaria[12]. Come se la grande proprietà fondiaria e l'industria potessero fraternizzare sotto una sola corona, mentre la corona poteva cadere sopra una testa sola, o su quella del primogenito o su quella del cadetto. Come se l'industria potesse, in generale, conciliarsi con la proprietà fondiaria, sino a che la proprietà fondiaria non si decide a diventare anch'essa industriale[13]. Se Enrico V morisse domani, il conte di Parigi non diventerebbe perciò il re dei legittimisti, a meno che non finisse di essere il re degli orleanisti. Ma i filosofi della fusione, che tanto più si facevano avanti quanto più diventava attuale la questione della revisione, che si erano creati nell'Assemblée nationale un organo quotidiano ufficiale[14] che persino oggi (febbraio 1852) sono nuovamente all'opera[15], attribuivano tutte le difficoltà alla resistenza e alla rivalità delle due dinastie. I tentativi di riconciliare la famiglia di Orléans con Enrico V, incominciati sin dalla morte di Luigi Filippo, ma condotti, come tutti gli intrighi dinastici, soltanto durante le ferie dell'Assemblea nazionale, negli intermezzi, dietro le quinte, più come una civetteria sentimentale con la vecchia superstizione che come un affare presa sul serio, divennero ora azioni capitali e di Stato, vennero portati dal partito dell'ordine sulla scena pubblica e non più soltanto sulla scena dei teatrini dei dilettanti. I corrieri volavano da Parigi a Venezia, da Venezia a Claremont, da Claremont a Parigi. Il conte di Chambord lancia un manifesto in cui annuncia, "con l'aiuto di tutti i membri della sua famiglia", non la propria restaurazione, ma ,la restaurazione "nazionale". L'orleanista Salvandy[16] si getta ai piedi di Enrico V. I capi legittimisti Berryer, Benôit d'Azy, Saint-Priest[17], si recano a Claremont per convincere gli Orléans, ma invano. I fusionisti si accorgono troppo tardi che gli interessi delle due frazioni della borghesia non perdono il loro carattere esclusivo e non diventano più facilmente conciliabili per il fatto che si acuiscono nella forma di interessi di famiglia, di interessi di due case reali. Anche se Enrico V avesse riconosciuto come suo successore il conte di Parigi - e questo era l'unico successo che nel migliore dei casi, la fusione potesse avere -, la casa di Orléans non avrebbe guadagnato nessun diritto che già non fosse assicurato dalla mancanza di figli di Enrico V, e avrebbe perduto tutti i diritti che aveva conquistato con la rivoluzione di luglio. Essa avrebbe rinunciato alle sue pretese originarie, a tutti i titoli che aveva strappato alla branca primogenita dei Borboni in una lotta quasi secolare, avrebbe barattato le sue prerogative storiche, le prerogative della monarchia moderna, con la prerogativa del suo albero genealogico[18]. La fusione non era dunque altro che un'abdicazione volontaria della casa di Orléans, la sua rinuncia legittimista, il suo ritorno contrito dalla Chiesa di Stato protestante alla Chiesa cattolica. E questo ritorno non la rimetteva nemmeno sul trono che essa aveva perduto, ma soltanto sui gradini del trono su cui era nata[19]. I vecchi ministri orleanisti, Guizot, Duchâtel[20], ecc., che si precipitarono egualmente a Claremont per sollecitare la fusione, esprimevano in sostanza soltanto il disgusto per la rivoluzione di luglio, la mancanza di fiducia nella monarchia borghese e nella monarchia dei borghesi, la fede superstiziosa nella legittimità come ultimo amuleto contro l'anarchia. Mentre immaginavano di essere mediatori tra gli Orléans e i Borboni, erano effettivamente soltanto orleanisti rinnegati, e come tali li ricevette il principe di Joinville[21]. La parte vitale, combattiva, degli orleanisti, invece, Thiers, Baze[22], ecc., ebbero tanto miglior giuoco nel convincere la famiglia di Luigi Filippo che se ogni restaurazione monarchica immediata presupponeva la fusione delle due dinastie, ogni fusione delle due dinastie presupponeva però l'abdicazione della casa di Orléans, mentre era pienamente conforme alla tradizione dei loro predecessori riconoscere temporaneamente la repubblica ed aspettare sino a che gli avvenimenti permettessero di cambiare il seggio presidenziale in un trono[23]. Si diffuse la voce della candidatura presidenziale del principe di Joinville; si mantenne desta la curiosità pubblica; e alcuni mesi dopo, respinta la revisione, questa candidatura venne proclamata pubblicamente.

Il tentativo di una fusione monarchica tra orleanisti e legittimisti non era dunque soltanto fallito, ma aveva anche spezzato la loro fusione parlamentare, la loro forma comune repubblicana, e aveva nuovamente decomposto il partito dell'ordine nei suoi elementi originari. Ma quanto più diventavano tese le relazioni tra Claremont e Venezia[24], quanto più si rompeva il loro accordo e l'agitazione per Joinville guadagnava terreno, tanto più attive, tanto più serie si facevano le trattative tra Faucher, il ministro di Bonaparte, e i legittimisti[25].

La dissoluzione del partito dell'ordine non si arrestò ai suoi elementi primitivi. Ognuna delle sue grandi frazioni si suddivise ancora, a sua volta. Sembrava che tutte le vecchie sfumature che si erano urtate e combattute nell'interno di ognuno dei due gruppi, tanto dei legittimisti quanto degli orleanisti, fossero tornate a galla al pari di infusori disseccati messi a contatto con l'acqua, come se avessero nuovamente acquistato tanta forza da poter costituire gruppi propri e alimentare per proprio conto degli antagonismi. I legittimisti sognavno di essere tornati ai conflitti tra le Tuileries e il Pavillon Marsan, tra Villlèle e Polignac[26]. Gli orleanisti rivivevano l'età dell'oro dei tornei tra Guizot, Molè, Broglie, Thiers e Odilon Barrot[27]. La frazione del partito dell'ordine che era favorevole alla revisione, ma era divisa a proposito dei limiti della revisione stessa, composta di legittimisti, diretti da Berryer e Falloux, da una parte, da La Rochejacquelein[28] dall'altra, e dagli orleanisti stanchi di combattere, diretti da Molé, Montalembert e Odilon Barrot, si unì coi rappresentanti bonapartisti per presentare la seguente proposta indeterminata e generica: "I sottoscritti rappresentanti, allo scopo di restituire alla nazione il pieno esercizio della sua sovranità, propongono che la Costituzione venga riveduta"[29]. In pari tempo però essi dichiararono unanimemente, per bocca del loro relatore Tocqueville[30], che l'Assemblea nazionale non aveva diritto di proporre l'abolizione della repubblica e che questo diritto spettava soltanto alla camera di revisione. Inoltre aggiunsero che la Costituzione poteva essere riveduta soltanto in modo "legale", cioè soltanto se lo decideva la maggioranza di tre quarti dei voti prescritta dalla Costituzione[31]. Dopo sei giorni di dibattiti tumultuosi [32] il 19 luglio, come era da prevedere, la revisione venne respinta. Vi furono 446 voti a favore, ma 278 contro. Gli orleanisti decisi, come Thiers, Changarnier, ecc., votarono coi repubblicani e con la Montagna[33].

La maggioranza si dichiarava dunque contro la Costituzione; ma la Costituzione stessa si dichiarava per la minoranza e dava alla sua decisione carattere obbligatorio[34]. Ma forse che il partito dell'ordine non aveva subordinato la Costituzione alla maggioranza parlamentare, il 31 maggio 1850 e il 13 giugno 1849? Forse che tutta la sua politica non si era fondata, sino a quel giorno, sulla subordinazione degli articoli della Costituzione alle decisioni della maggioranza parlamentare? Non aveva esso lasciato ai democratici e punito nei democratici la credenza biblica alla lettera della legge? Ma in questo momento revisione della Costituzione non significava altro che proroga dei poteri presidenziali, e proroga della Costituzione non significava altro che destituzione di Bonaparte. Il Parlamento si era pronunciato per lui; ma la Costituzione si pronunciava contro il Parlamento. Egli agiva dunque secondo il pensiero del Parlamento se lacerava la Costituzione, e agiva secondo lo spirito della Costituzione se dava lo sfratto al Parlamento.

Il Parlamento aveva dichiarato "fuori della maggioranza" la Costituzione e, con essa, il proprio dominio; con la sua decisione aveva soppresso la Costituzione e prorogato i poteri presidenziali, pur dichiarando in pari tempo che né l'una poteva morire né gli altri potevano vivere sino a che il Parlamento continuasse ad esistere. Ma già erano alle porte coloro che dovevano sotterrarlo. Mentre esso discuteva della revisione, Bonaparte allontanava il generale Baraguay d'Hilliers, che si mostrava indeciso, dal comando della prima divisione militare, e nominava al suo posto il generale Magnan, il vincitore di Lione, l'eroe delle giornate di dicembre, una delle sue creature, che già sotto Luigi Filippo si era più o meno compromesso con lui in occasione della spedizione di Boulogne[35].

Con la sua decisione circa la revisione, il partito dell'ordine provava che non sapeva né dominare né servire, né vivere né morire, né tollerare la repubblica né rovesciarla, né mantenere la Costituzione né sbarazzarsene, né collaborare col presidente né romperla con lui. Da chi attendeva dunque la soluzione di tutte queste contraddizioni? Dal calendario, dal corso degli avvenimenti. Cessava di attribuirsi un potere sugli avvenimenti. Provocava in questo modo gli avvenimenti a fargli violenza; provocava il potere a cui nella lotta contro il popolo aveva ceduto l'uno dopo l'altro i suoi attributi, sino a trovarsi di fronte ad esso privo di forza. Affinché il capo del potere esecutivo potesse elaborare con maggior tranquillità il piano di lotta contro di esso, rafforzare i suoi mezzi di attacco, scegliere le sue armi, consolidare le sue posizioni, il partito dell'ordine decise, in un momento così critico, di abbandonare la scena e di aggiornarsi per tre mesi, dal 10 agosto al 4 novembre.

Non soltanto il partito parlamentare si era diviso nelle sue due grandi frazioni, non soltanto ognuna di queste frazioni a sua volta si disgregava, ma il partito dell'ordine nel Parlamento era in contrasto col partito dell'ordine fuori del Parlamento. Gli oratori della borghesia e i suoi esegeti, la sua tribuna e la sua stampa, in una parola, gli ideologi della borghesia e la borghesia stessa, i rappresentanti e i rappresentati erano diventati estranei gli uni agli altri e non si comprendevano più. I legittimisti delle provincie, col loro orizzonte ristretto e il loro entusiasmo illimitato, accusavano i loro capi parlamentari, Berryer e Falloux, di aver disertato nel campo bonapartista e abbandonato Enrico V. La loro intelligenza liliale credeva al peccato originale ma non credeva alla diplomazia[36]. Incomparabilmente più fatale e decisiva era la rottura tra la borghesia commerciale e i suoi uomini politici. Essa non rimproverava loro, come i legittimisti ai loro rappresentanti, di aver abbandonato i principi, ma al contrario, di rimaner attaccati a princìpi divenuti inutili.

Ho già accennato prima che, dal momento dell'ingresso di Fould nel ministero, quella parte della borghesia commerciale che si era attribuita la parte del leone del potere sotto Luigi Filippo, l'aristocrazia finanziaria, era diventata bonapartista. Fould non rappresentava soltanto gli interessi di Bonaparte in Borsa; egli rappresentava anche gli interessi di Borsa presso Bonaparte. La posizione del l'aristocrazia finanziaria è descritta nel modo più evidente dal suo organo europeo, l'Economist di Londra[37]. Nel suo numero del I° febbraio 1851 questo giornale pubblica la seguente corrispondenza da Parigi: "Abbiamo ora potuto rilevare da tutte le parti che la Francia aspira soprattutto alla tranquillità. La cosa è stata dichiarata dal presidente nel suo messaggio all'Assemblea legislativa; la tribuna dell'Assemblea gli ha fatto eco; i giornali lo confermano; i preti lo proclamano dal pulpito; la cosa è provata dalla sensibilità dei titoli di Stato alla minima prospettiva di disordini, dalla loro fermezza ogni volta che il potere esecutivo ha il sopravvento". Nel suo numero del 29 novembre 1851 l'Economist dichiara, in nome proprio: "In tutte le Borse d'Europa il presidente è riconosciuto come sentinella dell'ordìne". L'aristocrazia finanziaria condannava dunque la lotta parlamentare del partito dell'ordine contro il potere esecutivo come cosa che turbava l'ordine, e celebrava ogni vittoria del presidente sui rappresentanti del sedicente partito dell'ordine come vittoria dell'ordine. Si deve intendere qui per aristocrazia finanziaria non soltanto i grandi appaltatori di prestiti statali e gli speculatori sui valori dello Stato, il cui interesse si comprende agevolmente che coincida con gli interessi del potere dello Stato. Tutti gli affari finanziari moderni, tutta l'economia bancaria è connessa nel modo più intimo col credito pubblico. Una parte del loro capitale commerciale viene necessariamente investito in valori di Stato rapidamente convertibili. I loro depositi, il capitale posto a loro disposizione e da loro ripartito tra commercianti e industriali, proviene in parte dai dividendi dei possessori di rendita dello Stato[38]. Se per il mercato monetario nel suo complesso e per i sacerdoti di questo mercato la stabilità del potere dello Stato in ogni epoca ha fatto le veci di Mosè e dei profeti[39], come potrebbe essere diversamente oggi in cui ogni diluvio minaccia di travolgere, insieme ai vecchi Stati, anche i vecchi debiti di Stato[40]?

Anche la borghesia industriale, nel suo fanatismo dell'ordine, era irritata dalle risse del partito parlamentare dell'ordine col potere esecutivo. Thiers, Anglès[41], Sainte-Beuve[42], ecc., dopo il loro voto del 18 gennaio in occasione della destituzione di Changarnier, ricevettero rimostranze pubbliche proprio dai loro elettori dei distretti industriali nelle quali specialmente la loro coalizione con la Montagna veniva bollata come alto tradimento della causa dell'ordine. Se è vero, come ,abbiamo visto, che le canzonature spavalde e gli intrighi meschini in cui si era manifestata la lotta del partito dell'ordine contro il presidente non meritavano accoglienza migliore, è vero d'altra parte che questo partito borghese, il quale esigeva che i suoi rappresentanti lasciassero passare senza resistenza il potere militare dalle mani del loro proprio Parlamento in quelle di un pretendente d'avventura, non era nemmeno degno degli intrighi che si ordivano nel suo interesse. Esso faceva capire che la lotta per la difesa dei suoi interessi pubblici, dei suoi interessi di classe, del suo potere politico, in quanto disturbava i suoi affari privati lo molestava e gli dava fastidio.

I notabili borghesi delle città di provincia, i magistrati, i giudici di commercio ecc. ricevevano Bonaparte dappertutto, quasi senza eccezione, nei suoi viaggi circolari, nel modo più servile, anche se, come a Digione, egli attaccava senza alcun riguardo l'Assemblea nazionale e in special modo il partito dell'ordine[43]. Quando gli affari, andavano bene, come al principio del 1851, la borghesia commerciale si scagliava contro ogni lotta parlamentare che potesse nuocere al commercio. Quando il commercio andò male, come avvenne continuamente a partire dalla fine del febbraio 1851, essa accusò le lotte parlamentari di essere la causa del ristagno, e reclamò ad alta voce che si facessero tacere, affinché il commercio potesse riprendere voce. I dibattiti sulla revisione caddero appunto in questo momento sfavorevole, e poiché si trattava della vita o della morte della forma statale esistente, tanto più la borghesia si sentì in diritto di esigere dai suoi rappresentanti che mettessero fine a quella tormentosa provvisorietà; in diritto di reclamare in pari tempo il mantenimento dello status quo. Né c'era in ciò contraddizione alcuna. Metter fine allo stato di cose provvisorio significava per essa precisamente prolungarne l'esistenza, rinviare a un futuro lontano il momento in cui sarebbe stato necessario prendere una decisione. Lo status quo poteva essere mantenuto soltanto in due modi: o con la proroga dei poteri di Bonaparte, o col suo ritiro, conforme alla Costituzione, e con la elezione di Cavaignac. Una parte della borghesia desiderava quest'ultima soluzione, ma non sapeva dare ai suoi rappresentanti nessun miglior consiglio che di tacere e di lasciare impregiudicata questa ardente questione. Se i suoi rappresentanti non avessero parlato, pensava, Bonaparte non avrebbe agito. E desiderava un Parlamento struzzo, che nascondesse la testa per non farsi vedere. Un'altra parte della borghesia, poiché Bonaparte già occupava il seggio presidenziale, desiderava che continuasse ad occuparlo, affinché ogni cosa rimanesse immutata. Essa s'irritava perché il suo Parlamento non violava apertamente la Costituzione e non abdicava puramente e semplicemente.

I Consigli generali dei dipartimenti, rappresentanze provinciali della grande borghesia, riunitisi a partire dal 25 agosto durante le ferie dell'Assemblea nazionale, si dichiararono quasi all'unanimità favorevoli alla revisione, cioè contro il Parlamento e per Bonaparte[44].

Ancora più esplicita della rottura coi suoi rappresentanti parlamentari fu la manifestazione della collera della borghesia contro i suoi rappresentanti letterari, contro la propria stampa. Le condanne a multe esorbitanti e a spudorate pene detentive pronunciate dalle giurie borghesi per ogni attacco dei giornalisti borghesi alle velleità di usurpazione di Bonaparte, per ogni tentativo della stampa di difendere contro il potere esecutivo i diritti politici della borghesia, riempirono di stupore non solo la Francia, ma tutta l'Europa.

Se, come ho mostrato sopra, il partito parlamentare dell'ordine, a forza di gridare che occorreva la tranquillità, si era condannato da sé all'inazione; se esso aveva dichiarato il dominio politico della borghesia incompatibile con la sicurezza e con l'esistenza della borghesia stessa, distruggendo con le sue proprie mani, nella lotta contro le altre classi della società, tutte le condizioni del proprio regime, del regime parlamentare, la massa extraparlamentare della borghesia, invece, con le sue servilità verso il presidente, coi suoi oltraggi al Parlamento, col modo brutale nel quale trattava la sua stessa stampa, provocava Bonaparte a reprimere e a sterminare i suoi oratori e i suoi scrittori, i suoi uomini politici e i suoi letterati, la sua tribuna parlamentare e la sua stampa, al fine di poter attendere ai propri affari privati sotto la protezione di un governo forte e dotato di poteri illimitati. Essa dichiarava nettamente che non vedeva l'ora di sbarazzarsi del proprio dominio politico per sbarazzarsi delle fatiche e dei pericoli del potere[45]. E questa borghesia che si indigna persino della lotta puramente parlamentare e letteraria in difesa del potere della propria classe e ha tradito i capi di questa lotta, ora, quando, tutto è terminato, osa accusare il proletariato di non essersi gettato per essa in una lotta sanguinosa, in una lotta a morte[46]. Questa borghesia che in ogni momento ha sacrificato il suo interesse generale di classe, cioè il suo interesse politico, al più gretto e sordido interesse privato, e ha preteso dai suoi rappresentanti lo stesso sacrificio, ora si lamenta, dicendo che il proletariato ha sacrificato ai propri interessi materiali i suoi ideali politici. Essa si comporta come un'anima generosa che il proletariato, traviato dai socialisti, avrebbe misconosciuto e abbandonato nel momento decisivo. Ed essa trova un'eco generale nel mondo borghese. Non parlo qui naturalmente dei politicanti tedeschi da caffè e dei poveri di spirito. Mi riferisco, per esempio, allo stesso Economist, che ancora il 29 novembre 1851, cioè 4 giorni prima del colpo di stato, aveva dichiarato Bonaparte "sentinella dell'ordine" e Thiers e Berryer "anarchici", e già il 27 dicembre 1851, dopo che Bonaparte ha messo a posto quegli anarchici, denuncia il tradimento che sarebbe stato compiuto da "masse proletarie ignoranti, incolte, stupide, ai danni del talento, del sapere, della disciplina, dell'influenza, dell'ingegno, delle risorse intellettuali e delle qualità morali degli strati medi ed elevati della società". La massa stupida, ignorante e volgare non era altro che la massa stessa della borghesia. È vero che la Francia ha attraversato nel 1851 una specie di piccola crisi commerciale. Alla fine di febbraio si manifestò una diminuzione delle esportazioni rispetto al 1850; in marzo il commercio diminuì e le fabbriche si chiusero; in aprile la situazione dei dipartimenti industriali sembrava essere disperata quanto dopo le giornate di febbraio[47]; in maggio gli affari non avevano ancora ripreso; ancora il 28 giugno il portafoglio della Banca di Francia indicava, con un enorme aumento dei depositi e con una diminuzione altrettanto grande degli anticipi su cambiali, la stasi della produzione; e solo alla metà di ottobre vi era stata una nuova ripresa progressiva degli affari. La borghesia francese si spiegò questo ristagno degli affari con motivi d'ordine puramente politico, con la lotta tra il Parlamento e il potere esecutivo, con l'incertezza di una forma di Stato puramente provvisoria, con la prospettiva paurosa della seconda [domenica] di maggio del 1852. Non voglio negare che tutte queste circostanze esercitassero una influenza deprimente su alcune branche dell'industria a Parigi e nei dipartimenti. Ad ogni modo, però, questa influenza delle circostanze politiche era soltanto locale e insignificante. Si può darne prova migliore del fatto che il miglioramento del commercio si produsse proprio nel momento in cui la situazione politica peggiorava, l'orizzonte politico si oscurava e si attendeva ad ogni istante un colpo di folgore dell'Eliseo, cioè verso la metà di Ottobre[48]. Il borghese francese, il cui "talento, il cui sapere, la cui chiaroveggenza e le cui risorse intellettuali" non vanno più in là del suo naso, poteva d'altra parte, per tutta la durata dell'Esposizione industriale di Londra[49], sbattere il naso nella causa della sua miseria commerciale. Mentre in Francia si chiudevano le fabbriche, in Inghilterra scoppiavano bancarotte commerciali. Mentre in aprile e maggio in Francia toccava il colmo il panico industriale, in aprile e maggio, in Inghilterra, toccava il colmo il panico commerciale. L'industria inglese della lana soffriva come quella francese; come quella francese soffriva la manifattura inglese della seta. Le fabbriche inglesi di cotone continuavano a lavorare, ma non facevano più gli stessi profitti che nel 1849 e nel 1850. La differenza stava soltanto nel fatto che la crisi era industriale in Francia, commerciale in Inghilterra; che mentre in Francia le fabbriche si fermavano, in Inghilterra si sviluppavano, ma in condizioni più sfavorevoli che negli anni precedenti; che in Francia i colpi principali erano subìti dall'esportazione, in Inghilterra dall'importazione[50]. La causa comune, che naturalmente non deve essere ricercata entro i limiti dell'orizzonte politico francese, era evidente[51]. Il 1849 e il 1850 erano stati gli anni di grandissima prosperità materiale[52] e di una sovrapproduzione che si manifestò come tale soltanto nel 1851. Questa venne ancora aggravata, in particolar modo all'inizio di quest'anno, dalla prospettiva dell'Esposizione industriale[53]. A ciò si aggiunsero inoltre circostanze speciali: prima il cattivo raccolto di cotone nel 1850 e nel 1851, poi la sicurezza di un raccolto di cotone più abbondante di quello che ci si aspettava; prima il rialzo, poi il ribasso brusco, in una parola, le oscillazioni dei prezzi del cotone. Il raccolto della seta greggia era caduto, almeno in Francia, al di sotto della media. Le manifatture di lana, infine, si erano talmente estese a partire dal 1848 che la produzione della lana non poteva tener loro dietro e il prezzo della lana greggia aumentava in modo sproporzionato all'aumento del prezzo dei manufatti di lana. Abbiamo, quindi già qui, nelle materie prime di tre industrie interessanti il mercato mondiale, tre serie di cause di un ristagno del commercio[54]. Astrazion fatta da queste circostanze speciali, la crisi apparente del 1851 non fu altro che il momento di arresto che la sovrapproduzione e la sovraspeculazione subiscono sempre nel corso del ciclo industriale, prima di raccogliere tutte le forze per attraversare febbrilmente l'ultima parte della curva e giungere ancora una volta al suo punto di approdo, alla crisi commerciale generale[55]. Durante simili intervalli della storia del commercio, in Inghilterra scoppiano bancarotte commerciali, mentre in Francia è l'industria stessa che si ferma, in parte perché costretta a ritirarsi da tutti i mercati dalla concorrenza degli inglesi che proprio allora diventa insopportabile, in parte perché colpita in particolar modo dal ristagno del commercio in quanto industria di lusso[56]. In questo modo la Francia, oltre alle crisi generali, attraversa le proprie crisi commerciali nazionali, le quali però sono determinate e condizionate più dallo stato generale del mercato mondiale che da influenze locali francesi. Non sarà senza interesse contrapporre al pregiudizio del borghese francese il giudizio del borghese inglese. Una delle più grandi case di Liverpool scrive nel suo bilancio annuale del 1851: "Pochi anni hanno ingannato nelle previsioni fatte al loro inizio più dell'anno testé trascorso. Invece della più grande prosperità che unanimemente ci si attendeva, esso è stato uno degli anni più scoraggianti dell'ultimo quarto di secolo. Naturalmente questo vale per le classi commerciali, non per le classi industriali. Eppure al principio dell'anno vi erano senza dubbio dei motivi per attendersi il contrario. Le riserve di prodotti erano scarse, il capitale era sovrabbondante, i viveri a buon mercato; si era sicuri di un raccolto ricco. Pace ininterrotta sul continente e nessun disturbo politico o finanziario all'interno del paese. In realtà, mai le ali del commercio erano state più libere... A che cosa si deve attribuire questo risultato sfavorevole? Crediamo che lo si debba attribuire all'eccesso del commercio, sia d'importazione che d'esportazione. Se i nostri negozianti non pongono essi stessi limiti più ristretti alla loro attività, nulla potrà mantenerci nella via normale, se non un panico ogni tre anni"[57]. Ci si immagini ora come il borghese francese, in mezzo a questo panico commerciale, doveva avere il cervello, malato come il suo commercio, torturato, confuso, stordito dalle voci di colpi di stato e di restaurazione del suffragio universale, dalla lotta tra il Parlamento e il potere esecutivo, dalla guerra di fronda tra i legittimisti e gli orleanisti, dalle cospirazioni comuniste nel sud della Francia, dalle pretese jacqueries[58] nei dipartimenti della Nièvre e dello Cher[59], dalla pubblicità dei diversi candidati alla presidenza[60], dalle parole d'ordine ciarlatanesche dei giornali, dalle minacce dei repubblicani di voler difendere la Costituzione e il suffragio universale con le armi alla mano[61], dal vangelo degli eroi emigrati in partibus che annunciavano la fine del mondo per la seconda [domenica] di maggio del 1852, e si comprenderà come, in mezzo a questa indicibile e assordante confusione di fusione, revisione, proroga, costituzione, cospirazione, coalizione, emigrazione, usurpazione e rivoluzione, il borghese furibondo gridasse in faccia alla repubblica parlamentare: "Meglio una fine con spavento, che uno spavento senza fine!".

Bonaparte comprese questo grido. Il suo comprendonio era reso più acuto dalla crescente petulanza dei creditori, i quali in ogni tramonto di sole che avvicinava il 2 maggio 1852, giorno della scadenza dei suoi poteri, vedevano una protesta del movimento degli astri contro le loro cambiali terrestri. Essi erano diventati dei veri astrologhi. L'Assemblea nazionale aveva tolto a Bonaparte ogni speranza di proroga costituzionale del suo potere; la candidatura del principe di Joinville non gli permetteva di esitare più a lungo[62]. Se mai avvenimento ha proiettato davanti a sé la sua ombra molto tempo prima di prodursi, esso è stato certamente il colpo di stato di Bonaparte. Già il 29 gennaio 1849, un mese appena dopo la sua elezione, egli lo aveva proposto a Changarnier[63]. Il suo proprio primo ministro, Odilon Barrot, aveva denunciato in forma privata, nell'estate del 1849, la politica dei colpi di stato; Thiers l'aveva denunciato in modo aperto nell'inverno del 1850. Nel maggio 1851 Persigny aveva cercato ancora una volta di guadagnare all'impresa Changarnier, e il Messager de l'Assemblée aveva fatto conoscere questa conversazione[64]. I giornali bonapartisti minacciavano un colpo di stato ad ogni tempesta parlamentare, e quanto più la crisi si avvicinava, tanto più il loro tono si faceva forte. Nelle orge che Bonaparte celebrava ogni notte con lo swell mob[65] di sesso maschile e femminile, quando si avvicinava la mezzanotte e le abbondanti libazioni snodavano le lingue ed eccitavano la fantasia, il colpo di stato veniva deciso per il giorno seguente. Si snudavano le spade; si toccavano i bicchieri; i rappresentanti venivano gettati dalla finestra e il mantello imperiale cadeva sulle spalle di Bonaparte, fino a che le ore del mattino disperdevano ancora una volta le larve e Parigi, stupefatta, apprendeva da alcune vestali poco riservate e da paladini indiscreti il pericolo al quale era sfuggita ancora una volta. Nei mesi di settembre e di ottobre le voci di un colpo di stato si fecero sempre più frequenti[66]. In pari tempo l'ombra si arricchiva di sfumature, come un dagherrotipo a colori. Si sfoglino i giornali quotidiani europei dei mesi di settembre e di ottobre e vi si troveranno informazioni, del tipo delle seguenti, testuali: "Parigi è piena di voci di colpi di stato. Si dice che la città verrà occupata militarmente durante la notte e che il mattino dopo verranno pubblicati dei decreti che scioglieranno l'Assemblea nazionale, dichiareranno lo stato d'assedio nel dipartimento della Senna, ristabiliranno il suffragio universale, e faranno appello al popolo[67]. Si dice che Bonaparte cerchi ministri pronti a eseguire questi decreti illegali". Le corrispondenze ,che danno queste notizie terminano sempre con un fatale "rinviato". Il colpo di stato era sempre stato l'idea fissa di Bonaparte. Con questa idea aveva rimesso piede sul territorio francese. Questa idea lo possedeva a tal punto che egli la tradiva e la divulgava continuamente. Ma era così debole che in pari tempo continuamente vi rinunciava. L'ombra del colpo di stato era diventata così familiare ai parigini come fantasma, che quando finalmente si presentò loro in carne ed ossa non vollero credervi. Ciò che assicurò il successo del colpo di stato non fu dunque né un atteggiamento riservato del capo della Società del 10 dicembre, né una sorpresa che prendesse l'Assemblea nazionale alla sprovvista. Se il colpo di stato riuscì, riuscì malgrado la mancanza di discrezione del primo, e con la conoscenza preventiva della seconda, come risultato necessario inevitabile di tutta la evoluzione precedente.

Il 10 ottobre Bonaparte annunciò ai suoi ministri la decisione di voler ristabilire il suffragio universale; il 16 essi dettero le loro dimissioni[68]; il 26 Parigi apprese la costituzione del ministero Thorigny[69]. In pari tempo il prefetto di polizia Carlier veniva sostituito da Maupas[70] e il capo della prima divisione militare, Magnan, concentrava nella capitale i reggimenti più sicuri. Il 4 novembre l'Assemblea nazionale riprese le sue sedute. Non le restava altro da fare che ripetere, in una breve e concentrata prova generale, il corso che già essa aveva seguito; e dare la prova che quando la sotterrarono era già morta. La prima posizione che essa aveva perduto nella lotta contro il potere esecutivo era stato il ministero. Essa dovette riconoscere solennemente questa perdita, accettando pienamente il ministero Thorigny, che era un semplice ministero di comparse. La Commissione permanente aveva accolto a risate il signor Giraud[71], quando egli si era presentato in nome del nuovo ministero. Un ministero così debole per delle misure così forti, come il ristabilimento del suffragio universale! Ma si trattava precisamente di non far nulla nel Parlamento, di far tutto contro il Parlamento. Il giorno stesso della sua riapertura l'Assemblea nazionale ricevette un messaggio di Bonaparte, in cui questi chiedeva il ristabilimento del suffragio universale e l'abrogazione della legge dei 31 maggio 1850[72]; lo stesso giorno i ministri del Bonaparte presentarono un decreto in questo senso. L'Assemblea respinse immediatamente la mozione d'urgenza presentata dal ministero e il 13 novembre respinse la legge stessa, con 355 voti contro 348[73]. Essa lacerava così ancora una volta il suo mandato; confermava ancora una volta di essersi trasformata, da rappresentanza liberamente eletta di un popolo, in Parlamento usurpatore di una classe[74]; riconosceva ancora una volta di avere essa stessa reciso i muscoli che univano la testa parlamentare al corpo della nazione.

Se il potere esecutivo, con la sua proposta di ristabilire il suffragio universale, faceva appello dall'Assemblea nazionale al popolo, il potere legislativo, con la sua legge dei questori[75] fece appello dal popolo all'esercito. Questa legge dei questori tendeva a stabilire il diritto dell'Assemblea di requisire direttamente la truppa, di formare un esercito parlamentare. Se in questo modo il potere legislativo faceva dell'esercito l'arbitro tra se stesso e il popolo, tra se stesso e Bonaparte, se riconosceva l'esercito quale potere decisivo dello Stato, era costretto d'altra parte a confermare che da un pezzo aveva rinunciato alla pretesa di comandare l'esercito stesso. Nel momento in cui, invece di requisire senz'altro le truppe, esso discuteva il diritto di requisirle, tradiva i dubbi sulla propria forza[76]. Respingendo la legge dei questori l'Assemblea confessò apertamente la propria impotenza. La legge venne respinta con una minoranza di 108 voti: la Montagna aveva dunque deciso dell'esito della votazione[77]. Essa si trovava nella situazione dell'asino di Buridano[78], ma non tra due mucchi di fieno e dovendo decidere quale fosse il più appetitoso, bensì tra due sacchi di legnate e dovendo decidere quale fosse il più duro. Da un lato la paura di Changarnier, dall'altro la paura di Bonaparte. Si deve riconoscere che la situazione non aveva niente di eroico. Il 18 novembre venne proposto un emendamento alla legge sulle elezioni comunali presentata dal partito dell'ordine, emendamento in base al quale, invece di tre anni di domicilio, un anno solo doveva bastare per gli elettori municipali[79]. L'emendamento fu respinto per un solo voto; però questo solo voto risultò immediatamente conseguenza di un errore. Scindendosi nelle sue frazioni ostili, il partito dell'ordine aveva perduto da tempo la propria maggioranza parlamentare indipendente. Ora mostrava che nel Parlamento non esisteva più maggioranza di sorta. L'Assemblea nazionale era diventata incapace di prendere una decisione. Le sue parti costitutive elementari non erano più tenute assieme da nessuna forza di coesione; essa aveva reso l'ultimo respiro, era morta.

La massa extraparlamentare della borghesia, infine, doveva confermare solennemente ancora una volta, alcuni giorni prima della catastrofe, la sua rottura coi rappresentanti della borghesia nel Parlamento. Thiers, in qualità di eroe parlamentare, affetto in maniera speciale dalla malattia inguaribile del cretinismo parlamentare, dopo la morte del Parlamento aveva ordito un nuovo intrigo parlamentare col consiglio di Stato, una legge sulla responsabilità che avrebbe dovuto stringere il presidente nei ceppi della costituzione[80]. Bonaparte, che il 15 settembre, in occasione dell'inaugurazione dei nuovi mercati di Parigi, aveva, nuovo Masaniello, ammaliato le dames des halles, le pescivendole[81] - e del resto una pescivendola valeva di più, come potere reale, di 17 burgravi -, che dopo la presentazione della legge dei questori aveva riempito di entusiasmo i tenenti da lui ospitati nell'Eliseo[82], il 25 novembre strappò l'adesione della borghesia industriale, riunita nel Circo per ricevere di mano sua le medaglie dei premi dell'Esposizione industriale di Londra. Riproduco qui dal Journal des débats il passo più caratteristico del suo discorso: "In presenza di successi così insperati, io sono in diritto di dichiarare ancora una volta quanto la repubblica francese sarebbe grande se le fosse permesso di occuparsi dei suoi interessi reali e di riformare le sue istituzioni, invece di essere continuamente turbata, da un lato dai demagoghi[83], dall'altro lato da allucinazioni monarchiche (applausi rumorosi, entusiastici e prolungati in tutte le parti dell'anfiteatro). Le allucinazioni monarchiche impediscono ogni progresso e ogni sviluppo industriale serio. Invece del progresso non si ha che la lotta. Si vedono degli uomini, che un tempo erano i sostenitori più zelanti dell'autorità e delle prerogative monarchiche, diventare partigiani di una Convenzione unicamente allo scopo di indebolire l'autorità uscita dal suffragio universale[84] (applausi entusiastici e prolungati). Vediamo alcuni uomini che più hanno sofferto della rivoluzione e più se ne sono lamentati, provocarne una nuova unicamente per incatenare la volontà della nazione... Io vi prometto la tranquillità per l'avvenire, ecc. (Bravo! Bravo! Applausi fragorosi)". In questo modo la borghesia industriale applaude servilmente al colpo di stato del 2 dicembre, alla soppressione del Parlamento, alla fine del suo proprio dominio, alla dittatura di Bonaparte. Al suono degli applausi del 25 novembre rispose il tuono dei cannoni del 4 dicembre, e la casa del signor Sallandrouze, il quale aveva applaudito con maggiore entusiasmo, venne distrutta dal maggior numero di bombe[85].

Cromwell, quando sciolse il Lungo parlamento, si recò da solo in mezzo ad esso; cavò di tasca l'orologio, affinché il Parlamento non vivesse un minuto di più di quanto egli aveva fissato; e scacciò ogni singolo membro con oltraggi serenamente umoristici[86]. Napoleone, inferiore al suo modello, per lo meno, il 18 brumaio si recò nell'Assemblea legislativa e le lesse, sia pure con voce turbata, la sua sentenza di morte[87]. Il secondo Bonaparte, che del resto era in possesso di un potere esecutivo ben diverso da quello di Cromwell o di Napoleone, non cercò il suo modello negli annali della storia, ma negli annali della Società del 10 dicembre, negli annali della giustizia criminale. Rubò alla banca di Francia 25 milioni di franchi; comprò il generale Magnan con un milione, i soldati con 15 franchi a testa e con acquavite; si riunì la notte, di nascosto, come un ladro, con i suoi complici[88]; fece invadere le case dei capi parlamentari più pericolosi e strappare dai loro letti Cavaignac, Lamoricière, Leflô, Changarnier, Charras, Thiers, Baze, ecc[89], fece occupare militarmente le piazze principali di Parigi e l'edificio del Parlamento, e affiggere al mattino su tutti i muri manifesti ciarlataneschi, in cui si annunciava lo scioglimento dell'Assemblea nazionale e del Consiglio di Stato, il ristabilimento del suffragio universale e la messa in stato d'assedio del dipartimento della Senna[90]. Poco dopo fece inserire nel Moniteur un documento falso, secondo il quale un certo numero di parlamentari influenti si erano riuniti attorno a lui in una Consulta di stato.

I resti del Parlamento, composti soprattutto di legittimisti e di orleanisti, si riunirono nella sede della municipalità del decimo mandamento, e al grido ripetuto di "Viva la repubblica", decisero la destituzione di Bonaparte; arringarono invano la folla che stazionava davanti all'edificio e, infine, vennero trascinati, sotto la scorta dei cacciatori d'Africa[91], nella caserma d'Orsay, e poi stivati nelle vetture cellulari e trasportati nelle prigioni di Mazas, Ham e Vincennes. Così finivano il partito dell'ordine, l'Assemblea legislativa e la Rivoluzione di febbraio. Prima di passare alla conclusione, diamo uno schema riassuntivo della loro storia

I - Primo periodo. Dal 24 febbraio al 4 maggio 1848. Periodo di febbraio. Prologo. Frenesia di fratellanza universale.

II - Secondo periodo. Periodo della Costituzione della repubblica e dell'Assemblea nazionale costituente.
1) dal 4 maggio al 25 giugno 1848. Lotta di tutte le classi contro il proletariato. Disfatta del proletariato nelle giornate di giugno.

2) dal 25 giugno al 10 dicembre 1848. Dittatura dei repubblicani borghesi puri. Elaborazione della Costituzione. Stato d'assedio a Parigi. La dittatura della borghesia viene liquidata dall'elezione di Bonaparte a presidente.

3) dal 20 dicembre 1848 al 29 maggio 1849. Lotta della Costituente contro Bonaparte e contro il partito dell'ordine alleato con Bonaparte. Fine della Costituente. Caduta della borghesia repubblicana.

III - Terzo periodo. Periodo della repubblica costituzionale e dell'Assemblea nazionale legislativa.
1) dal 29 maggio 1849 al 13 giugno 1849. Lotta dei piccoli borghesi contro la borghesia e contro Bonaparte. Disfatta della democrazia piccolo-borghese.

2) dal 13 giugno 1849 al 31 maggio 1850. Dittatura parlamentare del partito dell'ordine. Questo partito corona il proprio dominio con la soppressione del suffragio universale, ma perde il ministero parlamentare.
3) dal 31 maggio 1850 al 2 dicembre 1851. Lotta tra borghesia parlamentare e Bonaparte.
a) dal 31 maggio 1850 al 12 gennaio 1851. Il Parlamento perde il comando supremo dell'esercito.
b) dal 12 gennaio all'11 aprile 1851. Il Parlamento è sconfitto nei suoi tentativi di impadronirsi nuovamente del potere amministrativo. Il partito dell'ordine perde la sua maggioranza parlamentare indipendente. Sua coalizione coi repubblicani e con la Montagna.

  1. c) dall'11 aprile al 9 ottobre 1851. Tentativi di revisione, di fusione e di proroga. Il partito dell'ordine si decompone nel suoi singoli elementi costitutivi. La rottura del Parlamento borghese e della stampa borghese con la massa della borghesia diventa definitiva.
  2. d) dal 9 ottobre al 2 dicembre 1851. Rottura aperta tra il Parlamento e il potere esecutivo. Il Parlamento formula il proprio atto di decesso e soccombe, abbandonato dalla sua propria classe, dall'esercito e dalle altre classi. Fine del regime parlamentare e del dominio della borghesia. Vittoria di Bonaparte. Parodia di restaurazione imperiale[92].

 

 

 

 

[1] Nell'art. 111 della Costituzione, fra le altre regole da rispettare per procedere a un'eventuale revisione, era previsto che questa potesse essere proposta solo nell'ultimo anno di vita dell'Assemblea nazionale. Poiché l'Assemblea era triennale ed era stata eletta il 29 maggio 1849, l'ultimo anno decorreva appunto dal 29 maggio 1851. Era perciò improrogabile quella revisione che le frazioni del "partito dell'ordine", nella prospettiva di una restaurazione monarchica, avevano cercato di far chiedere ai consigli dipartimentali, anche se prematuramente, nel 1849 e, con maggior forza, nel 1850.

 

[2] Tale fu il senso dei discorsi tenuti, in occasione dei dibattito sulla revisione, dal socialdemocratico Michel de Bourges e dal repubblicano Cavaignac.

 

[3] Il mantenimento della situazione esistente

[4] In occasione delle elezioni presidenziali della seconda settimana di maggio, si sarebbe verificata una grave vacanza di potere, poiché sarebbe scaduto automaticamente il vecchio presidente prima ancora che fosse subentrato il nuovo, e tutto ciò senza che la nuova Camera, la quale secondo il dettato costituzionale avrebbe dovuto essere eletta il 29 aprile, fosse ancora entrata in funzione: infatti fino al 28 maggio doveva costituzionalmente restare in carica la vecchia Carriera. la quale disponeva ancora del potere di fatto. pero era moralmente priva di autorità, sia in quinto la volontà popolare si era realmente espressa nella nuova, sia perché la vecchia aveva già subito troppe umiliazioni di fronte al potere esecutivo per contare ancora qualcosa. Questa confusione si sarebbe inoltre verificata proprio in presenza della tensione provocata nel paese da una duplice elezione, lasciando intravedere perciò complicazioni politiche accentuate dai risentimenti del popolo per la soppressione dei suffragio universale che esso voleva riconquistare.

 

[5] Instaurando il principio, da molti sostenuto, di non tener conto dei voti repubblicani e di realizzare la revisione con il sostegno della maggioranza semplice dei voti, anziché dei 3/4, si creava un precedente pericoloso. In tal modo il "partito dell'ordine", se evitava i pericoli dell'anarchia, si trovava esposto, per l'avvenire, a qualsiasi colpo di maggioranza che Bonaparte avesse voluto provocare servendosi dei mezzi di pressione e di corruzione offertigli dal potere esecutivo. La progressiva disgregazione del "partito dell'ordine" accentuava tali pericoli, come ben compresero il Berryer e il De Corcelles, i quali affermarono che, in mancanza dei 3/4 dei voti favorevoli alla revisione, questa non dovesse aver luogo.

 

[6] In senso favorevole alla proroga dei poteri presidenziali si espresse il Barrot, attirato certamente dalla speranza di un reincarico ministeriale. Il pericolo di un'usurpazione imperiale contenuta in tale proposta fu presente sia ai monarchici, i quali, come Berryer e Falloux, proposero apertamente la restaurazione della monarchia, sia ai repubblicani, che rifiutavano ogni cambiamento. L'intervento svolto in questo secondo senso di V. Hugo tendeva a dimostrare che rivedere la costituzione significava, comunque, aprire a L. Napoleone la via dei consolato e dell'Impero, colla differenza che al posto della battaglia di Marengo vi sarebbe stata quella di Satory, al posto di Augusto un Augustolo, al posto di Napoleone il Grande, Napoleone il Piccolo.

 

[7] Nicolas Créton (1789-1864), avvocato orleanista, deputato sotto la Monarchia di luglio, alla Costituente e alla Legislativa. Si ritirò dalla vita politica dopo il colpo di stato del 2 dicembre.

 

[8] Si trattava del bando dei Borboni, decretato nel 1830. e del bando degli Orléans, decretato dalla Costituente il 26 maggio 1848.

 

[9] Esso voleva evitare di "abbassare i pretendenti legittimista e orleanista allo stesso livello o, meglio ancora, al di sotto del pretendente bonapartista, che almeno stava di fatto alla sommità dello Stato". Esso voleva evitare che essi subissero la "degradazione borghese", e fossero spogliati "dell'aureola, dell'unica maestà che sia loro rimasta, della maestà dell'esilio... I pretendenti seri alla corona dovevano restare sottratti agli ,guardi profani dalla nebbia dell'esilio " (K. Marx. Le lotte di Classe cit., pp. 240 241).

 

[10] Enrico VI, re d'Inglterra (1421-1471. re dal 1422), appartenente alla famiglia di Lancaster, noto per la sua mitezza e la passione agli studi. Nel corso della guerra civile per la difesa dei trono contro le forze della famiglia di York, guidate da Edoardo IV e dal fratello di questi, il futuro re Riccardo III (1452 1485. re dal 1483), Enrico VI, sconfitto e imprigionato, fu assassinato nella Torre di Londra.

 

[11] La morte di Luigi Filippo sembrò facilitare una riconciliazione fra Borboni e Oriéans. Il conte di Chambord (Enrico V) era il sovrano "legittimo", in quanto crede del re Carlo X, che la risoluzione del 1830 aveva spogliato del trono, successivamente usurpato da Luigi Filippo. Però il suo matrimonio con Maria Teresa d'Este era sterile. Perciò. in mancanza di discendenza diretta, il pretendente orleanista Luigi Filippo, conte di Parigi, nipote del re Luigi Filippo, sarebbe stato il successore regolare, senza affatto infirmare il principio della legittimità: infatti il conte di Parigi apparteneva al più prossimo ramo cadetto dei Borboni (i sovrani legittimi discendevano, in linea diretta, da Luigi XIV e gli Orléan da Filippo, fratello di Luigi XIV).

 

[12] Il dominio sulla terra dei proprietari fondiari di origine feudale, dominio personale, ereditario, tradizionalmente connesso con rapporti di dipendenza personale, fondato su beni immobili e, per lungo tempo, inalienabili, si riassume bene nel potere "legittimo", personale ed ereditario di un re su di un territorio e sui relativi sudditi (questi ultimi ordinati in una scala gerarchica stabilita sulla base dei rispettivi rapporti col possesso fondiario e personalmente legati al sovrano). Cfr. in K. Marx, Opere filosofiche giovanili cit., i Manoscritti economico-filosofici, p. 187 sgg. Le condizioni dei parvenus borghesi possessori di un capitale (possesso tanto impersonale, quanto è personale il dominio terriero), le cui fortune rapidamente si formano e si disfanno, sono ben rappresentati da una dinastia usurpatrice, il cui capostipite, Luigi Filippo, rappresenta, come re, un parvenu impostosi con la rivoluzione contro i "diritti", ereditari della "monarchia legittima", nello stesso modo in cui la classe borghese che lo aveva eletto e aveva prevalso sotto il suo regno era un parvenu che aveva usurpato con la rivoluzione il "legittimo" potere economico e politico dei ceti nobiliari.

 

[13] Nei Manoscritti economico filosofici (ed. cit., pp. 186 sgg.), dopo aver indicato alcune basi oggettive del contrasto fra capitale e proprietà fondiaria, Marx indica le condizioni che renderanno industriale la proprietà fondiaria.Ma si tratta di una realtà a cui lo sviluppo capitalistico della Francia, non avendo raggiunto ancora il massimo livello, non aveva ancora dato vita. Era perciò inattuale la fusione politica della proprietà fondiaria e dell'industria sotto una stessa bandiera monarchica.

 

[14] Quotidiano monarchico legittimista, uscito a Parigi dal 1848 al 1857.

[15] Sono cioè all'opera persino in un momento in cui, dopo l'esito dei colpo di stato del 2 dicembre, l'ormai sicura restaurazione imperiale rinvia a tempo indeterminato le possibilità di una restaurazione monarchica.

 

[16] Narcise Achille conte di Salvandy (1795-1856). Scrittore orleanista; sotto la Monarchia di luglio fu deputato. Ministro dell'istruzione nei periodi 1837-1839 e 1845-1848. Si ritirò a vita privata nel 1848. Nell'autunno del 1849 egli aveva sostenuto la fusione presso Luigi Filippo. Nell'agosto del 1850 si recò a Wiesbaden, per conferire col pretendente legittimista a proposito della fusione. Egli ricevette da lui l'incarico ufficiale di portare alla vedova le condoglianze per la morte di Luigi Filippo.

 

[17] Emmanuel Louis Marie de Guignard visconte di Saint-Priest (1789-1881), generale e diplomatico legittimista, deputato alla Legislativa e uomo di fiducia dei conte di Chambord.

 

[18] Gli Orléans, accettando di tornare sul trono alle condizioni proposte per la fusione sarebbero cioè divenuti re, ma solo in un tempo successivo e in base al loro albero genealogico, alla diretta parentela coi Borboni; essi sarebbero cioè divenuti re in base al principio di legittimità che avevano precedentemente calpestato e di fronte al quale si sarebbero ora inchinati, ritirandosi, senza peraltro ottenere alcun diritto nuovo che, in base a tale principio, già non possedessero. In tal modo essi avrebbero anzi rinunciato alla prerogativa di rappresentanti di una monarchia borghese e, liberale, prerogativa che si erano conquistati, non solo nel momento in cui Luigi Filippo divenne re dei francesi grazie alla rivoluzione di luglio e all'accettazione di una costituzione liberale, ma fin dall'epoca in cui Filippo Egalité, padre di Luigi Filippo, imitato poi dal figlio. civettò con la Rivoluzione francese, avanzando implicitamente la propria candidatura al trono di una Francia borghese e liberale.

 

[19] Non la rimetteva cioè sul trono della Francia borghese, ma sul trono legittimo dei proprietari fondiari d'origine feudale

 

[20] Charles Marie Tanneguy, conte di Duchâtel (1803-1867), orleanista e malthusiano. Già ministro del commercio dal 1834 al 1836, ministro dell'interno nel 1839 e nel governo Guizot. Fu accusato di essere l'organizzatore della corruzione elettorale. Resisté aspramente alle richieste di riforma elettorale avanzate nel 1848. Caduto col Guizot, si ritirò come lui a vita privata.

 

[21] François Ferdinand Philippe duca d'Orleans, principe di Joinville (1818-1900), terzo figlio di Luigi Filippo. Ammiraglio, si dimise dalla carica nel febbraio del 1848.

 

[22] Jean Didier Baze (1818 1881), avvocato orleanista, già partigiano dell'opposizione dinastica, deputato alla Costituente e alla legislativa. Esiliato dopo il colpo di stato del 2 dicembre.

 

[23] Allusione al riconoscimento della Prima Repubblica, durante la Rivoluzione francese da parte del padre di Luigi Filippo. Filippo Egalité.

 

[24] La possibilità di una fusione cominciò a vanificarsi e i rapporti fra orleanisti e legittimisti divennero tesi, non appena fu conosciuta e pubblicata dai giornali la circolare riservata, scritta per incarico di Enrico V ai capi del suo partito dal De Bartélémy. segretario del gruppo parlamentare legittimista. In essa mentre si condannava l'eventualità di un "appello il popolo" per la soluzione della questione dinastica, si lasciava intravedere la volontà del precedente legittimista di restaurare il principio della monarchia per diritto divino (settembre 1850). Su ciò cfr. K. Marx, Le lotte di classe cit., pp. 297 298.

 

[25] La candidatura del Joinville esprimeva l'opposizione di molti orleanisti a una restaurazione monarchica che, in quel momento con o senza la fusione sarebbe stato certamente legittimista; essa esprimeva inoltre l'opposizione a una revisione costituzionale che poteva significare. unicamente o il ritorno della dinastia a che non volevano o la proroga dei poteri di L. Bonaparte, che essi desideravano invece sostituire. nel 1852. con un candidato come Joinville, destinato a preparare una restaurazione orleanista. Ma quest'ultima eventualità spingeva la maggioranza dei legittimisti a battersi per la revisione al fine di sfruttare tutte le possibilità attuali di restaurazione della propria dinastia. Essi erano disposti nel peggiore dei casi, a subire la proroga del potere di L. Napoleone, pericolosa in quanto lasciava intravedere una futura restaurazione imperiale, ma adatta almeno a scongiurare la presidenza per essi ancora più pericolosa dell'orleanista Joinville. Di qui le loro trattative con Bonaparte per la revisione.

 

[26] Marx allude alle lotte politiche nel campo dei legittimisti, verificatesi nel periodo della Restaurazione: da un lato il re Luigi XVIII (1755-1824, re di Francia dal 1814) e Jean Baptiste Villèle (1773-1854, primo ministro dal 1821 al 1828). favorevoli entrambi a una cauta realizzazione di misure reazionarie dall'altro lato il conte d'.Artois (1757-1830 re di Francia dal 1824 al 1830 con il nome di Carlo X) e il suo ultrareazionario primo ministro Jules Armand de Polignac (1780-1847, autore delle "Ordinanze " che provocarono la rivoluzione di luglio). favorevoli a una completa restaurazione della situazione precedente la Rivoluzione francese. Le Tuileries erano la residenza di Luigi XVIII e il Pavillon Marsan la residenza del conte d'Artois. Nel 1850-1851 vi erano alcuni legittimisti in contrasto con la maggioranza come De Leboulie e Vesin, che osteggiavano la revisione in quanto ritenevamo che la successiva Assemblea di revisione sarebbe stata dominata dai bonapartisti. La maggioranza diretta da Barryer. Falloux e Saint-Priest, sosteneva la restaurazione della monarchia in base al principio dei diritto divino Il La Rochejaquelein sosteneva la necessità di un "appello al popolo" sulla questione istituzionale.

 

[27] Marx allude ai vivaci dibattiti politici sotto la Monarchia di luglio, fra questi famosi parlamentari e i vari gruppi di cui essi furono le personalità più eminenti. Nel 1850-1851 le principali tendenze manifestatesi fra gli orleanisti furono: quella del Thiers, fermo avversario della revisione e della fusione; quella del Molè, il quale, non diversamente da Guizot, era favorevole alla revisione e alla fusione; quella del De Broglie, il quale d'accordo col gruppo della Rue des Pyramides a cui partecipavano anche alcuni legittimisti, voleva la revisione senza operare una immediata restaurazione monarchica; quella infine del Barrot favorevole a una proroga dei potere di L. Napoleone.

 

[28] Henry Auguste Duvergier marchese de La Rochejacquelein (1805-1867), monarchico legittimista. Deputato sotto Luigi Filippo, il 24 febbraio intervenne nell'ultima seduta della camera orleanista per chiederne lo scioglimento e per invocare l'appello al popolo, che egli propose di nuovo nel 1851, per risolvere la questione istituzionale. Fu deputato alla Costituente e alla Legislativa. Protestò contro il colpo di stato di L. Napoleone ma aderì successivamente all'Impero e fu nominato senatore.

[29]La proposta fu il frutto della discussione di una commissione parlamentare, di cui fecero parte i capi repubblicani come Cavaignac, Favre, Charras; rappresentanti orleanisti come Baze e De Mornay legittimisti come Berryer; clericali come Montalembert e, infine, elementi favorevoli a una soluzione intermedia come Barrot, De Broglie e Tocqueville. Essa fu nominata per sintetizzare le disparate proposte di revisione contenute nelle petizioni provenienti da varie parti della Francia o suggerite dai deputati. Queste andavano dalla richiesta di una revisione limitati alla rieleggibilità del presidente e da decidersi col voto popolare (Larabit), dalla proposta di una revisione che garantisse comunque il mantenimento della repubblica (Paver), alla richiesta di una revisione mediante una Costituente eletta a suffragio universale che decidesse su tutte le istituzioni della Francia (Bouhier de l'Escluse) o che, almeno, migliorasse le istituzioni repubblicane (Créton). Di fronte ai bonapartisti che miravano alla semplice rielezione di L. Napoleone e alle diverse tesi che si erano affermate nell'ambito delle varie frazioni monarchiche, la maggioranza, con 9 voti contro 6, finì con l'attestarsi sulla richiesta di revisione pura e semplice, precedentemente avanzata dal De Broglie con la firma di 233 deputati del gruppo della Rue des Pyramides.

 

[30] Alexis Clérel de Tocquiille (1805-1859). giurista e storico di notevole rilievo. Fu deputato durante la Monarchia di luglio, alla Costituente e alla Legislativa. Per alcuni mesi fu ministro degli esteri nel governo Barrot. Assunse nel "partito dell'ordine " una posizione moderata. Abbandonò la vita pubblica dopo il 2 dicembre.

 

[31] In una relazione piena di indecisione, il Tocqueville sottolineò i contrasti fra potere esecutivo e Parlamento impliciti nella Costituzione. Egli propose quindi di mutarla, malgrado i pericoli che la revisione comportava, al fine di evitare l'usurpazione, la crisi e l'anarchia paventate per il 1852. Però, non diversamente da Berryer e De Corcelles, egli suggeriva di mutarla legalmente, poiché mutandola illegalmente, anche in un solo articolo, essa sarebbe tutta caduta, lasciando la via aperta all'anarchia e alla piazza.

 

[32] La revisione fu sostenuta o respinta, da un lato, col ricorso ad esaltazioni retoriche della monarchia (Berryer e Falloux) e della repubblica (Michel de Bourges e Cavaignac), dall'altro lato, adducendo motivi di opportunità politica (così il Dufaure che, sostenendo l'impossibilità della temuta crisi dei 1852, difese la Costituzione in quanto strumento di ordine, poiché da essa era stato bandito ogni principio pericoloso, come l'imposta progressiva o il "diritto al lavoro"; cosí il Barrot, il quale propugnò una modesta revisione che prorogasse i poteri del presidente, al fine di toglierlo dalla necessità di trainare un colpo di stato).

 

[33] Così votarono Rémusat, Créton, Roger du Nord e qualche legittimista che considerava la revisione un favore fatto a L. Napoleone.

 

[34] In base alla Costituzione, la minoranza prevalse sulla maggioranza contraria alla Costituzione, in quanto fu sufficientemente forte da impedire che la sua proposta di revisione ottenesse i 543 voti necessari (pari ai 3/4).

 

[35] Bernard Pierre Magnan (1791-1865), generale bonapartista, dal dicembre 1851 maresciallo di Francia. Aveva partecipato alla repressione delle insurrezioni lionesi del 1831 e del 1849, di Lilla e Roubaix del 1845 e di Parigi del giugno 1848. Fu deputato alla Legislativa e uno degli organizzatori del colpo di stato di L. Napoleone. È lo stesso generale che L. Napoleone, nel 1840, in occasione del tentativo di sbarco a Boulogne, aveva cercato di corrompere.

 

[36] Il sospetto che i parlamentari legittimisti fossero passati al bonapartismo derivava dalle trattative sulla revisione della Costituzione che essi avevano intavolato con L. Napoleone. Parlando di intelligenza liliale, cioè di un cervello infantile, puro e innocente come un giglio, incapace di comprendere le manovre imposte dall'opportunità politica, Marx allude scherzosamente al giglio che fu l'antico stemma dei re di Francia, stemma ereditato dai Borbonì, perciò anche simbolo dei legittimisti.

 

[37] Settimanale economico e politico londinese, fondato nel 1843. Era il portavoce della grande borghesia industriale.

 

[38] Cfr. K. Marx, Le lotte di classe cit., pp. 245-249.

 

[39] La stabilità dei potere statale ha avuto cioè lo stesso valore di legge assoluta che ebbero per gli Ebrei i 10 comandamenti di Mosé e le parole dei loro profeti (Elia, Isaia, ecc.).

 

[40] In Francia era presente alla mente di tutti il tracollo subito in borsa dai titoli di debito pubblico dopo la Rivoluzione di febbraio. Su ciò cfr. K. Marx Le lotte di classe, cit.. pp, 120123.

 

[41] Francoise Ernest Anglès (1807-1861), proprietario fondiario, deputato alla Legislativa del "partito dell'ordine". Nelle precedenti edizioni del testo curate dall'Istituto Marx - Engels, - Lenin, di Mosca (quindi nelle traduzioni del 18 brumaio condotte su di esso si leggeva Anglas, lasciando intendere, nelle note biografiche pubblicate in appendice, che potesse trattarsi solo di Jean Gabriel Boissy d'Anglas, (1783-1864) figlio di un ex presidente della Convenzione, deputato ministeriale e segretario della Camera sotto la Monarchia di luglio, divenuto poi bonapartista e deputato al Corpo legislativo, il quale però non fu mai deputato all'Assemblea i legislativa.

[42] Pierre Henri Sainte Beuve (1819 1855), deputato alla costituente e alla Legislativa. Si ritirò a vita dopo il di stato del 2 dicembre.

 

[43] Bonaparte si recava spesso in provincia, dove riceveva accoglienze da sovrano, finora mai tributategli a Parigi, dove la presenza dell'Assemblea nazionale limitava il suo prestigio. Il I° giugno 1851 egli si recò a Digione, per l'inaugurazione di un tronco ferroviario; alla fine del banchetto, egli attaccò velatamente ma chiaramente l'Assemblea, affermando che in essa aveva sempre trovato appoggio per le misure repressive contro il disordine, ma che quando aveva voluto o "prendere misure per migliorare le sorti delle popolazioni egli non aveva trovato che inerzia".

 

[44] 80 consigli su 85 formularono un voto a favore della revisione, testé respinta dal Parlamento. mettendo così in luce le preoccupazioni della borghesia per la tanto temuta crisi dei 1852, preoccupazioni che i giornali bonapartisti ingrandivano a bella posta, per giustificare l'intervento di L. Napoleone nella veste di salvatore della società.

 

[45] Per l'analogia fra questo atteggiamento della borghesia francese e quello della borghesia tedesca ai tempi di Bismarck, cfr. F. Engels, Violenza ed economia cit. passim.

 

[46] Marx allude alle recriminazioni, successive al 2 dicembre, di molti membri dell'Assemblea, i quali si rammaricarono della scarsa resistenza al colpo di stato da parte del popolo, il quale, secondo loro, si sarebbe lasciato abbindolare dalla ipocrita promessa di restaurazione del suffragio universale.

 

[47] Sulla crisi che accompagnò la Rivoluzione di febbraio, cfr. K. Marx, Le lotte di classe cit., pp. 99-102 e 128.

 

[48] Al principio d'ottobre, L. Napoleone aveva fatto conoscere al governo il suo desiderio di restaurare il suffragio universale. I ministri che avevano collaborato alla legge del 31 maggio 1850, come Faucher, Baroche ecc., manifestarono allora l'intenzione di dimettersi. Quando il 12 ottobre il giornale ufficioso La Patrie annunciò che il governo stava per cadere, la voce di un imminente colpo di stato cominciò a circolare in Francia e all'estero. La Commissione parlamentare in carica durante le vacanze si riunì; però essa non convocò l'Assemblea d'urgenza, perché le fu assicurato ufficialmente che le difficoltà verificatesi nella compagine ministeriale erano connesse con la proposta di revoca della legge del 31 maggio. Qui Marx vuol sottolineare il fatto che le crisi cicliche, parziali e generali, che si verificano nell'ambito dell'economia capitalistica sono essenzialmente il risultato del meccanismo interno di funzionamento di questa e non di fatti esterni, politici ecc., i quali invece sono spesso effetto piuttosto che causa delle crisi, come, sotto certi aspetti, era stata la Rivoluzione di febbraio. Sull'origine della crisi, interna al modo di produzione capitalistico, cfr. il capitolo dedicato alle crisi in K. Marx, Teorie sul plusvalore, vol. II, Roma, Editori Riuniti, 1973, pp. 533 e sg. Cfr. anche K. Marx - F. Engels, Manifesto cit., pp. 64-65.

 

[49] Fu la prima esposizione internazionale dei commercio e dell'industria. Essa ebbe luogo dal maggio all'ottobre 1851.

 

[50] Su ciò cfr. anche K. Marx, Le lotte di classe cit., p. 284.

 

[51] Essa andava invece cercata nelle condizioni dell'unico mercato mondiale che collegava i paesi capitalistici, il cui centro era allora l'Inghilterra.

 

[52] Per notizie più dettagliate sul manifestarsi di tale prosperità in Francia cfr. K. Marx, Le lotte di classe cit., pp. 279 e sg. Per quanto riguarda gli altri paesi europei, cfr. l'articolo di Marx ed Engels, Mai bis Oktober 1850 [Da maggio a ottobre 1850], in K. Marx - F. Engels, Werke cit., Band 7.

 

[53] La prospettiva di un largo smercio dei prodotti, il quale avrebbe dovuto essere facilitato dalla possibilità di farli conoscere attraverso l'Esposizione, e la tendenza di molti fabbricanti a sfruttare quest'ultima al massimo per affermare i propri articoli sul mercato mondiale provocarono una forzatura della produzione al di là delle capacità di Assorbimento del mercato.

 

[54] Sulle conseguenze che le oscillazioni nel prezzo delle materie prime esercitano sul processo di riproduzione, cfr. K. Marx, Il capitale cit., III, 1 pp. 158 e sg.

 

[55] "La produzione capitalistica... attraversa determinati cicli periodici. Essa attraversa successivamente periodi di calma, di crescente animazione, di prosperità, di sovrapproduzione, di crisi e di stagnazione" (K. Marx, Salario, prezzo e profitto, Roma, Editori Riuniti, 1963, p. 102). Nell'ambito del ciclo iniziato con la ripresa del 1849 (successiva alla crisi del 1847) e destinato a concludersi con la crisi dei 1857, la depressione del 1851 non appare dunque come una crisi generale, bensì come un periodo di ristagno, caratterizzato dalla crisi parziale di qualche settore. Marx riteneva tuttavia che tale depressione precedesse immediatamente "l'ultima parte della curva", in quanto pensava che la nuova crisi sarebbe scoppiata nel 1853, come appare da un suo articolo dell'autunno 1852 sulla New York Daily Tribune (Cfr. K. Marx - F. Engels, Werke cit., Band 8, p. 372). Infatti, come spiegò più tardi Engels nella prefazione del 1892 alla sua opera giovanile, La situazione della classe operaia in Inghilterra, gli avvenimenti economici della prima metà del secolo XIX sembravano indicare l'esistenza di cicli periodici di circa 5 anni (e in base a questa esperienza il ciclo in corso avrebbe dovuto chiudersi nel 1853 anziché nel 1857). La storia dell'industria dal 1842 al 1868 dimostrò invece che il ciclo periodico reale era di 10 anni circa, che le crisi intermedie erano di natura secondaria e che a partire dal 1842 esse erano via via scomparse: op cit., Roma, Editori Riuniti, 1973, pp. 32-33.

 

[56] Il fatto che le perturbazioni nel funzionamento dell'economia capitalistica iniziassero allora essenzialmente in Inghilterra era dovuto alla posizione determinante che l'Inghilterra occupava sul mercato mondiale (su cui si ripercuoteva quindi inevitabilmente ogni difficoltà del commercio inglese).Il fatto che le crisi in Inghilterra iniziassero con una lunga serie di bancarotte commerciali era dovuto alla struttura stessa del capitalismo inglese, nel quale, diversamente dalla Francia, assumeva un grande rilievo il commercio di importazione e di esportazione, con particolare riferimento alle materie prime coloniali e allo smercio di prodotti inglesi nelle colonie. Naturalmente, la necessità degli inglesi, in periodi di difficoltà commerciali, di ribassare i prezzi pur di vendere le loro merci, danneggiava un apparato industriale più debole come quello francese, incapace di piazzare i propri prodotti ai prezzi molto ridotti che l'esasperazione della concorrenza e la contrazione del mercato esigevano. Inoltre l'industria di lusso (seta ecc.), che aveva un'eccezionale importanza in Francia, era la prima a risentire delle difficoltà di smercio, le quali si riflettono sui prodotti di lusso prima che su quelli di prima necessità.

 

[57] Marx cita dall'Economist del 10 gennaio 1852.

 

[58] Furono chiamate jacqueries le rivolte contadine, da Jacques le bonhomme [Giacomo il buon diavolo], il nome che gli abitanti delle città attribuirono per spregio al contadino francese fin dal Medioevo. Per spaventare la borghesia, le evocava nel 1851 il Romieu, nel suo opuscolo a favore di L. Napoleone: "Lo spettro rosso del 1852".

 

[59]In quel periodo si celebrava a Lione, davanti al tribunale militare, il processo contro i protagonisti del cosiddetto complotto del sud-est. La stampa dava larga diffusione alle deposizioni che denunciavano l'esistenza in 15 dipartimenti della valle del Rodano, di un'organizzazione rivoluzionaria segreta facente capo a seguaci della Montagna. Nel circondario di Largentière si erano inoltre verificati duri scontri fra i gendarmi e la popolazione e se ne attribuiva la responsabilità a organizzazioni rivoluzionarie operanti nel sud della Francia. Nella Nièvre e nello Cher la socialdemocrazia aveva un grande seguito fra le masse contadine.

 

[60] In quel periodo venivano indicati come possibili candidati alle elezioni presidenziali il principe di Joinville, Thiers, Changarnier e, per i repubblicani, Carnot.

 

[61] Si trattava delle abituali minacce, prive di conseguenza, dei Montagnardi. Esse apparvero però preoccupanti quando fu scoperto a Parigi dalla polizia un comitato rivoluzionario di resistenza.

 

[62] Sebbene tale candidatura avesse poche speranze di successo, perché osteggiata nettamente da legittimisti, fusionisti e repubblicani, L. Napoleone vide in essa il pericolo di una azione per la restaurazione orleanista.

 

[63]Era circolata spesso la voce che il 29 gennaio L. Napoleone avesse voluto operare un colpo di stato contro la Costituente, ma che non gli era stato possibile portarlo a compimento, sia per le esitazioni dei suoi collaboratori, sia perché la Costituente non si era ancora sufficientemente squalificata e non era perciò giustificabile, di fronte all'opinione pubblica, un'azione di forza simile a quella che il 2 dicembre 1851 portò allo scioglimento della Legislativa.

 

[64] Le messager de l'Assemblée è un quotidiano francese uscito a Parigi dal 16 febbraio al 2 dicembre 1851.

[65] Canaglia elegante.

 

[66] Ne parlavano, senza essere creduti, uomini vicini a L. Napoleone come il Casabianca e il De Persigny. Il Barrot narra, nelle sue Memorie (IV, p. 213), che confidenze più precise furono fatte a De Maleville e Duvergier De Hauranne, i quali, come molti altri, quando seppero che uno dei principali protagonisti del colpo di stato sarebbe stato una specie di viveur parigino, il De Morny, si rifiutarono di credervi e ritennero la notizia una mistificazione.

 

[67] In tal modo essi indicavano con esattezza ciò che sarebbe davvero accaduto il 2 dicembre.

 

[68] Con questa iniziativa L. Bonaparte colpiva il "partito dell'ordine", in via di dissoluzione, nel suo punto più debole, atteggiandosi a paladino della sovranità popolare contro chi l'aveva mutilata con la legge del 31 maggio 1850. La situazione diveniva però difficile per alcuni ministri direttamente compromessi con quella legge, come il Baroche, che a nome del governo l'aveva allora avallata, e il Faucher, che ne era stato il relatore all'Assemblea.

 

[69] Pierre François Elisabeth de Thorigny (1798-1869) è il magistrato che aveva diretto l'istruttoria contro gli insorti lionesi del 1834. Appoggiò il colpo di stato e fu successivamente ministro degli interni. Egli fu ministro dell'interno anche in questo ministero. Furono ministri insieme a lui: Turgot (esteri), Corbin e dopo le sue dimissioni Dariel (giustizia), Giraud (istruzione), Fortoul (marina), Blondel (finanze), Saint Arnaud (guerra), Casabianca (agricoltura), Lacrosse (lavori pubblici). Solo Lacrosse, Fortoul e Casabianca erano membri dell'Assemblea.

 

[70] Charlemagne Èmile de Maupas (1818-1888), prefetto al tempo del governo Guizot. Ritiratosi dopo la rivoluzione del 1848, fu di nuovo prefetto durante la presidenza di L. Napoleone. Nel 1851 fu nominato prefetto di polizia la posto del Carlier e in tale funzione partecipò all'organizzazione del colpo di stato, dopodiché fu ministro di polizia dal 1852 al 1853. Ebbe numerosi altri incarichi sotto il Secondo Impero.

 

[71] Charles Joseph Barthélemy Giraud (1802-1881). Giurista. Nel 1851 fu per due brevi periodi ministro della pubblica istruzione. Successivamente membro del consiglio di Stato e professore universitario.

 

[72] Il messaggio, letto da Thorigny, denunciava il complotto "demagogico"previsto per il 1852 e sottolineava in pari tempo la necessità dei suffragio universale, presentando così il presidente, alla borghesia come difensore dell'ordine, alle masse come difensore del loro diritto elettorale (il quale però, in quelle condizioni politiche, come dimostrerà il plebiscito dei dicembre 1851, sarà puramente apparente).

 

[73] I membri del "partito dell'ordine" (Berryer, Montalembert, De Broglìe, Faucher) si opposero nettamente alla richiesta di restaurare il suffragio universale, affermando che l'Assemblea non poteva rimangiarsi ciò che era stato deliberato l'anno precedente. Oltre ai bonapartisti, votarono a favore le sinistre e alcuni elementi dispersi, come il legittimista La Rochejacquelein, sostenitore dell'"appello al popolo". Il relatore della commissione respinse però la legge molto diplomaticamente, lasciando intravedere la possibilità di un compromesso; ma il ministero, che voleva umiliare l'assemblea e dimostrarne il carattere antipopolare, insisté sull'abrogazione. Il margine di soli 7 voti con cui la legge fu respinta dimostrò che l'antica maggioranza, già prima in crisi, si stava ormai disgregando definitivamente.

 

[74]Essa si serviva cioè del mandato ricevuto dal popolo intero, per sottrarre a una parte di esso il diritto elettorale, in ossequio agli interessi della classe borghese.

 

[75] La legge fu così chiamata, perché elaborata dai 3 questori dell'Assemblea, Leflô, Baze e Panat. La legge si proponeva di garantire l'attuazione dell'art. 32 della Costituzione, che conferiva all'Assemblea il diritto di fissare l'entità delle forze militari incaricate della sua sicurezza e dì disporne, diritto affidato finora a un decreto della Costituente, ormai dimenticato (11 maggio 1848). Ciò fu ritenuto necessario nel momento in cui i discorsi e gli ordini dei giorno rivolti all'esercito da L. Napoleone e dal suo fedele ministro della guerra, trascurando di fare appello alla fedeltà alle leggi, accentuavano il motivo delle devozioni al presidente e ai suoi diritti e alludevano alla possibilità che, un giorno, l'esercito "apparisse come mezzo di salvezza per la società minacciata", cioè come strumento di un colpo di stato.

 

[76] Il governo si oppose decisamente a tale progetto di legge, dichiarando di accettare il principio costituzionale, a cui esso si richiamava, ma affermando di essere deciso, non meno dell'Assemblea, a mantenere l'ordine. Esso sostenne che perciò non vi erano motivi per cui le decisioni dell'Assemblea sulla propria sicurezza non dovessero passare attraverso il ministro della guerra, cioè attraverso colui che i presentatori della legge volevano invece scavalcare, al fine di contrapporre, in caso di colpo di stato, un esercito del Parlamento all'esercito del presidente e del governo. Tuttavia, la commissione parlamentare che esaminò la legge ritenne di aver trovato un compromesso che consentiva di evitarne l'approvazione: esso consisteva nel prendere atto pubblicamente delle dichiarazioni fatte durante la seduta dai rappresentanti ministeriali, dichiarazioni con cui questi si impegnavano a considerare ancora in vigore il decreto dell'11 maggio 1848, pretendendo unicamente di riservarsi la nomina del capo delle truppe messe a disposizione dal Parlamento. Ma poiché il governo smentì successivamente tali dichiarazioni, la discussione sulla legge divenne inevitabile. Molti affermarono che L. Napoleone era disposto ad anticipare il colpo di stato se l'Assemblea avesse votato la presa in considerazione del progetto di legge.

 

[77] La presa in considerazione fu respinta con 408 voti contro 300. Ad essa si oppose decisamente la sinistra, per bocca di Cremieux e di Michel de Bourges, i quali sostennero che la Costituzione sarebbe stata difesa da una "sentinella invisibile", dal popolo, di cui il "partito dell'ordine" non aveva invece fiducia. La Montagna aveva intravisto il pericolo che la legge potesse essere usata contro la sinistra. Il tentativo di Thiers di spingerla a votare per la legge giunse troppo tardi e fallì.

 

[78] Giovanni Buridano, filosofo scolastico francese del secolo XIV.

 

[79] Questo emendamento rientrava nel tentativo di compromesso sulla legge elettorale politica, suggerito dal De Vatimesnil di fronte alle richieste presidenziali di restaurazione del suffragio universale. Con esso si voleva salvare la faccia all'Assemblea evitando di abrogare la legge del 31 maggio 1850 e i suoi principi fondamentali, ma avvicinandosi indirettamente alle richieste di L. Napoleone. Si cercò allora di emendare il titolo relativo all'elettorato nella legge comunale, allora in discussione all'Assemblea, riducendo a uno solo i tre anni di domicilio nello stesso comune, indispensabili per aver diritto al voto anche secondo la legge elettorale politica del 31 maggio e rendendo in pari tempo applicabile la legge elettorale comunale alle elezioni politiche.

 

[80] Il giorno successivo alla votazione sulla legge dei questori, il consiglio di Stato rinviò all'Assemblea una legge sulla responsabilità del presidente, una delle leggi organiche previste dalla Costituzione.

 

[81] Masaniello (1620-1647), pescivendolo napoletano; capo, nel 1647, di una rivolta del popolo napoletano contro gli spagnoli.

 

[82] Spinto a rafforzare i propri legami con l'esercito, allo scopo di conquistarlo al colpo di stato, il 9 novembre L. Napoleone aveva ricevuto gli ufficiali dei reggimenti recentemente giunti a Parigi. Nel suo discorso, lodando il loro attaccamento al dovere e alla disciplina, Bonaparte aveva prospettato la possibilità di essere qualche giorno costretto, dalla "gravità delle circostanze", a "fare appello alla loro devozione" nei suoi confronti. In tal caso, in armonia col "diritto riconosciuto dalla Costituzione" al presidente di disporre direttamente dell'esercito, egli non avrebbe detto: "marciate, io vi seguo", ma: "Io marcio, seguitemi".

 

[83] Era il nome dispregiativo attribuito ai democratici della Montagna.

 

[84] Si vedono cioè monarchici convinti divenuti sostenitori accaniti di un Parlamento repubblicano (non meno agitato della Convenzione repubblicana e rivoluzionaria del 1793), difensori dell'ordine che cercano di indebolire l'autorità costituzionalmente concessa dal popolo francese al presidente mediante il suffragio universale, del quale essi hanno cercato, anticostituzionalmente, di sbarazzarsi il 31 maggio 1850.

 

[85] Charles Jean Sallandrouze de Lamornaix (1808-1867), grosso industriale francese e scrittore di argomenti economici. Dal 1846 al 1848 deputato del gruppo "conservatore progressista". Deputato di destra alla Costituente. Aderì al Secondo Impero e fece parte del Corpo legislativo. Marx allude qui alla strage di cittadini inermi, in gran parte borghesi, compiuta da un reggimento di soldati avvinazzati durante la repressione del 4 dicembre 1851 nei boulevards Montmartre e Poissonière. La maggior quantità di vittime furono falciate davanti alla casa di Sallandrouze.

 

[86] Nel 1653 Cromwell, forte del suo prestigio politico e della fedeltà dell'esercito rivoluzionario, venuto in contrasto col Lungo Parlamento (così chiamato perché durò in carica 13 anni, a differenza del precedente, il Corto Parlamento, che non ebbe neppure un mese di vita) lo sciolse assumendo poteri dittatoriali e facendosi riconoscere capo dello Stato, col titolo di Lord protettore d'Inghilterra, Scozia e Irlanda.

 

[87] Quando Napoleone, che il 18 brumaio 1799 era stato nominato comandante delle truppe di Parigi, si recò il 19 al Consiglio dei Cinquecento, fu accolto dalle grida ostili della maggioranza, che lo accusava di voler calpestare la costituzione ed instaurare la propria tirannia. Napoleone dovette essere trasportato a braccia fuori dalla sala, semisvenuto per l'emozione. La situazione fu salvata dal fratello Luciano, presidente dell'Assemblea, il quale rifiutò di mettere ai voti la messa in accusa di Napoleone e, recatosi ad arringare i soldati esitanti, li convinse a invadere l'aula e a disperdere i deputati.

 

[88] Alle 23 del 10 dicembre, L. Napoleone riunì segretamente i suoi principali consiglieri (il ministro della guerra Saint Arnaud, il De Morny, che avrebbe dovuto sostituire immediatamente il De Thorigny al ministero degli interni, il prefetto di polizia De Maupas, Mocquart e De Persigny). Insieme ad essi egli prese le ultime decisioni sulle misure indispensabili per portare a compimento il colpo di stato entro le sei dei mattino.

 

[89] Dei suoi numerosi avversari L. Napoleone fece arrestare in un primo tempo solo i più pericolosi: i generali più noti dell'Assemblea, in quanto ne temeva l'influenza sulle truppe; il Thiers, perché paventava la sua abilità nel riunire intorno a sé le forze parlamentari per l'organizzazione politica della resistenza; i due questori Leflô e Baze (fu lasciato libero il terzo questore, il più tiepido, Panat), in quanto erano stati i più accesi sostenitori del diritto dell'Assemblea alla requisizione dell'esercito; i montagnardi Cholat, Valentin, Nadaud, Greppo, Miot, Baune e Lagrange, per disorganizzare l'eventuale resistenza armata delle masse. Fu abilmente evitato l'arresto del presidente dell'Assemblea Dupin, sia per non moltiplicare i rigori, sia perché era utile che rimanesse alla testa dell'Assemblea un uomo incapace di mobilitarla nella resistenza.

 

[90] In essi si annunziava, inoltre, che fra il 13 e il 21 dicembre il popolo sarebbe stato chiamato alle urne. In un successivo proclama, L. Napoleone si presentò come il salvatore della repubblica contro i complotti del Parlamento, lasciando intravedere la volontà di chiedere al popolo l'approvazione di una Costituzione simile a quella istituita da Napoleone I dopo il 18 brumaio, fondata cioè sulla propria dittatura personale. Egli inoltre si impegnò, nel caso che non avesse ottenuto la maggioranza dei consensi, ad andarsene e a convocare una nuova Assemblea. Nello stesso tempo L. Napoleone rivolse un messaggio all'esercito, nella veste di crede delle glorie imperiali napoleoniche.

 

[91] La maggior parte delle truppe impiegate a Parigi e dei loro capi avevano partecipato alla guerra d'Algeria.

 

[92] Il 2 dicembre ricorreva l'anniversario dell'incoronazione imperiale di Napoleone I (1804) e della sua vittoria militare presso Austerlitz (1805).