CAPITOLO III

Il 29 maggio 1849 si riunì l’Assemblea nazionale legislativa. Il 2 dicembre 1851 essa fu sciolta. Questo periodo abbraccia tutta l’esistenza della repubblica costituzionale o parlamentare. Nella prima rivoluzione francese al dominio dei costituzionali segue il dominio dei girondini, e al dominio dei girondini il dominio dei giacobini. Ognuno di questi partiti si appoggia su quello che è più avanzato di lui. Non appena ha portato la rivoluzione tanto avanti che, nonché precederla, non può più nemmeno seguirla, viene scartato dall’alleato più ardito che è dietro di lui e viene mandato alla ghigliottina[1]. Così la rivoluzione si sviluppa secondo una linea ascendente. secondo una linea discendente. Essa ha già iniziato questo movimento all’indietro prima ancora che l’ultima barricata di febbraio sia stata demolita e sia stata costituita la prima autorità rivoluzionaria. come mauvaise queue[2] del partito dell’ordine. In questo modo il partito dell’ordine si trovava in possesso del potere governativo, dell’esercito e dei corpo legislativo, in una parola di tutto il potere dello Stato; ed era stato rafforzato moralmente dalle elezioni generali, che facevano apparir il suo dominio come espressione della volontà dei popolo, e dalla contemporanea vittoria della controrivoluzione su tutto il continente europeo[3].

Mai partito era entrato in campagna con mezzi più rilevanti e sotto più favorevoli auspici. dichiarazione di fede democratica eleggendo tre sottufficiali; e il capo della Montagna, Ledru-Rollin, a differenza di tutti i rappresentanti del partito dell’ordine, era stato elevato alla dignità parlamentare da cinque dipartimenti i quali avevano raccolto i loro suffragi sul suo nome. Il 29 maggio 1849, dunque, dato che era inevitabile che le diverse frazioni monarchiche venissero tra di loro a conflitto, e che il partito dell’ordine come tale venisse a conflitto con Bonaparte[4], la Montagna sembrava aver davanti a sé tutti gli elementi del successo. Quindici giorni dopo aveva perduto tutto. Compreso l’onore[5] della borghesia perché la grande proprietà fondiaria, malgrado civettasse col feudalismo e malgrado il suo orgoglio di razza, era, in conseguenza dello sviluppo della società moderna, completamente imborghesita[6]. Così in Inghilterra i tories si immaginarono per molto tempo di essere entusiasti della monarchia, della Chiesa e delle bellezze della vecchia costituzione inglese, sino a che il pericolo strappò loro la confessione che erano entusiasti soltanto della rendita fondiaria[7]. debolezza che li faceva arretrare tremando davanti alle condizioni pure del loro proprio dominio di classe e faceva loro rimpiangere le forme meno complete, meno sviluppate, e quindi prive di pericoli, di questo stesso dominio. Al contrario, ogni volta che i monarchici coalizzati entrano in conflitto col pretendente che sta loro di fronte, con Bonaparte, ogni volta che credono la loro onnipotenza parlamentare minacciata dal potere esecutivo, ogni volta, dunque, che debbono presentare il titolo politico del loro dominio, essi si presentano come repubblicani e non come monarchici, a partire dall’orleanista Thiers, il quale ammonisce l’Assemblea nazionale che la repubblica è il regime che meno li divide[8], sino al legittimista Berryer, che il 2 dicembre 1851, cinta la sciarpa tricolore e fattosi tribuno, arringa il popolo davanti al palazzo municipale del 10° mandamento, in nome della repubblica[9]. Ma la eco beffarda gli risponde: "Enrico V! Enrico V!"[10].

Di fronte alla borghesia coalizzata si era formata una coalizione di piccoli borghesi e di operai, il cosiddetto partito socialdemocratico. I piccoli borghesi si erano visti mal ricompensati dopo le giornate del giugno 1848; i loro interessi materiali erano minacciati, e le garanzie democratiche, che avrebbero dovuto permetter loro di far valere questi interessi, erano messe in forse dalla controrivoluzione. Perciò si avvicinavano agli operai[11]. La loro rappresentanza parlamentare, d’altra parte, la Montagna, messa in disparte sotto la dittatura dei repubblicani borghesi durante la seconda metà della vita della Costituente, aveva riconquistato la sua popolarità lottando contro Bonaparte e contro i ministri monarchici. Essa aveva concluso un’alleanza coi capi socialisti. Nel febbraio 1849 si organizzarono dei banchetti di riconciliazione. Venne abbozzato un programma comune, vennero formati dei comitati elettorali comuni e vennero presentati dei candidati comuni. Alle rivendicazioni sociali del proletariato venne smussata la punta rivoluzionaria e data una piega democratica. Alle pretese democratiche della piccola borghesia venne tolto il carattere puramente politico e dato rilievo alla loro punta socialista[12]. Così sorse la Socialdemocrazia. La nuova Montagna, che fu il risultato di questa combinazione, tolti alcuni elementi della classe operaia che facevano da comparse, e alcuni membri delle sètte socialiste[13]  conteneva gli stessi elementi della vecchia Montagna, ma era numericamente più forte. Nel corso degli avvenimenti, però, si era mutata, al pari della classe che essa rappresentava. Il carattere proprio della socialdemocrazia si riassume nel fatto che vengono richieste istituzioni democratiche repubblicane non come mezzi per eliminare entrambi gli estremi, il capitale e il lavoro salariato, ma come mezzi per attenuare il loro contrasto e trasformarlo in armonia. Ma per quanto diverse siano le misure che possono venir proposte per raggiungere questo scopo, per quanto queste misure si possano adornare di rappresentazioni più o meno rivoluzionarie, il contenuto rimane lo stesso. Questo contenuto è la trasformazione della società per via democratica, ma una trasformazione che non oltrepassa il quadro della piccola borghesia. Non ci si deve rappresentare le cose in modo ristretto, come se la piccola borghesia intendesse difendere per principio un interesse di classe egoistico. Essa crede, il contrario, che le condizioni particolari della sua liberazione siano le condizioni generali, entro alle quali soltanto la società moderna può essere salvata e la lotta di classe evitata. Tanto meno si deve credere che i rappresentanti democratici siano tutti shopkeepers[14] o che nutrano per questi un’eccessiva tenerezza. Possono essere lontani dai bottegai, per cultura e situazione personale, tanto quanto il cielo è lontano dalla terra. Ciò che fa di essi i rappresentanti del piccolo borghese è il fatto che la loro intelligenza non va al di là dei limiti che il piccolo borghese stesso non oltrepassa nella sua vita, e perciò essi tendono, nel campo della teoria, agli stessi compiti e alle stesse soluzioni a cui l’interesse materiale e la situazione sociale spingono il piccolo borghese nella pratica. Tale è, in generale, il rapporto che passa tra i rappresentanti politici e letterari di una classe e la classe che essi rappresentano.

Da quanto si è detto è ovvio che se la Montagna lotta continuamente contro il partito dell’ordine per la repubblica e per i cosiddetti diritti dell’uomo, né la repubblica né i diritti dell’uomo sono il suo scopo supremo: così come un esercito che si cerca di disarmare, e che resiste, non entra in campo solo per restare in possesso delle proprie armi. Il partito dell’ordine provocò la Montagna sin dall’apertura dell’Assemblea nazionale. La borghesia sentiva ora la necessità di finirla con i piccoli borghesi democratici, come un anno prima aveva compreso la necessità di finirla col proletariato rivoluzionario. Ma la situazione dei nemico era diversa. La forza del partito proletario era nella strada, quella dei piccoli borghesi nell’Assemblea nazionale stessa. Si trattava quindi di attirarlo dall’Assemblea nazionale nella strada e di spingerlo a spezzare da sé la propria forza parlamentare, prima che il tempo e le occasioni potessero consolidarla. La Montagna si precipitò a occhi chiusi nella trappola[15]. Il bombardamento di Roma da parte delle truppe francesi fu l’esca che le venne lanciata. Esso costituiva una violazione dell’articolo V della Costituzione, che proibiva alla repubblica francese di impiegare le sue forze militari contro le libertà di un altro popolo[16]. Inoltre l’articolo 54 proibiva pure ogni dichiarazione di guerra da parte del potere esecutivo senza il consenso dell’Assemblea nazionale; e la Costituente, colla sua decisione dell’8 maggio, aveva disapprovato la spedizione romana. Fondandosi su questi fatti, l’11 giugno 1849 Ledru-Rollin depose un atto d’accusa contro Bonaparte e i suoi ministri. Irritato dalle punture di spillo di Thiers, egli si lasciò trascinare a minacciare di voler difendere la Costituzione con tutti i mezzi, e anche con le armi alla mano. La Montagna si levò come un sol uomo e ripeté questo appello alle armi. Il 12 giugno l’Assemblea nazionale respinse l’atto di accusa, e la Montagna abbandonò il Parlamento. Gli avvenimenti del 13 giugno sono conosciuti: il proclama di una parte della Montagna, secondo cui Bonaparte e i suoi ministri erano dichiarati "fuori della Costituzione"; la pacifica dimostrazione di strada delle guardie nazionali democratiche che, disarmate come erano, si dispersero al primo incontro con le truppe di Changarnier, ecc., ecc. Una parte della Montagna fuggi all’estero, un’altra parte venne deferita all’Alta Corte di Bourges, e un regolamento parlamentare sottopose il resto alla sorveglianza pedantesca del presidente dell’Assemblea nazionale. Parigi venne di nuovo dichiarata in stato di assedio, e la parte democratica della sua Guardia nazionale venne sciolta. Così vennero spezzate l’influenza della Montagna nel Parlamento e la forza dei piccoli borghesi a Parigi[17].

Lione, che il 13 giugno aveva dato il segnale di una sanguinosa insurrezione operaia, venne pure dichiarata in stato di assedio insieme ai cinque dipartimenti circonvicini, e questo stato d’assedio dura tuttora. Il grosso della Montagna aveva lasciato in asso la propria avanguardia, negando le firme al suo proclama[18]. La stampa aveva disertato, perché solo due giornali avevano osato rendere pubblico il pronunciamento[19]. I piccoli borghesi tradirono i loro rappresentanti, perché le guardie nazionali rimasero a casa e, dove apparvero, impedirono la costruzione di barricate[20]. I rappresentanti avevano ingannato i piccoli borghesi perché non fu possibile vedere da nessuna parte i cosiddetti affiliati ch’essi avevano nell’esercito. Infine, invece di trarre dal proletariato nuove forze, il partito democratico aveva trasmesso al proletariato la propria debolezza e, come avviene di solito nelle grandi azioni democratiche, i capi avevano la soddisfazione di poter accusare il loro "popolo" di diserzione e il popolo aveva la soddisfazione di poter accusare i suoi capi di averlo gabbato. Raramente un’azione era stata annunciata con maggior fracasso dell’imminente campagna della Montagna, raramente un avvenimento era stato lanciato a suon di tromba con maggior sicurezza e più tempo prima come una vittoria inevitabile della democrazia. Non vi è dubbio: i democratici credono alle trombe, agli squilli delle quali crollarono le mura di Gerico[21], e ogni volta che si trovano di fronte alle mura del dispotismo cercano di ripetere il miracolo. Se la Montagna voleva vincere nel Parlamento, non doveva fare appello alle armi. Se faceva appello alle armi nel Parlamento, non doveva però comportarsi in modo parlamentare nella strada. Se si pensava seriamente a una dimostrazione pacifica, era però sciocco non prevedere che essa sarebbe stata accolta in modo bellicoso. Se si prevedeva una vera battaglia, era strano deporre le armi con cui la battaglia doveva essere condotta. Ma le minacce rivoluzionarie dei piccoli borghesi e dei loro rappresentanti democratici sono semplici tentativi di intimidire l’avversario. E quando si sono cacciati in un vicolo cieco, quando si sono compromessi a un punto tale che sono costretti a tradurre in atto le loro minacce, ciò viene fatto in modo equivoco, che non evita altro che i mezzi adatti allo scopo e cerca avidamente dei pretesti di disfatta. Il rimbombante preludio che annunciava la battaglia si perde in un debole mormorio non appena questa dovrebbe incominciare; gli attori cessano di prendersi au sérieux[22] e l’azione fallisce in modo lamentevole, come un pallone forato con uno spillo.

Nessun partito più del democratico esagera a se stesso i propri mezzi, nessuno s’inganna con maggior leggerezza circa la situazione. Poiché una parte dell’esercito le aveva dato i suoi voti, la Montagna era convinta che l’esercito sarebbe insorto in suo favore. E in che occasione? In un’occasione che, secondo il modo di vedere delle truppe, non aveva altro senso se non che i rivoluzionari prendevano partito per i soldati romani contro i soldati francesi[23]. D’altra parte i ricordi dei giugno 1848 erano ancora troppo freschi, perché non dovesse esistere una profonda avversione del proletariato contro la Guardia nazionale e una profonda diffidenza dei capi delle società segrete per i capi democratici. Perché queste divergenze venissero appianate era necessario che fossero in gioco dei grandi interessi comuni. La violazione di un astratto paragrafo della Costituzione non poteva presentare questo interesse. La Costituzione non era stata violata ripetutamente, secondo quanto confessavano i democratici stessi? I giornali più popolari non avevano bollato la Costituzione come un ordigno controrivoluzionario[24]? Ma il democratico, poiché rappresenta la piccola borghesia, cioè una classe intermedia, in seno alla quale si smussano in pari tempo gli interessi di due classi, si immagina di essere superiore, in generale, ai contrasti di classe. I democratici riconoscono di aver davanti a sé una classe privilegiata, ma essi, con tutto il resto della nazione che li circonda, costituiscono il popolo. Ciò che essi rappresentano è il diritto del popolo; ciò che li interessa è l’interesse del popolo. Essi non hanno dunque bisogno, prima di impegnare una lotta, di saggiare gli interessi e le posizioni delle diverse classi. Non hanno bisogno di ponderare troppo accuratamente i propri mezzi. Non hanno che da lanciare il segnale, perché il popolo, con tutte le sue inesauribili risorse, si scagli sugli oppressori[25]. Se poi, all’atto pratico, i loro interessi si rivelano non interessanti e la loro forza un’impotenza, la colpa o è di quegli sciagurati sofisti che dividono il popolo indivisibile in diversi campi nemici[26]; o dell’esercito, troppo abbrutito e troppo accecato per comprendere che i puri scopi della democrazia sono il proprio bene; o di un particolare dell’esecuzione che ha fatto fallire l’assieme; o di un caso imprevisto che, per quella volta, ha fatto andare a monte tutto l’affare. Ad ogni modo, il democratico esce sempre senza macchia dalla più grave sconfitta, come senza colpa vi è entrato, e ne esce con la rinnovata convinzione che egli deve vincere, non che egli stesso e il suo partito dovranno cambiare il loro vecchio modo di vedere, ma, al contrario, che gli avvenimenti, maturando, gli dovranno venire incontro.

Non ci si deve dunque immaginare che la Montagna, decimata, spezzata, umiliata dal nuovo regolamento parlamentare, fosse troppo infelice. Se il 13 giugno aveva eliminato i suoi capi, esso aveva però fatto posto a uomini di second’ordine, che la nuova situazione lusingava. Se la loro impotenza in Parlamento non poteva più venir messa in dubbio, essi erano dunque in diritto di limitare la loro attività a scoppi di indignazione morale e declamazioni rumorose. Se il partito dell’ordine fingeva di vedere in essi, ultimi rappresentanti ufficiali della rivoluzione, l’incarnazione di tutti gli orrori dell’anarchia, essi potevano quindi essere in realtà altrettanto più banali e moderati. Del 13 giugno essi si consolarono con questa frase profonda: Ma che non si osi metter mano sul suffragio universale! Allora mostreremo quello che siamo! Nous verrons[27]. Quanto ai Montagnardi fuggiti all’estero, basterà osservare qui che Ledru-Rollin, poiché era riuscito a rovinare senza via di scampo, in appena due settimane, il potente partito alla testa del quale si trovava, per questo si credette designato a fondare un governo francese in partibus, che la sua figura, nella lontananza, fuori del terreno dell’azione, sembrò ingrandirsi, a misura che il livello della rivoluzione cadeva e le grandezze ufficiali della Francia ufficiale si facevano più minuscole; che egli poté presentarsi come pretendente repubblicano per il 1852, e mandare circolari periodiche ai Valacchi e ad altri popoli, minacciando i despoti del Continente delle gesta sue e dei suoi alleati[28]. Non aveva del tutto torto Proudhon, quando gridava a questi signori: "Vous n’étes que des blagueurs"[29]. Il 13 giugno il partito dell’ordine non aveva soltanto abbattuto la Montagna; aveva pure realizzata la subordinazione della Costituzione alle decisioni della maggioranza dell’Assemblea nazionale. Ed intendeva la repubblica in questo modo: la borghesia governa nelle forme parlamentari, senza trovare un limite al suo dominio, come sotto la monarchia, nel veto del potere esecutivo o nella possibilità che il Parlamento venga sciolto. Tale era la repubblica parlamentare, come la chiamava Thiers. Ma se la borghesia aveva assicurato il 13 giugno la propria onnipotenza all’interno dell’edificio parlamentare, non aveva essa colpito il Parlamento di inguaribile debolezza, agli occhi del potere esecutivo e del popolo, scacciandone la parte più popolare? Abbandonando numerosi deputati, senz’altre cerimonie, alle richieste dell’autorità giudiziaria, essa soppresse la propria immunità parlamentare. Il regolamento umiliante a cui essa sottopose la Montagna, elevava il presidente della repubblica nella stessa misura in cui abbassava i singoli rappresentanti del popolo. Bollando come anarchica e sovversiva l’insurrezione in difesa della Costituzione, la Montagna interdiceva a se stessa l’appello all’insurrezione nel caso che il potere esecutivo volesse violare la Costituzione ai suoi danni. E l’ironia della storia vuole che il generale che aveva bombardato Roma per incarico di Bonaparte, e in questo modo aveva offerto il pretesto immediato alla sommossa del 13 giugno, che Oudinot, il 2 dicembre 1851, venga presentato al popolo dal partito dell’ordine, con insistenza e invano, come generale della Costituzione contro Bonaparte[30]. Un altro eroe del 13 giugno, Vieyra, che aveva avuto felicitazioni dall’alto della tribuna dell’Assemblea nazionale per le brutalità da lui compiute nei locali di giornali democratici, a capo di una banda di guardie nazionali devote all’alta finanza, questo stesso Vieyra fu iniziato alla congiura di Bonaparte e contribuì efficacemente a privare l’Assemblea nazionale, nell’ora della sua morte, di ogni appoggio della Guardia nazionale[31]. Il 13 giugno ebbe anche un altro significato. La Montagna aveva voluto strappare la messa in stato d’accusa di Bonaparte. La sua sconfitta fu quindi una vittoria diretta di Bonaparte, un suo trionfo personale sui suoi nemici democratici. Il partito dell’ordine combatté per ottenere la vittoria; Bonaparte non ebbe che da riscuoterla. E’ ciò ch’egli fece. Il 14 giugno si poté leggere sui muri di Parigi un proclama in cui il presidente, come se la cosa non dipendesse da lui, suo malgrado, costretto dalla pura forza degli avvenimenti, usciva dal suo isolamento claustrale, si doleva, come virtù misconosciuta, delle calunnie dei suoi avversari, e mentre sembrava identificare la sua persona con la causa dell’ordine, identificava invece la causa dell’ordine con la sua persona. Inoltre, se l’Assemblea nazionale aveva ratificato, sebbene con ritardo, la spedizione contro Roma, l’iniziativa era stata presa da Bonaparte. Dopo aver di nuovo insediato in Vaticano il sommo sacerdote Samuele, egli poteva sperare di insediare se stesso, come re Davide, nelle Tuileries. Aveva conquistato i preti[32]. La sommossa del 13 giugno si limitò, come abbiamo visto, a una dimostrazione pacifica di strada. Non vi erano dunque stati allori guerrieri da conquistare contro di essa. Ciò non pertanto, in questo periodo povero di eroi e di avvenimenti, il partito dell’ordine trasformò questa battaglia senza spargimento di sangue in una seconda Austerlitz[33]. La tribuna e la stampa celebrarono l’esercito come la potenza dell’ordine, in opposizione alle masse popolari rappresentanti l’impotenza dell’anarchia, e glorificarono Changarnier come il "baluardo della società". Mistificazione alla quale finì per credere egli stesso. Ma i corpi che sembravano di dubbia fedeltà venivano intanto allontanati da Parigi alla chetichella; i reggimenti nei quali le elezioni avevano dato i risultati più democratici venivano deportati dalla Francia in Algeria; le teste calde fra la truppa inviate alle compagnie di disciplina; e infine, la stampa veniva bandita sistematicamente dalla caserma e la caserma isolata dalla società civile.

Siamo arrivati alla svolta decisiva nella storia della Guardia nazionale francese. Nel 1830 essa aveva deciso della caduta della Restaurazione. Sotto Luigi Filippo tutte le sommosse in cui la Guardia nazionale si era messa dalla parte dell’esercito erano fallite[34]. Quando nelle giornate di febbraio del 1848 essa aveva avuto un atteggiamento di passività verso l’insurrezione, ed equivoco verso Luigi Filippo, questi si era considerato perduto, e lo era. In questo modo si era radicata la convinzione che la rivoluzione non poteva vincere senza la Guardia nazionale e che l’esercito non poteva vincere contro di essa. Si manifestava così la fede superstiziosa dell’esercito nell’onnipotenza dei borghesi[35]. Le giornate del giugno 1848, in cui l’intiera Guardia nazionale, insieme con le truppe di linea, aveva schiacciato l’insurrezione, aveva rafforzato la superstizione. Dopo l’andata al potere di Bonaparte la posizione della Guardia nazionale era però stata indebolita, in conseguenza del fatto che, contrariamente alla Costituzione, il suo comando era stato riunito, nella persona di Changarnier, al comando della prima divisione militare. Come il comando della Guardia nazionale appariva qui come un attributo del comandante militare supremo, così la Guardia nazionale stessa appariva soltanto come un’appendice delle truppe di linea. Il 13 giugno, infine, essa venne spezzata, e non soltanto in conseguenza del suo scioglimento parziale, che da quel momento si ripeté periodicamente in tutti i punti della Francia e non ne lasciò sussistere che i frantumi. La dimostrazione del 13 giugno era stata anzitutto una dimostrazione delle guardie nazionali democratiche. E’ vero che esse avevano opposto all’esercito non le loro armi, ma le loro uniformi; ma proprio in quell’uniforme stava il talismano. L’esercito si convinse che quell’uniforme era uno straccio di lana come tutti gli altri. L’incanto era rotto. Nelle giornate di giugno 1848 borghesia e piccola borghesia, come Guardia nazionale, si erano unite con l’esercito contro il proletariato; il 13 giugno 1849 la borghesia fece disperdere dall’esercito la Guardia nazionale piccolo-borghese; il 2 dicembre 1851 scomparve anche la Guardia nazionale della borghesia, e Bonaparte, quando più tardi ne firmò il decreto di scioglimento, non fece altro che prender atto del fatto compiuto. Così la borghesia aveva spezzato essa stessa la sua ultima arma contro l’esercito, e l’aveva dovuta spezzare a partire dal momento in cui la piccola borghesia, invece di continuare ad essere sottomessa come un vassallo, si era levata contro di essa in atteggiamento di ribelle. Allo stesso modo la borghesia, dal momento che essa stessa era diventata assolutista, doveva spezzare con le proprie mani, in generale, tutti i suoi mezzi di difesa contro l’assolutismo. Frattanto il partito dell’ordine celebrava la riconquista di un potere che sembrava aver perduto nel 1848 solo per ritrovarlo nel 1849 liberato da tutte le pastoie, e lo celebrava con invettive contro la Repubblica e contro la Costituzione, maledicendo tutte le rivoluzioni passate, presenti e future, compresa quella che era stata fatta dai suoi propri capi, e promulgando leggi che imbavagliavano la stampa, sopprimevano il diritto di associazione e facevano della stato d’assedio un’istituzione organica di governo[36]. L’Assemblea nazionale si aggiornò quindi dalla metà di agosto alla metà di ottobre, dopo aver nominato, per il periodo delle sue vacanze, una commissione permanente. Durante queste ferie i legittimisti intrigarono a Ems, gli orleanisti a Claremont, Bonaparte facendo dei viaggi principeschi[37], e i consigli dipartimentali discutendo della revisione della Costituzione, fatti che si riproducono regolarmente nel periodi di vacanza dell’Assemblea nazionale e di cui mi occuperò quando assumeranno il valore di avvenimenti. Per ora basti notare che l’Assemblea nazionale agiva poco politicamente disparendo dalla scena durante periodi di tempo abbastanza lunghi e lasciando che si vedesse a capo della repubblica una sola figura, fosse pure meschina, quella di Luigi Bonaparte e ciò mentre il partito dell’ordine, con scandalo del pubblico, si divideva nei suoi differenti elementi monarchici e si abbandonava alle proprie contrastanti velleità di restaurazione. Ogniqualvolta, durante queste vacanze, i rumori assordanti del Parlamento si estinguevano, e il suo corpo si dissolveva nella nazione, appariva in modo incontrovertibile che mancava ormai soltanto una cosa per rendere completa la vera immagine di questa repubblica: rendere permanenti le vacanze del Parlamento e sostituire al motto della repubblica: Liberté, égalité, fraternité, le parole di significato non equivoco: Fanteria, cavalleria, artiglieria

 

 

[1] La prima fase della rivoluzione (1789-1791) fu caratterizzata dal predominio di forze borghesi moderate che, riuscite vincitrici nei confronti dell’assolutismo regio grazie alla vittoria popolare del 14 luglio 1789 a Parigi e alle insurrezioni contadine nelle campagne, cercarono di porre rapidamente fine al circuito rivoluzionario, ricorrendo anche alla violenza aperta contro le forze democratiche che volevano spingerlo in avanti (massacro dei repubblicani al Campo di Marte del 17 luglio 1791). Esse elaborarono una Costituzione che manteneva la monarchia e prevedeva un’Assemblea legislativa eletta col suffragio delle sole classi abbienti. La seconda fase della rivoluzione è caratterizzata dal predominio della borghesia repubblicana (i Girondini) che, sebbene fosse sostanzialmente moderata, aveva fatto proprio, appoggiandosi alle forze rivoluzionarie della municipalità di Parigi, il programma della democrazia politica. Dopo la tentata fuga del re e la dichiarazione di guerra alle potenze controrivoluzionarie, i girondini presero il sopravvento ed emanarono i primi decreti contro i nemici interni della rivoluzione. Ma le forze rivoluzionarie di Parigi che li avevano appoggiati, costituite in parte dai sanculotti (i membri delle classi lavoratrici che al programma politico democratico e repubblicano abbinavano il problema del pane ed esigevano una spietata repressione dei controrivoluzionari), paralizzarono prima la loro eccessiva indecisione (fatti del 10 agosto e del 2-5 settembre 1792) e poi, dopo la proclamazione della Repubblica e l’elezione di una Convenzione destinata a dare una costituzione democratica e repubblicana alla Francia, li scavalcarono spingendo al potere i giacobini. Questa terza fase si espresse nel trionfo della Montagna (la frazione più rivoluzionaria della borghesia non priva di aperture sociali verso le masse popolari), nella dittatura del Comitato di salute pubblica sotto l’influenza di Couthon, Saint-Just e Robespierre, nel terrore rivoluzionario.

 

[2] Brutta appendice.

 

[3] Già battute definitivamente a Vienna, a Berlino, a Napoli, le forze rivoluzionarie europee subirono nuove sconfitte dal marzo al maggio 1849: il Piemonte fu costretto a deporre le armi da parte dell’Austria, che, inoltre, spezzò la resistenza di Brescia, domò Livorno e occupò la Toscana; la Sicilia fu riconquistata dai Borboni; fu completamente esautorata in Germania l’Assemblea di Francoforte. La Russia, l’Austria e la Prussia si apprestavano allora a dare il colpo di grazia agli ultimi focolai rivoluzionari: Roma, Venezia, l’Ungheria, le città tedesche insorte nel maggio a favore della costituzione dell’Impero elaborata dall’Assemblea di Francoforte.

 

[4] Il dissidio interno fra legittimisti e orleanisti, per la restaurazione della rispettiva dinastia, e fra entrambi e i bonapartisti, i quali lavoravano per una restaurazione imperiale, era inevitabile non appena fosse venuto a mancare il nemico comune che li aveva tenuti uniti.

 

[5] La sconfitta del 13 giugno fu tanto vergognosa per i democratici, che essi non poterono neppure ripetere le parole scritte alla madre dal re Francesco I, sconfitto a Pavia e preso prigioniero da Carlo V: "Tutto è perduto fuorché l’onore e la vita, che è salva".

 

[6] Cfr. K. Marx, Manoscritti economico-filosofici, ed. cit., pp. 187-189.

 

[7] Il partito conservatore inglese, l’antagonista storico dei whigs ("i rappresentanti aristocratici della borghesia"), svelò che il suo amore per la tradizione non era che una maschera del suo amore per la rendita quando, nel 1846, si oppose vivacemente all’abolizione dei dazio sul grano. Cfr. K. Marx, Die Wahlen in England - Tories und Whigs [Le elezioni in Inghilterra - Tories e Whigs] in K. Marx - F. Engels, Werke cit., Band 8, pp. 336-341.

 

[8] "Tutte queste frazioni del partito dell’ordine, di cui ciascuna ha in petto il proprio re e la propria restaurazione, fanno valere a vicenda, di fronte alle velleità di usurpazione e di supremazia dei loro rivali, il dominio collettivo della borghesia, la forma entro cui le rivendicazioni particolari rimangono neutralizzate e riservate: la repubblica... E Thiers diceva il vero ben più ch’egli non sospettasse, quando esclamava: “Siamo noi monarchici i veri sostegni della repubblica costituzionaleí."(K. Marx, Le lotte di classe, cit., p. 244).

 

[9] Occupata militarmente la sede del Parlamento nelle prime ore del 2 dicembre, ai membri dell’Assemblea non restò che riunirsi nel municipio del 10° mandamento, al fine di deliberare la destituzione di L. Bonaparte e di tentare la resistenza. La riunione fu presieduta da Berryer (il quale dal balcone arringò la folla) e fu successivamente sciolta con la forza.

 

[10] Al monarchico e legittimista Berryer, travestito da repubblicano, l’eco risponde col nome del pretendente legittimista al trono.

 

[11] Essi riconobbero con terrore che schiacciando i proletari si erano dati senza resistenza nelle mani dei loro creditori borghesi, i quali, non avendo più bisogno dell’alleanza coi democratici piccolo-borghesi contro il proletariato, esigevano senza pietà i pagamenti delle cambiali e delle pigioni dai bottegai rovinati dalla crisi. Cfr. K. Marx, Le lotte di classe - cit.. pp. 153-156.

 

[12] Nel manifesto elettorale del 1849 (redatto F. Pyat), si proponeva una politica economica che prevedeva, da un lato, la gestione statale delle ferrovie, delle miniere, delle assicurazioni, del credito; dall’altro lato si prevedeva l’abolizione delle imposte sui generi di prima necessità (ciò che interessava particolarmente i contadini fortemente danneggiati dall’imposta sul vino e sul sale) e l’istituzione dell’imposta progressiva sul reddito. Si affermava inoltre: "Vogliamo riconoscere a tutti il diritto alla proprietà mediante il diritto al lavoro. Cos’è il diritto al lavoro? E’ il diritto al credito. Cos’è il diritto al credito? E’ il diritto al capitale, cioè agli strumenti di lavoro. Bisogna che lo Stato presti invece di prendere in prestito, che presti sui beni immobiliari come su quelli mobili". Con questo giro di parole, si cercava di far coincidere la rivendicazione del diritto al lavoro, per cui il proletariato si era battuto nel 1848, con la difesa della piccola proprietà in un quadro democratico piccolo-borghese, sottolineando, in pari tempo, l’esigenza dei contadini e dei piccoli borghesi in genere di ottenere, mediante il credito statale, i mezzi necessari alla propria produzione, senza finire cioè, come di solito accadeva, nelle mani dell’usuraio. Su ciò cfr. K. Marx, Le lotte di classe cit., pp. 267-268.

 

[13] Si tratta di alcuni "socialisti dottrinari", più di altri legati alla Montagna, come Vidal, Considérant ecc. Marx ed Engels chiamarono sette sia le associazioni, segrete o meno, dei comunisti utopisti, sia i gruppi raccolti attorno ai "socialisti dottrinari" francesi. Per le sette in genere il socialismo è "l’espressione della assoluta verità, della assoluta ragione, della assoluta giustizia e basta sia scoperto perché conquisti il mondo con la propria forza". (F. Engels, L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza, cit., p. 821 Nella lettera a Bolte del 29 novembre 1871 (in K. Marx-F. Engels, Opere scelte cit., pp. 941-944). Marx dà il nome di setta a ogni organizzazione socialista che cerca di "prevalere sul movimento reale della classe operaia", che è "ostile all’organizzazione del vero movimento operaio alla quale tende l’Internazionale". Egli afferma fra l’altro: "Lo sviluppo delle sette socialiste e quello del vero movimento operaio sono sempre in proporzione inversa. Sino a che le sette hanno una giustificazione (storica), la classe operaia non è ancora matura per un movimento storico indipendente. Non appena essa giunge a questa maturità, tutte le sette diventano essenzialmente reazionarie".

 

[14] Bottegai.

 

[15] Sui fatti descritti qui e nelle pagine seguenti, cfr. K. Marx, Le lotte di classe, cit., pp. 212-232.

 

[16] Dopo la sconfitta francese di Porta S. Pancrazio, mentre l’Oudinot attendeva rinforzi e il Mazzini l’esito delle elezioni francesi, essendo il governo costretto a tenere in qualche conto il voto parlamentare, fu inviato il plenipotenziario Lesseps a intavolare trattative per prendere tempo. Egli concluse con la Repubblica un accordo onorevole, secondo il quale l’esercito francese si impegnava a garantire il territorio romano da ogni invasione straniera, mentre la Repubblica lo riconosceva come amico permettendogli di presidiare i luoghi opportuni. In pari tempo l’esercito francese si impegnava a non immischiarsi nelle faccende interne di Roma. Concluse le elezioni e giunti i rinforzi all’Oudinot, il nuovo ministro degli esteri Tocqueville sconfessò il Lesseps e dette l’ordine di marciare su Roma, la quale fu attaccata di sorpresa e bombardata il 2 e il 3 giugno.

 

[17] Il 10 agosto 1849 l’Assemblea nazionale emanò una legge che deferiva all’Alta Corte i promotori e i complici della congiura e dell’attentato del 13 giugno. Si trattava di 40 deputati, di cui solo una parte era stata arrestata. Molti, fra cui Ledru Rollin, erano riusciti a fuggire.

 

[18] I deputati della Montagna che avevano firmato l’appello alle armi dei 12-13 giugno e non erano stati colpiti dalla repressione salirono alla tribuna, uno a uno, fra i motteggi della destra, per sconfessare il manifesto lanciato al popolo alla vigilia del l’insurrezione, protestando umilmente contro l’abuso che era stato fatto della loro firma.

 

[19] La Démocratie pacifique, diretta da V. Considérant, e La Réforme, diretta da Flocon.

 

[20] Così fecero il colonnello Forestier e gli uomini della VI legione, da lui comandata, sul cui contributo all’insurrezione la Montagna aveva fatto assegnamento.

 

[21] Allusione alla leggenda biblica secondo cui le mura di Gerico, la prima città incontrata dagli Ebrei al loro ingresso nella terra promessa, sarebbero state rase al suolo da un urlo dei popolo ebreo, a cui Giosuè, su indicazione divina, aveva ordinato di fare sette volte il giro della città in processione preceduto dai sacerdoti che suonavano le trombe La città fu casi conquistata senza assedio.

 

[22] Sul serio.

 

[23] I democratici, biasimando l’attacco dell’esercito francese contro la Repubblica romana, sembravano assumere la posizione di chi tradisce l’esercito nazionale, sparandogli alle spalle mentre è impegnato in un’azione di guerra.

 

[24] Si trattava infatti della costituzione borghese, nata dopo i fatti di giugno, sotto un regime di terrorismo borghese e di stato d’assedio antiproletario.

 

[25] In modo analogo, essi riducevano la lotta politica a un contrasto tra monarchici e repubblicani, fra democratici e reazionari.

 

[26] Marx allude qui, ironicamente, alle accuse di cui furono oggetto, da parte dell’emigrazione democratica piccolo-borghese, lui e Engels, i quali, anziché contare "su una vittoria rapida, decisiva, una volta per tutte, del popolo" contro gli "oppressori", cioè contro i nemici della repubblica borghese. contavano su una lotta lunga, dopo l’eliminazione degli "oppressori", fra gli elementi contraddittori che si celavano precisamente in questo "popolo", cioè, in particolare, fra il proletariato e la borghesia (Dall’Introduzione di Engels, in K. Marx, Le lotte di classe, cit., p. 51).

 

[27] Vedremo. Ma quando fu abolito il suffragio universale, essi non seppero fare altro che predicare una "calma maestosaî.

 

[28] Marx allude, ironicamente, alla rivoluzione a breve scadenza di cui orlavano allora i membri dei Governi provvisori in partibus nei loro manifesti ai popoli.

 

[29] Siete soltanto degli spacconi.

 

[30] Ciò fu deliberato durante la riunione dell’Assemblea legislativa ne municipio dei 10° mandamento, dopo l’occupazione militare della sede del Parlamento. Ma la nomina non ebbe seguito, perché l’esercito, anziché all’ex capo della spedizione contro la Repubblica romana, obbedì a L. Napoleone

 

[31] Il 13 giugno il Vieyra aveva capeggiato una spedizione contro le sedi dei giornali democratici La démocratie pacifique, Le peuple e Vraie république. Alla vigilia del colpo di stato dei 2 dicembre, il Vieyra, capo di stato maggiore del nuovo comandante della Guardia nazionale Lawoestine, ebbe l’incarico, da L. Bonaparte, d’impedire che le guardie nazionali uscissero con le armi e le uniformi e di sottrarre perfino i tamburi con cui le guardie venivano convocate, al fine di impedire loro di resistere al colpo di stato.

 

[32] Marx allude ai piani di L. Napoleone per conquistare, mediante la spedizione contro la Repubblica romana e la restituzione di Roma al papa, l’appoggio dei clericali alla sua politica di restaurazione imperiale. Samuele fu il sacerdote che, venuto in contrasto col re Saul, unse segretamente il giovanetto David.

 

[33] Ad Austerlitz (Moravia) Napoleone, nel 1805, inflisse una grave sconfitta agli eserciti alleati russo e austriaco.

 

[34] Marx allude alle insurrezioni parigine del 5-6 giugno 1832, del 9-11 aprile 1834 e, forse (sebbene di scarso rilievo perché troncata sul nascere) all’insurrezione, organizzata da Blanqui e Barbès, del 12 maggio 1839.

 

[35] Cioè della borghesia armata "nelle sue varie gradazioni", la quale costituiva la Guardia nazionale.

[36] La legge sulla stampa (27 luglio) prevedeva una forte cauzione per i giornali e aggravava le leggi vigenti, aggiungendo ai delitti di stampa gli attacchi contro il presidente della repubblica, la "provocazione dei militari alla disubbidienza", l’apologia di reato (cioè dell’insurrezione), la pubblicazione di notizie che turbano "l’ordine pubblico", le sottoscrizioni per coprire le spese di condanne giudiziarie. La preoccupazione per la diffusione di opuscoli socialisti, anche nelle campagne, spinse a rendere obbligatoria per i diffusori della stampa un’autorizzazione prefettizia. Tale azione, tendente a imbavagliare qualsiasi opposizione, si aggiungeva alla deliberazione dei 19 giugno di sospendere per un anno la libertà d’associazione e di proibire tutti i clubs ritenuti pericolosi. Si deliberò infine (9 agosto) che l’Assemblea o, nell’intervallo fra le due sessioni, il governo, avevano la facoltà di proclamare in caso di pericolo lo stato d’assedio, accompagnato dal diritto di perquisizione nei confronti di chiunque e dal potere di sospendere i giornali. Anche fra deputati moderati. come il Tocqueville, si era affermata l’idea che, per salvare la libertà dopo una rivoluzione, non vi fosse altro mezzo che restringerla, in sostanza toglierla alle forze più democratiche.

 

[37] I viaggi principeschi nelle province servivano a L. Napoleone ad accrescere la sua popolarità. a sfruttare la vacanza dell’Assemblea per far risaltare a capo della repubblica la sua figura, che ne era la legittima incarnazione. Mentre nelle visite ai dipartimenti egli assicurava la sua fedeltà alle leggi, mentre al forte di Ham, dove era stato rinchiuso sei anni per le sue cospirazioni contro la Monarchia di luglio, egli affermava di aver giustamente espiato la sua "temerità contro le leggi della patria", mentre a Tour egli respingeva con sdegno l’accusa di meditare un colpo di stato, esclamando, "né colpo di stato né insurrezione", un comitato bonapartista, detto dell’ "Appello alla nazione", sviluppava un’agitazione a favore di una sua presidenza a vita e di un plebiscito.