Le meteore

Le vedute astronomiche di Democrito possono essere acute in relazione ai tempi, ma sono prive d'interesse filosofico. Non superano l'ambito della riflessione empirica, ne presentano un più preciso legame interiore con la dottrina degli atomi.

Invece la teoria di Epicuro intorno ai corpi celesti ed ai processi ad essi ricollegantisi, ovvero intorno alle meteore (qualunque delle due espressioni egli adoperi), è in contrasto non solo con l'opinione di Democrito ma con tutta la filosofia greca. L'adorazione dei corpi celesti è un culto che tutti i filosofi greci celebrano. Il sistema dei corpi celesti è la prima ingenua e naturisticamente configurata forma di esistenza della ragione concreta. La stessa posizione ha l'autocoscienza greca nel piano spirituale. È il sistema solare dello spirito. I filosofi greci adoravano dunque nei corpi celesti il loro proprio spirito.

Lo stesso Anassagora, che primo spiegò fisicamente il cielo e in tal modo lo portò sulla terra in un senso diverso da Socrate, rispose, allorché gli si domandò perche fosse nato: EiV qewrian hliou kai selhnhV kai ouranou (“per contemplare sole e luna e cielo”). Senofane invece alzò gli occhi al cielo e disse: “l'uomo è il Dio”. Dei Pitagorici, di Platone e di Aristotele è noto il rapporto religioso con i corpi celesti.

Sì, Epicuro si contrappone alla concezione di tutto il popolo greco.

Sovente sembra, dice Aristotele , che il concetto deponga a favore dei fenomeni ed i fenomeni depongano a favore del concetto. Così gli uomini hanno un'idea degli dèi ed assegnano al divino la sede più celeste, sia barbari sia elleni: tutti insomma quelli che credono nell'esistenza degli dèi, manifestamente l'immortale collegando all'immortale; chè fare diversamente è impossibile. Se dunque il divino esiste, come realmente esiste, vera è anche la nostra affermazione intorno alla sostanza dei corpi celesti. Il che corrisponde poi anche alla percezione sensibile, per parlare secondo le convinzioni umane. In tutto il passato infatti sembra, secondo il ricordo che ci siamo venuti tramandando, che nulla si sia mutato, ne in tutto il ciclo ne in qualsivoglia sua parte. Anche il nome sembra essersi tramandato dagli antichi fino al tempo d'oggi, in quanto essi ammettevano quel che sosteniamo anche noi. Chè non una, non due ma infinite volte ci sono pervenute le stesse concezioni. Poiché dunque il primo corpo è altra cosa oltre la terra e il fuoco e l'aria e l'acqua, essi chiamarono il luogo superno “etere” da qein aei (“correre sempre”), soprannominandolo tempo eterno. Il cielo poi e il luogo superiore assegnaron gli antichi agli dèi, esso solo essendo immortale. Ma la dottrina attuale attesta che esso è indistruttibile, innato, sottratto ad ogni mortale avversità. In tal modo i nostri concetti corrispondono anche ai responsi intorno al Dio. Ma che un cielo vi sia, è manifesto. Dagli antenati e dagli antichi ci è stato tramandato, ed è rimasto nei posteri in forma di mito, che i corpi celesti sono dèi e che il divino abbraccia la natura tutta. Il resto è stato aggiunto in forma di mito per la fede dei più, come utile per le leggi e per la vita. Chè essi immaginano gli dèi simili agli uomini e ad altri esseri viventi, e si foggiano altre finzioni a questa connesse ed affini. Se uno separa da ciò il rimanente e ritiene solo la prima cosa, cioè la loro fede che le sostanze prime siano dèi, deve ritenere che ciò sia divinamente detto, e che dopo che, come avvenne, fu inventata e andò di nuovo perduta ogni possibile arte e filosofia, queste opinioni, simili a reliquie, siano pervenute fino ai tempi nostri.

Oltre a tutto ciò - dice invece Epicuro - bisogna pensare anche che il maggiore turbamento dell'anima umana nasce dal fatto che gli uomini ritengono beati e indistruttibili i corpi celesti, ed hanno desideri e compiono azioni con quelli contrastanti, e prendono in sospetto i miti. Quanto alle meteore, è da credere che in esse non vi siano movimento e posizione ed eclissi e principio e fine e cose simili, governando e ordinando, o avendo ordinato, Uno che possedeva ogni beatitudine oltre alla indistruttibilità. Chè le azioni non si accordano con la beatitudine, ma presentano la massima affinità con la debolezza, la paura e il bisogno. È da ritenere altresì che alcuni corpi ignei, che posseggono beatitudine, si sottopongano spontaneamente a questi movimenti. Ma se non si è d'accordo su ciò, questo stesso contrasto produce il maggior turbamento nelle anime.

Perciò, se Aristotele ha rimproverato agli antichi di aver creduto che il cielo avesse bisogno di appoggiarsi ad Atlante, Epicuro invece biasima coloro i quali credono che l'uomo abbia bisogno del cielo; e in Atlante stesso, sul quale poggia il cielo, egli vede l'insipienza e la superstizione degli uomini. Anche l'insipienza e la superstizione sono Titani.

Tutta la “Lettera a Pitocle” di Epicuro tratta della teoria dei corpi celesti, eccettuata l'ultima parte. Questa chiude l'epistola con delle sentenze morali. E opportunamente vengono aggiunte massime morali alla dottrina delle meteore: questa dottrina è per Epicuro un caso di coscienza. Le nostre considerazioni perciò si baseranno principalmente su questo scritto a Pitocle, che integreremo con elementi tratti dalla “Lettera ad Erodoto”, cui lo stesso Epicuro in quella a Pitocle si richiama.

Anzitutto non è da credere che con la conoscenza delle meteore, intesa nelle linee generali o nei particolari, si possa raggiungere un fine diverso dall'atarassia e dalla ferma fiducia, così come con tutta la restante scienza della natura. Non di ideologia e vuote ipotesi abbisogna la nostra vita, ma di svolgersi senza agitazioni. Come è compito preciso della filosofia indagare sui fondamenti di ciò che e d'importanza principalissima, anche qui la beatitudine si basa sulla conoscenza delle meteore. In sé e per sé la teoria del tramontare e del sorgere, della posizione e dell'eclissi non contiene nessun motivo particolare di beatitudine: essa ci dice solo che la paura possiede coloro i quali vedono questi vari fenomeni senza conoscerne la natura e le cause principali. Fin qui è soltanto negato il primato che la teoria delle meteore dovrebbe avere rispetto alle altre scienze, e tale teoria è posta al loro stesso livello.

Ma la teoria delle meteore si distingue anche specificamente sia dall'etica sia dagli altri problemi fisici: vi sono, per esempio, degli elementi indivisibili e altre simili cose, in cui ai fenomeni corrisponde una sola spiegazione. Ciò infatti non ha luogo con le meteore: queste non hanno una causa semplice che ne spieghi l'origine, ed hanno più d'una categoria dell'essenza, che corrisponde ai fenomeni. Non si può fare infatti della fisiologia in base a vuoti assiomi e leggi. Si ripete continuamente che non aplwV (semplicemente, assolutamente) ma pollacwV (in molti modi) bisogna spiegare le meteore. Ciò vale per il sorgere e tramontare del sole e della luna, per la crescenza e la mancanza della luna, per il chiarore della fascia lunare, per la diversa lunghezza del giorno e della notte e per gli altri fenomeni celesti.

Quale spiegazione daremo dunque?

Qualunque spiegazione è sufficiente. Solo il mito va rimosso. Ma rimosso esso sarà quando, seguendo i fenomeni, da questi si desumerà l'invisibile. Bisogna attenersi al fenomeno, alla percezione sensibile. Perciò va fatto ricorso all'analogia. Così, per mezzo di spiegazioni, si può bandire la paura e liberarsene, mostrando le cause delle meteore e del resto, vale a dire di ciò che continuamente si avvera e sommamente affligge gli uomini.

L'abbondanza delle spiegazioni e delle possibilità deve non solo rasserenare la coscienza e allontanare i motivi di paura, ma, al tempo stesso, negare l'unità, la legge costante ed assoluta, perfino nei corpi celesti. Essi potrebbero comportarsi ora in un modo ora in un altro; questa possibilità senza legge sarebbe il carattere della loro realtà; tutto in essi sarebbe incostante e instabile. La molteplicità delle spiegazioni annullerebbe anche l'unità dell'oggetto.

Mentre dunque Aristotele, d'accordo con gli altri filosofi greci, considera eterni ed immortali i corpi celesti, perché si comportano sempre allo stesso modo; mentre attribuisce ad essi un elemento loro proprio, superiore, non soggiacente alla gravita, Epicuro afferma, in netto contrasto con lui, che le cose procedono proprio all'opposto. Secondo lui la teoria delle meteore è essenzialmente diversa da tutte le altre dottrine fisiche per il fatto che nelle meteore tutto avviene in svariate guise e senza regola, tutto è da spiegare in base a cause varie e indeterminatamente molteplici. Anzi, sdegnato, egli respinge con veemenza l'opinione contraria: coloro i quali si attengono ad una sola spiegazione, escludendo tutte le altre, coloro i quali vedono nelle meteore un che di unico e perciò di eterno e di divino cadono nella vana mania di tutto spiegare e nei servili artifizi degli astrologi: essi oltrepassano i confini della fisiologia e si gettano nelle braccia del mito; tentano l'impossibile e s'affannano intorno all'assurdo; non sanno neanche quando la stessa atarassia viene a trovarsi in pericolo. Da spregiare sono i loro vaniloqui. Bisogna tenersi lontani dal preconcetto che l'indagine su quegli oggetti non sia abbastanza profonda e sottile in quanto mira unicamente alla nostra atarassia e felicità. Norma assoluta è invece che una natura indistruttibile ed eterna nulla possa avere che turbi l'atarassia, che dia luogo a pericoli. La coscienza deve capire che questa è una legge assoluta.

Epicuro conclude perciò affermando che, poiché l'eternità dei corpi celesti turberebbe l'atarassia dell'autocoscienza, ne consegue necessariamente, rigorosamente che essi non sono eterni.

Ora, come bisogna intendere questa caratteristica veduta di Epicuro?

Tutti gli autori che hanno scritto sulla filosofia epicurea hanno presentato questa dottrina come incoerente rispetto al resto della fisica, alla dottrina degli atomi. La polemica contro lo Stoicismo, la superstizione, l'astrologia sarebbe argomento sufficiente a sostegno di questa tesi. E noi abbiamo visto che lo stesso Epicuro distingue il metodo che si segue nella teoria delle meteore dal metodo delle altre teorie fisiche. Ma quale punto della sua teoria rende necessaria questa distinzione? Come gli viene questa idea? E non solo con l'astrologia ma con la stessa astronomia, con la legge eterna e la razionalità nel sistema celeste egli polemizza. Infine a nessuna spiegazione conduce l'opposizione agli Stoici. La loro superstizione e tutta la loro concezione erano già confutate quando i corpi celesti furon presentati come unioni casuali di atomi e i loro processi come casuali movimenti dei medesimi. La loro natura eterna risultava così annullata: conseguenza, questa, che Democrito s'era contentato di trarre da quella premessa. Anzi, la loro stessa esistenza era in tal modo distrutta. Agli Atomisti non occorreva dunque un nuovo metodo.

Ma questa non è tutta la difficoltà. Una più enigmatica antinomia ci si para davanti.

L'atomo è la materia nella forma dell'autonomia, della individualità: la rappresentazione, per cosi dire, della gravita. Ma la gravità nella sua realtà suprema sono i corpi celesti. In essi sono risolte tutte le antinomie tra forma e materia, tra concetto ed esistenza, che danno luogo allo sviluppo dell'atomo, e sono attuate tutte le determinazioni richieste. I corpi celesti sono eterni ed immutabili; in sé, non fuori di sé hanno il loro centro di gravita; l'unico loro atto è il movimento, e, separati l'un dall'altro dallo spazio vuoto, deviano dalla linea retta, formano un sistema di repulsioni ed attrazioni nel quale conservano intatta la loro autonomia; infine generano da se stessi il tempo, quale forma della loro fenomenicità. I corpi celesti son dunque gli atomi diventati reali. In essi la materia ha in sé concepito la propria individualità. Qui dunque dovette Epicuro vedere la forma più elevata di esistenza del suo principio, l'apice e il punto conclusivo del suo sistema. Egli affermò di supporre gli atomi per dare alla natura fondamenti immortali. Affermò che quello che gl'importava era la individualità sostanziale della materia. Ma quando trova la realtà della natura quale è da lui concepita - ed altra, oltre a quella meccanica, non ne conosce -, la materia autonoma, indistruttibile nei corpi celesti, la cui eternità e immutabilità sono provate dalla fede del volgo, dal giudizio filosofico e dalla testimonianza dei sensi, allora ad altro non tende se non a trarla giù nella terrena caducità, allora si volge incollerito contro gli adoratori della natura autonoma, che in sé possiede il principio della sua individualità. È questa la sua maggiore contraddizione.

Epicuro sente perciò che le sue precedenti categorie qui crollano, che il metodo della sua teoria muta. E il significato più profondo del suo sistema, la sua conseguenza più rigorosa è che egli sente ciò e lo esprime con piena consapevolezza.

Abbiamo visto insomma come tutta la filosofia naturale di Epicuro sia pervasa dalla antinomia di essenza ed esistenza, di forma e materia. Nei corpi celesti però questa contraddizione è limitata, e i due momenti contrastanti sono conciliati. Nel sistema celeste la materia ha concepito in sé la forma, ha assunto la individualità, ed ha cosi raggiunto la sua autonomia. A questo punto però essa cessa di essere affermazione dell'autocoscienza astratta. Nel mondo degli atomi come nel mondo dei fenomeni la forma lottava con la materia, l'una determinazione distruggeva l'altra; e proprio in questo contrasto l'astratta autocoscienza individuale sentiva oggettivata la sua natura. Era appunto la forma astratta, che sotto forma di materia lottava con la materia astratta. Ora invece che la materia si è conciliata con la forma ed ha acquistato la sua autonomia, l'autocoscienza individuale esce dalla sua crisalide, e si proclama vero principio, ed avversa la natura diventata autonoma.

Sotto un altro aspetto ciò si esprime così: la materia, in quanto ha in sé concepito l'individualità, la forma, come accade nei corpi celesti, ha cessato di essere astratta individualità: è diventata individualità concreta, universalità. Nelle meteore dunque, di contro all'astratta autocoscienza individuale, risplende il suo opposto diventato concreto, l'universale diventato esistenza e natura. Questo riconosce perciò nelle meteore il suo nemico mortale. Ad esse attribuisce quindi, come fa Epicuro, la causa di tutte le paure ed agitazioni degli uomini; che l'universale è l'incubo e il dissolvimento dell'individuale astratto. Qui non si cela più insomma il vero principio di Epicuro, l'astratta autocoscienza individuale. Essa esce fuori dal suo nascondiglio e, liberata dal mascheramento materiale, cerca, spiegando secondo la possibilità astratta - ciò che è possibile può essere anche diverso; del possibile è possibile anche il contrario -, di annullare la realtà della natura diventata autonoma. Donde la polemica contro coloro i quali spiegano aplwV , vale a dire in una determinata maniera, i corpi celesti; giacché l'uno è il necessario e l'autonomo in sé.

Fintanto che, insomma, la natura quale atomo e fenomeno esprime l'autocoscienza individuale e il suo contrario, la soggettività di quest'ultimo emerge soltanto in forma di materia; quando invece la natura diventa autonoma, allora l'autocoscienza si riflette in se stessa, e si contrappone alla materia nella configurazione sua propria come forma autonoma. Fin dall'inizio era da dire che, quando il principio di Epicuro si attua, cessa per lui di avere realtà. Se infatti l'autocoscienza individuale fosse stata posta realiter sotto la determinatezza della natura, o la natura fosse stata posta sotto la determinatezza di essa autocoscienza, tale determinatezza, vale a dire l'esistenza dell'autocoscienza individuale, sarebbe finita, giacché solo l'universale liberamente distinguentesi da sé può conoscere al tempo stesso la sua affermazione.

Nella teoria delle meteore si rivela dunque l'anima della filosofia naturale di Epicuro. Niente è eterno di ciò che distrugge l'atarassia dell'autocoscienza individuale. I corpi celesti turbano la sua atarassia, la sua interna armonia, perché sono l'universale esistente, perché in essi la natura è diventata autonoma.

Non dunque la gastrologia di Archestrato , come pensa Crisippo, ma l'assolutezza e libertà dell'autocoscienza è il principio della filosofia epicurea, anche se l'autocoscienza è concepita solo sotto l'aspetto dell'individuale.

Se l'astratta autocoscienza individuale è posta come principio assoluto, ogni scienza vera e reale in tanto risulta soppressa in quanto l'individualità non domina nella natura stessa delle cose. Ma crolla anche tutto ciò che è in una posizione di trascendenza di fronte alla coscienza umana e perciò appartiene all'intelletto immaginato. Se invece l'autocoscienza, che si conosce solo nella forma dell'universalità astratta, è elevata a principio assoluto, allora si aprono tutte le porte alla mistica superstizione ed estranea alla sfera della libertà. La riprova storica di ciò è nella filosofia stoica. L'astratta autocoscienza universale ha insomma in sé l'impulso ad affermarsi anche nelle cose, nelle quali si afferma solo negandole. Epicuro è perciò il più grande illuminista greco, ed a lui spetta la lode di Lucrezio.

“Humana ante oculos foede cum cita iaceret,
in terris, oppressa gravi sub Religione,
quae caput a caeli regionibus ostendebat,
horribili super aspectu mortalibus instans,
primum Graius homo mortalis tollere centra
est oculos ausus primusque obsistere contra;
quem neque fama deum nec fulmina nec minitanti
murmure compressit caelum...
Quare Religio pedibus subiecta vicissim
opteritur, nos exaequat victoria caelo”.

(“Mentre l’umana stirpe, aperto spettacol deforme, / su la terra giaceva schiacciata, chè, d’incubi grave, / la Religione, il capo sporgendo da l’alto dei cieli, / con orribile aspetto minace su i vivi incombeva, / primo fu un uomo greco, mortale, che, alzando lo sguardo, / conficcoglielo in volto, incontro, a magnanima sfida: / né degli déi la fama, né folgori e rombi minaci / l’atterriron dal cielo… / onde la Religione a terra a sua volta prostrata / sotto i piedi ci giace, e al cielo il trionfo ne aderge”, traduzione di Parrella)

La differenza tra la filosofia naturale di Democrito e quella di Epicuro, esposta alla fine della parte generale, si è trovata ulteriormente confermata e sviluppata in tutti i campi della natura. In Epicuro dunque 1’atomistica, con tutte le sue contraddizioni, è svolta e compiuta come scienza naturale dell'autocoscienza, la quale è un principio assoluto nella forma dell'individualità astratta, fino all'estrema conseguenza, e cioè fino alla sua dissoluzione ed alla sua cosciente opposizione all'universale. Per Democrito invece l'atomo è solo l'espressione generale obbiettiva della stessa indagine empirica della natura. Di conseguenza l'atomo rimane per lui pura ed astratta categoria, ipotesi, che dell'esperienza è il risultato, non il principio energetico, e che perciò rimane inattuata, così come l'indagine naturalistica positiva non è più da essa determinata.