Il tempo

Poiché nell'atomo la materia, considerata solo in relazione a se stessa, è sottratta ad ogni mutamento e ad ogni relatività, si ha come conseguenza immediata che dal concetto di atomo, dal mondo dell'essenza è da escludere il tempo. La materia infatti è eterna ed autonoma solo in quanto in essa si fa astrazione dal momento temporale. In ciò concordano anche Democrito ed Epicuro. Essi però differiscono tra loro nella maniera di determinare e collocare il tempo, bandito dal mondo degli atomi.

Per Democrito il tempo non ha importanza e non ha necessità per il sistema. Egli lo spiega per eliminarlo. Esso viene determinato come eterno, affinchè, come dicono Aristotele e Simplicio, siano esclusi dagli atomi il nascere e il perire e, pertanto, l'elemento temporale. Proprio esso, il tempo, fornirebbe la prova che non tutto deve avere un'origine, un momento iniziale.

Bisogna vedere in ciò qualche cosa di più profondo. L'intelletto immaginante, che non comprende l'autonomia della sostanza, indaga intorno al divenire temporale di essa. Gli sfugge che, facendo della sostanza un che di temporale, fa con ciò stesso, del tempo un che di sostanziale, e in tal modo distrugge il suo concetto, giacché il tempo concepito come assoluto non è più temporale. D'altro canto però questa soluzione è insoddisfacente.

Escluso dal mondo dell'essenza, il tempo è trasferito nella autocoscienza del soggetto filosofante ma non ha che vedere col mondo. Diversamente stanno le cose con Epicuro. Escluso dal mondo dell’essenza, il tempo diventa per lui la forma assoluta della fenomenicità. Esso è cioè determinato come accidente dell'accidente. L'accidente è il mutamento della sostanza in quanto tale. L'accidente dell'accidente è il mutamento quale in sé si riflette, il cambiamento quale cambiamento. Questa forma pura del mondo fenomenico è appunto il tempo.

Il composto è la forma meramente passiva della natura concreta, il tempo la sua forma attuosa. Se considero il composto sotto il profilo della sua esistenza, vedo che l’atomo gli sta dietro, nel vuoto, nella immaginazione; se considero l’atomo sotto il profilo del suo concetto, trovo che il composto o non esiste affatto o esiste solo nella rappresentazione soggettiva; che esso è un rapporto nel quale gli atomi, chiusi m sé, per cosi dire disinteressantisi gli uni degli altri, non sono neanche in relazione tra loro. Il tempo invece, il cambiamento del finito, in quanto è posto come cambiamento è parimenti la forma reale che divide il fenomeno dall'essenza, lo pone come fenomeno nell'atto in cui esso riconduce all’essenza. Il composto esprime soltanto la materialità sia degli atomi sia della natura, che da essi deriva. Il tempo invece è nel mondo fenomeni o quello che è il concetto di atomo nel mondo dell'essenza, vale a dire l’astrazione, l'annullamento e la riconduzione di ogni esistenza determinata all'esser-per-sé.

Da queste considerazioni derivano le seguenti conseguenze. Anzitutto Epicuro fa della antitesi di materia e forma il carattere della natura fenomenica, che diventa così l'opposto della natura essenziale, dell'atomo. Ciò accade in quanto allo spazio viene contrapposto il tempo, alla forma passiva della fenomenicità la forma attiva. Secondariamente solo in Epicuro il fenomeno viene per la prima volta concepito come fenomeno, vale a dire come un estraniamento dell'essenza, il quale attua se stesso nella sua realtà appunto come estraniamento. In Democrito invece, per il quale il composto è l'unica forma della natura fenomenica, il fenomeno non mostra in se stesso che è fenomeno, qualche cosa di diverso dall'essenza. Considerata dunque nella sua esistenza, l'essenza viene confusa completamente con essa, ma concettualmente del tutto da essa separata, sì che l’esistenza si degrada a parvenza soggettiva. Il composto si comporta indifferentemente e materialmente nei confronti dei suoi fondamenti essenziali. Il tempo invece è la fiamma dell'essenza, che eternamente consuma il fenomeno e gl'imprime il marchio della dipendenza e della inessenzialità. Infine, essendo il tempo per Epicuro il cambiamento come cambiamento, la riflessione del fenomeno in se stesso, giustamente la natura fenomenica è posta come oggettiva, giustamente la percezione sensibile diventa il criterio reale della natura concreta, sebbene l'atomo, suo fondamento, sia contemplato solo dalla ragione.

Poiché insomma il tempo è la forma astratta della percezione sensibile, così, stante la forma atomistica della coscienza epicurea, è necessario che esso venga fissato come una natura dotata di una particolare esistenza nella natura stessa. La mutevolezza del mondo sensibile, dunque, in quanto mutevolezza, il suo cambiamento in quanto cambiamento, questa riflessione del fenomeno in se stesso, che del tempo costituisce il concetto, ha la sua esistenza a sé nella sensibilità cosciente. La sensibilità umana è pertanto il tempo che ha preso corpo, la riflessione esistenziale del mondo sensibile in sé.

Come ciò deriva immediatamente dalla determinazione concettuale del tempo in Epicuro, così risulta anche determinatamente provabile nel particolare. Nella “Lettera ad Erodoto” di Epicuro il tempo è configurato come nascente allorché gli accidenti dei corpi percepiti dai sensi sono pensati come accidenti. La percezione sensibile riflessa è dunque qui la fonte del tempo e il tempo stesso. Il tempo perciò non può essere determinato per analogia, nè di esso può predicarsi altro, ma va ammessa l'evidenza stessa; giacchè, essendo la percezione sensibile riflessa lo stesso tempo, non è dato trascenderla.

In Lucrezio, Sesto Empirico e Stobeo invece l'accidente dell'accidente, il mutamento che in sé si riflette è determinato come tempo. La riflessione degli accidenti nella percezione sensibile e la loro riflessione in se stessi sono poste quindi come un tutt'uno.

In virtù di questo nesso tra il tempo e il sensibile anche gli eidwla , che si trovano parimenti in Democrito, assumono una posizione più conseguente.

Gli eidwla sono le forme dei corpi naturali, le quali come superfici si desquamano, per così dire, da essi e ne determinano la fenomenizzazione. Queste forme delle cose fluiscono costantemente dalle medesime, e penetrano nei sensi, e appunto così fanno apparire gli oggetti. Nell'udito pertanto la natura ode se stessa, nell'olfatto odora se stessa, nella vista vede se stessa. La sensibilità umana è dunque il mezzo nel quale, come in un punto focale, i processi naturali si riflettono e si accendono alla luce della fenomenicità.

Democrito in ciò non è conseguente, giacché il fenomeno è meramente soggettivo; in Epicuro è una conseguenza necessaria, giacché la sensibilità è la riflessione del mondo fenomenico in sé, il suo tempo fatto corpo. Il nesso di sensibilità e tempo si rivela infine nel fatto che la temporalità delle cose e la loro manifestazione sensibile sono poste come un tutt’uno . Chè proprio nel loro manifestarsi ai sensi i corpi svaniscono. Distaccandosi cioè continuamente dai corpi e fluendo nei sensi, avendo la loro sensibilità fuori di se stessi come una seconda natura, e non in se stessi, e quindi non cessando di essere disgiunti, gli eidwla . si dissolvono e svaniscono.

Come dunque l'atomo non è che la forma naturale dell'astratta autocoscienza individuale, la natura sensibile è solo l'empirica, individuale autocoscienza oggettiva, e cioè l'autocoscienza sensibile. I sensi sono perciò i soli criteri validi nella natura concreta, al modo stesso che l'astratta ragione è l'unico criterio valido nel mondo degli atomi.