Atomoi arcai ed atoma stoiceia

Afferma lo Schaubach nella sua già ricordata trattazione intorno ai concetti astronomici di Epicuro: “Epicuro ha fatto, con Aristotele , una distinzione tra princìpi (atomoi arcai: Diog. Laerz. X 41) ed elementi (atoma stoiceia : Diog. Laerz. X 86). I primi sono gli atomi conoscibili solo con l’intelletto, e non occupano spazio. Essi son detti atomi non perché siano i più piccoli tra i corpi, ma perché non possono esser divisi nello spazio. In base a queste rappresentazioni si dovrebbe dunque pensare che Epicuro non abbia attribuito agli atomi nessuna proprietà riferibile allo spazio. Nella “Lettera ad Erodoto” (Diog. Laerz. X 44, 54) invece gli atomi hanno non soltanto peso ma anche forma e grandezza... Io considero perciò come appartenenti alla seconda specie questi atomi, che son derivati da quelli, ma sono concepiti come particelle elementari dei corpi”.

Consideriamo più attentamente il passo che lo Schaubach cita da Diogene Laerzio. Esso suona: oion oti to pan swma kai anafhV fusiV estin, h oti ta atoma stoiceia kai panta ta toiauta (come, per esempio, il fatto che l’universo è corpo e natura impalpabile, oppure che indivisibili sono gli elementi e tutte le cose simili)… Epicuro informa qui Pitocle, al quale scrive, che quella delle meteore si differenzia da tutte le altre dottrine fisiche: per esempio, che tutto è corpo e vuoto, che vi sono corpi semplici indivisibili. Come si vede, non v'è qui nessuna ragione per ritenere che si parli di atomi di una seconda specie. Potrebbe forse sembrare che la disgiunzione tra to pan swma kai anafhV fusiV (l’universo è corpo e natura impalpabile) e oti ta atoma stoiceia (che gli atomi) ponga una differenza tra swma (corpo) e atoma stoiceia (atomi), dove inoltre swma sta forse ad indicare gli atomi della prima specie in contrapposizione agli atoma stoiceia . Ma non è per nulla da pensare a ciò. Swma indica il corporeo in contrapposizione al vuoto, detto perciò anche aswmaton . In swma sono pertanto compresi sia gli atomi sia i corpi composti. Così, per esempio, nella “Lettera ad Erodoto” è detto: to pan esti esti to swma… ei de mh hn o keinon kai coran kai a afh fusin onomazomen… twn swmatwn ta men esti sugkriseiV, ta d’ex wn ai sugkriseiV pepoihntai. Tauta de estin atoma kai ametablhta… Wste taV arcaV atomouV anagkaion einai swmatwn fuseiV (“l’universo è corpo… se non ci fosse ciò che chiamiamo vuoto e spazio e natura impalpabile… dei corpi gli uni sono aggregazioni, altri invece sono quei corpi da cui risultano le aggregazioni. E questi sono indivisibili e immutabili… cosicchè è necessario che i princìpi siano nature indivisibili dei corpi”). Nel passo sopra riportato Epicuro parla dunque prima del corporeo in genere quale si distingue dal vuoto, poi del corporeo particolare, cioè degli atomi.

Il richiamo dello Schaubach ad Aristotele è del pari poco probante. La distinzione tra arch e stoiceion , che tanto sta a cuore agli Stoici, si trova, certo, anche in Aristotele, ma questi ciò non di meno enuncia anche l'identità delle due espressioni. Egli insegna addirittura espressamente che stoiceion indica prevalentemente l'atomo. Parimenti Leucippo e Democrito chiamano stoiceion il plhres kai kenon ( pieno e vuoto).

In Lucrezio, nelle “Lettere” di Epicuro in Diogene Laerzio, nel “Colote” di Plutarco, in Sesto Empirico vengono attribuite agli atomi le proprietà, per cui essi sono stati determinati come annullantisi.

Ma se è da considerare come un'antinomia il fatto che sono dotati di qualità spaziali solo i corpi percepibili dalla ragione, ben maggiore antinomia è il fatto che le stesse qualità spaziali possono essere percepite solo dall'intelletto.

Ad ulteriore sostegno infine della sua veduta lo Schaubach cita il seguente passo di Stobeo: EpikouroV… ta prwta (swmata) de apla, ta de ex ekeinwn sugkrimata panta baroV ecein (“Epicuro afferma che i primi corpi sono semplici, mentre i composti derivati da quelli hanno tutti un peso”). A questo passo si potrebbero aggiungere i seguenti, nei quali si fa menzione di atoma stoiceia come di una particolare specie di atomi: (Plutarco) “De placitis philosophorum”, I 246, 249 e Stobeo, Eclog. phys., I, p. 5. In questi passi, del resto, non si afferma affatto che gli atomi originari siano privi di grandezza, di forma e di peso. Si parla piuttosto solo del peso come di un contrassegno differenziale tra le atomoi arcai e gli atoma stoiceia. Già notammo però nel capitolo precedente che del peso si parla solo a proposito della repulsione e dei conglomerati che ne derivano. Con l'invenzione degli atoma stoiceia non si guadagna niente. Difficile è stato passare dalle atomoi arcai agli atoma stoiceia quanto attribuire immediatamente ad essi delle proprietà. Ciò non di meno io non nego senz'altro quella distinzione: nego soltanto l'esistenza di due diversi generi fissi di atomi. Si tratta piuttosto di determinazioni diverse d'uno stesso genere.

Prima di spiegare questa differenza richiamerò ancora l'attenzione su una caratteristica di Epicuro. Egli cioè pone volentieri le diverse determinazioni di un concetto come esistenze autonome diverse. Come il suo principio è l'atomo, così atomistica è anche la forma del suo sapere. Ciascun momento dello sviluppo gli si trasforma subito nelle mani in una realtà fissa, separata, potremmo dire, dal contesto per mezzo dello spazio vuoto; ogni determinazione assume la forma della individualità isolata.

Col seguente esempio si chiuderà tale forma. L'infinito, to apeiron , o la infinitio , come traduce Cicerone, viene inteso talvolta da Epicuro come una particolare natura; in quegli stessi passi, anzi, in cui troviamo determinati gli stoiceia come una sostanza fissa, posta a fondamento, troviamo anche concepito l’ apeiron come autonomo.

Ora, secondo le determinazioni proprie di Epicuro, l'infinito non è nè una sostanza particolare nè qualche cosa di esterno agli atomi e al vuoto, sibbene è una determinazione accidentale di essi. L’ apeiron ci si presenta insomma in tré significati. Anzitutto l’ apeiron esprime per Epicuro una qualità comune agli atomi e al vuoto. Sta a significare cioè l'infinità del tutto, che è infinito per la infinita pluralità degli atomi, per la grandezza infinita del vuoto. Apeiria è inoltre la pluralità degli atomi, sì che non l'atomo ma l'infinita molteplicità degli atomi è contrapposta al vuoto. Infine, se è lecito da Democrito dedurre Epicuro, apeiron indica precisamente il contrario, il vuoto illimitato, contrapposto all'atomo in sé determinato e da se stesso limitato. In tutti questi significati - ed essi sono i soli, anzi i soli possibili per l'atomistica - l'infinito è una semplice determinazione degli atomi e del vuoto. Ciò non di meno esso è reso indipendente in una particolare esistenza, addirittura posto come una natura specifica accanto ai princìpi, di cui esprime la determinatezza.

Sia stato dunque lo stesso Epicuro a fissare la determinazione, nella quale l'atomo diventa stoiceion , come una forma autonoma, originaria di atomo, il che, del resto, non è il caso di ritenere, come si può concludere stante la prevalenza storica dell'una fonte rispetto all'altra; o sia stato Metrodoro, discepolo di Epicuro, il che ci sembra più probabile, a mutare per primo la diversità di determinazione in diversità di esistenza; è nell'aspetto soggettivo della coscienza atomistica che dobbiamo vedere attuantesi l'autonomia dei singoli momenti. Per il fatto che a determinazioni diverse si è attribuita la forma di una diversa esistenza non si è compresa la loro differenza.

L'atomo ha per Democrito il significato soltanto di stoiceion , di substrato materiale. La distinzione tra l'atomo come arch e l'atomo come stoiceion, ossia tra principio e fondamento, appartiene ad Epicuro. La sua importanza risulterà chiara da quanto segue.

L'antinomia di esistenza ed essenza, di materia e forma, che è nel concetto di atomo, è vista anche nel singolo atomo in quanto viene fornito di qualità. Con la qualità l'atomo è estraniato dal suo concetto, ma, al tempo stesso, completato nella sua costruzione. Dalla repulsione e dalle conseguenti conglomerazioni di atomi qualificati ha origine dunque il mondo fenomenico. In questo trapasso dal mondo delle essenze al mondo dei fenomeni la costruzione insita nel concetto di atomo si attua nella maniera più cruda. Chè l'atomo è, secondo il suo concetto, la forma assoluta, essenziale della natura. Questa forma assoluta è ora degradata ad assoluta materia, a substrato informe del mondo fenomenico . Gli atomi sono, è vero, sostanza della natura da cui tutto deriva e in cui tutto si risolve; ma l'annullamento continuo del mondo fenomenico non giunge a nessun risultato. Sorgono nuovi fenomeni; ma l'atomo stesso rimane sempre al a base come fondo. In quanto dunque è pensato secondo il suo concetto puro, l'atomo esiste come spazio vuoto, come natura annullata; in quanto trapassa nella realtà, scende al livello di base materiale che, portatrice di un mondo di relazioni varie, non esiste mai altrimenti che in torme indifferenti ed esteriori. Ciò è una conseguenza necessaria giacché l'atomo, presupposto come l'astrattamente individuale e compiuto, non può attuarsi come potenza idealizzatrice e comprensiva di quella varietà.

L'astratta individualità è la libertà dall'esistenza, non la libertà nell’esistenza. Essa non può risplendere nella luce dell’esistenza. Questa è un elemento nel quale essa perde il suo carattere e diventa materiale. Perciò l'atomo non entra nella luce della fenomenicità, né si degrada a base materiale quando vi entra L'atomo come tale esiste solo nel vuoto. Così la morte della natura è diventata la sua sostanza immortale; e con ragione esclama Lucrezio: “mortalem vitam mors cum immortalis ademit” (“… immortale, la morte la vita mortale ne spense”).

Il fatto però che Epicuro coglie e obiettivizza l'antitesi in questa sua punta estrema, e pertanto distingue l'atomo riducentesi a base della fenomenicità, quale stoiceion , dall'atomo come esiste nel vuoto, quale arch , segna la sua differenza filosofica da Democrito, il quale obiettivizza soltanto il primo dei due momenti. È la stessa differenza, questa, che nel mondo dell'essenza, nel campo degli atomi e del vuoto, divide Epicuro da Democrito. Ma poiché solo l'atomo qualificato è compiuto, e poiché solo dall'atomo compiuto ed estraniato dal suo concetto può trarre origine il mondo fenomenico, Epicuro dice che soltanto l'atomo qualificato diventa stoiceion , ovvero solo l’ atomon stoiceion è fornito di qualità.