La gens greca

I Greci, come i Pelasgi1 ed altri popoli di stirpe affine, erano ordinati già da epoca preistorica secondo la stessa serie organica degli Americani : gens, fratria, tribù federazione di tribù. Talvolta manca la fratria, come tra i Dori; la federazione di tribù non era ancora necessariamente sviluppata dovunque, ma in tutti i casi la gens era l'unità. I Greci, quando fanno il loro ingresso nella storia, sono alle soglie della civiltà; tra loro e le tribù americane di cui abbiamo parlato sopra, si estendono quasi due interi grandi periodi di sviluppo, dei quali i Greci dell'età eroica sopravanzano gli Irochesi. La gens dei Greci perciò non è più affatto quella arcaica degli Irochesi. L'impronta del matrimonio di gruppo comincia a essere notevolmente confusa. Il diritto matriarcale ha ceduto il passo al diritto patriarcale: con ciò la nascente ricchezza privata aperse la sua prima breccia nella costituzione gentilizia. Una seconda breccia fu la conseguenza naturale della prima: poiché il patrimonio d'una ricca ereditiera, dopo l'introduzione del diritto patriarcale, sarebbe, col suo matrimonio, passato al marito, cioè ad un'altra gens, si infransero le basi di tutto il diritto gentilizio e non soltanto venne permesso, ma, in questo caso, venne imposto che la ragazza sposasse all'interno della sua gens, per conservare a questa il patrimonio.

 

Secondo la Storia della Grecia del Grote2, la gens ateniese era tenuta unita specialmente da:

 

  • Comuni solennità religiose e diritto esclusivo di sacerdozio in onore di un determinato dio, che era il presunto capostipite della gens e in tale qualità era indicato con un attributo particolare.

  • Luogo di sepoltura comune (cfr. l'Eubulides di Demostene3).

  • Diritto di ereditare l'uno dall'altro.

  • Reciproco obbligo d'aiuto, difesa ed assistenza in caso di aggressione.

  • Reciproco diritto e dovere di sposarsi entro la gens, in certi casi specialmente se si trattava di un'orfana o di una ereditiera.

  • Possesso, per lo meno in taluni casi, di proprietà comune, amministrata da un arconte (capo) e da un tesoriere.

 

Inoltre, la riunione nella fratria legava insieme più gentes, se pure in maniera meno stretta; in ogni modo, anche qui troviamo diritti e doveri reciproci di natura analoga, e particolarmente comunanza di determinate pratiche religiose ed il diritto di vendicare l'uccisione di un membro della fratria. La totalità delle fratrie di una tribù aveva, d'altra parte, comuni solennità sacre ricorrenti a intervalli regolari, presiedute da un phylobasiléus (capo tribù) eletto fra i nobili (eupatridi).

 

Fin qui Grote. E Marx aggiunge: «Ma dietro alla gens greca fa capolino, e in maniera inequivocabile, il selvaggio (l'Irochese, per esempio)». Il quale diventa ancora più evidente tosto che ci inoltriamo ulteriormente nell'indagine.

 

Sono inoltre caratteristiche della gens greca, precisamente:

 

  1. Discendenza secondo il diritto patriarcale.

  2. Divieto del matrimonio nella gens salvo il caso in cui si tratti di ereditiere. Questa eccezione, e la sua formulazione come comando, testimoniano la validità dell'antica regola. Questa consegue ugualmente dal principio generalmente valido che la donna, col matrimonio, rinunciava ai riti religiosi della sua gens, e passava in quella del marito nella cui fratria veniva iscritta. Il matrimonio al di fuori della gens era perciò la regola, anche secondo un celebre passo di Dicearco4, e Becker nel suo Charikles5 suppone addirittura che nessuno poteva sposarsi nell'interno della sua gens.

  3. II diritto di adozione nella gens: esso avveniva mediante adozione in una famiglia, ma con formalità pubbliche e solo eccezionalmente.

  4. Il diritto di eleggere e deporre i capi. Che ogni gens avesse il proprio arconte lo sappiamo, ma che questo ufficio fosse ereditario in determinate famiglie non è detto in nessun luogo.

Fino alla fine della barbarie, la supposizione è sempre contraria all'ereditarietà rigorosa6 la quale è del tutto incompatibile con condizioni in cui ricchi e poveri all'interno della gens avevano diritti del tutto eguali.

 

Non solo Grote, ma anche Niebuhr, Mommsen7 e tutti gli altri storiografi dell'antichità classica hanno cozzato contro lo scoglio della gens. Per quanto abbiano giustamente rilevato molte delle sue caratteristiche, essi hanno sempre visto nella gens un gruppo di famiglie, precludendosi, in questo modo, ogni possibilità di intendere la natura e l'origine della gens. La famiglia, nella costituzione gentilizia, non è stata mai un'unità organizzativa, né poteva esserlo, poiché marito e moglie appartenevano necessariamente a due gentes diverse. La gens rientrava per intero nella fratria, la fratria nella tribù; la famiglia, per metà rientrava nella gens del marito, e per metà in quella della moglie.

 

Anche lo Stato non riconosce la famiglia nel diritto pubblico; essa esiste soltanto, fino ad oggi, nel diritto privato. E tuttavia, tutta la nostra storiografia fino ai nostri giorni parte dall'assurdo presupposto, divenuto specialmente nel secolo XVIII intangibile, che la famiglia singola monogamica, che è appena più antica della civiltà, sia il nucleo intorno a cui sono venuti cristallizzandosi poco per volta società e Stato.

C'è da far notare inoltre al sig. Grote — aggiunge Marx — che sebbene i Greci facessero derivare le loro gentes dalla mitologia, quelle gentes sono più antiche della mitologia che esse stesse hanno creata, con i suoi dèi e semidei.

Grote viene di preferenza citato da Morgan che lo considera un testimone autorevole e al tempo stesso del tutto attendibile. Grote racconta inoltre che ogni gens ateniese aveva un nome derivato da un presunto capostipite e che, in generale, prima di Solone e anche dopo Solone, nel caso in cui il testamento mancasse, i membri della gens (gennètes) del defunto ne ereditavano il patrimonio, e in caso di omicidio, prima i parenti, poi i membri della gens, ed in ultimo quelli della fratria dell'ucciso, avevano il diritto e il dovere di perseguire in giudizio l'uccisore: «tutto quanto noi apprendiamo dalle più antiche leggi ateniesi è fondato sulla divisione in gentes e fratrie».

 

La discendenza delle gentes da progenitori comuni è stata per i «pedanti filistei» (Marx) un complicato rompicapo. Poiché essi spacciano la gens per istituzione puramente mitica, non possono assolutamente spiegarsi la genesi di una gens da famiglie in origine non imparentate e viventi l'una accanto all'altra, e tuttavia essi devono risolvere questo punto oscuro per spiegarsi anche soltanto l'esistenza delle gentes.

Allora ci si perde in interminabili giri di parole, che però non vanno oltre la seguente enunciazione: l'albero genealogico è, certo, una favola, ma la gens è una realtà; ed infine in Grote si legge quanto segue (con interpolazioni di Marx):

«Noi sentiamo parlare di questo albero genealogico solo di rado, poiché esso viene portato in pubblico soltanto in certi casi di particolare solennità. Ma le gentes minori avevano in comune le loro pratiche religiose (questo si che è strano, sig. Grote!), un capostipite sovrumano comune ed un comune albero genealogico, proprio come le gentes più famose (cosa assai strana questa, sig. Grote, trattandosi di gentes minori): il piano fondamentale e la base ideale (egregio signore, non ideale, ma carnale, germanische fleischlich8) erano per tutte gli stessi.»

 

Marx riassume come segue la risposta che a ciò dà Morgan:

«Il sistema di consanguineità corrispondente alla gens nella sua forma originaria (e i Greci, come gli altri mortali, l'avevano una volta posseduta) manteneva viva la nozione dei reciproci legami di parentela di tutti i membri delle gentes. Essi imparavano questo, che per loro era di importanza decisiva, dalla prassi fin dalla più tenera età. Con la famiglia monogamica, ciò fu dimenticato. Il nome gentilizio creò un albero genealogico, accanto al quale quello della famiglia singola appariva insignificante. Era ormai questo nome che aveva il compito di mantenere il fatto della discendenza comune di coloro che lo portavano, ma l'albero genealogico della gens risaliva così lontano che i membri di essa non potevano più provare la loro effettiva vicendevole parentela, tranne che in un limitato numero di casi riguardanti gli antenati comuni più recenti. Il nome stesso era prova d'una discendenza comune e, salvo nei casi di adozione, prova definitiva. Al contrario, l'effettiva negazione di ogni parentela tra i membri della gens alla maniera del Grote e del Niebuhr, i quali hanno trasformato la gens in una creazione puramente immaginaria e fantastica, degna di esegeti "ideali" cioè di topi di biblioteca. Poiché la concatenazione delle stirpi, specie col sorgere della monogamia, si perde nella lontananza dei tempi e la realtà passata appare rispecchiata nelle fantasie mitologiche, i probi filistei hanno concluso e concludono che questo fantastico albero genealogico ha creato gentes reali!»

 

La fratria era, come tra gli Americani, una gens madre, divisa in molte gentes figlie che essa unificava e anche faceva spesso discendere tutte dal capostipite comune. Così, secondo Grote, «tutti i membri contemporanei della fratria di Ecateo9» avevano a come progenitore di sedicesimo grado un medesimo dio»; tutte le gentes di questa fratria erano dunque letteralmente gentes-sorelle. La fratria ricorre ancora in Omero come unità militare, nel passo famoso in cui Nestore dà questo consiglio ad Agamennone: «Ordina gli uomini in tribù e in fratrie: che la fratria stia accanto alla fratria e la tribù alla tribù10».

La fratria ha inoltre il diritto e il dovere di perseguire un delitto di sangue commesso contro un suo membro, e quindi, in età più remota, anche l'obbligo della vendetta di sangue. Ha santuari e feste comuni; infatti lo sviluppo di tutta la mitologia greca dall'antico culto ariano della natura era essenzialmente condizionato dalle gentes e dalle fratrie, ed avveniva all'interno di esse. E ancora essa aveva un capo (phratriarchos) e, secondo De Coulanges11, anche assemblee, poteva prendere decisioni impegnative e possedeva anche giurisdizione ed amministrazione. Perfino lo Stato, che è venuto dopo, e che ignorava la gens, lasciò alla fratria certe funzioni ufficiali di carattere pubblico.

La tribù consta di più fratrie imparentate. In Attica vi erano quattro tribù di tre fratrie ognuna, ed ogni fratria contava trenta gentes. Tale divisione simmetrica dei gruppi presuppone un intervento sempre cosciente e metodico nell'ordine sorto naturalmente. Come, quando, e perché ciò sia accaduto, non lo dice la storia greca di cui i Greci stessi hanno conservato il ricordo solo fino nell'età eroica. Le differenze dialettali tra i Greci condensati in un territorio relativamente piccolo, erano meno sviluppate che nelle vaste foreste americane; tuttavia anche qui troviamo solo le tribù che parlano lo stesso dialetto principale riunite in un complesso più grande, e persino la piccola Attica aveva un dialetto suo proprio che più tardi diventò, come linguaggio generale in prosa, il dialetto dominante.

Nei poemi omerici troviamo le tribù greche già riunite, per lo più, in piccoli popoli, all'interno dei quali tuttavia gentes, fratrie e tribù conservavano ancora completamente la loro autonomia. Abitavano già in città fortificate con mura e il numero della popolazione cresceva con l'estendersi degli armenti, dell'agricoltura e con gli inizi dell'artigianato; conseguentemente cresceva la disparità di ricchezze, e con essa l'elemento aristocratico entro l'antica democrazia naturale. I singoli piccoli popoli erano in guerra incessantemente per il possesso dei territori migliori, ed anche probabilmente per ricavarne un bottino. La schiavitù dei prigionieri di guerra era una istituzione già riconosciuta. La costituzione di queste tribù e di questi piccoli popoli era allora la seguente:

 

  • Autorità permanente era il consiglio (bulè) composto originariamente, con ogni probabilità, dai capi delle gentes; e più tardi, quando il loro numero divenne troppo grande, da una selezione che offriva la possibilità di formare e rafforzare l'elemento aristocratico: e così infatti Dionisio12 afferma addirittura che il consiglio dell'età eroica era composto da nobili (kràtistoi). Le deliberazioni del consiglio, negli affari importanti, erano definitive. Così il consiglio di Tebe, in Eschilo, prende la deliberazione, decisiva in quelle circostanze, di seppellire onorevolmente Eteocle, ma di gettare il cadavere di Polinice in pasto ai cani13. Con l'istituzione dello Stato questo consiglio si trasformò nel senato dell'epoca successiva.

 

  • L'assemblea popolare (agorà). Tra gli Irochesi abbiamo visto che il popolo, uomini e donne, presenziava all'assemblea consiliare, interveniva in maniera ordinata nelle discussioni, e così influiva sulle decisioni dell'assemblea consiliare. Tra i Greci d'Omero questa «presenza», per usare un'espressione giudiziaria dell'antico tedesco, s'è già sviluppata fino a diventare una completa assemblea popolare, cosa che accadeva, del resto, anche tra i Tedeschi dei primi tempi. Essa era convocata dal consiglio per decidere su affari importanti; ogni uomo poteva prendere la parola. Si decideva per alzata di mano (cfr. Eschilo nelle Supplici14) o per acclamazione. L'assemblea era, in ultima istanza, sovrana, poiché, osserva Schoemann (Griechische Alterthümer15), «se si tratta di una cosa per la cui esecuzione è necessaria la cooperazione del popolo, Omero non ci rivela nessun mezzo con cui il popolo potesse esservi costretto, contro la sua volontà».

 

In quest'epoca, in cui ogni membro adulto della tribù, di sesso maschile, era un guerriero, non esisteva ancora un potere pubblico separato dal popolo e che gli potesse essere contrapposto. La democrazia naturale era ancora nel suo pieno fiorire, e questo fatto deve rimanere come punto di partenza per un giudizio sulla potenza e sulla posizione sia del consiglio che del basilèus.

 

  1. Il capo militare (basilèus). Su questo argomento osserva Marx: «I dotti europei, per lo più servi nati dei principi, fanno del basilèus un monarca nel senso moderno. Contro questa interpretazione polemizza lo yankee repubblicano, Morgan. Egli dice con molta ironia, ma con verità, dell'untuoso Gladstone e della sua Juventus Mundi16: il sig. Gladstone ci presenta i capi greci dell'età eroica come re e principi, con la aggiunta che essi sarebbero anche dei gentlemen. Egli stesso però deve fare questa ammissione: nel complesso ci pare di trovare il costume o legge della primogenitura determinato sufficientemente, ma non con assoluta precisione.»

 

Ma sembrerà inoltre allo stesso signor Gladstone che una primogenitura con clausole che la determinano sufficientemente, ma non con assoluta precisione, vale proprio come se non ci fosse.. Come stiano le cose circa l'ereditarietà delle cariche di capo presso gli Irochesi ed altri Indiani, lo abbiamo visto. Tutti gli uffici erano per lo più elettivi all'interno d'una gens e, per questo fatto, ereditari in essa. In caso di vacanza, veniva successivamente preferito il parente gentilizio più prossimo: un fratello o un figlio di una sorella; a meno che non si presentassero motivi per scavalcarlo. Il fatto che tra i Greci, sotto il dominio del diritto patriarcale, l'ufficio di basilèus passasse di regola al figlio o a uno dei figli, non prova altro se non che qui per i figli c'era la probabilità della successione per elezione popolare, ma non dà affatto la prova di una successione ereditaria in forza di legge, senza elezione popolare17. Si tratta qui, tra gli Irochesi e i Greci, del primo germe di particolari famiglie nobili all'interno delle gentes, e tra i Greci, inoltre, anche del primo germe d'un futuro comando ereditario o monarchia. È perciò probabile che, tra i Greci, il basilèus dovesse essere eletto dal popolo, oppure confermato da un organo riconosciuto dal popolo, consiglio o agorà, la qual cosa vigeva per il «re» (rex) dei Romani.

 

Nell'Iliade il dominatore di uomini, Agamennone, non appare come re supremo dei Greci, ma come comandante supremo di un esercito federato davanti ad una città cinta d'assedio. E Ulisse accenna a questa sua qualità quando scoppia un dissenso tra i Greci, nel passo famoso: «non è buona cosa quando sono troppi a comandare: uno solo sia il comandante18, ecc.» (dove inoltre c'è l'aggiunta posteriore del ben noto verso con lo scettro).

Ulisse non tiene qui una conferenza su una forma di governo, ma esige obbedienza al comandante supremo in guerra. Per i Greci, che davanti a Troia appaiono solo come esercito, nell'agorà le cose si svolgono abbastanza democraticamente. Achille, quando parla di doni, cioè di distribuzione del bottino, non chiama mai a fare le parti né Agamennone né un altro re, ma «i figli degli Achei», cioè il popolo. Gli appellativi: generato da Zeus, nutrito da Zeus, non provano nulla, poiché ogni gens discende da un dio, e quella del capo tribù da un dio «più nobile», in questo caso Zeus. Anche coloro che non sono liberi personalmente, come il guardiano dei porci Eumeo ed altri, sono «divini» (dioi e thèioi) nell'Odissea, cioè in un'epoca assai posteriore a quella dell'Iliade. Nella stessa Odissea il nome di eroe viene anche dato all'araldo Mulio e al cantore cieco Demodoco. In breve, la parola basilèia che gli scrittori greci adoperano per la cosiddetta monarchia omerica (poiché il comando degli eserciti era il suo segno distintivo principale), insieme al consiglio e all'assemblea popolare significa solo: democrazia militare. (Marx).

 

Il basilèus aveva, oltre le competenze militari, anche quelle sacerdotali e giudiziarie: le ultime non erano meglio determinate, le prime gli erano conferite nella sua qualità di supremo rappresentante della tribù o della federazione di tribù. Di competenze civili o amministrative non si parla mai; sembra tuttavia che egli, per l'ufficio che ricopriva, fosse membro del consiglio. Tradurre basilèus con könig è dunque etimologicamente del tutto esatto, poiché könig (kuning) deriva da kuni, künne e significa capo d'una gens. Ma il significato odierno della parola re non corrisponde affatto al greco antico basilèus. Tucidide chiama espressamente patriké, cioè derivata da gentes, l'antica basilèia, e dice che essa aveva attribuzioni ben determinate, e quindi limitate19. E Aristotele20 dice che la basilèia dell'età eroica era stata un comando su uomini liberi, e che il basilèus era un capo militare, giudice e sommo sacerdote, e che quindi non aveva un potere di governo

nel senso in cui questa parola sarà adoperata più tardi21.

 

Vediamo dunque nella costituzione greca dell'età eroica l'antica organizzazione gentilizia ancora in pieno vigore, ma già anche all'inizio della sua fine: diritto patriarcale con eredità del patrimonio da parte dei figli, per cui venne favorita l'accumulazione di ricchezza nella famiglia e la famiglia diventò, rispetto alla gens, una potenza; ripercussione della differenza di ricchezza sulla costituzione, mediante la formazione dei primi germi di una nobiltà ereditaria e di una monarchia; schiavitù, limitata all'inizio ancora soltanto ai prigionieri di guerra, ma che apre la via all'assoggettamento di veri e propri compagni di tribù e persino di gens; l'antica guerra di tribù contro tribù, guerra che già degenera in sistematica rapina per terra e per mare, per conquistare bestiame, schiavi, tesori, quale regolare fonte di guadagno; in breve, la ricchezza lodata e apprezzata come bene supremo, e abuso degli antichi ordinamenti gentilizi per giustificare la violenta rapina di ricchezze. Mancava ancora solo una cosa: un'istituzione che non solo assicurasse le ricchezze degli individui recentemente acquistate contro le tradizioni comunistiche dell'ordinamento gentilizio, che non solo consacrasse la proprietà privata, così poco stimata in passato, e dichiarasse questa consacrazione lo scopo più elevato di ogni comunità umana, ma che imprimesse anche il marchio del generale riconoscimento sociale alle nuove forme d'acquisto di proprietà, sviluppantisi l'una accanto all'altra, e quindi all'aumento continuamente accelerato della ricchezza. Mancava una istituzione che rendesse eterni non solo la nascente divisione della società in classi, ma anche il diritto della classe dominante allo sfruttamento della classe non abbiente e il dominio di quella classe su questa.

E questa istituzione venne. Fu inventato lo Stato.

 

 

1 Col nome di Pelasgi i Greci designavano le popolazioni che avevano trovato già attestate nei territori da essi occupati al tempo dell'immigrazione.

 

2 George Grote (1794-1871), banchiere e uomo politico inglese, oltre che storico; scrisse una History of Greece (1846-56) ispirata dall'ammirazione per la democrazia ateniese del V secolo a.C., nella quale egli vedeva un sistema singolarmente favorevole alla libertà di pensiero. Esercitò meritatamente una larga influenza sulla storiografia posteriore.

 

3 L'orazione Contro Eubulide, paragrafo 28, dell'ateniese Demostene (384-322 a.C.).

 

4 Storico e filosofo greco del IV secolo a. C.; Engels si riferisce a un passo dell'opera perduta Vita dell'Ellade (un primo tentativo di storia universale della civiltà) che ci conservato nella voce Patra del lessico di Stefano Di Bisanzio (circa VI secolo d.C.).

 

5 Charikles, Bilder AltgriechischerSitte. Zur genaueren Kenntnis des griechischenPrivatlebens (Lande. Quadri di costume greco antico. Per una più esatta conoscenza della vita privata greca). 2 voll., Leipzig 1840, vol. II, p. 447, di Wilhelm Adolph Bicker (1796-1846), storico dell'antichità, professore all'università di Lipsia.

 

6 «Rigorosa» è un'aggiunta della quarta edizione.

 

7 Barthold Georg Niebuhr (1776-1831), autore di una Rómische Geschichte (Storia romana, 1811-32), instaurò il metodo filologico di critica delle fonti per la storia di Roma antica. Theodor Mommsen (1817-1903), autore anche lui di una Rómische Geschichte (1854-56), e di molte altre opere sul diritto romano e su argomenti speciali dette analisi penetranti della vita e della storia politica di Roma antica.

 

8 Carnale, in lingua tedesca.

 

9 Il geografo e storico greco Ecateo Di Mileto (VI-V secolo a.C.); egli raccontava che mentre la sua famiglia vantava un capostipite divino alla sedicesima generazione precedente, i sacerdoti egiziani di Tebe gli avevano mostrato la serie di 345 statue di sacerdoti che si erano succeduti nella carica di padre in figlio e gli avevano detto che gli dei avevano soggiornato in terra solo prima di queste 345 generazioni. Con ciò Ecateo criticava le tradizioni greche, così ristrette di fronte a quelle egiziane, e insegnava che si deve rispetto alle memorie degli altri popoli.

10 Omero, Illiade, canto II, versi 362-363.

 

11 Numa Denys Fustel De Coulanges (1830-1889), storico e filologo francese, studioso dell'antichità e della Francia medievale. Nella Citè antique (1864) dette una pregevole interpretazione della storia greca, ponendo in primo piano le sue basi sociali, sebbene indulgesse alle eccessive semplificazioni e facesse un uso non troppo critico delle testimonianze antiche.

 

12 Dionisio Di Alicarnasso (retore e storico greco del I secolo d.C.), Storia di Roma primitiva, libro II, cap. 12.

 

13 Eschilo, I Sette contro Tebe, versi 1005-1025.

 

14 Eschilo, Le Supplici, versi 605 sgg.

 

15 Cit., vol. 1, p. 27.

 

16 William Ewart Gladstone, Juventus Mundi. The Gods and Men of the Heroic Age (La Giovinezza del mondo. Gli dèi e gli uomini dell'età eroica), London, 1869. II Gladstone (1809-1898), è lo statista inglese, prima conservatore e

poi capo del partito liberale, che fu primo ministro negli anni 1868-74, 1880-85, 1886, 1892-94.

17 Per esempio nell'Iliade (canto XX, versi 178-186), Achille dice che è poco probabile che Enea possa succedere al basilèus Priamo, poiché questi ha figli; a meno che la carica gli sia assegnata dai Troiani, cioè dall'assemblea. E nell'Odissea (I. 392-398) Telemaco si lamenta di avere perso la possibilità di succedere al padre Ulisse, dato che questi è scomparso. Di regola, dunque, la carica passa di padre in figlio, ma nessuna legge sancisce l'ereditarietà.

 

18 Omero, Iliade, canto II, verso 204, al quale seguono due versi che dicono: uno solo sia il basilèus, cui Zeus ha concesso «lo scettro e le leggi, perché li governi». L'ultimo verso è generalmente considerato una tarda aggiunta

 

19 Tucidide, La Guerra del Peloponneso, libro I, cap. 13.

 

20 Aristotele, Politica, libro III, cap. 10.

 

21 Come il basilèus greco così anche il capo militare azteco è stato presentato come un principe moderno. Morgan sottopone per la prima volta alla critica storica i resoconti degli Spagnuoli, che prima fraintendevano ed esageravano, poi deliberatamente mentivano; e prova che i Messicani si trovavano nel grado medio della barbarie, più progrediti, tuttavia, degli Indiani Pueblos del Nuovo Messico e che la loro costituzione, per quel che i resoconti travisati permettono di conoscere, corrispondeva a una federazione di tre tribù che aveva rese tributarie un certo numero di altre tribù e che era retta da un consiglio federale e da un capo militare federale, del quale ultimo gli Spagnuoli fecero un «imperatore» [Nota di Engels].