Le giornate di settembre

Si trattava della guerra che dopo il 18 marzo il governo prussiane aveva cominciato, per mandato della Confederazione tedesca, contro la Danimarca, e precisamente a proposito della questione dello Schleswig-Holstein.

Lo Holstein era un paese tedesco e apparteneva alla Confederazione tedesca; lo Schleswig era al di fuori di questa Confederazione e, almeno nelle sue province settentrionali, era prevalentemente danese. Ambedue i ducati erano legati da qualche secolo, per la comunanza della dinastia regnante, col regno di Danimarca, solo di poco più esteso e più popo­loso ma lo erano tuttavia con la restrizione che in Danimarca valeva anche la discendenza femminile, mentre nello Schleswig-Holstein sol­tanto quella maschile. I due ducati erano stretti in una salda unione di fatto e in questa inseparabilità godevano di indipendenza statale.

Tali erano i rapporti della Danimarca coi ducati secondo i trattati internazionali. In pratica essi si esprimevano col fatto che fino all'inizio del secolo decimonono la cultura tedesca predominava a Copenhagen, la lingua tedesca era la lingua ufficiale del regno danese e la nobiltà dello Schehwig-Holstein aveva un'influenza determinante nei ministeri danesi. Durante le guerre napoleoniche i contrasti nazionali si acuirono; coi Trattati di Vienna, la Danimarca dovette scontare con la perdita della Norvegia, la fedeltà serbata fino all'ultimo all'erede della rivoluzione francese, e nella lotta per la sua esistenza statale essa fu spinta ad annet­tersi lo Scbelswig-Holstein, tanto più che la progressiva estinzione della discendenza maschile nella sua famiglia reale faceva prevedere vicino il passaggio dei ducati a una linea collaterale e con ciò la loro piena separazione dalla Danimarca. Così, per quanto glielo permettevano le sue forze, la Danimarca si emancipava dall'influenza tedesca, e in cambio, essendo troppo piccola per dar vita a un suo spirito nazionale, promuoveva un artificiale scandinavismo, per il quale cercava di legarsi con la Nor­vegia e con la Svezia in una particolare unità culturale.

I tentativi del governo danese per impadronirsi completamente dei ducati dell'Elba, trovarono in essi una tenace resistenza, che divenne presto un fatto nazionale tedesco. La Germania, in pieno rigoglio econo­mico, soprattutto dopo la costituzione dello Zollverein, riconosceva l'im­portanza che la penisola dello Schleswig-Holstein, distesa tra due mari, aveva per il suo traffico commerciale marittimo, e salutò con plauso sem­pre crescente l'opposizione dello Schleswig-Holstein alla propaganda da­nese. Sin dal 1844 la canzone «Schleswig-Holstein meerumschlungen, deutscher Sitte hohe Wacht»[1] divenne una specie di inno nazionale. A dire il vero il movimento non andava oltre i limiti sonnacchiosi e noiosi di un'agitazione di tipo prequarantottesco, ma i governi tedeschi non riu­scirono a sottrarsi del tutto al suo influsso. Quando nel 1847 il re di Da­nimarca Cristiano Vili preparò un atto di forza decisivo con la lettera patente in cui dichiarava parte integrante del comune Stato danese, il ducato dello Schleswig e anche una parte del ducato dello Holstein, perfino la Dieta federale levò un'impacciata protesta, invece di dichiararsi incompetente, come era sua usanza, quando si trattava della difesa di stirpi tedesche dall'oppressione di principi stranieri.

Ora, la Neue Rheinische Zeitung non sentiva la minima parentela razziale con questo entusiasmo borghese da birreria abbracciato dal mare; vi vedeva soltanto il contraltare dello scandinavismo che essa fustigava come « entusiasmo per la brutale, sporca, piratesca nazionalità antico-nordica, per quella profonda interiorità che non riesce a tradurre in pa­role i suoi prorompenti pensieri e sentimenti, ma che li sa ben tradurre in azioni, specialmente in atti brutali nei riguardi delle donnine, nel­l'ubriachezza permanente, e nei furori alternati al sentimentalismo la­crimoso ». Tutta la situazione si complicò a tal punto che, sotto la ban­diera reazionaria dello scandinavismo, combatteva in Danimarca per l'appunto l'opposizione borghese, il partito dei cosiddetti danesi dell'Eider, che aspirava alla danizzazione del ducato dello Schleswig e all'estensione del territorio economico danese, per consolidare poi tutto lo Stato con una costituzione moderna, mentre la lotta dei ducati pei il loro diritto antico e patentato era più o meno una lotta per privilegi feudali e per fanfaluche dinastiche.

Nel gennaio del 1848 salì al potere in Danimarca, Federico VII, ultimo rampollo del ramo maschile, e, seguendo il consiglio del padre mo­rente, cominciò a preparare per la Danimarca e i ducati una costitu­zione comune liberale. Un mese dopo, la rivoluzione di febbraio su­scitò a Copenhagen un travolgente movimento popolare. Esso portò al governo il partito dei danesi dell'Eider, che si accinse subito con slancio furibondo all'attuazione del suo programma, all'annessione dello Schleswig fino all'Eider. Allora i Ducati proclamarono il proprio distacco dal re danese, col loro esercito forte di 7.000 uomini, e crearono un governo provvisorio a Kiel. In esso la nobiltà aveva il sopravvento, ma invece di scatenare le energie del paese, che avrebbe potuto misurarsi benissimo con la potenza danese, essa si rivolse implorando aiuto alla Dieta fe­derale e al governo prussiano, dai quali non aveva nulla da temere per i privilegi feudali.

Trovò pronta condiscendenza presso luna e l'altro, a cui la « tutela della causa tedesca» parve il pretesto benvenuto per potersi rifare dei colpi micidiali della rivoluzione. Soprattutto il re di Prussia aveva ur­gente bisogno di ristabilire con una passeggiata militare contro la de­bole Danimarca il decoro della sua guardia, che il 18 marzo era stata battuta in pieno dai combattenti delle barricate di Berlino. Egli odiala il partito dei danesi dell'Eider come un parto della rivoluzione, ma anche negli abitanti dello Schleswig-Holstein vedeva dei ribelli contro l'autorità imposta da Dio, e comandò ai suoi generali di compiere nel modo più fiacco possibile il «servizio militare per conto della rivoluzione»; per mezzo di un inviato segreto, il maggiore von Wildenbruch, egli fece sapere a Copenhagen che desiderava soprattutto mantenere i Du­biti dell'Elba, al loro re-duca; egli interveniva soltanto per impedire il funesto intervento di elementi repubblicani e radicali.

Ma la Danimarca non si lasciò adescare. Essa invocò da parte sua la protezione delle grandi potenze, e sia l'Inghilterra che la Russia erano fin troppo pronte ad accordargliela. Il loro aiuto permise alla piccola Da­nimarca di dare una solenne lezione alla grande Germania. Mentre le navi da guerra danesi inferivano colpi sensibilissimi al commercio te­desco, l'esercito federale tedesco, che era penetrato nei Ducati dell'Elba sotto il comando del generale prussiano Wrangel e aveva respinto, no­nostante la sua miserabile strategia, le tanto più deboli truppe danesi, fu completamente paralizzato dall'intervento diplomatico delle grandi po­tenze. Alla fine di maggio Wrangel ricevette da Berlino l'ordine di ri­tirarsi dallo Jutland, e il 9 giugno l'Assemblea nazionale decise che ia causa dei Ducati rientrava nella sua competenza in quanto affare della nazione tedesca, e che essa avrebbe salvato l'onore della Germania.

In realtà, la guerra fu condotta in nome della Confederazione tede­sca, e dirigerla sarebbe stato affare dell'Assemblea nazionale e del prin­cipe asburgico, che essa il 28 giugno aveva insediato come reggente del­l'Impero. Ma il governo prussiano non si piegò a questo, e il 28 agosto, dietro pressione dell'Inghilterra e della Russia, concluse con la Danimarca per sette mesi l'armistizio di Malmo, col più assoluto disprezzo delle condizioni poste dal reggente dell'Impero e dal loro latore. Le singole disposizioni dell'armistizio erano addirittura offensive per la Germania; il governo provvisorio dello Schleswig-Holstein fu deposto, e durante l'armistizio la suprema autorità fu affidata a un partigiano dei danesi; le disposizioni del fu governo provvisorio furono sospese, e le truppe dello Schleswig furono separate da quelle dello Holstein. Anche dal punto di vista militare la Germania rimase svantaggiata in quanto l'armistizio fu deciso per i mesi invernali, durante i quali la flotta danese diveniva inu­tile per il blocco delle coste tedesche, mentre il gelo avrebbe permesso ai tedeschi di avanzare sui ghiacci del piccolo Belt, espugnare Fùnen e ri­durre la Danimarca al Seeland. La notizia delia conclusione dell'armistizio cadde nei primi giorni di settembre come un colpo di fulmine sull'Assemblea nazionale di Franco­forte, che, «parolaia come gli scolastici del Medioevo», discuteva fino a non poterne più sui «diritti fondamentali», destinati a rimaner sulla carta, di una futura costituzione dell'Impero. Nel primo stupore, essa, il 5 settembre, decise di sospendere l'esecuzione dell'armistizio, e provocò così le dimissioni del Gabinetto.

La Neue Rheinische Zeitung salutò questa decisione con viva soddi­sfazione, pur senza farsi illusioni. Di là dalla equità dei trattati essa chiedeva la guerra contro la Danimarca, come un diritto dello sviluppo storico. «I danesi sono un popolo che sta nella più assoluta dipendenza commerciale, industriale, politica e culturale dalla Germania. È noto che la capitale di fatto della Danimarca non è Copenhagen, ma Amburgo; che la Danimarca trae dalla Germania non solo tutti i suoi mezzi di sus­sistenza culturali ma anche quelli materiali e che la letteratura danese — con l'eccezione di Holberg — non è che una pallida copia di quella tedesca... Con lo stesso diritto con cui i francesi hanno preso le Fiandre, la Lorena e l'Alsazia, e prima o poi prenderanno il Belgio, con lo stesso diritto la Germania prende lo Schleswig: col diritto della civiltà contro la barbarie, del progresso contro la stagnazione... La guerra che noi con­duciamo nello Schleswig-Holstein è una vera guerra nazionale. Chi è stato sin dal principio dalla parte della Danimarca? Le tre potenze più controrivoluzionarie d'Europa: la Russia, l'Inghilterra e il governo prus­siano. Il governo prussiano finché ha potuto ha condotto soltanto un simulacro di guerra; si pensi a Wildenbruch, alla prontezza con la quale egli ordinava la ritirata dallo Jutland di fronte alle ri­mostranze anglorusse, e infine all'armistizio. La Prussia, l'Inghilterra e la Russia sono le tre potenze che hanno più da temere dalla rivoluzione tedesca e dalla sua prima conseguenza, l'unità tedesca: la Prussia, per­ché così essa cessa d'esistere, l'Inghilterra, perché così il mercato tedesco viene sottratto al suo sfruttamento, la Russia perché così la democrazia avanzerà non soltanto fino alla Vistola, ma addirittura fino alla Dvina e al Dnieper. La Prussia, l'Inghilterra e la Russia hanno complottato contro lo Schleswig-Holstein, contro la Germania e contro la risolu­zione. La guerra, che ora può anche sorgere dalle decisioni di Francoforte, sarebbe una guerra della Germania contro la Prussia, l'Inghilterra e la Russia. E proprio di una guerra siffatta c'è bisogno per il movimento tedesco che sta addormentandosi; una guerra contro le tre grandi potenze della controrivoluzione, una guerra che dissolva veramente la Prussia nella Germania, che faccia dell'alleanza con la Polonia una necessità ine­vitabile, che porti immediatamente alla liberazione dell'Italia, che sia rivolta proprio contro gli antichi alleati controrivoluzionari della Ger­mania dal 1792 al 1815, una guerra che metta la "patria in pericolo" e proprio per questo la salvi in quanto fa dipendere la vittoria della Ger­mania dalla vittoria della democrazia».

Quello che la Neue Rheinische Zeipung esprimeva chiaro e netto in queste frasi, lo sentiva anche l'istinto delle masse rivoluzionarie; migliaia di persone accorrevano da cinquanta miglia all'intorno verso Franco forte, pronte a una nuova lotta rivoluzionaria. Ma come il giornale aveva detto a ragione, questa nuova lotta avrebbe tolto di mezzo la stessa Assemblea nazionale, e al suicidio per eroismo essa preferì il suicidio per viltà. Il 16 settembre essa approvò l'armistizio di Malmò, ed anche la sua sinistra, ad eccezione di pochi membri, rifiutò di proclamarsi convenzione rivo­luzionaria. Si giunse soltanto a una piccola lotta di barricate nella stessa Francoforte, che il bravo reggente dell'Impero lasciò appositamente che crescesse, per far poi arrivare dalla fortezza di Magonza truppe in forze schiaccianti e porre così il parlamento sovrano sotto l'imperio delle baionette.

Nello stesso tempo il ministero Hansemann a Berlino andò incontro a quella misera fine che la Neue Rheinische Zeitung gli aveva predetto. Rafforzando l'«autorità dello Stato» contro l'«anarchia», esso contri­buì a rimettere in piedi il vecchio Stato prussiano, burocratico, milita­ristico e poliziesco, che era crollato il 18 marzo, senza nemmeno riuscire a estorcergli i nudi interessi finanziari della borghesia, per amore dei quali tradiva la rivoluzione. Anzitutto, come sospirava un membro dell'As­semblea di Berlino, sussisteva ancora «assolutamente intatto il vecchio sistema militare, col quale aveva avuto luogo la rottura nelle giornate del marzo», e, dalle giornate parigine di giugno in poi, la sciabola gli sferragliava da sé nella guaina. Era un segreto di pubblico dominio che il proposito di richiamare Wrangel nei dintorni di Berlino e preparare il colpo decisivo della controrivoluzione non era l'ultima ragione per cui la Prussia aveva realizzato l'armistizio con la Danimarca. Perciò il 7 settembre l'Assemblea di Berlino giunse alla decisione di chiedere al mi­nistro della guerra un'ordinanza che mettesse in guardia gli ufficiali del­l'esercito contro ogni velleità reazionaria e considerasse debito d'onore per loro le dimissioni dall'esercito, nel caso che le loro convinzioni poli­tiche non fossero compatibili con il diritto costituzionale.

Con ciò si era fatto ben poco, tanto più che ordinanze simili erano già state emesse senza alcun effetto nei riguardi della burocrazia, ma era tuttavia molto di più di quanto il militarismo potesse consentire a un ministero borghese. Il ministero Hansemann cadde, e il generale Pfuel formò un nuovo ministero puramente burocratico, che trasmise con tutta cordialità al corpo degli ufficiali l'ordinanza chiesta dall'Assemblea, te­stimonianza per tutto il mondo di come il militarismo non temesse più l'autorità borghese, ma ormai soltanto ne ridesse.

Così si compì nei riguardi della «piagnucolosa, furbastra, indecisi» Assemblea di Berlino la profezia della Neue Rheinische Zeitung, secondo cui la sinistra avrebbe potuto trovare un bel mattino che la sua vittoria parlamentare e la sua sconfitta sostanziale coincidevano. Ma di fronte al chiasso della stampa controrivoluzionaria sul fatto che la vittoria delle sinistre si doveva spiegare soltanto con la pressione esercitata dalle masse popolari di Berlino sull'Assemblea, essa respinse i maldestri ten­tativi di smentita dei fogli liberali e dichiarò apertamente: «Il diritto delle masse popolari democratiche di influire moralmente con la loro presenza sull'atteggiamento delle assemblee costituenti è un antico diritto popolare, da cui, dopo le rivoluzioni inglese e francese, non si può pre­scindere in nessun momento. A questo diritto la storia deve quasi tutti i passi energici di tali assemblee». Era un'allusione al «cretinismo par­lamentare», che nelle giornate del settembre del 1848 colpiva l'As­semblea di Francoforte tanto quanto quella di Berlino.

 

[1] Schleswig-Holstein abbracciato dal mare, avamposto della civiltà tedesca.