Le giornate di giugno

La Neue Rheinische Zeitung si definiva « Organo della democrazia », ma non lo era nel senso di una qualche sinistra parlamentare. Essa non mirava a questo onore, riteneva anzi urgentemente necessario sorvegl are i democratici; la repubblica nero-rosso-oro, essa scriveva, era tanto pco il suo ideale, che la sua opposizione saiebbe cominciata primamente sul suo terreno.

Essa cercava di spingere avanti il movimento rivoluzionario, così come esso era allora, assolutamente nello spirito del Manifesto comunista. Il compito era tanto più urgente in quanto il terreno rivoluzionario che le giornate di marzo avevano conquistato, a giugno a poco a poco era già andato perduto. A Vienna, coi suoi contrasti di classe ancora non sviluppati, dominava una allegra anarchia; a Berlino la borghesia aveva il coltello dalla parte del manico, ma soltanto per riconsegnarlo alle potenze prequarantottesche sconfitte; negli Stati piccoli e medi troneg­giavano ministri liberali, che si distinguevano dai loro predecessori feu­dali non certo per dignità umana di fonte ai troni regali, ma soltanto per una maggiore flessibilità della spina dorsale; e l'Assemblea nazionale di Francoforte, che, nella piena sovranità dei suoi poteri, doveva creare l'unità tedesca, appena si riunì il 18 maggio, si dimostrò da capo a fondo un club di chiacchiere senza speranza.

La Neue Rheinische Zeitung sin dal suo primo numero fece subito i conti con quest'ombra, e in modo così radicale che la metà dei suoi poco numerosi azionisti batté in ritirata. Essa non aveva in nessun modo avanzato pretese esagerate sull'intelligenza e sul coraggio degli eroi parlamentari. Criticando il feudalismo repubblicano rappresentato dalla sinistra del Parlamento di Francoforte, essa metteva in rilievo che una federazione di monarchie costituzionali, di piccoli principati e di piccole repubbliche con alla testa un governo repubblicano non poteva essere la costituzione definitiva della Germania, ma aggiungeva : « Noi non avanziamo il desiderio utopistico che venga proclamata sin dal principio una repubblica tedesca unica e indivisibile, ma esigiamo dal cosiddetto partito radical-democratico di non scambiare il punto di partenza della lotta e del movimento rivoluzionario con il loro punto di arrivo. L'unità tedesca, come la costituzione tedesca, possono venir fuori soltanto come risultato di un movimento in cui saranno tanto i conflitti interni quanto la guerra con l'Oriente a spingere a una decisione. La costituzione definitiva non può venir decretata, essa coincide col movimento che noi dobbiamo attraversare. Si tratta quindi non di realizzare questa o quella opinione, questa o quella idea politica, ma si tratta di comprendere il processo di sviluppo. L'Assemblea nazionale non ha che da fare i passi che sono praticamente possibili all'inizio». Ma l'As­semblea nazionale fece ciò che secondo tutte le leggi della logica sarebbe dovuto risultare praticamente impossibile: elesse reggente dell'Impero l'arciduca austriaco Giovanni, e così, per la parte sua, mise il movi­mento tra le mani dei principi.

Gli avvenimenti di Berlino furono più importanti di quelli di Fran­coforte. Entro i confini tedeschi lo Stato prussiano era l'avversario più pericoloso della rivoluzione. Sì, il 18 marzo essa lo aveva abbattuto, ma i frutti della vittoria, conformemente alla situazione storica, erano ca­duti anzitutto tra le mani della borghesia, e questa si affrettò a tradire la rivoluzione. Per mantenere la «continuità dello Stato di diritta», cioè per smentire la sua origine rivoluzionaria, il ministero borghese Camphausen-Hansemann convocò il Landtag unificato, per far stabilire le basi di una costituzione borghese da questa rappresentanza feudale cor­porativa. Ciò fu fatto con le leggi del 6 e dell'8 aprile, delle quali la prima scrisse sulla carta, come linee essenziali della nuova costituzione, una serie di diritti civili, ma l'altra dispose il suffragio universale, uguale, segreto e indiretto per un'assemblea che doveva stabilire la nuova costi­tuzione dello Stato attraverso un accordo con la corona.

Col famigerato principio dell'« accordo » era di fatto frustrata la vittoria che il proletariato berlinese aveva conquistato il 18 marzo sui reggimenti prussiani della guardia. Se le decisioni della nuova assem­blea avevano bisogno dell'approvazione della corona, questa aveva di nuovo il sopravvento; essa dettava la sua volontà o avrebbe dovuto essere messa al bando con una nuova rivoluzione, a impedire la possibilità della quale il ministero Camphausen-Hansemann fece quanto era nelle sue forze. Esso vessò nel modo più gretto l'assemblea riunitasi il 22 marzo, ma si pose come « scudo di fronte alla dinastia », e dette un capo alla controrivoluzione che ne era ancor priva, richiamando dall'Inghil­terra, dove il 18 marzo lo aveva cacciato l'ira delle masse, l'erede al trono, reazionario fino nelle midolla.

Ora, a dire il vero, nemmeno l'Assemblea di Berlino era all'altezza della rivoluzione, anche se magari non si muoveva nel regno aereo dei sogni così come il Parlamento di Francofone. Essa si prestò a riconoscere il principio dell'« accordo », che le succhiò il midollo dalle ossa, ma poi si riprese e assunse un contegno un po' più deciso, quando il 14 giugno la popolazione di Berlino fece sentire la sua voce minacciosa con l'assalto all'arsenale. Camphausen cadde, ma non ancora Hansemann. I due si distinguevano per il fatto che Camphausen era tormentato ancora da un resto di ideologia borghese, mentre Hansemann si era messo a disposi­zione dei più scoperti interessi finanziari della borghesia, senza penti­menti e senza pudori. Egli credette di imporre questi interessi corteg­giando ancor più la monarchia e gli Junker, corrompendo ancor più l'assemblea, e maltrattando le masse ancor più di quanto era stato fatto sino ad allora. La controrivoluzione aveva buoni motivi per lasciarlo stare dov'era.

A questo fatale sviluppo la Neue Rheinische Zeitung si oppose con tutta la decisione. Essa dimostrava che Camphausen seminava la reazione per favorire la grande borghesia, ma che il raccolto andava a vantaggio del partito feudale. Essa stimolava l'Assemblea berlinese, e soprattutto anche la sinistra, a un atteggiamento più deciso; di fronte all'indigna­zione di essa per la distruzione di qualche bandiera e di qualche arma durante l'assalto alle prigioni, essa lodò il giusto intuito del popolo che agiva rivoluzionariamente non soltanto contro i suoi oppressori, ma anche contro le brillanti illusioni del suo stesso passato. Essa mise la sinistra in guardia contro l'illusoria apparenza di vittorie parlamentari che il vecchio potere le consentiva volentieri, mentre conservava per sé tutte le posizioni veramente decisive.

Al ministero Hansemann il giornale predisse una fine miserabile. Esso voleva fondare il dominio della borghesia concludendo nello stesso tempo un compromesso col vecchio Stato feudale e poliziesco. « In questo compito ambiguo e contraddittorio esso vede ogni momento il dominio ancor da fondare della borghesia e la sua propria esistenza sopravanzati dalla reazione nel senso assolutistico feudale, e le soggiacerà. La borghesia non può conquistare il proprio dominio senza aver provvisoriamente come alleato tutto il popolo, senza agire più o meno democraticamente ». Il giornale trattò con tagliente disprezzo anche l'affannarsi della bor­ghesia per ridurre a un vano imbroglio la liberazione dei contadini, che è il compito più legittimo di una rivoluzione borghese. « La borghesia tedesca del 1848 tradisce senza il minimo pudore i contadini, i suoi più naturali alleati, che sono carne della sua carne, e senza dei quali essa è impotente di fronte alla nobiltà». Così la rivoluzione tedesca del 1848 era soltanto una parodia della rivoluzione francese del 1789.

Lo era anche in un altro senso. La rivoluzione tedesca non aveva vinto per forza propria, ma in conseguenza di una rivoluzione francese, che aveva già procurato al proletariato la partecipazione al governo. E, a dire il vero, con questo non si giustificava e nemmeno si scusava il tradimento della borghesia nei confronti della rivoluzione tedesca, ma comunque lo si chiariva. Ma ora, quasi nelle stesse giornate di giugno in cui il ministero Camphausen cominciava il suo lavoro di becchino, parve che le si togliesse questo peso dal petto. In una terribile lotta di strada di quattro giorni il proletariato parigino fu battuto, grazie al mestiere di carnefice che tutte le classi e i partiti borghesi si prestarono a compiere in comune per conto del capitale.

Ma in Germania la Neue Rheinische Zeitung sollevò dalla polvere la bandiera del «vinto vincitore». Da che parte dovesse schierarsi la democrazia nella lotta di classe tra borghesia e proletariato, Marx lo diceva con queste possenti parole: «Ci si domanderà se non abbiamo lacrime, sospiri, parole per le vittime che sono cadute sotto il furore del popolo, cioè per la guardia nazionale, la guardia mobile, la guardia repubblicana, l'esercito di linea. Lo Stato avrà cura delle loro vedove e dei loro orfani, esse saranno onorate per decreto, solenni funerali accom­pagneranno i loro resti al sepolcro, la stampa ufficiale le dichiarerà immortali, la reazione europea farà loro omaggio dall'Oriente fino all’Occidente. Ma i plebei, dilaniati dalla fame, derisi dalla stampa, abban­donati dai medici, ingiuriati dagli onesti come ladri incendiari, schiavi da galera, le loro donne e i loro bambini precipitati in una miseria .incora più immensa, i migliori dei loro sopravvissuti deportati di là dall'oceano — intrecciare l’alloro sulla loro cupa fronte minacciosa, è il privilegio, è il diritto della stampa democratica».

Questo stupendo articolo, dal quale ancor oggi guizzano le fiamme della passione rivoluzionaria, costò alla Neue Rheinische Zeitung l'altra metà dei suoi azionisti.