La democrazia di Colonia

Le crisi di settembre a Berlino e a Francoforte esercitarono un fotte contraccolpo anche su Colonia.

I paesi renani rappresentavano la preoccupazione più grave per la con­trorivoluzione. In essi vennero ammassate truppe reclutate nelle provin­ce orientali; circa un terzo dell'esercito prussiano era in Renania e in Vestfalia. Contro di esso non si poteva arrivare a nulla con piccole in­surrezioni; tanto più necessaria era quindi un'energica e rigida organiz­zazione della democrazia per il giorno in cui dalla mezza rivoluzione po­tesse venirne fuori una intera.

L'organizzazione democratica, decisa nel giugno in un congresso a Francoforte sul Meno, al quale avevano inviato delegati 88 associazioni democratiche, si creò un'ossatura solida soltanto a Colonia, mentre in tutte le altre località della Germania restò un qualche cosa di molto incon­sistente. La democrazia di Colonia constava di tre grandi associazioni, ciascuna delle quali annoverava diverse migliaia di iscritti : l'Associazione democratica, che era diretta da Marx e dall'avvocato Schneider, l'Associa­zione operaia, alla cui testa erano Moli e Schapper, e l'Unione degli imprenditori e degli operai, rappresentata dal referendario Hermann Becker. Queste associazioni, quando Colonia fu scelta dal Congresso di Francoforte Come centro per la Renania e la Vestfalia, si riunirono in un Comitato (entrale, che convocò per la metà di agosto a Colonia un congresso delle associazioni di tendenza democratica della Renania e della Vestfalia. Vennero 40 deputati che rappresentavano 17 associazioni e confermarono il Comitato centrale delle tre associazioni di Colonia a Comitato regio­nale per la Renania e la Vestfalia.

Anima ci questa organizzazione era Marx, così come egli era l'anima della Neue Rheinische Zeitung. Egli aveva il dono di dominare gli uo­mini, cosa che la democrazia corrente non seppe proprio perdonargli. Al congresso di Colonia Karl Schurz, che era allora un giovane studente di diciannove inni, lo vedeva per la prima volta e lo descrisse più tardi così in una sua rievocazione : « Allora Marx aveva trent'anni, ed era già il capo riconosciuto di una scuola socialista. Quell'uomo tozzo, possente, con la fronte spaziosa, i capelli e la barba nerissimi e gli occhi scuri lam­peggianti, attirò subito su di sé l'attenzione di tutti. Aveva fama di essere un dotto di grande valore nella sua disciplina, e quel che egli diceva era in realtà ricco di contenuto, logico e chiaro. Ma io non ho mai conosciuto un uomo dal comportamento così offensivo e arrogante ». E quest'eroe della borghesia si è sempre ricordato del tono tagliente e sprezzante, con cui Marx, per così dire quasi sputando, pronunciava la parola « borghese ».

Era la stessa musica che due anni dopo veniva intonata dal tenente Techow, che dopo una conversazione con Marx scriveva : « Marx mi ha fatto l'impressione non soltanto di una rara superiorirà, ma anche di una notevole personalità. Se avesse tanto cuore quanto intelletto, tanto amore quanto odio, passerei attraverso il fuoco per lui, sebbene egli non soltanto mi abbia in diverse maniere fatto intendere il suo pieno disprezzo, ma alla fine me lo abbia espresso pari pari. È il primo e il solo tra noi tutti a cui io attribuisca la stoffa del dominatore, la capacità di non perdersi nelle piccolezze nemmeno nelle grandi situazioni ». E poi viene la litania sul pericolosissimo orgoglio che avrebbe divorato tutto in Marx.

Diversamente giudicava Albert Brisbane, l'apostolo americano di Fourier, che nell'estate del 1848 si trattenne a Colonia come corrispondente della New York Tribune, insieme a Charles Dana, editore di questo gior­nale : « Là vidi Karl Marx, capo del movimento popolare. Allora era proprio nel momento dell'ascesa, un uomo sulla trentina, con una figura robusta e tarchiata, con un viso fine e una folta capigliatura nera. I suoi lineamenti avevano un'espressione di grande energia, e di là dalla sua misurata riservatezza si poteva scoprire il fuoco appassionato di un'anima ardita». In realtà allora Marx guidavi la democrazia di Colonia con meditato ardire.

Per quanto grande fosse l'agitazione che le crisi di settembre avevano suscitato tra le sue file, tuttavia l'Assemblea di Francoforte non osò fare una rivoluzione, e il ministero Pfuel non osò ancora fare una controrivo­luzione. Con ciò ogni insurrezione locale era senza prospettive di successo, ma tanto più interessava alle autorità di Colonia provocare un colpo di mano che potesse essere sanguinosamente represso con poca fatica. Sulla base di pretesti inventati e presto lasciati cadere, esse procedettero con misure giudiziarie e poliziesche contro i membri del Comitato regionale democratico e i redattori della Neue Rheinische Zeitung. Marx mise in guardia contro l'insidia tesa dagli avversari; in un momento in cui nessuna grossa questione spingeva alla lotta la massa della popolazione, e ogni colpo di mano era perciò destinato a fallire, un tentativo di insur­rezione era tanto più senza scopo in quanto nel prossimo futuro sareb­bero potuti intervenire avvenimenti di grande portata, e non ci si doveva perciò mettere fuori combattimento prima del giorno della decisione. Se la corona osava una controrivoluzione, allora suonava per il popolo l'era di una nuova rivoluzione.

Tuttavia, quando il 25 settembre Becker, Moli, Schapper e Wilhelm Wolff dovevano essere arrestati, si venne a un piccolo tumulto. Si in­nalzarono perfino alcune barricate alla notizia che arrivavano le truppe per disperdere una adunanza popolare che aveva luogo nel Mercato vec­chio; ma le truppe non giunsero, e soltanto quando in seguito fu com­pletamente ristabilito l'ordine, il comandante ebbe il coraggio di pro­clamare lo stato d'assedio a Colonia. Così la Neue Rheinische Zeitung ve­niva soppressa; il 27 settembre essa cessò le pubblicazioni. Colpirla a morte era certo stata l'intenzione dell'insensato atto di forza ma pochi giorni dopo il ministero Pfuel dovette far marcia indietro. Ed essa era stata colpita anche abbastanza duramente, tanto che potè tornare di nuovo sul terreno della lotta soltanto il 12 ottobre.

La sua redazione si trovava dispersa, ciato che la maggior parte dei re­dattori, per sfuggire ai mandati di cattura, avevano passato i confini, rifu­giandosi nel Belgio, come Dronke ed Engels, o nel Palatinato come Wil­helm Wolff, donde poterono tornare soltanto a poco a poco; Engels era a Berna ancora al principio del gennaio del 1849, dove era arrivato attra­verso la Francia, per lo più a piedi. Ma soprattutto le finanze del giornale erano totalmente dissestate. Dopo l'abbandono dei suoi azionisti, esso ave­va tenuto duro grazie alla sua crescente diffusione; ma dopo questo nuovo polpo lo si potè salvare soltanto in quanto Marx se lo accollò come « pro­prietà personale», il che vuol dke che gli sacrificò quel po' di averi che aveva ereditato da suo padre, o quel po' che riuscì ad aver di liquido ipotecando la sua futura parte di eredità. Lui personalmente non ha mai lasciato cadere una parola in proposito, ma la cosa è stata confermata da Certe espressioni delle lettere di sua moglie, e anche da pubbliche di­chiarazioni dei suoi amici, nelle quali si dà la somma di circa 7.000 tal­leri sacrificati da Marx per l'agitazione e per il giornale durante gli anni della rivoluzione. Ma naturalmente non si tratta dell'ammontare della somma, ma del fatto che egli cercò di mantenere la posizione fino al­l'ultima cartuccia.

Anche per un altro riguardo egli viveva alla giornata. Dopo lo scop­pio della rivoluzione, il 30 marzo, la Dieta federale aveva deciso che anche i profughi tedeschi potevano essere elettori ed eleggibili all'As­semblea nazionale tedesca, se tornavano in Germania e dichiaravano di voler riacquistare il diritto di cittadinanza. Questa decisione fu espres­samente riconosciuta dal governo prussiano. Marx aveva adempiuto le condizioni che gli assicuravano il diritto di cittadinanza dell'Impero, e tanto più poteva pretendere che non gli fosse negata la cittadinanza prussiana. In realtà il consiglio comunale di Colonia glielo assicurò su­bito, quando nell'aprile del 1848 egli ne fece domanda, e il capo della polizia di Colonia, Mùller, a cui Marx fece presente che non poteva tra­sferire la propria famiglia da Treviri a Colonia così alla cieca, gli assicurò che la sua rinaturalizzazione sarebbe stata accordata anche dal governo regionale che, secondo una vecchia legge prussiana, doveva convalidare la decisione del consiglio comunale. Nel frattempo cominciò ad uscire la Neue Rhemische Zeitung, e il 3 agosto Marx ricevette una lettera ufficiale del direttore della polizia, Geiger, nella quale costui gli comunicava che il regio governo, presa visione della sua situazione non aveva fatto «per il momento » alcun uso a suo favore del proprio potere di concedere ad uno straniero la qualifica di suddito prussiano, e che perciò egli era da considerarsi, come prima, uno straniero. Un'energica protesta che Marx rivolse al ministero degli interni il 22 agosto, fu respinta.

Ma lui, il più tenero dei mariti e dei padri, aveva fatto venire la sua famiglia a Colonia, anche « alla cieca ». E nel frattempo essa era cre­sciuta; alla prima figlioletta, che si chiamava Jenny come la madre ed era nata nel maggio del 1844, nel settembre del 1845 era seguita un'altra bambina, Laura, e, dopo un periodo di tempo presumibilmente non più lungo, anche un bambino, Edgar, l'unico di questi figli e di quelli venuti in seguito di cui non si è più in grado di precisare il mese e l'anno della nascita. Helene Demuth accompagnava la famiglia già dal periodo di Parigi, come fedele nume familiare.

Marx non era di quegli uomini che passano facilmente da un'amicizia all'altra, ma di quelli che mantengono la fede e sanno conservare l'ami­cizia. Nello stesso congresso in cui egli avrebbe respinto con la sua in­sopportabile arroganza anche quelli che erano ben disposti verso ci lui, egli si conquistò nell'avvocato Schily di Treviri e nell'insegnante Imandt di Krefeld degli amici per la vita, e se la severa riservatezza del suo ca­rattere apparve inquietante a dei rivoluzionari a metà come Schurz e Techow, essa, proprio in queste giornate di Colonia, mise tante più irresistibilmente in sua balia, sia intellettualmente che affettivamente dei veri rivoluzionari, come Freiligrath e Lassalle.