Nuove lotte fra emigrati

Il carattere contraddittorio della guerra italiana accese fra gli emi­grati antichi contrasti e nuova confusione.

Mentre gli esuli italiani e francesi si battevano contro questo confon­dersi del movimento unitario italiano col colpo di Stato francese, gran parte degli esuli tedeschi era pronta a ripetere quelle follie che alla prima edizione avevano fruttato loro dieci anni d'esilio. Essi erano ben lontani dalle opinioni di Lassalle, anzi si esaltavano per la « nuova èra » della grazia del principe reggente, di un raggio della quale speravano anche essi di poter beneficiare; scoppiavano dalla «smania dell'amnistia», come li scherniva Freiligrath, ed erano disposti a qualsiasi azione patriottica, se l'«Altezza reale» avesse voluto forgiare con la spada l'unità della Germania, come Kinkel aveva già predetto a Rastatt, davanti al tribunale militare.

Anche allora infatti si fece araldo di questa tendenza, e a partire dal 1° gennaio 1859 pubblicò lo Hermann, un settimanale che già per il suo titolo antidiluviano rivelava di che pasta fosse fatto. Esso diventò l'adeguato organo degli «strombettamenti nostalgici» (per citare ancora una volta Freiligrath) che non ponevano tempo in mezzo per tuffarsi nell'«imbroglio liberale del sottufficiale». Ma per questo motivo il settimanale prosperò e fece subito morire la Neue Zeit, un piccolo gior­nale operaio che Edgar Bauer pubblicava per conto dell'Associazione operaia di cultura. La Neue Zeit viveva essenzialmente del credito dello stampatore, e quindi per essa fu finita quando Kinkel offrì a questo il più profittevole e solido incarico di stampare lo Hermann. Il colpo però non trovò plauso unanime neppure fra gli emigrati borghesi; persino il liberoscambista Faucher formò un comitato finanziario per far conti­nuare la Neue Zeit, come poi fu fatto ribattezzandola Das Volk. Ne assun­se la direzione Elard Biskamp, un esule dell'Assia elettorale, che dalla provincia aveva collaborato alla Neue Zeit, e ora rinunciava al suo posto di insegnante per dedicare la sua attività al giornale risorto.

Insieme con Liebknecht, Biskamp cercò subito Marx, per ottenerne la collaborazione. Dopo la rottura del 1850 Marx non aveva più avuto alcun legame con l'Associazione operaia di cultura. Fu anzi scontento quando Liebknecht per parte sua ristabilì questo legame, bsnché l'opinio­ne di Liebknecht, che infine un partito operaio senza operai era in se stesso una contraddizione, avesse molti punti a suo favore. Tuttavia era abbastanza comprensibile che Marx non potesse tanto presto passar sopra a tutti i cattivi ricordi e « sbalordisse » una deputazione dell'Associa­zione dichiarando che lui ed Engels, come rappresentanti del partito pro­letario, non avevano avuto l'investitura da nessuno se non da se stessi, e che essa era convalidata dal generale ed esclusivo odio che tutti i partiti del vecchio mondo dedicavano loro[1].

Anche di fronte alla richiesta di collaborare al Volk Marx fu dappri­ma molto riservato. Certo approvava ampiamente che non si dovesse lasciare via libera ai maneggi di Kinkel, e si dichiarò anche d'accordo sull'appoggio che Liebknecht voleva dare all'attività redazionale di Bis­kamp. Ma non voleva aver a che fare direttamente con un piccolo giornale e nemmeno con un giornale di partito che non fosse diretto da Engels e da lui[2]. Promise soltanto di adoprarsi per la diffusione del giornale, di consentire che ripubblicasse di quando in quando articoli stampati sulla Tribune, e ancora di dargli a voce note e cenni su questo o quell'argomento. A Engels scrisse che considerava il Volk come un gior­naletto da nulla, com'erano stati a suo tempo il Vorwàrts parigino e la Deutsche Brùsseler Zeitung. Che però poteva venire un momento che sarebbe stato decisamente importante per loro disporre di un giornale londinese. Biskamp meritava tanto più appoggio in quanto lavorava gratis[3].

Tuttavia Marx era di una natura troppo combattiva e indocile per non mettersi attivamente all'opera in favore del « giornaletto da nulla », quando questo cominciò a diventare incomodo per i maneggi di Kinkel. Egli spese molto tempo e energia per tenerlo a galla, ma non tanto con la sua collaborazione che, secondo le sue asserzioni, sembra essersi limitata a un certo numero di piccole note, quanto con i suoi sforzi per assicu­rare l'esistenza materiale dell'organo (che del resto usciva in formato grande a quattro pagine) tanto almeno che potesse vivere alla giornata. Chi poteva offrire il suo obolo, dei pochi amici di partito, veniva messo all'opera; in prima fila Engels che collaborava anche assiduamente con la penna, scriveva articoli militari sulla guerra italiana, e in particolare dette un contributo di molto valore con un saggio sull'opera scientifica del suo amico che era appena uscita, del quale però il terzo ed ultimo articolo non apparve più. Alla fine di agosto infatti il giornale era spi­rato, e il risultato pratico degli sforzi di Marx fu che il tipografo, un certo Fidelio Hollinger, lo fece responsabile per le spese di stampa ancora da pagare. Era una richiesta senza fondamento, ma «poiché la banda di Kinkel non aspettava che questa faccenda per fare uno scandalo pubbli­co, e tutto il personale che gravitava attorno al giornale era poco adatto per un'esibizione davanti al tribunale» Marx si riscattò con circa cinque sterline.

Un'altra eredità che gli lasciò il Volk doveva costargli sacrifici e preoccupazioni incomparabilmente maggiori. Il 1° aprile 1859, a Ginevra, Karl Vogt aveva mandato ad alcuni profughi di Londra, fra cui Freili­grath, un programma politico sull'atteggiamento della democrazia tedesca verso la guerra italiana, con la richiesta di collaborare in conformità di questo programma a un nuovo settimanale svizzero. Il Vogt, nipote dei fratelli Follen, che avevano avuto una parte considerevole nel movimento studentesco, era stato con Robert Blum il capo della sinistra all'Assem­blea nazionale di Francoforte e negli ultimi momenti di vita del Parla­mento era stato nominato, insieme ad altri quattro, reggente imperiale. Ora viveva, come professore di geologia, a Ginevra, della quale egli era rappresentante nel Consiglio degli Stati svizzero insieme con Fazy, capo dei radicali ginevrini. In Germania manteneva vivo il suo ricordo condu­cendo una fervida agitazione per un ristretto materialismo naturalistico, che subito si smarriva quando capitava sul terreno storico. Per di più Vogt sosteneva questa concezione, come diceva Ruge non senza coglier nel segno, con « screanzata fanciullaggine » ; cercava di solleticare i filistei con cinici slogan, e quando ci riuscì, specialmente con la frase « i pensieri stanno nello stesso rapporto col cervello come la bile col fegato o l'orina coi reni », persino il suo più stretto compagno d'opinioni, Ludwig Bùchner, rifiutò questa sorta di volgarizzazione culturale. Ora Freiligrath chiese a Marx un giudizio sul programma politico che Vogt gli aveva presentato, e ottenne la laconica risposta: chiacchiere. Un po' più diffusamente Marx ne scrisse a Engels : « La Germania rinun­cia ai suoi possessi extra tedeschi. Non sostiene l'Austria. Il dispotismo francese è transitorio, quello austriaco permanente. Si permette a tutti e due i despoti di andare in malora. (E' persino visibile una certa propen­sione per Bonaparte). La Germania attua una neutralità disarmata. A un movimento rivoluzionario, come Vogt sa da ottima fonte, non ce da pensare per tutto il tempo della nostra vita. Di conseguenza, appena l'Au­stria sarà messa a terra da Bonaparte, comincia automaticamente in patria un'evoluzione moderatamente nazional-liberale con una reggenza impe­riale, e forse Vogt trova modo di diventare buffone di corte prussiano ». Il sospetto che Marx accenna già in queste righe diventò per lui certezza prima ancora che Vogt cominciasse a pubblicare il progettato settimanale, quando uscirono i suoi Studi sull'attuale situazione dell'Europa, uno scrit­to nel quale non si poteva più disconoscere il nesso ideale con gli slogan bonapartisti.

Oltre che a Freiligrath, Vogt si era rivolto anche a Karl Blind, un esule del Baden che era stato in amicizia con Marx fin dagli anni della rivo­luzione e aveva anche dato un contributo alla Neue Rheinische Revue, pur non essendo fra i suoi più stretti compagni d'opinioni. Blind era uno di quei repubblicani «seri» per i quali il «cantone badese» era sempre l'ombelico del mondo. Specialmente Engels si prendeva gioco allegramente di questi «uomini di Stato» i cui princìpi, con tutta la loro tetra sublimità, si dissolvevano ordinariamente in una smisurata venerazione del proprio io. Blind si accostò ora a Marx con delle rivela­zioni sulle manovre con cui Vogt tradiva il proprio paese, e affermò di averne delle prove. Disse che Vogt riceveva una sovvenzione bonapar­tista per la sua agitazione; che aveva cercato di corrompere uno scrittore della Germania meridionale con 30.000 fiorini; che anche a Londra si erano verificati da parte sua tentativi di corruzione; che già nell'estate del 1858 a Ginevra, in un incontro fra il principe Girolamo Napoleone, Fazy e consorti, era stata discussa la guerra italiana e il granduca russo Costantino era stato designato come futuro re d'Ungheria.

Marx accennò incidentalmente a queste comunicazioni quando Bis­kamp andò da lui per ottenere la sua collaborazione al Volk} e aggiunse che era caratteristico dei tedeschi meridionali di caricare parecchio le tinte. Senza interrogare Marx, Biskamp utilizzò alcune delle asserzioni di Blind per denunziare il « reggente dell'impero come traditore dell'im­pero » in un articolo motteggiarne del Volk, e mandò a Vogt un esem­plare di questo numero. Vogt rispose nello Handelskurier[4] di Biel con un Avvertimento ai lavoratori, che si guardassero da quella «cricca di profughi » che un tempo erano stati noti nell'emigrazione svizzera sotto il nome di Burstenheimer o di Schwefelbande[5], e ora si erano riuniti a Londra sotto il loro capo Marx, per mettersi a ordire congiure fra i lavoratori tedeschi, congiure che erano note fin da principio alle polizie segrete del continente e precipitavano i lavoratori nella rovina. Marx non si lasciò turbare da questo « porco articoletto» e si limitò a farlo ripro­durre nel Volk,

Quando però, al principio di giugno, si recò a Manchester a racco­gliere contributi per il Volk presso quegli amici di partito, Liebknecht trovò nella tipografia del giornale le bozze di stampa di un opuscolo anonimo, diretto contro Vogt, che conteneva rivelazioni di Blind e che, come attestava il compositore Vògele, era stato consegnato da Blind per la stampa in un manoscritto di proprio pugno; e anche le correzioni delle bozze portavano la scrittura di Blind. Un paio di giorni dopo Liebknecht ottenne dallo stesso Hollinger una copia delle bozze e la man­dò alla Allgemeine Zeitung di Augusta, della quale era corrispondente da qualche anno. Aggiungeva che l'opuscolo aveva per autore uno dei più rispettabili fra gli esuli tedeschi e che i fatti potevano tutti essere provati.

Quando l'opuscolo fu apparso nella Allgemeine Zeitung, Vogt sporse querela per diffamazione. La redazione allora chiese per la sua difesa le prove promesse da Liebknecht, e questi si rivolse a Blind. Ma Blind rifiutò di immischiarsi negli affari di un giornale a lui estraneo, e con­testò addirittura di essere l'autore dello scritto, pur dovendo ammettere di aver comunicato a Marx l'effettivo contenuto dell'opuscolo, e di averne pubblicato una parte anche nella Free Press, organo di Urquhart. La cosa inizialmente non interessava affatto Marx e lo stesso Liebknecht era pienamente persuaso di essere sconfessato da lui. Nondimeno Marx credette di dover fare del suo meglio per smascherare Vogt, che lo aveva trascinato nella faccenda per i capelli. Ma anche i suoi tentativi di indurre Blind a confessare fallirono di fronte alla sua ostinazione, e Marx dovette contentarsi della testimonianza scritta del compositore Vògele, che attestò che il manoscritto dell'opuscolo era stato steso con la scrittura di Blind, da lui conosciuta, ed era stato composto e stampate nella tipografia di Hollinger. Con ciò certo ancora nulla era dimostrato della colpevolezza di Vogt.

Intanto, prima che si arrivasse al dibattito nel tribunale di Augusta, la celebrazione Schilleriana del 10 novembre 1859, centesimo anniver­sario della nascita del poeta, portò a una nuova contesa fra gli emigrati londinesi. Si sa come questo giorno fu celebrato dai tedeschi in patria e all'estero, come testimonianza (per dirla con Lassalle) dell'« unità spi­rituale » del popolo tedesco e come un « pegno lieto della sua risurrezione nazionale». Anche a Londra fu progettata una festa. Essa doveva aver luogo al Palazzo di Cristallo, e coi proventi residui era stabilito che si fondasse un Istituto Schiller, con una sua biblioteca e con conferenze annuali che dovevano cominciare sempre il giorno della nascita di Schil­ler. Ma purtroppo il gruppo di Kinkel seppe impossessarsi dei prepa­rativi della festa e approfittarne per sé con odiosa meschinità. Mentre invitava a parteciparvi un funzionario dell'ambasciata prussiana che si era fatto un pessimo nome al tempo del processo dei comunisti di Colonia, esso cercava di intimidire fra gli emigrati gli elementi proletari; un certo Bettziech, che si faceva chiamare lo scrittore Beta e fungeva da garzone letterario a Kinkel. faceva nella Gartenlaube la più insulsa reclame al suo padrone e maestro, e intanto scherniva in maniera altret­tanto insulsa i membri dell'Associazione operaia che avevano intenzione di partecipare alla celebrazione schilleriana.

In questo stato di cose Marx ed Engels trovarono penoso che Freili­grath acconsentisse a presentarsi alla festa del Palazzo d; Cristallo come poeta ufficiale, accanto o dopo l'oratore ufficiale Kinkel. Marx invitò il vecchio amico ad astenersi da ogni partecipazione alla «dimostrazione Kinkel». Freiligrath ammise anche che la cosa aveva i suoi aspetti de­licati e che probabilmente doveva servire a qualche vanità personale, ma come poeta tedesco non riteneva conseguente tenersene del tutto fuori. Ma questo, diceva, si capiva da sé. E aggiungeva che, infine, in occasione della celebrazione schilleriana, non avevano importanza i se­condi fini di una frazione, posto che essa ne avesse. Nei preparativi della festa egli però fece delle « notevoli esperienze » e credette (nonostante la sua radicata mania di prendere uomini e cose dal loro lato migliore) che Marx potesse avere ragione col suo avvertimento. Ma persistè nella convinzione che con la sua presenza e col solo segno della sua parteci­pazione avrebbe contribuito ad impedire certi disegni più che se si fosse tenuto fuori.

In questo però Marx non era d'accordo e ancor menò Engels, che si espresse con parole molto irose sulla «vanità di poeta e ficchineria di letterato» di Freiligrath, «insieme al più gretto leccapiedismo»[6]. Que­sto passava i limiti. Quella festa schilleriana era in realtà qualche cosa di diverso dalle solite fiere con cui il filisteo tedesco usa celebrare i pen­satori e i poeti che come le gru si sono levati a volo sopra il suo berretto da notte. Essa trovò risonanza anche nell'estrema sinistra.

Quando Marx si lagnò di Freiligrath presso Lassalle, questi rispose: «Può darsi che egli avrebbe fatto meglio a non partecipare alla festa. Ma in ogni caso ha fatto bene a scrivere la cantata. Essa era di gran lunga la cosa migliore fra tutto ciò che è apparso in questa occasione». A Zurigo Herwegh scrisse l'inno per la festa, e a Parigi Schily tenne il discorso ufficiale. A Londra anche l'Associazione operaia di cultura par­tecipò alla festa nel Palazzo di Cristallo, dopo aver messo a tacere la propria coscienza politica, il giorno precedente, con una celebrazione di Robert Blum, nella quale parlò Liebknecht. Anzi, a Manchester diresse la festa Siebel, un giovane poeta del Wuppertal, senza che Engels, che di lui era lontano parente, ci trovasse gran che da criticare. Pur affer­mando che lui non aveva nulla a che fare con tutta la faccenda, egli scrisse però a Marx che Siebel faceva l'epilogo, «naturalmente le solite declamazioni, ma con un certo decoro»; «inoltre questo ciondolone dirige la rappresentazione del Wallensteins Lager; sono stato due volte alla prova, se quei ragazzi avranno un po' di faccia tosta, potrà essere discreta»[7]. In seguito Engels stesso diventò presidente dell'Istituto Schiller, che fu fondato a Manchester in questa occasione, e Wilhelm Wolff nel suo testamento lasciò a quell'istituto un legato ragguardevole.

Negli stessi giorni durante i quali nasceva questa irritazione fra Freiligrath e Marx, il tribunale di Augusta discusse la querela di Vogt contro la Allgemeine Zeitung. Vogt fu condannato al pagamento delle spese, ma la sconfitta giuridica fu per lui un trionfo morale. I redattori accusati non poterono addurre la minima prova della corruttibilità di Vogt e si abbandonarono, come Marx giudicava troppo indulgentemente, a un «gergo politicamente privo di gusto», che meritava la più severa condanna non solo dal punto di vista politico ma anche morale. Essi se ne uscirono con la frase che l'onore personale di un avversario politico non riguardava la legge: come potevano dei giudici bavaresi dar ragione a un uomo che aveva attaccato violentemente il governo bavarese e che doveva vivere all'estero a causa delle sue manovre rivoluzionarie! L'in­tero partito socialista-democratico della Germania, che undici anni prima aveva consacrato i suoi rosei sogni mattutini di libertà con l'assassinio dei generali Latour, Gagern e Auerswald e del principe Lichnowsky sarebbe esploso in un vero tripudio se i redattori accusati fossero stati condannati. Dicevano infine che se il tentativo di Vogt fosse riuscito, sa­rebbe sorta la consolante prospettiva di veder apparire come queleranti davanti al tribunale di Augusta anche Klapka, Kossuth, Pulski, Teleki, Mazzini.

Nonostante la bassa astuzia, o piuttosto proprio a causa di essa, questa difesa si impose ai giudici. La loro coscienza giuridica invero arrivava an­cora fino al punto da non assolvere gli accusati, che con le loro prove erano così completamente falliti, ma non arrivava tanto in là da dar ragione a un uomo che era estremamente odiato tanto dal governo che dal popolo bavarese. Così essi si aggrapparono avidamente all'espediente suggerito loro dal pubblico ministero: per motivi formali rinviarono la causa alla corte d'assise, dove Vogt poteva essere tanto più sicuro della sua con­danna, in quanto qui non era ammessa alcuna prova della verità e i giu­rati non dovevano addurre le ragioni del proprio giudizio.

Non si poteva rimproverare Vogt, se non si impegnò in questo im­pari gioco. Al contrario egli potè doppiamente cingersi dell'aureola del martire: non soltanto egli era stato incolpato a vuoto, ma gli era stata anche negata giustizia. Svariate circostanze accessorie si aggiunsero a ingrandire il suo trionfo. Un'impressione molto spiacevole si diffuse, quando al processo i suoi avversari produssero una lettera di Biskamp, nella quale questi, primo accusatore pubblico di Vogt, dopo aver con­fessato di non avere reali prove, faceva alcune vaghe allusioni, che coronava con la richiesta di essere assunto dopo la fine del Volk, come secondo corrispondente londinese della Allgemeine Zeitung, accanto a Liebknecht. E la redazione della Allgemeine Zeitung continuò, ancora dopo la fine del processo, con le sue baggianate : che Vogt era stato giudi­cato dai suoi pari, da Marx e Freiligrath; che da lungo tempo era noto che Marx era un pensatore più acuto e conseguente di Vogt e che Freiligrath era superiore a Vogt per moralità politica.

Già in una difesa scritta che il direttore Kolb aveva rimesso al tri­bunale era stato fatto il nome di Freiligrath, come collaboratore del Volk e accusatore di Vogt; Kolb aveva frainteso in questo senso una af­fermazione epistolare, non ben chiara, di Liebknecht. Appena il resoconto della Allgemeine Zeitung sul processo arrivò a Londra, Freiligrath mandò al giornale una breve dichiarazione per affermare che non era mai stato collaboratore del Volk e che il suo nome era stato incluso fra quelli degli accusatori di Vogt a sua insaputa e contro la sua volontà. Da questa dichiarazione si sono tratte spiacevoli conclusioni, in quanto Vogt ap­parteneva agli intimi di Fazy, dal quale dipendeva la posizione di Freili­grath nella Banca svizzera; ma queste conclusioni sarebbero state giu­stificate soltanto se Freiligrath fosse stato in qualche modo impegnato a intervenire contro Vogt. Questo però non si potè dire. Fino allora Freili­grath non si era affatto occupato di tutta la faccenda, e poteva chiedere con pieno diritto che Kolb non si nascondesse dietro il suo nome, quando le cose cominciavano ad andare per traverso. Certo nelle espressioni sec­che e laconiche di Freiligrath si poteva anche leggere, fra le righe, una rottura indiretta con Marx; Marx stesso sentì nella dichiarazione la mancanza di un sia pur minimo accenno che le togliesse l'apparenza di una rottura personale con lui o di un aperto distacco dal partito. E que­sta mancanza si poteva bene spiegare con un certo malumore di Freili­grath: Marx pretendeva di proibirgli per ragioni di partito di pubblicare una innocente poesia in onore di Schiller, e lui doveva esser subito pronto a farsi sotto non appena Marx si ingolfava in una lite alla quale nes­suno l'aveva costretto.

La cattiva impressione fu ancora aggravata in seguito a una dichiara­zione di Blind, pubblicata nella Allgemeine Zeitung, nella quale questi « condannava incondizionatamente » la politica di Vogt, ma dichiarava che l'asserzione secondo cui lui sarebbe stato l'autore dell'opuscolo contro Vogt era una bassa menzogna. Aggiungeva due testimonianze,, in una delle quali Fidelio Hollinger chiamava « maligna invenzione » l'asser­zione del tipografo Vògele, secondo cui l'opuscolo era stato stampato nella sua tipografia e scritto da Blind, nell'altra il tipografo Wiehe con­fermava come esatta la testimonianza di Hollinger.

Per di più un malaugurato caso accrebbe il materiale infiammabile che cominciava ad accumularsi fra Freiligrath e Marx. Proprio ora ap­parve nella Gartenlaube un articolo di Beta, in cui questo facchino let­terario di Kinkel esaltava con stile tronfio il poeta Freiligrath, per fi­nire con degli insulti volgari contro Marx: questo sciagurato virtuoso dell'odio invelenito aveva strappato a Freiligrath la voce, la libertà, il carattere; il poeta aveva cantato soltanto di rado, da quando era stato toccato dall'alito di Marx.

Tuttavia, dopo qualche battibecco epistolare fra Freiligrath e Marx, tutte queste cose parvero scomparire nel mare della dimenticanza con l'agitato anno 1859. Ma con l'anno nuovo riemersero, perché l'onesto Vogt volle assolutamente confermare l'antico proverbio, che l'asino va a ballare sul ghiaccio quando sta troppo bene.

 

[1] Carteggio Marx-Engels, vol. III cit., p. 302.

[2] Ibid., p. 301.

[3] Ibid., p. 302.

[4] Schtveizer Handelskurier, organo democratico-liberale del cantone di Berna, pubblicato a Biel dal 1853 al 1911.

[5] Per questi epiteti, che designavano gruppi di rifugiati in Svizzera, v. Car­teggio Marx-Engels, vol. III cit., pp. 397 e 400.

[6] Carteggio Marx-Engels, vol. III cit., p. 351.

[7] Ibid.. p. 353.