L'agitazione di Lassalle

Nel luglio del 1862, nei giorni delle maggiori tribolazioni, Lassalle andò a Londra a restituire la visita. « Per mantenere di fronte a lui certi dehors, mia moglie aveva dovuto portare al Monte dei pegni perfino quasi tutto l'impegnabile! », scrisse Marx a Engels. Lassalle non aveva nessun sospetto di questa situazione dolorosa; prese per realtà l'apparenza che Marx e sua moglie diffondevano attorno a sé; la premurosa economa della casa, Lenchen Demuth, non dimenticò mai l'ottimo appetito di questo ospite. Si creò così una « situazione schifosa » ; e non c'è nulla di male se Marx, specialmente di fronte al contegno di Lassalle che non soffriva di eccessiva modestia, non fu del tutto lontano dal provare quel sentimento che una volta fece dire a Schiller, di Goethe: come tutto è stato facile per quest'uomo, e io come devo lottare duramente per tutto!

Soltanto al momento della separazione, dopo un soggiorno di parec­chie settimane, parve che Lassalle avesse intuito il vero stato delle cose. Offrì il suo aiuto e voleva lasciare 15 sterline in prestito fino alla fine dell'anno; disse anche che Marx poteva trarre cambiali su di lui, per qualsiasi somma, purché il pagamento fosse garantito da Engels o da altri. Con l'aiuto di Borkheim, Marx cercò di procurarsi in questo modo 400 talleri, ma a questo punto Lassalle avvertì per lettera che « per qual­siasi evenienza di vita o di morte, escludendo tutti gli imprevisti », con­dizionava la sua accettazione a un impegno scritto di Engels, il quale si doveva obbligare a metterlo in possesso della somma otto giorni prima della scadenza della cambiale. La mancanza di fiducia nella sua assicura­zione personale non potè fare gradita impressione a Marx, ma Engels lo pregò di non prendersela per « queste asinerie », e rilasciò subito la garanzia richiesta.

Il seguito di questo affare finanziario non è del tutto chiaro; il 29 ottobre Marx scrisse a Engels che Lassalle era « adiratissimo » con lui, e che chiedeva che la copertura fosse inviata a lui personalmente, e il 4 novembre scrisse che Freiligrath era disposto a inviare i 400 talleri a Lassalle. Il giorno dopo Engels rispose che « domani » avrebbe manda­to 60 sterline a Freiligrath. Ma nello stesso tempo parlano entrambi di un « rinnovo » della cambiale, e qui devono esservi state in qualche mo­do delle difficoltà; per lo meno il 24 aprile 1864 Lassalle riferiva a una terza persona di non avere scritto più a Marx da due anni, perché « per motivi finanziari » non era in buoni rapporti con lui. Effettivamente Las­salle scrisse per l'ultima volta a Marx alla fine del 1862, e gli mandò il suo opuscolo E adesso?. La lettera non è conservata, ma Marx scrisse a Engels, il 2 gennaio 1863, che suo contenuto era la richiesta di restituire un libro, e il 12 giugno, dopo una dura critica dell'agitazione di Lassalle, scrisse sempre a Engels : « Dal principio dell'anno non ho saputo ancora decidermi a scrivere a questo bel tipo ». Se si sta a queste parole, Marx interruppe la corrispondenza per ostilità politica.

Fra le due asserzioni può non esservi alcuna vera contraddizione; può darsi appunto che al primo motivo di contrasto si sia aggiunto il secondo. Le circostanze estremamente spiacevoli in cui i due si erano incontrati personalmente l'ultima volta avevano parecchio contribuito ad acuire le divergenze nelle loro opinioni politiche. Queste divergenze d'opinione oltre tutto non erano diminuite in seguito alla visita che Marx aveva fatto a Berlino.

Nell'autunno del 1861 Lassalle aveva fatto un viaggio in Svizzera e in Italia, aveva conosciuto Riistow a Zurigo e Garibaldi a Caprera; anche a Londra visitò Mazzini. Sembra essersi interessato a un piano del Partito d'azione italiano, fantastico e mai realizzato, secondo il quale Garibaldi avrebbe dovuto passare in Dalmazia con i suoi volontari e quin­di provocare l'insurrezione dell'Ungheria. Da parte di Lassalle stesso non esistono documenti in proposito, e nel peggiore dei casi può essersi trat­tato soltanto di un'idea momentanea. Lassalle infatti aveva tutt'altre cose per la testa, e prima di andare a Londra aveva già cominciato a trattarne in due discorsi.

Più che tutte le questioni italiane, a Lassalle importava di guadagnarsi l'alleanza di Marx per quei progetti. Ma Marx si dimostrò ancora più inaccostabile dell'anno precedente. Per un giornale che Lassalle voleva ancora fondare, disse che avrebbe lavorato come corrispondente inglese, dietro buon pagamento, ma senza assumersi assolutamente responsabilità di nessun genere, poiché non concordava in nulla con Lassalle, fuor che in alcuni scopi finali alquanto distanti. Non meno negativo fu il suo atteggiamento di fronte al piano per un'agitazione operaia, che Lassalle gli espose. Il suo giudizio era che Lassalle si lasciava troppo dominare dalle circostanze immediate; che voleva porre al centro della sua agita­zione un contrasto contro un nano come Schulze-Delitzsch : accettare l'aiuto dello Stato invece che aiutarsi da sé; che Lassalle ripeteva così la parola d'ordine con cui negli anni tra il 40 e il 50 il socialista cattolico Buchez aveva combattuto in Francia il vero movimento operaio; che riprendendo l'appello cartista per il suffragio universale non teneva conto delle differenze fra la situazione tedesca e quella inglese, né degli inse­gnamenti del Secondo Impero a proposito del suffragio universale. Infine che rinnegando ogni naturale continuità col precedente movimento tede­sco incorreva negli errori dei fondatori di sette, nell'errore di Proudhon, che consisteva nel non cercare la base reale negli elementi concreti del movimento di classe, ma di voler prescrivere ad esso il suo corso secondo una data ricetta dottrinaria.

Lassalle non si lasciò scoraggiare da queste critiche, e continuò invece la sua agitazione, dalla primavera del 1863, come agitazione dichiarata­mente operaia. Tuttavia non rinunciò mai alla speranza di convincere Marx della bontà della sua causa; infatti, anche dopo che la loro corri­spondenza fu interrotta, continuò a mandare regolarmente a Marx i suoi opuscoli di agitazione. Essi però erano accolti in una maniera che Lassalle non si sarebbe aspettato. Marx li giudicava, nelle sue lettere a Engels, con un'asprezza tale che finiva per diventare anche ingiustizia durissima. Non occorre entrare negli spiacevoli particolari che si possono leggere nel carteggio fra Marx ed Engels; basti dire che Marx si sbarazzava di quegli scritti, che da allora hanno dato una nuova vita a centinaia di migliaia di lavoratori tedeschi, trattandoli da plagi da ginnasiale, quando li leg­geva, oppure, quando non li leggeva, da compitini scolastici, che non valeva la pena di leggere perdendo del tempo.

Solo un superficiale fariseismo può passar sopra a questi fatti con la vuota frase che Marx poteva parlare così nella sua qualità di maestro di Lassalle. Marx non era un superuomo, e lui stesso non voleva essere niente più che un uomo, al quale nulla era estraneo di ciò che è proprio dell'umanità; la ripetizione meccanica era proprio ciò che non poteva sopportare. Seguendo i suoi princìpi, gli si rende più onore riparando i torti da lui fatti che riparando quelli da lui subiti. Egli stesso ci acqui­sta di più se si esaminano a fondo, con critica spregiudicata, i suoi rap­porti con Lassalle, che se si seguono coloro che ciecamente ripetono tutto alla lettera e che, secondo l'immagine di Lessing, si avviano tranquilla­mente con le sue pantofole in mano per la strada da lui aperta.

Marx era il maestro di Lassalle, e nello stesso tempo non lo era. Sotto un certo punto di vista avrebbe potuto dire di Lassalle quello che Hegel, sul letto di morte, avrebbe detto dei suoi scolari : uno solo mi ha capito, e quel solo mi ha frainteso. Lassalle fu il seguace incomparabilmente più geniale che Marx ed Engels abbiano acquistato, ma non ha mai appre­so l'alfa e l'omega della nuova concezione del mondo, il materialismo storico. Egli infatti non si liberò mai del «concetto speculativo» della filosofia hegeliana, e per quanto comprendesse il significato storico della lotta di classe del proletariato, questa comprensione si attuò soltanto nelle forme di pensiero idealistiche che erano eminentemente proprie dell'età borghese, nella filosofia e nel diritto.

A ciò si aggiunga che, come economista, fra lui e Marx ci correva parecchio e che egli capiva in maniera inadeguata le idee economiche di Marx, o anche le fraintendeva del tutto. A questo proposito lo stesso Marx talvolta lo giudicava con troppa indulgenza, ma, più spesso, con troppa durezza. Marx trovava soltanto « notevoli malintesi»[1] nell'espo­sizione della sua teoria del valore, fatta da Lassalle, ma si potrebbe dire piuttosto che Lassalle non aveva affatto capito questa teoria. Lassalle pren­deva da essa soltanto ciò che conveniva alla sua concezione del mondo fondata sulla filosofìa del diritto: la dimostrazione che l'insieme del tem­po di lavoro sociale, che forma il valore, rende necessaria la produzione comune della società per assicurare all'operaio il pieno prodotto del suo lavoro. Ma per Marx la teoria del valore da lui sviluppata era la soluzione di tutti gli enigmi che racchiude il modo di produzione capitalistico, un filo dietro al quale si poteva seguire la formazione del valore e del plusvalore come processo storico universale che dovrà rivoluzionare la società capitalistica in società socialista. A Lassalle sfuggiva la differenza fra il lavoro in quanto produce valori d'uso e il lavoro in quanto produce valori di scambio, quella duplice natura del lavoro contenuto nelle merci, che per Marx era il punto centrale sul quale gravitava l'intendimento dell'economia politica. Su questo punto decisivo si apriva quella profonda divergenza che esisteva fra Lassalle e Marx, la divergenza fra la conce­zione della filosofia del diritto e la concezione economico-materiaiistica.

A proposito di altre questioni economiche Marx ha dato un giudizio troppo aspro sulle debolezze di Lassalle, in particolare sui pilastri econo­mici sui quali Lassalle appoggiava la sua agitazione: quella che lui aveva battezzato legge bronzea del salario e le associazioni produttive con credito di Stato. Marx pensava che Lassalle avesse preso a prestito la prima dagli economisti inglesi Malthus e Ricardo, le seconde dal socialista cattolico francese Buchez. In realtà Lassalle aveva ricavato luna e le altre dal Manifesto comunista.

Dalla teoria della popolazione di Malthus, secondo cui gli uomini si moltiplicano sempre più rapidamente dei mezzi di sostentamento, Ricar­do aveva fatto derivare la legge secondo cui il salario medio era limitato al fabbisogno occorrente abitualmente in un popolo per il mantenimento dell'esistenza e per la riproduzione. Lassalle non ha mai ripreso questa maniera di fondare la legge del salario per mezzo di una pretesa legge naturale; egli ha combattuto la teoria malthusiana della popolazione altret­tanto aspramente quanto Marx ed Engels. Soltanto per la società capita­listica « negli attuali rapporti, sotto il dominio della domanda e dell'offerta di lavoro », Lassalle rilevava il carattere « bronzeo » della legge dei salario, e seguiva in questo le orme del Manifesto comunista.

Soltanto tre anni dopo la morte di Lassalle, Marx dimostrò il carattere elastico della legge del salario, così come si configura nel momento culmi­nante della società capitalistica, quando trova i suoi limiti in alto nel bisogno di valorizzare il capitale e in basso nella misura di miseria che l'operaio può sopportare senza morire immediatamente di fame. Entro questi limiti il livello del salario è determinato non dal movimento natu­rale della popolazione, ma dalla resistenza che gli operai oppongono alla costante tendenza del capitale a spremere il più possibile di lavoro non pagato dalla loro forza-lavoro. Quindi l'organizzazione sindacale della clas­se operaia assume un significato tutto diverso, per la lotta di emancipa­zione del proletariato, da quello che Lassalle le voleva assegnare.

Fin qui i giudizi di Lassalle in materia economica erano soltanto arretrati, rispetto a Marx; ma con le sue asssociazioni produttive egli incorse in un grave equivoco. Non le aveva riprese da Buchez e non le considerava neppure una panacea, ma solo un inizio di socializzazione della produzione, che è il punto di vista sotto il quale l'accentramento del credito in mano allo Stato e l'istituzione di fabbriche nazionali sono nominati nel Manifesto comunista. Nel Manifesto se ne parla accanto a una serie di altre misure, delle quali è detto che esse « sono economi camente insufficienti e insostenibili, ma nel corso del movimento sor­passano se stesse e spingono in avanti, e sono inevitabili mezzi per rivo­luzionare l'intero modo di produzione ». Lassalle, al contrario, nelle sue associazioni produttive vedeva « il granello di senapa organico, che irresistibilmente spinge ad ogni ulteriore sviluppo e dal suo stesso seno lo fa dispiegare ». In questo Lassalle rivelava senza dubbio una « infe­zione di socialismo francese»; in quanto supponeva che le leggi della produzione delle merci si potessero levar di mezzo nell'ambito stesso della produzione delle merci.

Le debolezze di Lassalle in fatto di economia, che qui si son potute accennare solo in un paio di punti principali, erano fatte apposta per mettere di malumore Marx. Ciò che lui aveva messo in chiaro da molto tempo, veniva rimesso in dubbio. Era senz'altro giustificabile qualche parola brusca in proposito. Ma nella sua comprensibile irritazione Marx non riconobbe che Lassalle praticava sostanzialmente la sua politica, nono­stante tutti gli spropositi teorici. Quella di collegarsi con l'ala estrema di un movimento già esistente, per spingerlo così in avanti, era la prassi che Marx stesso aveva sempre raccomandato e alla quale si era pure atte­nuto nel 1848. Lassalle non si lasciò dominare dalle « circostanze immedia­te » più di quanto avesse fatto Marx negli anni della rivoluzione. Che Lassalle, come fondatore di una setta, abbia rinnegato ogni rapporto natu­rale col movimento precedente, è vero solo in quanto nella sua agitazione non ha mai nominato la Lega dei Comunisti e il Manifesto comunista. Ma anche nelle parecchie centinaia di numeri della Neue Rheinische Zei­tung si cercherebbe inutilmente una menzione della Lega e del Mani­festo.

Dopo la morte di Lassalle e di Marx, Engels ha giustificato la tattica di Lassalle, sia pure indirettamente, ma con efficacia tanto maggiore. Quando, negli anni 1886 e 1887, cominciò a svilupparsi negli Stati Uniti un movimento proletario di massa, con un programma assai confuso, En­gels scrisse al vecchio amico Sorge : « Il primo gran passo che importa compiere in ogni paese appena entrato nel movimento è che gli operai si costituiscano in partito politico indipendente, non importa quale, purché sia un partito specificamente operaio ». E aggiungeva che se il primo programma di questo partito è ancora confuso ed estremamente man­chevole, questi sono inconvenienti inevitabili ma nello stesso tempo pas­seggeri. Analogamente scriveva ad altri amici di partito in America. La teoria marxista — diceva — non è un dogma dell'unica vera religione, ma la descrizione di un processo di svolgimento; non si deve aggravare l'inevitabile confusione della prima marcia costringendo la gente a in­ghiottire cose che per il momento non potrebbe capire, ma che impare­rebbe presto .

Engels si richiamava qui all'esempio che lui e Marx avevano dato negli anni della rivoluzione. « Quando, nella primavera del 1848, ritor­nammo in Germania, aderimmo al Partito democratico, perché questa era l'unica possibilità di essere ascoltati dalla classe operaia; eravamo l'ala più avanzata del partito, ma pur sempre un'ala di esso ». E come la Neue Rheinische Zeitung non aveva parlato del Manifesto comunista, anche ora Engels metteva in guardia dal lanciarlo nel movimento americano, osservando che il Manifesto, come quasi tutte le cose minori di Marx e sue, era ancora troppo difficile da capire per l'America, e che gli operai americani entravano solo allora nel movimento ed erano sempre asso­lutamente grezzi, enormemente indietro soprattutto dal punto di vista teorico; « la leva deve essere applicata direttamente alla pratica, e inoltre è necessaria una letteratura del tutto nuova. Quando la gente è in certa misura sulla via giusta, allora il Manifesto non mancherà il suo effetto, ora agirebbe solo su pochi ». E quando Sorge obiettò che il Manifesto al suo apparire aveva avuto un effetto profondo su di lui, ancora ragazzo, Engels replicò : « Quarantanni fa voi eravate tedeschi, con un senso teorico tedesco, e perciò il Manifesto fece effetto, mentre invece, per quanto tradotto in francese, in inglese, in fiammingo, in danese ecc., presso gli altri popoli rimase assolutamente inefficace». Nel 1863, dopo lunghi anni di plumbea oppressione, di questo senso teorico era rimasto poco nella classe operaia tedesca; anch'essa aveva bisogno di una lunga educazione per tornare a capire il Manifesto.

Proprio in quello che Engels con costante e preciso richiamo a Marx, indicava come la « cosa principale » di un movimento operaio agli inizi, l'agitazione di Lassalle era irreprensibile. Anche se come econo­mista egli restava un bel pezzo indietro rispetto a Marx, come rivoluzio­nario gli stava alla pari, a meno che gli si voglia far rimprovero perché la continua irruenza dell'energia rivoluzionaria in lui prevaleva sulla pazienza instancabile del ricercatore scientifico. Tutti i suoi scritti — con la sola eccezione dell'Eraclito — erano calcolati per un'efficacia pratica immediata.

Egli quindi costruì la sua agitazione sulle larghe e salde fondamenta della lotta di classe, e le assegnò come obiettivo irremovibile la conquista del potere politico da parte della classe operaia. Al movimento inoltre non impose affatto un corso ricavato da una determinata ricetta dottri­naria, come gli rimproverava Marx, ma prese le mosse invece dagli «ele­menti reali» che già di per sé avevano dato origine a un movimento fra gli operai tedeschi: il suffragio universale e la questione delle associa­zioni. Almeno in quel tempo Lassalle valutò molto più giustamente di Marx ed Engels il suffragio universale, come leva della lotta proletaria di classe, e le sue associazioni produttive con credito statale, nonostante tutto quello che contro di esse si può opporre, erano fondate sul principio giusto che (per citare alcune parole scritte da Marx stesso qualche anno più tardi) « il lavoro cooperativo, per salvare le masse lavoratrici, dovreb­be svilupparsi in dimensioni nazionali e, per conseguenza, dovrebbe essere alimentato con mezzi della nazione»[2]. L'apparenza del «fondatore di una setta» Lassalle poteva averla tutt'al più esteriormente, per la venera­zione qualche volta esagerata che gli tributavano i suoi seguaci, ma alme­no di questo la vera e prima colpa non era sua. Si dette molta pena per evitare che « il movimento assumesse, di fronte agli imbecilli, la figura di una sola persona » ; cercò di attirare nel suo movimento non solo Marx ed Engels, ma anche Bucher e Rodbertus e ancora parecchi altri; se non riuscì però ad acquistarsi un compagno spiritualmente pari a lui, era naturale che la gratitudine degli operai assumesse le forme non sempre simpatiche di un culto personale. Certo non era neppure uomo da nascon­dere la sua fiaccola sotto il moggio: Lassalle non era dotato dell'abnega­zione di Marx, che teneva sempre in ombra la propria persona.

Bisogna anche considerare un altro punto di vista decisivo: la lotta apparentemente violenta della borghesia liberale contro il governo prus­siano, dalla quale si sviluppò l'agitazione di Lassalle. Dal 1859 Marx ed Engels avevano dedicato maggiore attenzione alle cose tedesche ma, come mostrano per più riguardi le loro lettere fino al 1866, non ne avevano acquistato un senso- esatto. Nonostante le loro esperienze degli anni della rivoluzione, contavano sempre sulla possibilità di una rivoluzione borghe­se e persino militare, e mentre sopravvalutavano la borghesia tedesca sottovalutavano la politica grande-prussiana. Non superarono mai le im­pressioni della loro giovinezza, di quando la loro patria renana, nell'or­gogliosa coscienza della sua cultura moderna, guardava con disprezzo dall'alto in basso le antiche province prussiane, e quanto più la loro attenzione si rivolgeva ai piani zaristi di conquista mondiale, tanto più vedevano nello Stato prussiano un semplice pascialicco russo. Anche in Bismarck tendevano a vedere soltanto lo strumento di uno strumento russo, di quel «misterioso uomo delle Tuileries» del quale già nel 1859 avevano detto che obbediva soltanto alla bacchetta della diplomazia russa; non pensarono mai che la politica grande-prussiana, con tutto quel che aveva di discutibile, potesse portare a risultati che avrebbero fatto una sorpresa ugualmente sgradevole tanto a Parigi che a Pietroburgo. Ma se ritenevano ancora possibile una rivoluzione borghese in Germania, la levata di scudi lassalliana doveva apparir loro del tutto intempestiva, e nel caso che avessero giudicato bene, nessuno sarebbe stato più disposto di Lassalle a dar loro ragione.

Ma Lassalle vedeva le cose da vicino e giudicava con maggiore esat­tezza. Prese le mosse proprio da questa convinzione (e in questo segno vinse): che il movimento filisteo della borghesia progressiva non può condurre mai a nulla, «anche se volessimo aspettare per secoli, per intere ère geologiche». Ma mentre veniva a mancare la possibilità di una rivo­luzione borghese, Lassalle prevedeva che l'unificazione nazionale della Ger­mania, per quanto era ancora possibile, sarebbe stata opera di un rivolgi­mento dinastico nel quale, a suo modo di vedere, il nuovo partito operaio avrebbe dovuto agire come cuneo avanzato. E' vero però che nei suoi negoziati con Bismarck, per quanto cercasse di mettere in difficoltà la politica grande-prussiana, trasgredì tuttavia i dettami della discrezione po­litica, sia pure senza offendere alcun principio, e di ciò giustamente Marx ed Engels potevano essere e furono irritati.

Quel che li divideva da Lassalle negli anni 1863 e 1864 erano in ultima analisi, come nel 1859, «giudizi opposti su presupposti di fatto», e con ciò cade quella parvenza di animosità personale che pesa sui duri giudizi che proprio in questo tempo Marx pronunciava sul conto di Las­salle. Ma Marx non superò mai del tutto i suoi pregiudizi contro l'uomo che nella storia della socialdemocrazia tedesca comparirà sempre a fianco di lui e di Engels. Questa volta neppure il potere riconciliante della morte ha avuto un effetto duraturo.

Marx ebbe per mezzo di Freiligrath la notizia della morte di Lassalle e il 3 settembre la telegrafò a Engels, che il giorno dopo rispose : « Puoi immaginare quanto m'abbia sorpreso la notizia. Del resto Lassalle può esser stato, dal punto di vista personale, letterario, scientifico, quello che era, ma è indubitato che politicamente era uno degli uomini più notevoli della Germania. Rispetto a noi egli era attualmente un amico molto dub­bio, nell'avvenire quasi certamente un nemico, ma d'altra parte ci sen­tiamo duramente colpiti dal vedere perire in Germania tutti i migliori uomini dei partiti estremi. Qual giubilo si diffonderà fra i proprietari di fabbriche e i porci progressisti; Lassalle era infatti nella stessa Germania l'unico uomo di cui avessero paura»[3].

Marx lasciò passare qualche giorno, e il 7 settembre scrisse: «La sventura di Lassalle mi se maledettamente rigirata per il cervello in tutti questi giorni. Egli era pur sempre uno della vecchia guardia e nemico dei nostri nemici... Con tutto ciò mi dispiace che i nostri rapporti fossero negli ultimi anni alquanto turbati, certamente per colpa sua. D'altra parte mi è assai caro l'aver resistito alle istigazioni da diverse parti e di non averlo attaccato durante il suo "anno giubilare". Sa il diavolo, la schiera si assottiglia, di nuovi non se ne vedono »[[4] . Alla contessa di Hatzfeldt Marx scrisse per consolarla: «E' morto giovane, combattendo, come Achille ». Poco dopo, quando quel chiacchierone di Blind si volle dare dell'importanza a spese di Lassalle, Marx gli dette il fatto suo con queste rudi parole: «Non penso affatto a voler far capire un uomo come Lassalle e la reale tendenza della sua agitazione a un grottesco pagliaccio, che dietro di sé non ha altro che la propria ombra. Sono convinto, al contrario, che calpestando il leone morto il signor Karl Blind segua la vocazione che la natura gli ha assegnato». E ancora qualche anno più tardi, in una lettera a Schweitzer, Marx riconosceva « l'immortale merito di Lassalle» di aver ridestato il movimento operaio tedesco dopo quindici anni di sopore, nonostante i « grandi errori» da lui commessi nella sua agitazione.

Ma tornarono anche dei giorni che Marx giudicò il morto Lassalle con maggiore asprezza e ingiustizia di quando era vivo. Ciò resta un fatto doloroso, confortato però dal pensiero che il moderno movimento operaio è tanto grandioso che anche l'intelligenza più grande non potè comprenderlo fino in fondo.

 

 

[1] K. Marx, Il Capitale, libro primo, 1  cit., p. 15.

[2] Dall'Indirizzo inaugurale dell'Associazione Internazionale degli Operai, in Marx-Engels, Il Partito e l'Internazionale, Edizioni Rinascita, Roma, 1948, p. 112 sg.

[3] Carteggio Marx-Engels, vol. IV cit., p. 236

[4] Ibid., p. 238.