La guerra italiana

La crisi del 1857 non era sfociata nella rivoluzione proletaria che da essa Marx ed Engels avevano sperato. Ma non per questo essa mancò di effetti rivoluzionari, anche se questi si produssero soltanto nella forma di rivolgimenti dinastici. Sorse un regno d'Italia, e poi un impero te­desco, mentre l'impero francese andava sommerso e scompariva senza lasciar tracce.

Questo cambiamento si spiegava col duplice fatto che la borghesia non combatte mai da sé le sue battaglie rivoluzionarie, e che d'altra parte, dopo la rivoluzione del 1848 le era passata la voglia di farle combattere dal proletariato. In questa rivoluzione, e specialmente nelle lotte pari­gine di giugno, gli operai avevano rinunciato alla tradizionale abitudine di servire semplicemente come carne da cannone alla borghesia, e ave­vano preteso di avere almeno una parte dei frutti della vittoria che essi avevano conquistato col loro sangue.

Così la borghesia, già negli anni della rivoluzione, aveva fatto la bella pensata di farsi togliere le castagne dal fuoco da un'altra forza, invece che dal proletariato, diventato diffidente e malfido; e questo, soprattutto in Germania e in Italia, cioè in quei paesi nei quali ancora si doveva cominciare col creare lo Stato nazionale, del quale le forze produttive capitalistiche hanno bisogno per potersi dispiegare efficacemente. Veniva naturale l'offrire il dominio su tutto il paese al sovrano di una sua re­gione, se egli in cambio dava alla borghesia campo libero per i suoi bisogni di sfruttamento e di espansione. In tal modo la borghesia, invero, doveva mettere in soffitta i suoi ideali politici e contentarsi di soddisfare soltanto i propri interessi economici, perché invocando l'aiuto del so­vrano essa si sottometteva al suo dominio.

Erano infatti proprio gli Stati regionali più reazionari quelli ai quali, già negli anni della rivoluzione, la borghesia aveva cercato di fare l'occhiolino : in Italia il regno di Sardegna, quello Stato regionale « gesuitico-militare » dove, secondo la maledizione del poeta tedesco, « mer­cenari e preti succhiavano insieme il sangue del popolo » ; in Germania il regno di Prussia, che stava sotto la cupa oppressione degli Junker delle terre d'oltr'Elba. Ma inizialmente né qua né là si arrivò allo scopo. Il re Carlo Alberto di Sardegna si atteggiò in realtà a « spada d'Italia », però sul campo di battaglia soccombette all'esercito austriaco e morì esule all'estero. Ma in Prussia il quarto Federico Guglielmo respinse la corona imperiale tedesca, che la borghesia tedesca gli metteva nel piatto, come un inconsistente cerchio impastato di fango, e del cadavere della rivoluzione preferì tentare una sporca spoliazione che però, a Olmiitz, gli fu mandata a male, e neppure dalla spada, bensì dalla frusta austriaca.

La stessa prosperità industriale di fronte alla quale si era esaurita la rivoluzione del 1848 era diventata però una leva potente per far avan­zare la borghesia in Germania e in Italia e per porre ad essa l'unità na­zionale come una necessità sempre più urgente. Quando poi la crisi del 1857 rammentò la caducità di ogni splendore capitalistico, le cose co­minciarono a precipitare. Dapprima in Italia, ciò che tuttavia non si spiega col fatto che qui il capitalismo si fosse sviluppato più che in Germania. Anzi, al contrario! In Italia la grande industria ancora non esisteva affatto, e il contrasto fra borghesia e proletariato non era ancora così aspramente marcato da destare diffidenza reciproca. Non meno gravemente pesava sul piatto della bilancia il fatto che lo spezzettamento dell'Italia dipendeva da un dominio straniero, liberarsi dal quale era scopo comune di tutte le classi. L'Austria dominava direttamente in Lombardia e nel Veneto, indirettamente anche sull'Italia centrale, le cui piccole corti obbedivano agli ordini della Corte Imperiale di Vienna. La lotta contro questo dominio straniero continuava senza soste fin dal terzo decennio del secolo e aveva portato alle più crudeli misure di repres­sione, che provocavano la vendetta esasperata degli oppressi; il pu­gnale italiano era la conseguenza inevitabile del bastone austriaco.

Ma tutti gli attentati, le sommosse e le congiure non riuscivano a spun­tarla contro lo strapotere asburgico, e contro di esso erano fallite le sol­levazioni italiane anche negli anni della rivoluzione. La promessa che l'Italia si sarebbe fatta per proprio conto (l'Italia farà da sé), si era dimostrata un'illusione. L'Italia aveva bisogno dell'aiuto esterno per liberarsi dal dominio austriaco, e rivolse il suo sguardo alla nazione so­rella, la Francia. Lo spezzettamento dell'Italia come quello della Ger­mania costituiva certo un vecchio principio della politica francese, ma l'avventuriero che in quel tempo sedeva sul trono francese era un uomo che accettava di trattare. Il secondo Impero diventava una farsa, se si teneva nei confini che le potenze straniere avevano tracciato al territorio francese dopo la caduta del primo Impero. Aveva bisogno di conquiste che il falso Bonaparte non poteva fare sulla via del vero Bonaparte. Egli doveva contentarsi di scopiazzare il suo preteso zio col cosiddetto « prin­cipio di nazionalità» e di atteggiarsi a messia delle nazioni oppresse, col presupposto che i suoi buoni servigi sarebbero stati pagati con ricche mance in terre e genti.

La situazione in cui egli si trovava, nel suo insieme, non gli permetteva di lanciarsi troppo. Non poteva condurre una guerra europea, per non parlare poi di una guerra rivoluzionaria; tutt'al più poteva infierire, col superiore consenso dell'Europa, sul capro espiatorio di tutti, quale era stata la Russia al principio del sesto decennio del secolo, ed era, alla fine del decennio, l'Austria. La vergognosa amministrazione austriaca in Italia aveva finito per diventare lo scandalo d'Europa, e la casa di Asburgo si era inimicata a morte con gli antichi soci della Santa Al­leanza, con la Prussia a causa di Olmùtz, e con la Russia a causa della guerra di Crimea: specialmente dell'aiuto russo Bonaparte era sicuro, in caso di un attacco contro l'Austria.

Inoltre le condizioni interne della Francia premevano affinché fosse dato nuovo lustro al bonapartismo mediante un'azione esterna. La crisi commerciale del 1857 aveva paralizzato l'industria francese, e il male era diventato cronico in seguito alle manovre del governo per impedire lo scoppio acuto della crisi, così che il ristagno del commercio francese si trascinò per anni. In tal modo tanto la borghesia che il proletariato diventavano ugualmente ribelli, e anche i contadini, l'effettivo sostegno del colpo di Stato, cominciavano a mormorare; il tracollo dei prezzi dei cereali, dal 1857 al 1859, provocò le loro rimostranze perché l'agri­coltura francese sarebbe diventata impossibile per i bassi prezzi e gli alti oneri che su di essa gravavano.

In questa situazione Bonaparte fu attivamente corteggiato da Cavour, primo ministro del regno di Sardegna, che aveva ripreso le tradizioni di Carlo Alberto, ma sapeva rappresentarle con un'abilità incompara­bilmente maggiore. Tuttavia avendo a sua disposizione soltanto i mezzi impotenti della diplomazia, non andava avanti che lentamente, tanto più che il carattere di Bonaparte, indeciso nelle sue macchinazioni, rende­va difficile una rapida decisione. Per contro, il partito d'azione italiano seppe mettere rapidamente in moto questo liberatore di popoli. Il 14 gennaio 1858 a Parigi, l'Orsini e i suoi compagni di congiura lan­ciarono delle bombe a mano sulla carrozza imperiale, che fu crivellata da 76 schegge. I passeggeri, è vero, rimasero incolumi e l'uomo del di­cembre, com'è costume in gente di tal fatta, rispose al terrore mortale istituendo un regime di terrore. Ma in tal modo rivelò soltanto che il suo dominio, dopo sette anni, poggiava ancora su piedi d'argilla, e una lettera che l'Orsini gli indirizzò dal carcere gettò nuova angoscia nel suo animo abietto. Vi era detto: «Non dimenticate che la pace del­l'Europa e la Vostra sarà soltanto una chimera finché l'Italia non sarà indipendente ». Ancora più chiaro l'Orsini deve essere stato in una se­conda lettera. Nelle vicende della sua vita avventurosa Bonaparte era capitato una volta anche fra i congiurati italiani, e sapeva bene che con la loro vendetta non c'era da scherzare.

Perciò nell'estate del 1858 fece venire Cavour ai bagni di Plombières e concordò con lui la guerra contro l'Austria. La Sardegna avrebbe ot­tenuto la Lombardia e il Veneto e avrebbe arrotondato le sue frontiere fino a costituire un regno dell'alta Italia, in cambio avrebbe ceduto la Savoia e Nizza alla Francia. Era un mercanteggiamento diplomatico che in fondo aveva poco a che fare con la libertà e l'indipendenza del­l'Italia. Sull'Italia centrale e meridionale non ci fu alcun accordo, anche se entrambe le parti avevano i loro secondi fini. Bonaparte non poteva sacrificare le tradizioni della politica francese fino al punto di favorire un'Italia unita; egli desiderava — anche soltanto per conservare il do­minio papale — una confederazione delle dinastie italiane, che si sareb­bero paralizzate a vicenda e avrebbero assicurato la preponderanza fran­cese, e inoltre accarezzava anche il pensiero di creare nell'Italia centrale un regno per il cugino Girolamo. Cavour invece contava sul movimento nazionale, che gli avrebbe permesso di reprimere tutte le tendenze dina-stico-particolaristiche, appena l'alta Italia fosse stata unificata in un più grande Stato.

Il giorno di capodanno del 1859, parlando all'ambasciatore austriaco a Parigi, Bonaparte scoprì i suoi piani, e pochi giorni dopo il re di Sardegna dichiarò di non essere insensibile al grido di dolore dell'Italia. Le minacciose parole furono intese a Vienna e la guerra si appressò rapidamente; il governo austriaco fu abbastanza inabile da lasciarsi spin­gere a fare la parte dell'aggressore. Nello stato semifallimentare in cui era, si trovò, aggredito dalla Francia e minacciato dalla Russia, in una situazione difficile dalla quale la tiepida amicizia dei tories inglesi non poteva trarlo fuori. Esso cercò tuttavia di tirare dalla propria parte la Confederazione Germanica, che a norma di trattato non era obbligata a intervenire in difesa dei possessi extratedeschi di uno Stato confe­derato ma che doveva essere attratta con lo slogan politico-militare che affermava che il Reno doveva essere difeso sul Po, in altre parole che mantenere il. dominio austriaco in alta Italia era interesse nazionale vitale della Germania.

In Germania, dopo la crisi del 1857 e le sue conseguenze, era ugual­mente iniziato un movimento nazionale, che però si distingueva, e non in meglio, da quello italiano. Ad esso mancava il pungolo del dominio straniero, e la borghesia tedesca aveva addosso dal 1848 una disperata paura del proletariato, che pure, a quel tempo, era per essa ancora ben poco pericoloso. Ma dalla battaglia parigina di giugno essa aveva tratto degli insegnamenti. Se fino al 1848 essa aveva visto il suo ideale nell'evo­luzione della Francia, da allora giurava sull'Inghilterra, dove borghesia e proletariato sembravano andar d'accordo in sì piacevole armonia. Già il matrimonio del successore al trono prussiano con una principessa in­glese aveva suscitato il suo più vivo entusiasmo, e quando poi, nell'autun­no del 1858, il re malato di mente dovette cedere il potere al fratello, e questi, per motivi tutt'altro che liberali, nominò un governo moderata­mente liberale, esplose quel « bovino tripudio per l'incoronazione » da parte della borghesia, che Lassalle scherniva con la massima asprezza. Questa degna classe rinnegò i propri eroi del 1848, per non irritare il principe reggente, e non forzò la mano quando il nuovo ministero lasciò tutto come prima, ma anzi lanciò la famosa parola d'ordine : « so­prattutto non forzare la mano! », proprio per paura che lo sfavore del nuovo signore potesse far svanire come un gioco d'ombre sul muro la « nuova era », che esisteva soltanto per sua grazia.

Con l'addensarsi del temporale della guerra le onde cominciarono ora a battere più alte in Germania. Il modo come Cavour faceva l'unità italiana aveva molto di allettante per la borghesia tedesca, perché essa aveva destinato da tempo allo Stato prussiano quella parte che si era assunta la Sardegna. Ma l'attacco del nemico ereditario francese contro la prima potenza della Confederazione Germanica risvegliò apprensioni e ricordi che la resero di nuovo timorosa. Questo falso Bonaparte non riprendeva le tradizioni dell'autentico? Sarebbero ritornati i giorni di

Austerlitz e di Jena, si sarebbe di nuovo udito in Germania il sinistro rumore delle catene del dominio straniero? I pennivendoli austriaci non si stancavano di evocare questi spettri terrificanti e di tratteggiare la futura immagine paradisiaca di una «grande potenza centro-europea» che, sotto la preponderanza dell'Austria, avrebbe compreso la Confede­razione Germanica, l'Ungheria, i paesi danubiani slavo-romeni, l'Alsazia e la Lorena, l'Olanda e Dio sa che altro. Di fronte a questa propaganda anche il Bonaparte naturalmente sguinzagliò i suoi lacchè della penna, perché giurassero che all'animo sincero del loro padrone nulla era più estraneo che mirare alle sponde del Reno, e che con la guerra contro l'Austria egli perseguiva soltanto i più nobili scopi della civiltà.

In tale guazzabuglio di opinioni il borghesuccio ben pensante diffi­cilmente si raccapezzava, ma cominciò a poco a poco a dar ascolto più agli allettamenti asburgici che a quelli bonapartistici. Quelli lusingavano il suo patriottismo da osteria, mentre ci voleva una fede troppo robusta per credere alla vocazione civilizzatrice dell'uomo del dicembre. Tuttavia la situazione era così imbrogliata che dei politici veri, e per di più rivoluzionari, che si trovavano pienamente d'accordo su tutte le questioni fondamentali, non riuscirono a intendersi sulla politica pratica che, la Germania doveva seguire di fronte alla guerra italiana.