Intermezzi

Verso la fine dell'anno Vogt pubblicò uno scritto dal titolo Il mio pro­cesso contro la Allgemeine Zeitung. Esso conteneva il resoconto steno­grafico dei dibattiti avvenuti di fronte al tribunale distrettuale di Augusta e una raccolta delle dichiarazioni o di altri documenti che erano venuti alla luce durante il processo, l'uno e l'altra integralmente e fedelmente riportati.

Ma frammezzo vi erano riportati, con maggiore profusione di parti­colari, i vecchi pettegolezzi sulla Schwefelbande che Vogt aveva già pubblicato sullo Handelskurier di Biel. Marx, in particolare, era de­scritto come il capo di una banda di ricattatori che campava compro­mettendo delle «persone in patria», in modo che fossero costrette a pagare con denaro il silenzio della banda. «Non una — vi era detto testualmente — ma centinaia di lettere quest'uomo ha mandato in Ger­mania, contenenti l'aperta minaccia che si sarebbe denunciata la parte­cipazione al tale o al tal altro atto della rivoluzione se entro una data scadenza non fosse pervenuta una certa somma a un determinato indi­rizzo». Era questa la più perfida calunnia, senza essere affatto l'unica, che Vogt scagliava contro Marx. Ma per quanto fosse tutta una menzogna da cima a fondo, l'esposizione era così frammista di dati di ogni genere, per metà veri, presi dalla storia dell'emigrazione, che per non restare sconcertati a prima vista occorreva una precisa conoscenza di tutti i particolari, di cui il filisteo tedesco era l'ultimo a essere al corrente.

Lo scritto quindi fece un notevole chiasso e fu salutato in Germania con gran giubilo, specialmente dalla stampa liberale. La Nationalzeitung ci ricavò due lunghi articoli di fondo che, quando arrivarono a Londra, misero grande agitazione anche in casa Marx, e fecero una profonda impressione specialmente a sua moglie. Poiché a Londra l'opuscolo non si trovava, Marx si affrettò a chiedere a Freiligrath se ne avesse ricevuto una copia dal suo « amico » Vogt. Freiligrath rispose risentito che Vogt non era suo « amico », e che non possedeva una copia dell'opuscolo.

Fin da principio Marx si rese conto della necessità di una risposta, per quanto di solito fosse poco incline a rispondere agli insulti, anche se accumulati in misura così eccessiva; egli riteneva infatti che la stampa avesse il diritto di offendere scrittori, politicanti, istrioni e altri perso­naggi della vita pubblica. Ancor prima che l'opuscolo di Vogt arrivasse a Londra, Marx decise di procedere per vie legali contro la National­zeitung. Essa lo accusava di tutta una serie di azioni criminali e infa­manti, e proprio davanti a un pubblico che, già incline per pregiudizi di partito a prestar fede alle peggiori mostruosità, mancava, in seguito agli undici anni di assenza dalla Germania, di ogni sia pur minimo fonda­mento per giudicare della sua persona. Non solo in base a considerazioni politiche, ma anche per la moglie e i figli egli doveva sottoporre a un giu­dizio legale le accuse diffamatorie della Nationalzeitung, riservandosi di pubblicare una risposta a Vogt.

Prima di tutto Marx fece i conti con Blind, sempre supponendo che Blind avesse in mano delle prove contro Vogt, e che non volesse tirarle fuori soltanto per un riguardo dovuto a ragioni di affinità spiri­tuale, quel riguardo che in fin dei conti un democratico volgare doveva a un altro democratico volgare. A quanto sembra, in questo Marx si sba­gliava, ed era nel giusto Engels, il quale supponeva che Blind si fosse inventato di sana pianta, tanto per darsi stupidamente dell'importanza, i particolari sui tentativi di corruzione di Vogt, e che si fosse messo a negare non appena la faccenda era diventata scottante, impelagandosi sempre di più. Il 4 febbraio Marx emanò una circolare in inglese, indi­rizzata al direttore della Free Press, nella quale definiva pubblicamente un'infame menzogna la dichiarazione di Blind, Wiehe e Hollinger, se­condo cui l'opuscolo anonimo non sarebbe stato stampato nel locale di Hollinger, e definiva pure infame mentitore il suddetto Blind il quale, se si fosse sentito toccato da queste accuse, avrebbe potuto andare a farsi rendere giustizia da un tribunale inglese. Blind, giudiziosamente, se ne guardò bene, e tentò di cavarsi d'impiccio pubblicando un lungo avviso sulla Allgemeine Zeitung, in cui sì esprimeva con durezza contro Vogt e fra le righe lo accusava di venalità, continuando però a negare come prima di essere l'autore dell'opuscolo.

Ciò non bastò affatto a Marx per ritenersi soddisfatto. Egli riuscì a condurre il compositore Wiehe davanti al tribunale di polizia e a indurlo a rilasciargli un affidavit (dichiarazione in luogo di giuramento che, se falsa, comportava tutte le conseguenze legali del falso giura­mento), nel quale Wiehe finalmente attestava di avere ricomposto lui stesso l'impaginazione dell'opuscolo, per la ristampa nel Volk, nella ti­pografia di Hollinger, e di aver visto sulle bozze di stampa diversi er­rori corretti dalla mano di Blind, e dichiarava che la sua precedente op­posta testimonianza gli era stata estorta da Hollinger e da Blind, da Hollinger con una promessa di denaro, da Blind con l'assicurazione della sua futura gratitudine. Così Blind cadeva sotto la giurisdizione in­glese, e Ernst Jones si dichiarò pronto ad ottenere un mandato d'arresto per Blind, in base all'affidavit di Wiehe, ma avvertì anche che una volta notificata la causa, in quanto azione penale, non si poteva più recedere e che lui stesso, come avvocato, si sarebbe reso punibile se avesse voluto tentare qualche accomodamento.

Per riguardo alla famiglia di Blind, Marx non volle che le cose an­dassero tanto in là. Mandò l'affidavit di Wiehe a Louis Blanc, che di Blind era amico, con una lettera nella quale diceva che sarebbe stato spiacente se fosse stato costretto a intentare un'azione penale contro Blind, non tanto per lui, che se lo sarebbe ampiamente meritato, ma per la sua famiglia. La cosa fece effetto. Il 15 febbraio 1860 sul Daily Telegraph, che pure aveva ripetuto le diffamazioni della Nationalzeitung, ap­parve una nota di un certo Schaible, intimo di Blind, che si diceva autore dell'opuscolo. A questo punto Marx lasciò correre, tante la manovra era trasparente; adesso egli era libero da ogni responsabilità per il contenuto dell'opuscolo.

Prima di procedere contro lo stesso Vogt, cercò di riconciliarsi con Freiligrath, cui aveva mandato, senza ottenere risposta, tanto la circolare contro Blind quanto l’affidavit di Wiehe. Si rivolse a lui per l'ultima volta onde fargli presente l'importanza che il caso Vogt aveva assunto per rendere ragione al partito davanti alla storia e chiarire la sua po­sizione futura in Germania. Cercò di ribattere alle rimostranze che Freiligrath poteva muovergli; « se in qualche modo ho mancato verso di te, sono pronto in qualsiasi momento a riconoscere i miei errori. Nulla di ciò che è proprio dell'umanità ritengo a me estraneo ». Di­ceva di capire bene che per Freiligrath la faccenda, così come stava al­lora, non poteva essere che ingrata, ma che Freiligrath avrebbe ben visto che era impossibile lasciarlo del tutto fuori causa. « Se noi due abbiamo coscienza di aver fatto sventolare per anni, alta sopra la testa dei filistei, la bandiera della classe la plus laborieuse et la plus misérable, ciascuno a suo modo, trascurando ogni interesse privato e per i motivi più puri, qua­lora noi dovessimo guastarci a causa di inezie — tutte riducibili a ma­lintesi — io riterrei ciò un peccato di grettezza verso la storia ». La lettera terminava con una assicurazione di sincera amicizia.

Freiligrath accettò l'offerta di pacificazione, ma non con la stessa cor­dialità con cui il « senza cuore » Marx si era rivolto a lui. Disse che intendeva restar fedele alla classe la plus laborieuse et la plus misérable, come sempre aveva fatto, e così pure comportarsi nei suoi rapporti per­sonali con Marx, come amico e compagno di idee. Ma aggiungeva: « Durante questi sette anni (trascorsi dalla fine della Lega dei Comunisti) io sono stato lontano dal partito, non ho frequentato le sue riunioni, sono rimasto all'oscuro delle sue risoluzioni e delle sue discussioni. Di fatto le mie relazioni col partito erano cessate da lungo tempo, su ciò non ci siamo mai ingannati a vicenda, c'era fra noi una specie di tacito accordo. E posso dire soltanto che me ne sono trovato bene. Alla mia natura, alla natura di ogni poeta, la libertà è necessaria. Anche il partito è una gabbia, e si canta meglio fuori che dentro, anche per il partito. Io sono stato poeta del proletariato e della rivoluzione, prima di essere membro della Lega e membro della direzione della Neue Rheinische Zeitung. Perciò anche in avvenire voglio essere indipendente, voglio appartenere solo a me stesso e voglio disporre da me di me stesso ». Questa lettera esprimeva vivacemente l'antica avversione di Freiligrath contro le me­schinità dell'agitazione politica, che ora gli faceva anche credere cose che non erano mai state : le riunioni che pretendeva di non aver frequentato, le risoluzioni e i discorsi dei quali diceva di essere rimasto all'oscuro non erano mai esistiti.

A questo accennò Marx nella sua risposta, e dopo aver dissipato tutti i possibili malintesi, scrisse, prendendo lo spunto da un'espressione fa­vorita di Freiligrath : « Nonostante tutto e poi tutto, per noi " il filisteo addosso a me " sarà sempre una divisa migliore che " sotto al filisteo ". Io ho detto chiaro il mio parere, che tu, speriamo sostanzialmente con­dividerai. Ho poi cercato di eliminare il malinteso, secondo cui io inten­derei per partito un'associazione defunta da otto anni o una direzione di giornale sciolta da dodici anni. Per partito io intendo il partito nel suo grande senso storico ». Quelle parole erano tanto appropriate quanto concilianti, perché nel grande senso storico i due uomini (nonostante tutto e poi tutto) sono uniti l'uno all'altro. Quelle parole facevano tanto più onore a Marx in quanto, dopo gli attacchi puerili che Vogt aveva diretto contro di lui, poteva ben pretendere che ormai Freiligrath dis­sipasse pubblicamente ogni parvenza di familiarità con Vogt. Invece Freiligrath si limitò a ristabilire i rapporti di amicizia con Marx; quanto al resto si ostinò nella sua riservatezza che potè mantenere facilmente proprio grazie a Marx, che da allora in poi evitò di tirare in causa il nome di Freiligrath.

Diverso esito ebbe uno scambio d'idee che Marx ebbe con Lassalle a proposito del caso Vogt. Marx aveva scritto per l'ultima volta a Lassalle nel novembre dell'anno precedente, in seguito alla loro controversia sulla questione italiana; gli aveva scritto, come lui stesso diceva, in maniera « villanissima », tanto che pensava che il silenzio di Lassalle, dopo questa lettera, fosse dovuto alla sua suscettibilità irritata. Dcpo gli attacchi della Nationalzeitung, Marx naturalmente desiderava avere un collega­mento con Berlino, e pregò Engels di rimettere a posto le cose con Lassalle, il quale in fin dei conti, a paragone di altri, era pur sempre un « cavallo-vapore ». Il che si riferiva al fatto che un certo Fische!, asses­sore prussiano, si era presentato a Marx come urquhanista mettendosi a sua disposizione per quanto riguardava la stampa tedesca. Lassalle, al quale Fischel aveva portato i saluti di Marx, non voleva aver nulla a che fare con « quel soggetto incapace e ignorante », e disse che quest'uomo (che poco dopo morì in un incidente), comunque si fosse comportato a Londra, in Germania apparteneva in ogni modo alla guardia del corpo letteraria del duca di Coburgo, che a buon diritto godeva di una pessima fama. Ma prima che Engels potesse fare la sua commissione presso di lui, Lassalle scrisse a Marx, giustificando con la mancanza di tempo il suo lungo silenzio, e chiedendo vivacemente che nella «questione estre­mamente spiacevole » di Vogt si facesse qualche cosa, perché essa faceva grande effetto sull'opinione pubblica; diceva che le storie di Vogt non potevano nuocere alla considerazione che di Marx avevano quelli che lo conoscevano, ma che avrebbero avuto cattivo effetto plesso coloro che non lo conoscevano, perché erano corredate abbastanza ingegnosamente di fatti per metà reali, tanto da far apparire tutto come pura verità a un occhio non abbastanza acuto. In particolare Lassalle sottolineava due punti. In primo luogo diceva che anche Marx non era esente da colpa, perché aveva preso per buone fino all'ultima parola le gravissime accuse contro Vogt, espresse da un così miserabile mentitore, quale Blind alme­no in seguito si era dimostrato; e che se Marx non aveva nessun'altra prova, doveva cominciare la sua difesa col ritirare l'accusa di corruzione contro Vogt. Lassalle ammetteva che ci voleva un forte dominio di se stesso, per render giustizia a uno dal quale si è attaccati senza ritegno e a torto, ma diceva che Marx doveva dare questa prova di buona fede, se non voleva rendere inefficace fin da principio la sua difesa. In secondo luogo Lassalle si diceva quanto mai urtato dal fatto che Liebknecht lavo­rasse per un giornale reazionario come la Allgemeine Zeitung; ciò avrebbe sollevato nel pubblico una tempesta di stupore e di sdegno contro il partito.

Quando ricevette questa lettera, Marx non aveva ancora avuto lo scritto di Vogt e quindi non poteva ancora valutare la questione nei ter­mini giusti. Ma era comprensibile che non gli andasse molto a genio la pretesa di cominciare con una riparazione d'onore a favore di Vogt, per i cui intrighi bonapartistici aveva altre prove, oltre i pettegolezzi di Blind. E non poteva neppure concordare col duro giudizio sulla colla­borazione di Liebknecht alla Allgemeine Zeitung. Non aveva nessuna simpatia per questo giornale, contro il quale aveva sostenuto una violenta lotta al tempo delle due Gazzette renane, tuttavia il giornale di Augusta, che nel resto era controrivoluzionario, nel campo della politica estera almeno ammetteva i più diversi punti di vista. Sotto questo rap­porto aveva occupato una posizione eccezionale nella stampa te­desca.

Dunque Marx rispose seccamente che a parer suo la Allgemeine Zei­tung era altrettanto buona quanto la Volkszeitung; che avrebbe querelato la Nationalzeitung e avrebbe scritto contro Vogt, e che nella prefazione avrebbe dichiarato che non gliene importava un'acca del giudizio del popolo tedesco. Anche questa volta Lassalle dette troppo peso a queste parole irose: protestò perché un giornale democratico volgare come la Volkszeitung veniva messo sullo stesso piano del « più screditato e scandaloso giornale della Germania». Ma soprattutto ammoniva a non procedere legalmente contro la Nationalzeitung, almeno fin tanto che non fosse pronto lo scritto di confutazione contro Vogt, e infine diceva di sperare che Marx non si sentisse in alcun modo offeso dalla sua let­tera, ma che riportasse soltanto l'impressione di una «leale, cordiale ami­cizia ».

In questo Lassalle si sbagliava. Marx scrisse di questa lettera a Engels, usando le più forti espressioni, e tirò fuori contro Lassalle anche le « accuse ufficiali » che a suo tempo Lewy aveva portato a Londra. A dire il vero, lo fece in forma tale da voler dimostrare di non aver sospettato preventivamente. Marx voleva far credere di non essersi lasciato confon­dere da quelle « accuse ufficiali » e simili dicerie sul conto di Lassalle. Ma data l'entità delle denunce Lassalle non poteva scorgere nessun particolare merito in chi si limitava a ignorarle, e si vendicò in maniera degna di lui, tracciando un quadro tanto bello quanto convincente dell'abnegazione e della lealtà da lui mostrata verso i lavoratori renani nei giorni della reazione più selvaggia.

Lassalle era stato trattato da Marx non nello stesso modo che Frei­ligrath, ma agì anche non nello stesso modo che Freiligrath: consigliò secondo la sua scienza e coscienza migliore, ma se il suo consiglio fu disprezzato, non per questo egli rifiutò il suo aiuto.