Il contrasto con Lassalle

D'accordo con Marx, Engels entrò per prima cosa in campo col suo opuscolo Po e Reno per il quale Lassalle gli procurò un editore in Franz Duncker. Lo scritto si prefiggeva di liquidare la parola d'ordine asbur­gica, secondo cui il Reno doveva essere difeso sul Po. Engels dimostrava che la Germania non aveva bisogno, per la sua difesa, di nessun pezzo d'Italia, e che la Francia, se dovevano valere motivi puramente militari, aveva indubbiamente diritti ben più forti sul Reno che non la Germania sul Po. Ma se dichiarava che il dominio austriaco in Italia non era mili­tarmente necessario per la Germania, politicamente lo riprovava come oltremodo dannoso per la Germania, perché l'inaudito maltrattamento dei patrioti italiani da parte del bastone austriaco le tirava addosso l'odio e l'ostilità fanatica di tutta l'Italia. Però, così affermava Engels, la que­stione del possesso della Lombardia è una questione fra l'Italia e la Germania, non fra Luigi Napoleone e l'Austria. Di fronte a un terzo, come Bonaparte, che si immischiava per interessi suoi propri, e d'altro canto antitedeschi, si trattava semplicemente di conservare una provincia che si cede soltanto se costretti, una posizione militare che si sgombra soltanto se non si può più tenere. Di fronte alle minacce bonapartiste dunque l'ap­pello asburgico era pienamente giustificato. Se il Po era il pretesto per Luigi Napoleone, il Reno sarebbe stato in ogni caso il suo obiettivo finale. Soltanto la conquista del confine del Reno poteva assicurare un dominio durevole al colpo di Stato in Francia. Era il caso dell'antico proverbio : ba­stonare il sacco e pensare all'asino. Se l'Italia si trovava a fare la parte del sacco la Germania invece questa volta non aveva affatto voglia di servire da asino. Se si trattava, in ultima analisi, del possesso della sponda sinistra del Reno, la Germania non poteva in nessun modo pensare a cedere senza colpo ferire una delle sue più forti posizioni, anzi addirittura la più forte. Alla vigilia della guerra, proprio come in guerra, si occupa ogni posizione utile dalla quale si possa minacciare il nemico e recargli danno, senza fare riflessioni morali e pensare se ciò si accordi con l'eterna giustizia e col principio di nazionalità. Si difende appunto la propria pelle.

Marx era pienamente d'accordo con queste dichiarazioni. Quando ebbe letto il manoscritto dell'opuscolo scrisse all'autore : «Exceedingly clever[1]; anche la parte politica trattata in modo stupendo, cosa che era maledettamente difficile. L'opuscolo avrà un gran successo[2]». Invece Las­salle dichiarò che non comprendeva affatto questa concezione. Subito dopo egli pubblicò, ancora presso l'editore Franz Duncker, un opu­scolo dal titolo La guerra italiana e il compito della Prussia, che pren­deva le mosse da presupposti del tutto diversi e quindi giungeva a ri­sultati del tutto diversi, e però fu considerato da Marx come un «enormous blunder[3]».

Nel movimento nazionale tedesco, che sorgeva sotto i segni della minaccia di guerra, Lassalle vedeva solo una « assoluta francofobia, odio antifrancese (Napoleone solo pretesto, lo sviluppo rivoluzionario della Francia il reale segreto motivo) » ; una guerra popolare tedesco-francese, nella quale i due grandi popoli civili del continente si dilaniassero a cagione di illusioni nazionali, una guerra popolare contro la Francia che non avesse la sjua ragione in alcuna vitale questione nazionale e che succhiasse invece il suo nutrimento spirituale da un sentimento nazio­nale morbosamente sovreccitato, da un aberrante patriottismo e da puerile francofobia, era agli occhi di Lassalle il pericolo più spaventoso per la civiltà europea, per tutti gli interessi tanto nazionali che rivoluzionari, la vittoria di gran lunga più mostruosa e incalcolabile che il principio reazionario avesse riportato dal marzo 1848. Lassalle riteneva compito essenziale della democrazia l'opporsi a una tal guerra con tutte le forze.

Egli spiegava estesamente che la guerra italiana non costituiva una seria minaccia per la Germania. La nazione tedesca, egli affermava, aveva il più stretto interesse al buon esito del movimento per l'unità italiana, e una buona causa non diventava cattiva per il fatto che un cattivo uomo la prendeva in mano. Se Bonaparte voleva carpire qualche soldo di popo­larità per mezzo della guerra italiana, gli si doveva rifiutare questo favore, e così la sua azione sarebbe diventata inutile per quegli scopi personali che l'avevano spinto a intraprenderla. Ma come si poteva allora com­battere contro quel che finora si era voluto e desiderato? Da una parte si aveva un uomo cattivo con una buona causa. Dall'altra parte una cattiva causa e... «Già, e l'uomo?». Lassalle ricordava l'uccisione di Blum, Olmiitz, lo Holstein, Bronzell, tutti i delitti commessi contro la Germania non dal dispotismo bonapartista, ma dall'asburgico. Il popolo tedesco aveva tanto poco interesse ad impedire un indebolimento della Austria che, anzi, il completo smembramento dell'Austria era la prima condizione preliminare per l'unità tedesca. Il giorno che l'Italia e Unghe­ria fossero diventate indipendenti, i dodici milioni di tedeschi-austriaci sarebbero stati restituiti al popolo tedesco, e solo allora essi si sarebbero potuti sentire tedeschi, solo allora sarebbe stata possibile una Germania unita.

Dall'insieme della situazione storica in cui Bonaparte si trovava Lassalle deduceva che quest'uomo di capacità limitate, così generalmente sopravvalutato in Europa, non poteva affatto pensare a conquiste, nep­pure in Italia, e meno che mai in Germania. Ma se effettivamente egli si ingolfava in piani fantastici di conquista, perché mai i tedeschi avrebbero dovuto spaventarsi così indegnamente? Lassalle scherniva i prodi patrioti che scorgevano nei giorni di Jena la misura normale della forza nazionale e diventavano temerari soltanto per paura, e che per timore di un attacco estremamente improbabile della Francia spingevano all'attacco contro la Francia. Era chiaro che la Germania nel difendersi da un attacco francese avrebbe potuto spiegare e avrebbe spiegato ben altre forze che in una guerra d'invasione, la quale avrebbe per giunta necessariamente fatto schierare la nazione francese attorno a Bonaparte e avrebbe soltanto consolidato il suo trono.

La guerra contro la Francia era richiesta da Lassalle per il caso che Bonaparte volesse tenere per sé la preda strappata agli austriaci o anche soltanto erigere un trono per il suo cugino nell'Italia centrale. Ma se niente di tutto ciò fosse accaduto e tuttavia il governo prussiano avesse voluto provocare una guerra contro la Francia, e aizzare l'uno contro l'altro i due popoli, allora la democrazia doveva opporvisi. Ma anche la semplice neutralità non bastava. Il compito storico che la Prussia doveva assolvere nell'interesse della nazione tedesca consisteva piuttosto nel mandare il suo esercito contro la Danimarca con questo proclama: «Se Napoleone modifica nel Sud la carta europea secondo il principio delle nazionalità, noi facciamo lo stesso nel Nord, se Napoleone libera l'Italia, noi prendiamo lo Schieswig-Holstein». Se la Prussia continuava a indugiare e a stare inerte, concludeva Lassalle, sarebbe stato più che dimostrato che la monarchia in Germania .non era più capace di una azione nazionale.

Per questo programma Lassalle è stato celebrato quasi come profeta nazionale, che avrebbe predetto quella che poi fu la politica di Bismarck. Però la guerra dinastica di conquista per lo Schieswig-Holstein che Bismarck condusse nel 1864 non aveva nulla a che fare con la guerra popolare rivoluzionaria per Io Schieswig-Holstein che Lassalle voleva nel 1859, o al massimo le somigliava come un cammello somiglia al cavallo. Lassalle sapeva benissimo che il principe reggente non avrebbe adempiuto il compito che lui gli assegnava, ma tuttavia era suo buon diritto fare una proposta che corrispondeva agli interessi nazionali, anche se questa proposta si tramutava subito in un rimprovero contro il governo; era suo buon diritto richiamare da una falsa strada le masse irrequiete, mostrando loro la strada giusta.

Ma Lassalle, oltre a ciò che diceva nel suo scritto, aveva i suoi « argomenti sotterranei », che esponeva nelle sue lettere a Marx ed Engels. Egli sapeva che il principe reggente era già sul punto di intervenire nella guerra italiana in favore dell'Austria, e non aveva neppure niente da obiettare, dato che supponeva che la guerra sarebbe stata mal condotta, così che dalle sue inevitabili alterne vicende si sarebbero tratti dei profitti rivoluzionari. Ma questa possibilità si sarebbe data soltanto se la guerra del principe reggente fosse apparsa fin da principio al movimento nazionale come una guerra dinastica di gabinetto, niente affatto imposta da interessi nazionali. Secondo la concezione di Lassalle una guerra impopolare contro la Francia era una « immensa fortuna » per la rivo­nazione, mentre da una guerra popolare condotta sotto la guida della dinastia egli prevedeva tutte le conseguenze controrivoluzionarie che spiegava così eloquemente nel suo scritto.

Ma per questo doveva riuscirgli più o meno incomprensibile la tattica che Engels nel suo scritto aveva raccomandato. Quanto luminosa era la prova che la Germania per la sua potenza militare non aveva bisogno del Po, tanto contestabile appariva l'argomentazione conclusiva secondo cui in caso di guerra si sarebbe dovuto, innanzi tutto, tenere il Po, e dunque la nazione tedesca sarebbe stata impegnata ad appoggiare l'Au­stria contro l'attacco francese. Perché era evidente che, in caso di successo, la difesa dell'Austria contro l'attacco francese poteva avere solo conse­guenze controrivoluzionarie. Se l'Austria vinceva, fondandosi sul suo possesso in alta Italia e appoggiata dalla Confederazione Germanica, nessuno poteva impedirle di mantenere anche in seguito il suo dominio sull'alta Italia, che pure Engels condannava così aspramente; così l'ege­monia asburgica sulla Germania sarebbe stata consolidata e la misera amministrazione della Dieta confederale avrebbe ripreso energia, e anche se l'Austria avesse rovesciato l'usurpatore francese, al suo posto avrebbe messo il vecchio regime borbonico: e allora non si sarebbe servito né l'interesse tedesco, né quello francese, e meno che mai l'interesse della rivoluzione.

Per comprendere giustamente il punto di vista sostenuto da Engels e Marx si deve tener presente che anch'essi avevano i loro «argomenti sotterranei», non meno di Lassalle, e entrambi per la stessa ragione, espressa da Engels in una lettera a Marx : «Intervenire direttamente in Germania, con la politica e la polemica, nello spirito del nostro partito, è assolutamente impossibile ». Però gli « argomenti sotterranei » degli amici londinesi non sono del tutto manifesti perché sono conservate le lettere di Lassalle a loro ma non le loro lettere a lui. Tuttavia possiamo riconoscerli, se si getta uno sguardo generale alla loro attività pubbli­cistica di quel tempo. Nel secondo opuscolo: Savoia, Nizza e il Reno pubblicato un anno più tardi, Engels manifestava chiaramente in oppo­sizione all'annessione bonapartista della Savoia e di Nizza, i presupposti dai quali era partito nel primo opuscolo. Erano essenzialmente due, o in sostanza tre.

In primo luogo, Marx ed Engels credevano che il movimento nazio­nale in Germania fosse di buonissima lega; che fosse sorto «spontaneo, istintivo, immediato» e che potesse trascinare con sé i governi riluttanti. Pensavano che prima di tutto il dominio dell'Austria in Italia e il movi­mento italiano d'indipendenza gli erano indifferenti; l'istinto popolare aveva richiesto la lotta contro Luigi Napoleone, contro le tradizioni del primo Impero francese, e aveva avuto ragione.

In secondo luogo, però, Marx ed Engels supponevano che la Germa­nia fosse seriamente minacciata dall'alleanza franco-russa. Nella New York Tribune Marx spiegava che le condizioni finanziarie e di politica interna del secondo Impero erano arrivate a un punto critico, al punto che soltanto una guerra esterna poteva prolungare il dominio del colpo di Stato in Francia e quindi la controrivoluzione in Europa. Egli temeva che la liberazione bonapartista dell'Italia fosse solo un pretesto per tenere soggiogata la Francia, per sottomettere l'Italia al colpo di Stato, per spostare i « confini naturali » della Francia verso la Germania, per trasformare l'Austria in uno strumento russò, e per cacciare a forza i popoli in una guerra fra la controrivoluzione legittima e l'illegittima. Ma nell'intervento della Confederazione Germanica in favore dell'Austria Engels vedeva, come spiegava nel suo secondo opuscolo, il momento decisivo, nel quale la Russia sarebbe apparsa sul campo di battaglia, per conquistare alla Francia la sponda sinistra del Reno e per ottenere essa stessa mano libera in Turchia.

Infine Marx ed Engels supponevano che i governi tedeschi e special­mente la « saccenteria berlinese», che aveva salutato con giubilo la pace di Basilea, con la quale era stata ceduta alla Francia la sponda sinistra del Reno, e che aveva goduto in segreto quando l'Austria era stata scon­fitta a Ulma e Austerlitz, avrebbero piantato in asso l'Austria. Secondo la loro opinione i governi tedeschi dovevano essere spinti avanti dal movimento nazionale, e quel che poi essi aspettavano era detto da Engels in una lettera a Lassalle, con una frase che questi ripeteva letteralmente nella sua risposta : « Viva la guerra, se francesi e russi ci attaccheranno contemporaneamente, se noi staremo per affogare : allora in questa situa­zione disperatissima tutti i partiti, da quello che domina ora fino a Zitz e Blum, si logoreranno inevitabilmente e la nazione, per salvarsi, dovrà finalmente rivolgersi al partito più energico ». Al che Lassalle notava che era molto giusto, e che lui a Berlino si ammazzava per dimostrare che il governo prussiano, se faceva la guerra, faceva il gioco della rivolu­zione, a patto però che la guerra del governo fosse esecrata dal popolo come guerra controrivoluzionaria della Santa Alleanza. Ma in ogni caso, se avveniva quello che Engels pensava, esistenza della Confederazione Germanica, il dominio austriaco in alta Italia e il colpo di Stato francese sarebbero stati ugualmente spacciati, e solo sotto questo rapporto la tattica da lui proposta diviene pienamente comprensibile.

Da tutto ciò risulta che non esisteva alcuna fondamentale divergenza di opinione fra le parti in contrasto, ma soltanto «giudizi opposti su presupposti di fatto », come diceva Marx un anno dopo. Essi non si differenziavano affatto nei loro princìpi, tanto nazionali che rivoluzionari. Per loro tutti l'obiettivo supremo era l'emancipazione del proletariato, e un presupposto indispensabile per arrivarci era la formazione di grandi Stati nazionali. Come tedeschi, avevano soprattutto a cuore l'unità tedesca, e il suo presupposto indispensabile era l'eliminazione della mol­teplicità dei domìni dinastici. Perciò, appunto per i loro princìpi nazio­nali, essi non avevano proprio nessuna tenerezza per i governi tedeschi, e desideravano la loro sconfitta; la brillante idea, secondo cui, nel caso di una guerra divampata fra i governi, la classe operaia dovesse rinunciare a ogni politica propria e affidare ciecamente il suo destino alle classi dominanti, non è mai neppur lontanamente balenata nelle loro menti. I loro princìpi nazionali erano troppo schietti perché essi potessero essere sedotti da slogan dinastici.

La situazione diventò difficile soltanto perché l'eredità degli anni rivoluzionari cominciò a essere liquidata attraverso rivolgimenti dinastici. Trovare la giusta separazione in questa mescolanza di interessi rivoluzio­nari e reazionari non era una questione di princìpi, ma una questione di fatti. Una applicazione pratica non si è avuta né per luna né per l'altra soluzione, ma proprio il corso degli avvenimenti che ha impedito questa applicazione ha mostrato abbastanza chiaramente che in sostanza Lassalle aveva giudicato più giustamente di Engels e di Marx i « presup­posti di fatto ». Essi però ora scontavano l'aver perduto di vista, in certo modo, le condizioni tedesche, e l'avere in un certo modo sopravvalutato, se non la bramosia di conquista, almeno le possibilità di conquista dello zarismo. Lassalle poteva esagerare, quando riconduceva senz'altro il movimento nazionale all'odio an ti francese dei tempi andati, ma che esso fosse tutt’altro che rivoluzionario si vide dalla creatura che alla fine partorì: l'aborto dell'Unione nazionale tedesca.

Lassalle avrà anche sottovalutato il pericolo russo; nel suo scritto ne trattava solo in via del tutto secondaria. Però, che esso era ancora ben lontano lo si vide quando il principe reggente di Prussia, proprio come Lassalle aveva predetto, mobilitò l'esercito prussiano e propose alla Con­federazione Germanica di mobilitare i reparti dei medi e piccoli Stati. Questa dimostrazione militare bastò per portare a più miti consigli tanto l'uomo del dicembre quanto lo zar. In seguito alle vivaci sollecitazioni di un aiutante generale russo, che subito comparve al quartier generale francese, Bonaparte offrì la pace al vinto imperatore d'Austria, rinun­ciando anche per metà al suo programma ufficiale; egli si contentò della Lombardia, e il Veneto rimase sotto lo scettro asburgico. Egli non poteva condurre con le proprie forze una guerra europea, e la Russia era paraliz­zata dal fermento in Polonia, dalle difficoltà create dall'emancipazione dei servi della gleba e dai contraccolpi, non ancora superati, della guerra di Crimea.

Con la pace di Villafranca il contrasto sulla tattica rivoluzionaria di fronte alla guerra italiana era terminato, però Lassalle nelle sue lettere a Marx ed Engels vi tornava sopra ripetutamente, insistendo sempre sul fatto che il suo parere era stato giusto ed era stato confermato dallo effettivo corso delle cose. Poiché le risposte mancano, e Marx ed Engels non hanno reso noti i loro pareri, in un manifesto pubblico, come aveva­no progettato, manca la possibilità di contrapporre e valutare le opposte ragioni. Lassalle poteva a buon diritto appellarsi ai corso effettivo del movimento italiano per l'unità, al fatto che le dinastie dell'Italia centrale erano state liquidate con la sollevazione dei loro maltrattati « sudditi », che la Sicilia e Napoli le avevano conquistate i volontari di Garibaldi, e che tutto ciò aveva cancellato, come un grosso tratto di penna, i piani bonapartisti, anche se in ultima analisi finì che ad approfittarne fu la dinastia dei Savoia.

Purtroppo la contesa con Lassalle fu in qualche misura inasprita dall'invincibile diffidenza che Marx provava contro di lui. Non già che Marx non avesse desiderato di guadagnarsi « l'uomo tutto intero »! Lo chiamava un « tipo energico », incapace di trafficare col partito della borghesia; riteneva anche che l'Eraclito di Lassalle, benché scritto in modo grossolano, fosse quanto di meglio i democratici potessero van­tare. Ma quanto Lassalle era aperto ed espansivo nei suoi riguardi, altrettanto Marx era convinto invece di dover sempre agire con diplo­mazia, di dover usare una « scaltra tattica » per tenere all'ordine Lassalle, e il primo incidente capitato bastò per risvegliare nuovamente i suoi sospetti.

Quando Friedlànder per mezzo di Lassalle fece ripetere a Marx l'of­ferta di scrivere per la Wiener Presse, e questa volta senza alcuna condi­zione, ma poi lasciò cadere la cosa, Marx suppose che Lassalle gli avesse mandato a monte questa possibilità, e quando la stampa della sua Econo­mia politica si trascinò dal principio di febbraio alla fine di maggio, egli vide in ciò un «colpo» che non avrebbe dimenticato da parte di Lassalle. In realtà il ritardo era dovuto alla lentezza dell'editore, che però poteva scusarsi col dire che aveva dovuto accordare la precedenza agli opuscoli di Engels e Lassalle, essendo la loro efficacia calcolata per quel momento.

 

[1] Straordinariamente in gamba.

[2] Carteggio Marx-Engels, vol. III cit., p. 278 sg

[3] Enorme errore.