«Herr Vogt»

L'ammonimento di Lassalle, di non ricorrere al tribunale prussiano, si dimostrò subito giusto. Per mezzo di Fischel, Marx aveva incaricato il consigliere di giustizia Weber di presentare al tribunale di Berlino la sua querela contro la Nationalzeitung, ma non arrivò neppure ad otte­nere quanto Vogt aveva ottenuto dal tribunale distrettuale di Augusta, cioè che la sua querela fosse discussa.

Il tribunale dichiarò che la querela era da respingere per « insussi­stenza del fatto», poiché le osservazioni ingiuriose non erano state fatte dalla stessa Nationalzeitung, ma consistevano « esclusivamente in citazioni prese da altre persone ». La corte d'appello ripudiò questa bassa idiozia, ma solo per superarla con un'idiozia maggiore, affermando che per Marx non era affatto un oltraggio l'essere descritto come il capo « dominatore e regolatore » di una banda di ricattatori e falsari. La corte suprema non riuscì a trovare alcun « errore giudiziario » in questa splen­dida interpetrazione dei fatti, e così Marx con la sua querela fece fiasco in tutte le istanze.

Gli restava ancora la confutazione scritta contro Vogt, che lo tenne occupato quasi tutto l'anno. Per controbattere tutte le malignità e le balordaggini accumulate da Vogt, fu necessaria una vasta attività episto­lare che si estese su tre continenti; solo il 17 novembre 1860 Marx potè condurre a termine il libro, che intitolò semplicemente Herr Vogt. è l'unico fra i suoi scritti usciti in volume che finora non sia stato più ristampato e non si può trovare che in pochi esemplari; ciò si spiega perché quello scritto (che è anche voluminoso: dodici fogli di fitta stampa, tanto che Marx stesso riteneva che a stampa normale avrebbe avuto una mole doppia) oggi richiederebbe per giunta un ampio com­mento, per essere inteso in tutte le sue allusioni e i suoi riferimenti.

Ma non ne vale del tutto la pena. Molte delle questioni sugli emigrati in cui Marx dovette addentrarsi, perché costretto da chi lo aveva assalito, sono oggi a ragione dimenticate, e difficilmente ci si può liberare da un senso di disagio, quando si è costretti a vedere quest'uomo che si difende da assalti calunniosi che non arrivavano a sporcargli la suola delle scarpe. Ma nello stesso tempo il libro offre anche un raro godimento per i buongustai di cose letterarie. Fin dalla prima pagina Marx imposta il tema, condotto con un'arguzia shakespeariana, del «prototipo di Karl Vogt, l'immortale sir John Falstaff, che nella sua rigenerazione zoologica non ci ha affatto rimesso quanto a materia ». Ma sa guardarsi dalla monotonia: le sue enormi letture di letteratura antica e moderna gli fornivano frecce su frecce da scagliare con micidiale sicurezza sullo sfrontato calunniatore.

La Schwefelbande vi si rivelava come una piccola società di allegri studenti che, nell'inverno fra il 1849 e il 1850, dopo il fallimento della sollevazione del Baden e del Palatinato, con la sua allegria fune­bre aveva incantato le belle e spaventato i borghesucci di Ginevra, ma che si era dispersa da dieci anni. La sua innocente attività era descritta da uno che ne aveva fatto parte, Sigismund Borkheim (che ora aveva trovato una buona sistemazione, come commerciante, nella City di Londra), in un ameno quadretto che Marx inserì proprio nel primo capitolo del suo scritto. In Borkheim egli acquistò un fedele amico, e del resto ebbe la soddisfazione di vedersi offrire l'aiuto di molti emigrati, non solo in Inghilterra, ma anche in Francia e in Sviz­zera, che pure non erano in rapporto con lui o che addirittura gli erano del tutto sconosciuti, in particolare da Johann Philipp Becker, il pro­vato veterano del movimento operaio svizzero.

Ma è impossibile qui raccontare particolareggiatamente come Marx mise a nudo le manovre e gli intrighi di Vogt, senza lasciarne igno­rata neppure una briciola. Di maggiore importanza tuttavia era il contrattacco ch'egli lanciava, dimostrando che la propaganda di Vogt, tanto nella sua perfidia che nella sua ignoranza, riecheggiava gli slo­gan messi in giro dal falso Bonaparte. Nelle carte delle Tuileries, che furono pubblicate dal governo della Difesa nazionale dopo la caduta del Secondo Impero, si è trovata infatti anche la ricevuta dei mal guadagnati 40.000 franchi che nell'agosto del 1859 Vogt aveva ricevuto dai fondi segreti dell uomo di dicembre: presumibilmente attraverso la mediazione di rivoluzionari ungheresi, se proprio si vuole prendere per buona l'interpretazione più benevola per Vogt. Egli era in rapporti particolarmente amichevoli con Klapka e non aveva capito che di fronte a Bonaparte il movimento democratico tedesco si trovava in una posizione diversa da quello ungherese. A quest'ultimo poteva esser concesso ciò che per quello era un infame tradimento.

Ma quali che fossero gli stimoli che spingevano Vogt, e anche se non avesse ricevuto denaro sonante dalle Tuileries, Marx comun­que ha provato nella maniera più decisa e irrefutabile che la propa­ganda di Vogt era tutta impostata sugli slogan bonapartisti. Per la luce rivelatrice che gettano sulla situazione europea del tempo, questi capitoli sono la parte del libro che ha maggior valore, e che anche oggi offre ricchi insegnamenti; al loro apparire Lothar Bucher, che a quel tempo era in rapporti più ostili che amichevoli con Marx, li definì un compendio di storia contemporanea. Quanto a Lassalle, salutando lo scritto come « una cosa magistrale sotto tutti i rapporti », ammetteva di trovare ormai pienamente giustificato e naturale che Marx fosse convinto della venalità di Vogt; e disse che Marx aveva condotto la « dimostrazione interna con immensa evidenza ». Engels poneva lo Herr Vogt persino al di sopra del Diciotto Brumaio; diceva che era di stile più semplice e, se mai, di altrettanto effetto, senz'altro il miglior lavoro polemico che Marx avesse scritto. A dire il vero lo Herr Vogt oggi non è più, dal punto di vista storico, il più importante dei suoi scritti polemici; è caduto sempre più in dimenticanza, mentre il Di­ciotto Brumaio e indubbiamente anche l'opera polemica contro Proudhon sono venuti sempre più in luce. Ciò in parte dipende dalla mate­ria, perché il caso Vogt in fondo non era altro che un episodio rela­tivamente insignificante, ma in parte anche da Marx stesso, dalla sua grandezza e anche dalle sue piccole debolezze.

Non gli era dato di saper scendere al basso livello della polemica su cui si convince il filisteo, nonostante che in questo caso si trattasse proprio anche di dare un colpo ai pregiudizi del borghesuccio ben­pensante. Come diceva in una sua lettera la signora Marx, con un po' di ingenuità ma tanto più a proposito, il libro convinse soltanto « tutte le persone di qualche importanza », cioè, in altre parole, tutti coloro che non avevano affatto bisogno di dimostrazioni per essere convinti che Marx non era quel mascalzone che Vogt voleva far crede­re, e che avevano abbastanza gusto e intelligenza per godersi i pregi letterari dello scritto; «persino il vecchio nemico Ruge lo ha definito una cosa spassosa », diceva la signora Marx. Ma per i galantuomini in patria il libro era troppo elevato, e nei loro ambienti se n'ebbe appena sentore; ancora al tempo della legge contro i socialisti, degli scrittori pieni di pretese come Bamberger e Treitschke si servivano della « Schwefelbande » di Vogt come arma contro la socialdemocrazia tedesca.

A tutto ciò si aggiunse la straordinaria disdetta che Marx aveva in tutte le questioni d'affari, e non senza sua colpa, almeno in questo caso. Engels insistè perché il libro fosse fatto stampare e pubblicare in Germania, ciò he era concesso dai regolamenti sulla stampa di allora, e lo stesso consiglio dette Lassalle. Questi però adduceva come motivo soltanto le spese minori, mentre gli argomenti di Engels erano più convincenti : « Abbiamo già fatto esperienza centinaia di volte con la letteratura dell'emigrazione, sempre senza nessuna riuscita, sem­pre denaro e lavoro buttati per niente e per di più la rabbia... A che ci serve una risposta a Vogt che nessuno riesce ad aver sotto gli occhi? » \ Ma Marx persistè nel proposito di dare lo scritto a un giovane editore tedesco di Londra, con accordo di dividere il guadagno e la perdita e su anticipo di 25 sterline, al quale contribuirono Bork­heim con 12 sterline e Lassalle con 8. Ma la nuova impresa editoriale pog­giava su basi così deboli che non solo curò in maniera insoddisfacente lo smercio del libro in Germania, ma subito dopo addirittura si sciolse, e Marx oltre a non rivedere nemmeno un centesimo dell'anticipo dovette pagare quasi altrettanto in seguito a un'azione legale intentata contro di lui da un socio dell'editore, perché aveva trascurato di sten­dere un contratto scritto, e così fu fatto responsabile di tutte le spese dell'impresa.

Quando cominciò la polemica con Vogt, l'amico Imandt scrisse a Marx : « Non vorrei essere condannato a scrivere su questo argo­mento, e mi meraviglierei moltissimo se tu fossi capace di metter le mani in questa broda ». Consigli analoghi rivolsero a Marx, per dis­suaderlo, emigrati russi e ungheresi. Oggi si sarebbe tentati di desi­derare che avesse dato ascolto a quesie voci. La baruffa infernale gli procurò alcuni nuovi amici e lo fece tornare in rapporti amichevoli specialmente con l'Associazione operaia di cultura di Londra, che inter­venne subito in suo favore con tutto il suo peso. Ma essa ostacolò, più che favorire, la grande opera della sua vita, nonostante o proprio a causa del costoso dispendio di forza e tempo che essa inghiottì senza reale guadagno, e procurò a Marx gravi avversità nella sua stessa casa.