Fatti domestici e personali

La moglie di Marx, che gli era legata con tutta l'anima, fu colpita più duramente di lui dalla «terribile arrabbiatura per l'attacco infame» di Vogt. Esso le costò molte notti insonni e, per quanto resistesse con coraggio e trascrivesse per la stampa il lungo manoscritto, alla fine subì un collasso, appena ebbe scritto l'ultima riga. Il medico chia­mato dichiarò che aveva il vaiolo, e le bambine dovettero subito lasciare la casa. Vennero giorni terribili. Le bambine furono accolte da Lieb­knecht, e Marx, insieme con Lenchen Demuth, si mise personalmente a curare la moglie. Ella soffrì indicibilmente per dolori intensi, insonnia, angoscioso timore per il marito che non si allontanava mai dal suo letto, per la perdita di tutti i sensi, mentre conservava la coscienza sempre lucida. Soltanto dopo una settimana si ebbe la crisi che la salvò, grazie alla circostanza che la signora Marx era stata vaccinata due volte. E infine il medico dichiarò che la terribile malattia era stata una fortuna. La sovreccitazione nervosa in cui aveva vissuto per parecchi mesi era stata la causa prima per cui aveva preso l'infezione in un omnibus, in un negozio o altrove, ma senza questa malattia il suo stato di nervi avrebbe portato a una malattia nervosa o ad altro del genere, con suo maggior pericolo.

Appena ella entrò in convalescenza, Marx stesso fu costretto a mettersi a letto malato, dalla soverchia inquietudine, da preoccupa­zioni e tribolazioni di ogni sorta. Anche in questo caso il medico vide che la causa prima stava nell'eterna agitazione. Senza aver ricavato un centesimo dal faticoso lavoro dello Herr Vogt, Marx fu rimesso a mezza paga dalla Tribune di New York, e i creditori tempestavano intorno alla casa. Dopo la sua guarigione, Marx decise di « andare a cercar bottino in Olanda — come scrisse sua moglie alla signora Weydemeyer — nel paese degli avi, del tabacco e del formaggio », per vedere se riusciva a strappare un po' di quattrini a suo zio.

Questa lettera è dell'I 1 marzo 1861 e, tutta penetrata com'è da lieto humour, offre una testimonianza eloquente della «nativa vitalità di temperamento», di cui Jenny Marx era dotata non meno di suo marito. I Weydemeyer ai quali, nell'esilio americano, era pure toccata la loro parte di guai, si erano nuovamente fatti vivi dopo lunghi anni di silenzio, e la signora Marx aprì subito tutti i suoi sentimenti a una « coraggiosa e fedele compagna di sventura, ad una combattente e martire». Ciò che la sosteneva sempre nella miseria e nelle tribolazioni, « l'aspetto più splendente della nostra esistenza, il lato più luminoso della nostra vita», era la gioia che le procuravano le sue figlie. La sedi­cenne Jenny somigliava più al padre, «con la sua abbondante e lucente capigliatura scura, con i suoi occhi miti, altrettanto scuri e lucenti, e con la carnagione calda da creola, che però ha assunto tinte fiorenti del tutto inglesi». La quindicenne Laura era piuttosto il ritratto della madre, «con la sua capigliatura castana, ondulata e ricciuta » e con i « lucenti occhi glauchi sempre festosamente scintillanti». «Una carnagione dav­vero fiorente distingue le due sorelle, entrambe così poco vanitose che spesso mi meraviglio tra di me, tanto più che nulla di simile posso riferire sul conto della loro mamma quando era ancora giovane e portava le vesti corte».

Ma per quanto grande fosse la gioia che le due sorelle maggiori procuravano ai genitori, « l'idolo e la beniamina di tutta la casa » era la figlioletta minore, Eleanor o Tussy, come era il suo vezzeggiativo. « La bambina nacque proprio quando il mio povero, caro Edgar ci lasciò, e tutto l'amore per il fratellino, tutta la tenerezza per lui passarono ora alla piccola sorellina, per cui le ragazze maggiori ebbero premure quasi materne. E' raro trovare una bambina così bella, ingenua e piena di brio. La bambina si fa notare specialmente per il modo assai grazioso con cui parla e racconta. Lo ha appreso dai suoi fratelli Grimm, che l'ac­compagnano giorno e notte. Noi tutti leggiamo queste novelle fino a rimanere intontiti, ma guai a noi se nel racconto di Tremotino, del re Barba di Tordo o di Biancaneve omettiamo anche soltanto una sil­laba. Attraverso queste fiabe, la bambina ha imparato oltre all'inglese che è nell'aria, anche il tedesco, che sa parlare con particolare correttezza grammaticale e con precisione. La bambina è la grande preferita di Karl, e spesso il suo ridere e cinguettare gli fa dimenticare le sue preoccupa­zioni ». Poi è ricordata anche Lenchen, il vero genio domestico. « Chieda di lei al suo caro amico; egli le dirà quale tesoro posseggo in lei. Du­rante sedici anni essa ci ha accompagnati attraverso tutte le burrasche e peripezie ». La splendida lettera si chiude con le notizie sugli amici che, quando non si sono dimostrati fedeli a Karl, vengono trattati, in modo tutto femminile, più duramente che da Marx stesso. « Non mi piacciono le mezze misure » ; così la signora Jenny la ruppe del tutto con la parte femminile della famiglia Freiligrath.

Frattanto la « spedizione » in Olanda, dallo zio Philips, era riu­scita passabilmente. Di qui Marx andò a Berlino, per realizzare un piano che Lassalle aveva ripetutamente sollecitato, la fondazione di un proprio organo di partito, la cui necessità si era resa particolarmente sensibile con la crisi del 1859, e per il quale si era creata la possibilità grazie all'amnistia che nel gennaio del 1861 Guglielmo, ora re, aveva promulgato. L'amnistia era assai stretta, piena di trabocchetti e di tra­nelli, ma tuttavia permetteva agli ex redattori della Neue Rheinische Zeitung di rientrare in Germania.

A Berlino Marx fu accolto da Lassalle « con grande amicizia », ma al « posto » gli restò « personalmente odioso ». Niente alta politica, ma soltanto beghe con la polizia, e l'antagonismo fra militari e civili. « Il tono prevalente a Berlino è sfrontato e frivolo. Le Camere sono disprezzate». Anche in paragone coi conciliatori del 1848, che pure non erano stati davvero dei titani, Marx vide nella Camera dei depu­tati prussiana, coi suoi Simson e Viricke, « uno strano miscuglio fra l'ufficio e l'aula scolastica»; disse che le sole figure che avessero un aspetto almeno decoroso, in quella stalla di pigmei, erano da una parte Waldeck e dall'altra don Chisciotte von Blankenburg. Ma nono­stante tutto Marx credette di poter trovare traccia di un generale desi­derio di chiarificazione e una grande insoddisfazione, in gran parte del pubblico, per la stampa borghese. Gente di ogni rango considerava ineluttabile una catastrofe. Nelle imminenti elezioni dell'autunno sareb­bero stati senz'altro eletti i conciliatori di un tempo, che il re temeva come repubblicani rossi, e la faccenda dei progetti di legge militari avrebbe potuto prendere una piega seria. Perciò Marx ritenne che il progetto di Lassalle per un giornale fosse in sé e per sé degno di consi­derazione.

Ma non accettava di attuarlo così come Lassalle l'aveva pensato. Lassalle voleva essere redattore capo accanto a Marx, e ammettere anche Engels come terzo redattore capo, a condizione che Marx ed Engels non avessero diritto a più voti di lui, perché altrimenti il suo voto sarebbe stato sempre sopraffatto. Probabilmente Lassalle aveva soltanto accennato, nel corso di un rapido colloquio, alle grandi linee di questo piano avventuroso, che avrebbe fatto nascere belle morto il giornale progettato; nondimeno questo non ha alcuna importanza, in quanto Marx non era in nessun caso incline a concedergli di avere un qualche influsso determinante. « Lassalle, abbagliato dalla considerazione di cui gode in certi circoli dotti per il suo Eraclito e in un altro cerchio di scrocconi per il buon vino e la cucina, naturalmente non sa che presso il grande pubblico è screditato. Inoltre la sua prepotenza, il suo im­pigliarsi nel concetto speculativo (il giovanotto sogna persino di voler scrivere una nuova filosofia hegeliana alla seconda potenza), l'essere infetto di vecchio liberalismo francese, la sua penna prolissa, la sua importunità e la mancanza di tatto, ecc. Lassalle, tenuto sotto una stretta disciplina, potrebbe render servigi come uno dei redattori. Altrimenti solo compromettere le cose ». In questi termini Marx infor­mò Engels sulle trattative con Lassalle, aggiungendo che, per non offendere il suo ospite, aveva differito la sua decisione definitiva, finché si fosse consigliato con Engels e Wilhelm Wolff. Anche Engels aveva analoghi scrupoli, e rispose in senso negativo.

Tutto il progetto del resto era un castello in aria, come una volta, con giusto presentimento, l'aveva definito Lassalle. Fra le astuzie della amnistia prussiana c'era anche questa, che pur concedendo agli esuli degli anni della rivoluzione di rimpatriare impunemente, sotto condi­zioni in parte accettabili, non restituiva loro però il diritto di cittadi­nanza, che secondo le leggi prussiane avevano perduto dopo aver soggiornato all'estero per più di dieci anni. Chi oggi rimpatriava, poteva domani esser ricacciato oltre il confine per il cattivo umore di qualsiasi pascià della polizia. Nel caso di Marx si aggiungeva che era uscito dalla comunità statale prussiana, in ogni caso spinto dalle angherie della polizia prussiana, anzi proprio su esplicito invito già parecchi anni prima della rivoluzione. In qualità di suo rappresentante con pieni poteri, Lassalle mise in moto mari e monti per fargli ria­vere il diritto di cittadinanza prussiana; a questo scopo usò tutte le sue arti presso il presidente della polizia di Berlino von Zedlitz e presso il conte Schwerin, ministro degli interni e uno dei pilastri della nuova era, ma inutilmente. Zedlitz dichiarò che non vi era altro motivo che si opponesse alla naturalizzazione di Marx, se non i suoi « sentimenti repubblicani, o per lo meno non monarchici », e Schwerin, quando Lassalle gli fece osservare con energia che non poteva praticare « l'in­quisizione delle idee e la persecuzione a causa delle idee politiche » che lui stesso aveva rimproverato così duramente ai suoi predecessori Manteuffel e Westphalen, replicò seccamente che non vi era «per il momento assolutamente nessun particolare motivo a favore del conferimento della naturalizzazione al nominato Marx ». Uno Stato come quello prussiano non poteva certo tollerare il nominato Marx: su que­sto quegli oscuri ministri, sia il conte Schwerin, che i suoi precedessori Kiihlwetter e Manteuffel, avevano ragione.

Da Berlino Marx fece anche una scappata in Renania, fece visita a vecchi amici a Colonia e alla vecchia madre a Treviri, che ormai si approssimava alla morte; e nei primi giorni di maggio era di nuovo a Londra. Ora sperava di por fine alla vita agitata della famiglia e di portare a termine il suo libro. A Berlino gli era riuscito il tentativo più volte fallito in passato, di mettersi in relazione con la Wiener Presse che gli promise di compensargli con una sterlina gli articoli di fondo, e con mezza sterlina le corrispondenze. Anche i rapporti con la New York Tribune parvero riprendere vita. Essa stampò più volte i suoi articoli con espliciti accenni ai loro pregi; «strano modo di questi yankees — diceva Marx — di distribuire testimonia ai loro propri corrispondenti». Anche la Wiener Presse faceva « molto chias­so attorno ai suoi articoli». Ma i vecchi debiti non erano stati del tutto liquidati, e la mancanza di entrate nei giorni della malattia e del viaggio in Germania contribuì a far «venire di nuovo a galla il vecchio sudi­ciume»; Marx mandò a Engels gli auguri per Tanno nuovo in forma di imprecazione: se Tanno nuovo avesse dovuto essete uguale al vec­chio, per parte sua avrebbe desiderato piuttosto l'inferno.

L'anno 1862 non solo fu simile al precedente, ma anzi lo vinse in orrori. La Wiener Presse, nonostante tutta la reclame che fece a pro­posito di Marx, si dimostrò anche più spilorcia, se possibile, del gior­nale americano. Già in marzo Marx scrisse a Engels : «Per me è in­differente che non stampino gli articoli migliori (quantunque io scriva sempre in modo che possano venir stampati). Ma pecuniariamente non va che stampino un articolo su quattro o cinque, e ne paghino uno solo. Questo mi abbassa assai al di sotto d'uno scribacchino a un soldo la riga». Con la New York Tribune cessò ogni relazione nel corso dell'anno per motivi che non si possono più accertare nei particolari, ma che in complesso sono da riportare alla guerra di secessione americana.

Nonostante che questa guerra lo mettesse nei peggiori guai, Marx la salutò con la più viva simpatia. «Non dobbiamo illuderci in propo­sito», scrisse qualche anno dopo nella prefazione del suo capolavoro scientifico. « Come la guerra d'indipendenza americana del secolo XVIII ha suonato a martello per la classe media europea, così la guerra civile americana del secolo XIX suona a martello per la classe operaia euro­pea ». Nel suo carteggio con Engels egli seguiva il corso della guerra con profondo interesse. Ma sui dettagli militari si faceva volentieri istruire da Engels, perché egli si considerava soltanto un profano della scienza militare, e ciò che Engels ebbe da dire in proposito resta ancora oggi di alto interesse, non solo storico, ma anche politico; per esempio, egli illuminava a fondo la questione di un esercito permanente o di una milizia volontaria con queste profonde parole : « Solo una società organizzata ed educata comunisticamente potrà avvicinarsi molto al sistema della milizia, e anch'essa senza arrivarci del tutto ». Il detto che il maestro lo si scorge soltanto nel limite, si è dimostrato vero qui in un senso diverso da come lo intendeva il poeta.

Engels era un maestro in fatto di giudizi militari, ma ciò limitava il suo orizzonte generale. La pietosa condotta di guerra degli Stati del Nord gli fece credere talvolta che sarebbero stati sconfitti. Nel maggio del 1862 scrisse: «Quel che mi confonde le idee a ogni successo dei yankees, non è la situazione militare in sé e per sé. Essa non è che il risultato della torpidezza e dell'ottusità che si mostra in tutto il Nord. Dov'è dunque l'energia rivoluzionaria del popolo? Si lasciano battere e sono regolarmente superbi delle batoste ricevute. Dov'è in tutto il Nord un solo sintomo che la gente prende qualcosa sul serio? Io non ho mai veduto niente di simile in Germania nemmeno nei tempi peggiori. I yankees sembra che invece si rallegrino soprattutto di que­sto, che potranno abbindolare i loro creditori di Stato ». Perciò in luglio pensava che per il Nord tutto fosse finito, e in settembre che quei tipi del Sud, che perlomeno sapevano quel che volevano, appari­vano degli eroi di fronte alla fiacca condotta del Nord.

Invece Marx continuava a credere fermamente nella vittoria del Nord. In settembre rispose : «Per quanto riguarda i yankees, resto saldo nell'opinione che alla fine vincerà il Nord... Il modo con cui conduce la guerra non è che quello che era da attendersi da una repubblica borghese, dove l'intrigo domina sovrano da lunghissimo tempo. In queste cose si trova meglio il Sud che è un'oligarchia e in particolare un'oligarchia dove tutto il lavoro produttivo ricade sui niggers e i quat­tro milioni di «white trash»[1] sono filibusters di professione. Tuttavia scommetterei la testa che quei giovinotti finiranno per avere la peggioì». Il giudizio di Marx era superiore in virtù della sua convinzione che anche la guerra, in ultima analisi, è determinata dalla situazione econo­mica in cui vivono i belligeranti.

Questa meravigliosa chiarezza era tanto più da ammirare in quanto la stessa lettera fa vedere in quale opprimente miseria vivesse Marx a quel tempo. Come scriveva a Engels, egli si era deciso a un passo al quale né prima né dopo di allora si era mai potuto decidere : aveva cercato di ottenere un impiego borghese, e aveva qualche prospettiva di essere impiegato in un ufficio ferroviario inglese. La cosa andò a monte — lui stesso non sapeva se chiamarla fortuna o sfortuna — a causa della sua scrittura illeggibile. Ma la miseria diventava sempre più grave. Marx stesso era continuamente malato; oltre a nuovi attacchi del suo vecchio mal di fegato cominciò ad essere tormentato, per lunghi anni, da dolorosi antraci e foruncoli, e per la situazione completamente disperata sua moglie minacciava di cadere in una nuova crisi. Le figlie mancavano persino dei vestiti e delle scarpe necessarie per frequentare la scuola; mentre nell'anno dell'Esposizione Mondiale, le loro com­pagne si divertivano, esse, ogni volta che dovevano andare a scuola, erano in angustie per la loro miseria. La figlia maggiore, che era abba­stanza grande per intendere tutta la situazione, cominciò a soffrirne assai; all'insaputa dei genitori, tentò di prender lezioni per darsi al teatro.

Così Marx si abituò a un'idea meditata da tempo, che aveva sem­pre rimandato pensando all'educazione delle figlie. Voleva lasciare i mobili al landlord, che gli aveva già mandato in casa l'usciere, dichia­rare fallimento di fronte a tutti gli altri creditori, sistemare le due figlie maggiori come governanti per mezzo di una famiglia inglese amica, licenziare Lenchen Demuth e collocarla in un altro servizio, e traslocare, lui e sua moglie con la bambina più piccola, in uno di quei casamenti a pagamento istituiti per sopperire ai bisogni delle classi più povere.

Engels impedì questa soluzione estrema. Nella primavera del 1860 aveva perduto il padre, e in seguito a ciò aveva ottenuto una posizione migliore, quantunque con grandi spese di rappresentanza, nella ditta Ermen & Engels, con in più la prospettiva di diventare socio. Ma il peso della crisi americana fu grave, e ridusse sensibilmente le sue entrate. Nei primi giorni del 1863 lo colpì la sventura della perdita di Mary Burns, la giovane popolana irlandese con la quale da dieci anni era legato da libero amore. Profondamente scosso scrisse a Marx: « Non ti posso dire quale animo sia il mio. La povera ragazza mi ha amato con tutto il cuore». Ma Marx non dimostrò nella sua risposta quella partecipazione che Engels poteva aspettarsi (e questa sua fred­dezza indicava più di ogni altra cosa come avesse l'acqua fino alla gola); con alcune parole intimamente fredde accennava alla disgrazia, e quindi descriveva minutamente la situazione disperata in cui si tro­vava: se non poteva riscuotere una grossa somma, la casa non sarebbe andata avanti altre due settimane. E' vero che lui stesso trovava «ter­ribilmente egoistico » raccontare cose del genere in simile momento. «Ma in fin dei conti, che cosa debbo fare? In tutta Londra non ve un uomo col quale possa aprir l'animo e in casa mia io recito la parte dello stoico taciturno, per fare il contrappeso agli sfoghi dell'altra parte». Tuttavia Engels si sentì urtato dalla «fredda accoglienza» con cui Marx aveva preso la sua disgrazia, e non ne fece mistero nella sua risposta, che ritardò di alcuni giorni. Disse anche di non poter disporre di una grossa somma, ma faceva diverse proposte per togliere Marx dai guai.

Questi a sua volta ritardò la sua risposta, ma solo per lasciar cal­mare gli spiriti, non perché si irrigidisse nel suo torto. Anzi lo rico­nobbe lealmente, respingendo però l'accusa di « mancanza di cuore » ; in questa e in una successiva lettera raccontò sinceramente quei che gli aveva fatto perder la testa, usando in pari tempo una forma conci­liante e piena di tatto, perché era ovvio che Engels doveva sentirsi offeso nel più profondo, poiché la signora Marx non gli aveva fatto pervenire neppure una parola di condoglianza per la morte della sua amata. « Le donne sono strane creature, anche quelle provviste di molta intelligenza. Al mattino mia moglie piangeva su Mary e sulla tua per­dita, così da dimenticare del tutto la sua propria disgrazia, che per l'appunto arrivò al suo culmine nella giornata, e alla sera credeva che, all'infuori di noi, al mondo non potesse soffrire nessuno fuorché chi ha il perito dei pignoramenti in casa e chi ha figli». Ma per ricon­ciliare Engels bastava una parola di pentimento: «Non è possibile esser vissuti tanti anni insieme con una donna, senza esser colpiti terribilmente dalla sua morte. Sentii che con lei seppellivo l'ultima parte della mia giovinezza. Quando ricevetti la tua lettera, non era ancora sepolta. Io ti dico, la tua lettera mi rimase fissa in capo per tutta una settimana, non potevo dimenticarla. Non importa, la tua ultima compensa quella, e sono lieto di non aver perduto con Mary anche il mio più vecchio e migliore amico». Fu questo il primo ma anche l'ultimo momento di tensione nei rapporti fra i due amici.

Con un «colpo arrischiatissimo» Engels riuscì a mettere insieme cento sterline, grazie alle quali Marx fu tenuto a galla, tanto da rinun­ciare al trasloco in quei casamenti. Per il 1863 tirò avanti, e verso la fine dell'anno sua madre morì. Ciò che ereditò da lei non poteva esser certo rilevante. Qualche tranquillità gli procurarono soltanto le otto o novecento sterline che Wilhelm Wolff gli lasciò per testamento, nominandolo suo principale erede.

Wolff morì nel maggio del 1864, profondamente compianto da Marx ed Engels. Non aveva ancora 55 anni; nelle tempeste di una vita agitata non si era mai risparmiato e, come lamentava Engels, aveva affrettato la sua fine con l'ostinata fedeltà al dovere della sua professione d'insegnante. Dopo che l'esilio, in un primo tempo, lo aveva ridotto a mal partito, Wolff si era venuto a trovare, per l'affetto che gli tribu­tavano i tedeschi di Manchester, in condizioni di vita agiate, e pare anche che l'eredità paterna non gli sia toccata che poco prima di mori­re. Più tardi Marx dedicò « al suo indimenticabile amico, all'ardito, fedele, nobile pioniere del proletariato » il primo volume del suo capo­lavoro immortale, al quale potè lavorare indisturbato grazie all'ultimo servigio che l'amico Wolff gli aveva reso.

Le preoccupazioni non erano certo scacciate per sempre, ma non pesarono più su Marx in forma così angosciosa e opprimente, perché nel settembre 1864 Engels concluse con gli Ermen un contratto che lo faceva comproprietario della ditta, e così poté aiutare chi aveva bisogno di aiuto, sempre con la stessa instancabile generosità, ma ora con mezzi maggiori a disposizione.

 

[1] Poveri bianchi.