Marx nella sua casa

Alla fine del 1873, dopo gli ultimi sussulti dell'Internazionale, Marx si ritirò nella sua stanza da lavoro, così come aveva fatto nel 1853, dopo gli ultimi sussulti della Lega dei Comunisti. Ma questa volta fu per tutto il resto della sua vita.

Il suo ultimo decennio è stato definito « una lenta morte », ma con molta esagerazione. E' vero che le lotte sostenute dopo la caduta della Comune avevano inferto nuovi, duri colpi alla sua salute: nell'autunno del 1873 egli soffrì molto di emicrania e corse il grave rischio di un colpo apoplettico. Questo stato di oppressione cronica al capo lo rese incapace di lavorare e gli tolse la voglia di scrivere: a lungo andare ciò avrebbe potuto avere brutte conseguenze. Ma Marx si riprese sotto le cure del medico Gumpert di Manchester, amico suo e di Engels, nel quale riponeva piena fiducia.

Nel 1874, per consiglio di Gumpert, si decise ad andare a Karlsbad, e altrettanto fece i due anni seguenti; nel 1877, per cambiare, scelse Neuenahr, dopo di che, nel 1878, i due attentati contro l'imperatore tedesco e la caccia ai socialisti gli chiusero l'accesso al continente. Tuttavia le cure, e soprattutto i tre soggiorni a Karlsbad, gli avevano giovato « meravigliosamente » e lo avevano liberato quasi del tutto del suo mal di fegato. Restavano ancora i dolori di stomaco e la tensione nervosa, che si manifestava nel dolor di capo e soprattutto in un'ostinata insonnia. Ma queste infermità più o meno scomparivano d'estate, dopo un sog­giorno in una stazione balneare o climatica, per ricomparire più fasti­diose dopo il principio dell'anno successivo.

Un completo ristabilimento della sua salute sarebbe stato certamente possibile soltanto se Marx si fosse concesso il riposo che avrebbe ben potuto pretendere all'avvicinarsi dei sessantanni, dopo una vita di lavoro e di sacrifici. Ma per lui non c era neppur da pensarci. Per terminare il suo capolavoro scientifico, si gettò con tutto l'ardore negli studi, il cui campo nel frattempo si era molto allargato. « Per un uomo che esaminava ogni oggetto nella sua origine storica e nelle sue condizioni prime », dice in proposito Engels, «da ogni singola questione scaturiva natural­mente tutta una serie di nuove questioni. Storia primitiva, agronomia, rapporti di proprietà fondiaria russi e americani, geologia ecc. furono presi in esame, per portare particolarmente la sezione sulla rendita fon­diaria del terzo volume a una completezza finora mai tentata. Oltre a tutte le lingue germaniche e romanze, che leggeva con facilità, imparò anche l'antico slavo, il russo e il serbo ». E questo non era che la metà del suo lavoro quotidiano. Per quanto si fosse ritirato dall'agitazione politica, Marx non sì occupava meno attivamente del movimento operaio europeo e americano. Era in corrispondenza con quasi tutti i dirigenti dei diversi paesi, che nelle occasioni importanti gli chiedevano il suo personale consiglio: era sempre più il consigliere più ricercato e sempre pronto del proletariato combattivo.

Come Liebknecht aveva ritratto in maniera suggestiva Marx cin­quantenne, così Lafargue ha ritratto Marx sessantenne. Egli afferma che il fisico di suo suocero doveva essere di costituzione ben robusta, per essere adatto a un tenore di vita inconsueto e a un lavoro intellettuale estenuante. « Infatti era assai robusto, di statura superiore alla media, le spalle larghe, il torace ben sviluppato, le membra ben proporzionate, sebbene la spina dorsale fosse un po' troppo lunga in confronto alla gam­be, come spesso si nota nella razza ebraica». E non soltanto nella razza ebraica; il fisico di Goethe era costruito nella stessa maniera: anche lui era uno di quei « giganti seduti », come la voce popolare suole chiamare quelle figure che, per la lunghezza relativa della loro spina dorsale, sedute appaiono più alte di quello che sono.

Lafargue riteneva che se Marx in giovinezza avesse fatto molta ginna­stica sarebbe diventato un uomo straordinariamente forte. Invece l'unico esercizio fisico che avesse fatto regolarmente era quello di camminare a piedi, oppure di salire sulle colline, senza avvertire la benché minima stanchezza. Ma di solito esercitava questa capacità solo nella sua stanza da lavoro per ordinare le idee: dalla porta alla finestra il tappeto presen­tava una striscia completamente logora, come il sentiero di un prato.

Nonostante che andasse a riposare sempre a ora avanzata, al mattino fra le otto e le nove era in piedi, beveva il suo caffè nero, leggeva i giornali e andava nella sua stanza da lavoro che fino a mezzanotte o più tardi non lasciava che per prendere i pasti o, se dia sera il tempo lo permetteva, per fare una passeggiata fino a Hampsteed Heath; durante il giorno dormiva un'ora o due sul suo divano. Lavorare era diventata la sua passione a tal punto che spesso dimenticava di mangiare. Il suo stomaco doveva pagare per il suo straordinario lavorio cerebrale. Era un mangiatore molto debole, e soffriva di disappetenza, che cercava di vincere facendo uso di cibi molto salati, prosciutto, pesci affumicati, caviale e aringhe. Debole mangiatore, non era però un forte bevitore, per quanto non sia mai stato un apostolo della temperanza e, come figlio della Renania, sapesse apprezzare un buon goccio. Invece era un fuma­tore accanito e grande sciupone di fiammiferi: diceva che il Capitale non gli avrebbe reso tanto quanto gli erano costati i sigari che aveva fumato mentre lo scriveva. Poiché nei lunghi anni della miseria aveva dovuto contentarsi di tabacco di qualità molto dubbia, questa passione non giovò alla sua salute, e il dottore dovette vietargli più volte di fumare.

Marx trovava ristoro e sollievo nella letteratura, che per tutta la vita ha servito efficacemente a confortarlo. In questo campo aveva le conoscenze più vaste, senza che mai ne facesse mostra: le sue opere ne lasciano apparire poco, con la sola eccezione dello scritto polemico contro Vogt, nel quale egli fece uso, per i propri fini artistici, di numerose cita­zioni da tutte le letterature europee. Come il suo capolavoro scientifico rispecchia tutta un'epoca, così anche i suoi autori preferiti erano quei grandi poeti mondiali delle cui creazioni si può dire la stessa cosa: da Eschilo e Omero fino a Dante, Shakespeare, Cervantes e Goethe. Come racconta Lafargue, ogni anno leggeva Eschilo nel testo originale; restò sempre fedele ai suoi antichi greci e avrebbe voluto cacciare dal tempio con la verga quelle meschine anime di mercanti che avrebbero voluto togliere agli operai l'interesse per la cultura antica.

Conosceva la letteratura tedesca ben addentro fin nel Medio Evo. Dei moderni, accanto a Goethe, egli si sentiva vicino soprattutto a Heine; di Schiller sembra si sia disgustato da giovane, al tempo in cui il filisteo tedesco si entusiasmava per l'« idealismo » più o meno frain­teso di questo poeta, nel che Marx vedeva la miseria della grettezza sosti­tuita dalla miseria dell'enfasi. Dopo la sua definitiva partenza dalla Ger­mania, Marx non si curò più molto della letteratura tedesca; non nomina mai neppure quei pochi che avrebbero meritato la sua attenzione, come Hebbel o Schopenhauer; occasionalmente critica aspramente il modo in cui Richard Wagner deformava la mitologia tedesca.

Fra i francesi aveva in alta considerazione Diderot : definiva un capo­lavoro unico Il nipote di Rameau. Questa predilezione si estendeva alla letteratura francese dell'illuminismo del diciottesimo secolo, di cui En­gels dice una volta che in essa lo spirito francese ha creato le sue cose più alte, per forma e contenuto; che per il contenuto, tenendo conto dello stato della scienza del tempo, essa occupa una posizione infinitamente elevata, per la forma non è stata mai più uguagliata. A questa predi­lezione corrispondeva l'avversione di Marx per i romantici francesi; specialmente Chateaubriand non gli andò mai a genio, con la sua falsa profondità, i suoi eccessi bizantini, la sua variopinta civetteria sentimen­tale, e insomma il suo intruglio inaudito di ipocrisia. Era molto entusiasta della Commedia umana di Balzac, che riflette nello specchio della poesia una intera epoca: dopo aver terminato la sua grande opera, voleva scri­vere in proposito, ma questo progetto, come molti altri, non è mai stato tradotto in pratica.

Dopo che egli si fu stabilito a Londra, la letteratura inglese passò in primo piano nei suoi interessi letterari, e qui sopravanzava tutti gli altri la figura potente di Shakespeare, che per tutta la famiglia era oggetto di un vero culto. Purtroppo Marx non ha mai espresso il suo parere sulla posizione di Shakespeare rispetto ai problemi centrali della sua epoca. A proposito di Byron e di Shelley invece affermò che chi amava e capiva questi poeti doveva considerare una fortuna che Byron fosse morto a trentasei anni, perché se fosse vissuto più a lungo sarebbe diventato un borghese reazionario, e al contrario rammaricarsi che Shelley avesse per­duto la vita a soli ventinove anni : era stato profondamente rivoluzionario e avrebbe sempre appartenuto all'avanguardia del socialismo. I romanzi inglesi del diciottesimo secolo piacevano molto a Marx, specialmente Tom Jones di Fielding, che a suo modo è anch'esso un'immagine di un mondo e di un'epoca, ma anche in singoli romanzi di Walter Scott riconosceva dei modelli nel loro genere.

Nei suoi giudizi letterari Marx era libero da ogni pregiudizio politico, come dimostra già la sua predilezione per Shakespeare e Walter Scott, ma non accettava neppure quella « pura estetica » che spesso e volentieri va unita all'indifferenza politica o anche al servilismo. Anche in questo era appunto un uomo intero, uno spirito indipendente e originale, che non si poteva misurare con metro comune; anche perché non era affatto di palato difficile, e non disprezzava nemmeno di gustare quei prodotti letterari di fronte ai quali gli estetici di scuola si fanno tre volte il segno della croce. Marx era un gran lettore di romanzi, come Darwin e Bismarck; aveva una speciale predilezione per i racconti avventurosi e umoristici: dai suoi Balzac, Cervantes e Fielding scendeva a Paul de Kock e a Dumas padre, che ha sulla coscienza il Conte di Montecristo.

Marx soleva prender ristoro spirituale anche in un campo del tutto diverso dalla letteratura: soprattutto in giorni di sofferenze morali e di gravi dolori si rifugiava volentieri nella matematica, che aveva su di lui un effetto distensivo. Non si può dire con certezza, qui, se in questo campo abbia fatto delle scoperte indipendenti, come sostengono Engels e Lafargue : i matematici che hanno esaminato i manoscritti da lui lasciati sono di diverso parere.

Con tutto ciò Marx non era un Wagner, che, segregato nel suo mu­seo, non vedesse mai il mondo neppur da lontano, né un Faust, che avesse due anime in petto. « Lavorare per il mondo » era una delle sue frasi preferite : e chi era così fortunato da potersi dedicare a fini scienti­fici, doveva anche porre le sue conoscenze al servizio dell'umanità. In tal modo Marx conservava fresco il sangue nelle vene e il vigore nelle mem­bra. Nell'ambiente familiare e fra gli amici era il compagno più lieto e scherzoso, cui il riso cordiale prorompeva dal largo petto, e chi cercava il « dottore del terrore rosso », come Marx era chiamato dai giorni della Comune, non si trovava davanti un cupo fanatico o un orso trasognato, ma un uomo di mondo che si trovava a suo agio in qualunque conversa­zione sensata.

Quella maniera di passare insensibilmente dall'esuberante tensione dell'ira impetuosa al mare profondo ma tranquillo della considerazione filosofica, che sembra spesso così meravigliosa al lettore delle sue lettere, pare che avesse un effetto non meno forte sui suoi ascoltatori. Scrive Hyndman dei suoi colloqui con Marx: «Quando parlava con violenta collera della politica del partito liberale, specialmente della sua politica irlandese, i piccoli occhi infossati del vecchio guerriero s'infiammavano, le sopracciglia folte si aggrottavano, il naso largo e forte e il volto erano visibilmente agitati dalla passione, e lasciava prorompere un torrente di violente accuse, che rivelavano insieme il fuoco del suo temperamento e la sua meravigliosa capacità di padroneggiare la nostra lingua. Era straordinario il contrasto fra il suo atteggiamento quando era profondamente agitato dalla collera, e il suo contegno quando passava ad esporre i suoi giudizi sui processi economici del nostro tempo. Senza sforzo visi­bile passava dalla parte del profeta e del violento accusatore alla parte del tranquillo filosofo, e fin da principio sentii che sarebbero potuti passare parecchi anni prima che io potessi cessare di stare di fronte a lui come uno scolaro di fronte al maestro ».

Marx continuò sempre ad astenersi dal frequentare la cosiddetta so­cietà, nonostante che negli ambienti borghesi fosse diventato molto più noto che ventanni prima; per esempio era stato indicato a Hyndman da un membro conservatore del parlamento. Ma nei primi anni dopo il 70 la sua stessa casa era diventata centro di un movimento molto attivo, un altro « rifugio dei giusti » per i profughi della Comune, che vi trovavano sempre consiglio e aiuto. Tutta questa gente irrequieta portò certamente con sé anche molti dispiaceri e preoccupazioni; quando a poco a poco scomparve, nonostante tutta la sua premura ospitale la signora Marx non poté reprimere un sospiro : ne avevamo abbastanza.

Ma vi furono anche delle eccezioni. Nel 1872 Charles Longuet, che aveva fatto parte del Consiglio della Comune e che ne aveva diretto il giornale ufficiale sposò Jenny Marx. Nella famiglia non entrò, né perso­nalmente né politicamente, nella stessa intimità di Lafargue, ma era anche lui un tipo in gamba; una volta la signora Marx scrisse di lui: « Si agita, grida e argomenta come prima, ma devo dire a suo onore che ha fatto le sue lezioni al King's College regolarmente e con soddisfazione dei suoi superiori ». Il matrimonio felice fu turbato dalla morte precoce del primo bambino, ma poi crebbe un « grasso, robusto e splendido ra­gazzo »    per la gioia di tutta la famiglia e, non da ultimo, del nonno.

Anche i Lafargue erano fra i profughi della Comune, e abitavano nelle vicinanze. Avevano avuto la sventura di perdere due figli in gio­vane età; oppresso da questo colpo della sorte, Lafargue aveva smesso di fare il medico, perché gli pareva di non poterlo fare senza una certa dose di ciarlataneria. « E' un peccato che sia stato infedele al vecchio padre Esculapio », diceva la signora Marx; infatti con lo studio fotogra­fico e litografico le cose andavano avanti a stento, nonostante che Lafar­gue, che vedeva sempre tutto color rosa, stesse «sulla breccia con un lavoro veramente da negro» e avesse nella moglie un'aiutante coraggiosa e instancabile. Ma era diffìcile lottare contro la concorrenza del grande capitale.

In questo periodo anche la terza figlia trovò un pretendente francese in Lissagaray, che più tardi scrisse la storia della Comune, alle cui lotte aveva partecipato. Sembra che Eleanor Marx fosse favorevolmente di­sposta verso di lui, ma il padre faceva delle riserve sulla solidità di questo partito; dopo molte esitazioni non se ne fece nulla.

Nella primavera del 1875 la famiglia cambiò ancora una volta resi­denza, ma sempre nella stessa parte della città: si trasferì al 41 Maitland Park, Haverstock Hill. Qui Marx visse gli ultimi anni, e qui morì.