L'ultimo anno

Marx sopravvisse alla moglie circa un anno e tre mesi. Ma in realtà questa vita non fu altro che una « lenta morte », e l'impressione di Engels fu giusta quando, il giorno della morte della signora Marx, disse: «An­che il Moro è morto ».

Poiché in questo breve tratto di tempo i due amici furono per lo più separati, il loro carteggio riprende per l'ultima volta, e in esso l'ultimo anno della vita di Marx scorre via nella sua cupa grandezza, commovente per i particolari dolorosi fra i quali l'inesorabile destino dell'uomo vinse anche questo spirito possente.

Quel che ancora lo teneva legato alla vita era il suo ardente desiderio di dedicare le sue ultime forze alla grande causa cui era stata dedicata tutta la sua vita. Il 15 dicembre 1881 scriveva a Sorge: «Dall'ultima malattia io esco doppiamente troncato, moralmente per la morte di mia moglie, fisicamente perché mi son rimasti un ispessimento della pleura e una grande irritabilità dei bronchi. Dovrò perdere completamente un certo periodo di tempo a manovrare per ristabilire la mia salute». Ma questo periodo durò fino alla morte, perché tutti i tentativi per ri­stabilire la sua salute fallirono.

I    medici lo mandarono dapprima a Ventnor, nell'isola di Wight, e poi ad Algeri. Qui arrivò il 22 febbraio 1882, ma dopo un viaggio freddo e una nuova pleurite. Un fatto ancora più grave fu che l'inverno e la primavera ad Algeri furono piovosi e inclementi come mai erano stati. Un'esperienza non migliore Marx fece a Montecarlo, dove si tra­sferì il 2 maggio; anche qui, in conseguenza di un viaggio freddo e umido, prese una pleurite, e anche qui trovò sempre brutto tempo.

II  suo stato di salute migliorò soltanto al principio di giugno, quando soggiornò ad Argenteuil dai Longuet. Vi dovette contribuire non poco la vita di famiglia; contro la sua radicata bronchite approfittò anche con buon esito delle sorgenti sulfuree della vicina Enghien. Anche un soggiorno di sei settimane a Vevey sul lago di Ginevra, con la figlia Laura, contribuì decisamente a farlo migliorare. Quando tornò a Londra, in settembre, aveva un aspetto sano e spesso senza risentirne disagio salì con Engels sulla collina di Hampstead, circa trecento piedi più alta della sua abitazione.

Marx pensò allora di riprendere i suoi lavori, perché i medici gli ave­vano permesso di trascorrere l'inverno in Inghilterra, non a Londra, ma sulla costa meridionale inglese. Quando le nebbie di novembre comincia­rono a minacciare, andò a Ventnor, ma vi trovò quel che aveva trovato in primavera ad Algeri e a Montecarlo: nebbia e umido, che gli tirarono addosso nuove infreddature e invece di permettergli il movimento all'aria aperta lo costrinsero a indebolirsi restando chiuso nella sua stanza. Non c'era da pensare ai lavori scientifici, per quanto Marx di­mostrasse un vivo interesse per tutte le scoperte scientifiche, anche per quelle che erano lontane dal suo stretto campo di lavoro, per esempio gli esperimenti di Deprez alla mostra dell'elettricità a Monaco. Nelle sue lettere generalmente va prevalendo un umore depresso e scontento; quando nel giovane partito operaio francese si manifestarono le inevita­bili malattie infantili, fu scontento di come le sue idee erano rappresen­tate dai suoi generi : « Longuet ultimo proudhoniano e Lafargue ultimo bakuninista. Il diavolo li porti! ». In quel tempo gli sfuggì quella frase che poi il mondo dei filistei ha inteso in modo così singolare: che per suo conto, in ogni caso, lui non era marxista.

Poi, l’11 gennaio 1883, venne il colpo decisivo: la morte improvvisa della figlia Jenny. Il giorno dopo Marx tornava a Londra, con una serie bronchite, alla quale presto si unì una laringite che gli impediva quasi del tutto di inghiottire. « Lui che sapeva sopportare con stoica impassibilità i più forti dolori, preferiva bere un litro di latte (che per tutta la vita aveva avuto in orrore) piuttosto di mangiare la corrispon­dente quantità di nutrimento solido ». In febbraio si sviluppò un ascesso nel polmone. I rimedi non ebbero alcun effetto sul corpo già saturo di medicine da quindici mesi: riuscirono soltanto a indebolire l'appe­tito e a disturbare la digestione. Il malato dimagriva visibilmente quasi giorno per giorno. Ma i medici non avevano perduto ogni speranza, perché la bronchite era quasi superata e inghiottire diventava più facile. Così la fine giunse inaspettata. Il 14 marzo, verso mezzogiorno, Karl Marx spirò placidamente e senza dolore nella sua poltrona.

Nonostante tutto il dolore per la perdita irreparabile, Engels trovò un motivo di conforto: «L'arte dei medici gli avrebbe forse potuto assicurare ancora per alcuni anni un'esistenza vegetativa, la vita di un essere impotente, il quale, per far trionfare l'arte medica, anziché mo­rire d'un sol colpo, soccombe poco a poco. Questo Marx non lo avrebbe sopportato mai. Vivere avendo dinanzi a sé i molti lavori incompiuti, col supplizio di Tantalo di volerli completare e di non poterlo fare, questo sarebbe stato per lui mille volte più amaro della morte benigna che lo colse. " La morte non è una disgrazia per colui che muore, bensì per colui che sopravvive", soleva dire con Epicuro. E vedere questo possente uomo di genio vegetare come un rudere per la maggior gloria della medicina, esposto allo scherno dei filistei, tante volte fulminati da lui quando era nel pieno possesso delle sue forze: no, mille volte meglio com'è mille volte meglio se lo portiamo domani l'altro nella tomba dove riposa sua moglie ».

Il 17 marzo, un sabato, Karl Marx fu deposto nella tomba accanto a sua moglie. Molto opportunamente la famiglia aveva rifiutato « qual­siasi cerimonia», che avrebbe chiuso questa vita con una stridente sto­natura. Solo pochi intimi erano attorno alla fossa aperta: Engels con Lessner e Lochner, i vecchi compagni del tempo della Lega dei Comunisti; dalla Francia erano venuti Lafargue e Longuet, dalla Germania Liebknecht; la scienza era rappresentata da due uomni di prim'ordine, il chimico Schorlemmer e lo zoologo Ray Lancaster

L'ultimo saluto che Engels rivolse in lingua inglese all'amico morto riassume in semplici parole, con tanta sincerità e verità ciò che Marx è stato e sarà per l'umanità, che anche qui convien lasciargli l'ultima parola :

« Il 14 marzo, alle due e quarantacinque pomeridiane, ha cessato di pensare la più grande mente dell'epoca nostra. L'avevamo lasciato solo da appena due minuti, e al nostro ritorno l'abbiamo trovato tran­quillamente addormentato nella sua poltrona, ma addormentato per sempre.

« Non è possibile misurare la gravità della perditi che questa morte rappresenta per il proletariato militante d'Europa e d'America, nonché per la scienza storica. Non si tarderà a sentire il vuoto lasciato dalla scomparsa di questo titano.

« Così come Darwin ha scoperto la legge dello sviluppo della natura organica, Marx ha scoperto la legge dello sviluppo della storia umana cioè il fatto elementare, finora nascosto sotto l'orpello ideologico, che gli uomini devono innanzi tutto mangiare, bere, avere un tetto e vestirsi, prima di occuparsi di politica, di scienza, d'arte, di religione, ecc.; e che, per conseguenza, la produzione dei mezzi materiali immedia­ti di esistenza e, con essa, il grado di sviluppo economico di un popolo e di un'epoca in ogni momento determinato costituiscono la base sulla quale si sviluppano le istituzioni statali, le concezioni giuridiche, l'arte ed anche le idee religiose degli uomini, e partendo dalla quale esse devon venir spiegate, e non inversamente, come si era fatto finora.

« Ma non è tutto. Marx ha anche scoperto la legge peculiare dello sviluppo del moderno modo di produzione capitalistico e della so­cietà borghese da esso generata. La scoperta del plusvalore ha subitamente gettato un fascio di luce nell'oscurità in cui brancolavano prima, in tutte le loro ricerche, tanto gli economisti borghesi che i critici socialisti.

«Due scoperte simili sarebbero più che sufficienti a riempire tutta una vita. Fortunato chi avesse avuto la sorte di farne anche una sola. Ma in ognuno dei campi in cui Marx ha svolto le sue ricerche — e questi campi furono molti e nessuno fu toccato da bui in modo super­ficiale — in ognuno di questi campi, compreso quello delle matema­tiche, egli ha fatto delle scoperte originali.

« Tale era lo scienziato. Ma lo scienziato non era neppure la metà di Marx. Per lui la scienza era una forza motrice della storia, una forza rivoluzionaria. Per quanto grande fosse la gioia che gli dava ogni scoperta in una qualunque disciplina teorica, e di cui non si vedeva forse ancora l'applicazione pratica, una gioia ben diversa gli dava ogni in­novazione che determinasse un cambiamento rivoluzionario immediato nell'industria e, in generale, nello sviluppo storico. Così egli seguiva in tutti i particolari le scoperte nel campo dell'elettricità e, ancora in questi ultimi tempi, quelle di Marcel Deprez.

« Perché Marx era prima di tutto un rivoluzionario. Contribuire in un modo o nell'altro all'abbattimento della società capitalistica e delle istituzioni statali che essa ha creato, contribuire all'emancipazione del proletariato moderno al quale Egli, per primo, aveva dato la coscienza del­le condizioni della propria situazione e dei propri bisogni, la coscienza delle condizioni della propria liberazione: questa era la sua reale voca­zione. La lotta era il suo elemento. Ed ha combattuto con una passione, con una tenacia e con un successo come pochi hanno combattuto. La prima Rheinische Zeitung nel 1842, il Vorwàrts di Parigi nel 1844, la Deutsche Brusseler Zeitung nel 1847, la Nette Rheinische Zeitung nel 1848-49, la New York Tribune dal 1852 al 1861 e, inoltre, i numerosi opuscoli di propaganda, il lavoro a Parigi, a Bruxelles, a Londra, il tutto coronato dalla grande Associazione Internazionale degli Operai, ecco un altro risultato di cui colui che lo ha raggiunto potrebbe esser fiero anche se non avesse fatto nient'altro.

« Marx era perciò l'uomo più odiato e calunniato del suo tempo. I governi, assoluti e repubblicani, lo espulsero, i borghesi, conservatori e democratici radicali, lo coprirono a gara di calunnie. Egli sdegnò tutte queste miserie, non prestò loro nessuna attenzione, e non rispose se non in caso di estrema necessità. E' morto venerato, amato, rimpianto da milioni di compagni di lavoro rivoluzionari in Europa e in America, dalle miniere siberiane sino alla California. E posso aggiungere, senza timore: poteva avere molti avversari, ma nessun nemico personale.

« Il suo nome vivrà nei secoli, e così la sua opera! ».