Luci dell'alba

Nonostante tutto una nuova aurora stava spuntando sull'orizzonte mondiale. La legge contro i socialisti con cui Bismarck pensava di distruggere la socialdemocrazia tedesca, servì solo ad aprire il suo perio­do eroico, e così sgombrò anche il terreno da tutti gli errori e i malin­tesi che esistevano fra di essa e i due vecchi di Londra.

Ma ciò avvenne soltanto dopo una lotta mortale. Il partito tedesco ave­va superato con onore, nell'estate del 1878, la caccia ai socialisti e le ele­zioni che seguirono i due attentati. Ma nel prepararsi al colpo che lo minacciava esso non aveva valutato a sufficienza con quale somma di odio accanito avrebbe avuto a che fare. La legge era appena entrata in vigore che furono completamente dimenticate tutte le promesse della sua « leale applicazione » con cui i rappresentanti del governo avevano messo a tacere gli scrupoli del Reichstag, e tutta la struttura del partito fu colpita così spietatamente che centinaia di persone furono messe in mezzo a una strada. Subito dopo poche settimane, in evidente contrad­dizione col tenore della legge, fu proclamato il cosiddetto piccolo stato d'assedio a Berlino e dintorni, e circa sessanta padri di famiglia ricevettero subito l'ordine di espulsione, che costò loro non solo il pane, ma anche la casa.

Ciò era sufficiente a far nascere una comprensibile e inevitabile confusione. Se dopo la caduta della Comune di Parigi il Consiglio Ge­nerale dell'Internazionale aveva già lamentato che il provvedere ai profughi della Comune gli aveva impedito per mesi di sbrigare i suoi lavori ordinari, ora la direzione del partito tedesco doveva risolvere un compito molto più difficile, ostacolata com'era ad ogni pie sospinto dalla polizia e in mezzo a una terribile crisi economica. Non può essere neppur contestato che la tempesta sceverò il grano dal loglio, che gli elementi borghesi, che negli ultimi anni erano affluiti verso il partito, si dimostrarono spesso infidi, che molti capi non dettero buona prova di sé, che altri, anche uomini capaci, si sentirono mancare il coraggio sotto i colpi della reazione, ed ebbero paura che un'energica resistenza non avrebbe fatto che irritare maggiormente i nemici.

Da tutti questi fatti Marx ed Engels si sentivano ben poco edificati anche se sottovalutavano le difficoltà che bisognava superare. Ma essi potevano muovere critiche giustificate anche all'atteggiamento della frazione socialdemocratica del Reichstag, che in seguito alle elezioni tenute dopo l'attentato era risultata di nove membri. Nella discussione di una nuova tariffa doganale, uno di costoro, Max Kayser, ritenne op­portuno parlare in favore di un aumento dei dazi sul ferro, ciò che dovette fare un'impressione penosa. Infatti tutti sapevano che la nuova tariffa doganale aveva il compito di procurare due milioni annuali in più alle casse del Reich, di proteggere le rendite della grande proprietà fondiaria contro la concorrenza americana e permettere alla grande in­dustria di sanare le ferite che essa si era inferta da sé negli anni del Grundertaumel[1], e che la legge contro i socialisti era stata promul­gata fra l'altro per infrangere la resistenza delle masse contro l'impove­rimento che le minacciava.

Quando Bebel cercò di giustificare il voto di Kayser con i suoi accurati studi sulla questione dei dazi sul ferro, Engels gli rispose breve e conciso : « Se i suoi studi valessero un soldo, dorrebbero insegnargli che in Germania esistono due ferriere, Dortmunder Union e quelle di Kònigshùtte e Laurahutte, ciascuna delle quali è in grado di coprire l'intero fabbisogno del paese, e inoltre le molte piccole, e che dunque il dazio protettivo è pura assurdità, e solo la conquista del mercato estero può aiutare, quindi libero commercio assoluto, oppure bancarotta. Che gli stessi produttori di ferro possono desiderare il dazio protettivo sol­tanto nel caso che abbiano formato un'unione, un complotto, per impor­re al mercato interno prezzi di monopolio, e per disfarsi invece all'este­ro, a prezzi bassissimi, dei prodotti eccedenti, come già fanno in questo momento in misura considerevole. Kayser ha parlato nell'interesse di questa unione, di questo complotto di monopolisti, e votando per i dazi sul ferro ha votato nel loro interesse ». Quando anche Karl Hirsch, sulla Laterne, criticò piuttosto ruvidamente la tattica di Kayser, i membri della frazione parlamentare ebbero l'idea infelice di far la parte degli offesi, perché Kayser aveva parlato con la loro approvazione. Così essi persero completamente il favore di Marx ed Engels; Marx disse : « Sono già tanto infetti da cretinismo parlamentare che credono di stare al di sopra delle critiche, e condannano la critica come delitto di lesa maestà ».

Karl Hirsch era un giovane scrittore che si era guadagnato i galloni come vicedirettore del Volksstaat durante gli anni della detenzione di Liebknecht, e in seguito aveva vissuto a Parigi, ma poi ne era stato espulso dopo la promulgazione della legge eccezionale tedesca. Allora aveva fatto quello che la direzione del partito tedesco avrebbe dovuto fare fin da principio: a partire dalla metà di dicembre del 1878 pubblicò a Breda, in Belgio, la Laterne, un piccolo foglio settimanale del formato e dello stile della Laterne di Rochefort, così che potesse essere spedito in Germania in una semplice busta da lettera, per diventare qui un punto di raccolta e di appoggio per il movimento socialdemo­cratico. L'intenzione era buona, e Hirsch in linea di massima era una testa assolutamente chiara, ma la forma da lui scelta, epigrammi brevi, formulati con spirito, conveniva poco alle esigenze di un giornale ope­raio. Per questa ragione era più felice la Freiheit. un settimanale che poche settimane dopo Most cominciò a pubblicare a Londra con l'aiuto dell'Associazione comunista operaia di cultura; solo che dopo inizi passabilmente ragionevoli si perdette in un vano rivoluzionarismo.

Per la direzione del partito tedesco la comparsa di questi due gior­nali, nati in un certo senso spontaneamente e indipendentemente da essa, rese scottante la questione di un organo di stampa all'estero. Bebel e Liebknecht vi insistettero con tutta la loro energia, e riuscì loro anche di superare la resistenza ancora molto tenace di gruppi influenti del partito che volevano restar fermi sulla tattica del prudente riserbo. Con Most non era più possibile alcun accordo, ma Hirsch sospese la Laterne e si disse disposto ad assumere la direzione del nuovo organo; anche Marx ed Engels, che in Hirsch riponevano piena fiducia, erano disposti a collaborare. Il nuovo foglio doveva uscire settimanalmente a Zurigo, e dei suoi preparativi furono incaricati tre compagni di partito che vive­vano a Zurigo: l'impiegato delle assicurazioni Schramm, che era stato espulso da Berlino, Karl Hòchberg e Eduard Bernstein, che Hòchberg aveva chiamato come direttore letterario.

Ma evidentemente non si dettero gran premura per l'incarico che era stato loro assegnato, e il motivo del loro ritardo fu chiaro quando, nel luglio del 1879, vennero fuori con certi loro ]ahrbucher fur Sozialwissenschaft und Soziapolitik che dovevano uscire due volte l'anno. Lo spirito con cui erano diretti si rivelava soprattutto in un articolo che get­tava Sguardi retrospettivi sul movimento socialista e che era siglato con tre stelle. Ma i veri autori erano Hòchberg e Schramm; Bernstein vi aveva contribuito con poche righe.

Il contenuto dell'articolo era una tirata grossolana, priva di gusto e di tatto, sopra le colpe del partito, sulla sua mancanza di «buone maniere», sulla sua mania di insultare, sul suo civettare con le masse e il suo disprezzo per le classi colte, e su tutto ciò che nei movimenti proletari ha sempre mosso a sdegno la vigliaccheria del filisteo. L'ultima conclusione della sua sapienza pratica era che si doveva approfittare dell'ozio forzato, in conseguenza della legge contro : socialisti, per la penitenza e il riposo. Marx ed Engels furono indignati di questo pa­sticcio; in una circolare privata diretta ai dirigenti del partito chiesero che se si voleva sopportare nel partito, per motivi pratici, della gente con simili opinioni, per lo meno non la si lasciasse parlare da una posi­zione eminente. Questo diritto del resto non era staro neppure accor­dato a Hòchberg, ma egli se l'era preso semplicemente da sé, e pare che abbia agito di proprio arbitrio anche quando chiese per i « tre astri »[2] di Zurigo il diritto di controllo sulla redazione di Hirsch, e non tollerò per il giornale una direzione sullo stile di quella della Laterne. In conseguenza di ciò Hirsch e i due vecchi di Londra ritirarono l'impe­gno a collaborare.

Di tutto ciò che allora fu scritto in proposito non sono rimasti che frammenti. Ne risulta però che Bebel e Liebknecht non erano affatto d'accordo con le pretese dei « tre astri », ma non si vede bene perché non siano intervenuti a tempo. Lo stesso Hòchberg era andato a Londra, dove però si incontrò soltanto con Engels, che riportò una pessima im­pressione delle sue opinioni confuse, per quanto lui o Marx potessero non dubitare delle sue buone intenzioni. Anche la reciproca irritazione era poco adatta a favorire un'opportuna comprensione; il 19 settembre Marx scrisse a Sorge che se il nuovo settimanale fosse stato diretto con lo stile di Hòchberg, essi sarebbero stati costretti a intervenire pubblica­mente contro un simile « scempio » del partito e della teoria. « I signori sono avvertiti, e ci conoscono abbastanza per sapere che ciò vuol dire: o piegarsi o spezzarsi! Se si vogliono compromettere, tanto peggio! In nessun caso sarà permesso a loro di compromettere noi ».

Per fortuna non si arrivò agli estremi. Vollmar assunse la direzione del Sozialdemokrat di Zurigo, e la tenne in maniera abbastanza « mise­rabile », come dissero Marx ed Engels, ma non tale da dar loro motivo di protestare pubblicamente. Vi furono soltanto « continue controversie epistolari con quelli di Lipsia, che spesso si facevano aspre». I «tre astri » dimostrarono di essere innocui. Schramm si tenne completamente in disparte, Hòchberg partiva spesso per dei viaggi e Bernstein, sotto la spinta degli avvenimenti, si liberò dai suo stato di depressione come accadde, nella stessa misura e nello stesso tempo, anche a molti com­pagni di partito, che fino allora avevano un po' lasciato che le cose se­guissero il loro corso. Poté contribuire non poco a placare gli animi il fatto che Marx ed Engels con l'andar del tempo resero giustizia, più di quanto avessero fatto da principio, alle immense difficoltà con cui la direzione del partito doveva lottare. Il 5 novembre 1880 Marx scrisse a Sorge: «A coloro che stanno relativamente tranquilli all'estero non conviene render più grave, con gaudio della borghesia e del governo, la posizione di quelli che all'interno operano in condizioni difficili e con grandi sacrifici personali ». Poche settimane dopo fu addirittura conclusa una pace formale.

Per il 31 dicembre 1880 Vollmar si era congedato dal suo posto di direttore, e la direzione del partito decise allora di chiamare Hirsch, per compiere un gesto conciliante. Poiché Hirsch in quel periodo viveva a Londra, Bebel decise di recarsi là per trattare con lui; nello stesso tem­po voleva spiegarsi esaurientemente con Marx ed Engels, ciò che era nelle sue intenzioni da molto tempo, e portò con sé anche Bernstein, che nel frattempo aveva dato ottima prova di sé, per distruggere la prevenzione che a Londra esisteva ancora contro di lui. Questo pelle­grinaggio a Canossa, come fu chiamato in certi ambienti del partito, raggiunse in pieno i suoi diversi scopi; soltanto Karl Hirsch, dopo avere accettato, pose in un secondo tempo questa condizione, che voleva diri­gere da Londra il Sozialdemokrat. Questa proposta fu respinta, e la fine di tutta la storia fu che Bernstein fu incaricato, in un primo tempo in via provvisoria e poi definitivamente, della direzione; egli assolse il suo compito con onore e con soddisfazione, più che di altri, dei londinesi. E quando, un anno dopo, si svolsero le prime elezioni sotto la legge con­tro i socialisti, Engels esultò: nessun proletariato si è mai battuto in modo così mirabile.

Anche la Francia si trovava sotto una buona stella. Dopo la setti­mana di sangue del maggio 1871, Thiers aveva annunciato ai bor­ghesi versagliesi ancora tremanti che per la Francia il socialismo era morto, senza darsi pensiero del fatto che già una volta, dopo le giornate del giugno 1848, si era dimostrato falso profeta dando la stessa assi­curazione. Voleva credere che quanto maggiore era stato il salasso (nel 1871 si calcolava che le perdite della classe operaia parigina, in conse­guenza delle lotte per le strade, le esecuzioni, le deportazioni, le con­danne al carcere e l'emigrazione ammontassero a 100300 persone), tanto maggiore ne sarebbe stato l'effetto. Tanto maggiore, invece, fu l'abbaglio di Thiers. Dopo il 1848 il socialismo aveva richiesti) due decenni, per ridestarsi dal suo stordimento e dal suo silenzio; mi dopo il 1871 ri­chiese solo mezzo decennio per tornare a farsi vivo. Nel 1876, mentre i tribunali militari attendevano ancora alla loro opera sanguinosa e i difensori della Comune venivano fucilati, si riuniva già il primo con­gresso operaio a Parigi.

Esso, certo, in primo luogo non fu altro che un annuncio. Stava sotto la protezione dei repubblicani borghesi, che cercavano negli operai un appoggio contro i nobilucci di campagna monarchici, e le sue risoluzioni restavano sul piano dell'innocuo sistema cooperativo, quale era rappre­sentato, in Germania, da Schulze-Delitzsch. Ma si poteva prevedere che non si sarebbe rimasti a questo punto. Dopo il 1870 la grande industria meccanica, che dopo il trattato commerciale con l'Inghilterra del 1803 si era sviluppata lentamente, ricevette un impulso incomparabilmente più rapido. Essa doveva supplire a parecchie esigenze: riparare i danni causati dalla guerra a un terzo della Francia; creare i mezzi per dar vita a un nuovo gigantesco apparato militaristico, e infine colmare il vuoto che si era creato per la perdita dell'Alsazia, la provincia francese che fino al 1870 era stata la più progredita industrialmente. La grande industria seppe fare ciò che da essa si pretendeva. In tutte le parti del paese sorsero fabbriche, si formò un proletariato industriale, che ai tempi migliori della vecchia Internazionale esisteva soltanto in alcune città della Francia nord-occidentale.

Questo presupposto spiega i rapidi successi riportati da Jules Guesde, quando si gettò con la sua oratoria infocata nel movimento operaio, che aveva preso l'avvio dal congresso di Parigi del 1876. Distaccatosi recen­temente dall'anarchismo, Guesde non brillava per troppa chiarezza teo­rica, come si può vedere ancor oggi nell'Egalité da lui fondata nel 1877; nonostante che il Capitale fosse già stato tradotto e pubblicato in fran­cese, non sapeva niente di Marx, le cui teorie egli aveva appreso soltanto da Karl Hirsch. Ma aveva afferrato con gran decisione e chiarezza l'idea della proprietà collettiva della terra e dei mezzi di produzione prodotti, e con questa parola d'ordine avanzata della lotta proletaria di emancipa­zione, che nei congressi della vecchia Internazionale aveva sempre ur­tato contro la violenta resistenza dei delegati francesi, Guesde, che era un'oratore di prim'ordine e un acuto polemista, seppe scuotere gli operai francesi.

Sin dal secondo congresso operaio, riunitosi nel febbraio 1878 a Lione, che, nelle intenzioni degli organizzatori, avrebbe dovuto essere soltanto una nuova edizione del congresso di Parigi, Guesde riuscì a raccogliere sotto la sua bandiera una minoranza di dodici delegati. A questo punto la cosa cominciava a diventare preoccupante per il governo e per la borghesia: si iniziarono le persecuzioni contro il movimento operaio, e si riuscì anche a sopprimere l'Egalité mediante multe e con­danne al carcere contro i suoi redattori. Ma Guesde e i suoi compagni non si lasciarono scoraggiare: continuarono a lavorare instancabilmente e al terzo congresso operaio, che si riunì a Marsiglia nell'ottobre del 1879, ebbero con sé la maggioranza, che si costituì in partito sociali­sta e si organizzò per la lotta politica. L'Egalité risorse e trovò in Lafargue un attivo collaboratore, che scriveva quasi tutti gli articoli teorici; poco più tardi Malon, anche lui ex bakuninista, cominciò a pubblicare la Revue Socialiste, che Marx ed Engels sostennero con alcuni loro articoli.

Nella primavera del 1880, Guesde si recò a Londra, per stendere insieme con Marx, Engels e Lafargue un programma elettorale per il giovane partito. Si accordarono sul cosiddetto programma minimo che, dopo una breve introduzione che esponeva il fine comunista, nella sua parte economica consisteva solo di rivendicazioni immediate del movi­mento operaio. Non ci fu accordo però su ogni singolo punto: quando Guesde insisté per inserire nel programma la rivendicazione di un salario minimo legale, Marx disse che se il proletariato francese era ancora così infantile da aver bisogno di una simile esca, non valeva neppure la pena di stabilire un programma.

Ma ciò non era detto con malanimo: in complesso Marx considerava il programma come un enorme passo avanti, per far discendere gli operai francesi dalle loro frasi nebulose sul terreno della realtà, e tanto dall'opposizione che dal consenso che esso incontrò, Marx concluse che sorgeva in Francia il primo vero movimento operaio. Fino allora erano esi­stite soltanto delle sette, che naturalmente avevano ricevuto la loro parola d'ordine da fondatori di sette, mentre la massa del proletariato seguiva i borghesi radicali o radicaleggianti e il giorno delle decisioni si batteva per loro, per poi venire massacrata, deportata ecc., il giorno dopo, dalla gente che essa aveva portato al potere. Perciò Marx fu anche d'accordo che i suoi generi, appena l'amnistia per i comunardi, strappata al governo francese, avesse permesso loro di ritornare, si trasferissero in Francia: Lafargue, per lavorare insieme con Guesde, e Longuet, per assumere un posto influente di redattore nella Justice di Clemenceau, che era a capo dell'estrema sinistra.

In Russia la situazione era diversa e, nel giudizio di Marx, più favo­revole. Qui il suo capolavoro era letto con maggior cura e apprezzato più vivamente che altrove; soprattutto fra le generazioni colte Marx si era guadagnato molti seguaci e anche amici personali. Ma la sua concezione e la sua dottrina erano ancora completamente ignote alle due principali tendenze del movimento russo di massa, almeno così come allora esisteva: il partito della Volontà del popolo e il partito della Ripartizione nera. Esse erano ancora in tutto su di un piano bakuninista, se non altro perché la classe contadina importava loro più di ogni altra cosa. La questione che prima di tutto importava loro era formulata da Marx ed Engels in questi termini : la comunità rurale russa, questa forma in gran parte già dissolta, è vero, della originaria proprietà comune della terra, potrà passare direttamente a una più alta forma comunistica di proprietà terriera, o dovrà attraversare prima lo stesso processo di dissoluzione che costituisce lo sviluppo storico dell'occidente ?

La « sola risposta oggi possibile » fu data da Marx e da Engels nella prefazione a una nuova traduzione russa del Manifesto comunista, opera di Vera Zasulic, con queste parole: «Se la rivoluzione russa servirà di segnale a una rivoluzione operaia in occidente, in modo che entrambe si completino, allora l'odierna proprietà comune rurale russa potrà ser­vire di punto di partenza per una evoluzione comunista ». Questa affermazione spiega l'appassionata presa di posizione di Marx in favore del partito della Volontà del popolo, la cui politica terroristica aveva reso lo zar prigioniero della rivoluzione a Gàcina, mentre egli biasimava con una certa durezza il partito della Ripartizione nera, che respingeva ogni azione politico-rivoluzionaria e si limitava alla propaganda. Ma proprio a questo partito appartenevano uomini, come Axelrod e Plekhanov, che tanto hanno contribuito a infondere lo spirito marxista nel movimento operaio russo.

Anche in Inghilterra, infine, cominciava a spuntare il sole. Nel giu­gno 1881 uscì un libretto: L'Inghilterra per tutti; era stato scritto da Hyndman e doveva essere il programma della Federazione democra­tica, un'associazione che si era appena costituita, formata da diverse associazioni radicali inglesi e scozzesi, parte di borghesi e parte di proletari. Il capitolo sul lavoro e il capitale era fatto di estratti o para­frasi del Capitale di Marx, ma Hyndman non nominava né l'opera né il suo autore, e solo alla fine dell'introduzione osservava che doveva molto all'opera di un grande pensatore e scrittore indipendente. Questa singolare maniera di citare fu resa ancora molto più offensiva da Hyndman con le scuse con cui cercava di giustificarsi di fronte a Marx: il suo nome era troppo screditato, gli inglesi accettavano malvolentieri consigli dagli stranieri, e via dicendo. Allora Marx ruppe i rapporti con Hyndman, e lo gratificò per giunta del titolo di « imbecille ».

Grande soddisfazione gli procurò invece, nello stesso anno, un arti­colo su di lui che Belfort Bax aveva pubblicato nel fascicolo di dicem­bre di una rivista mensile inglese. Marx trovava, è vero, che le notizie biografiche erano per lo più inesatte, e che anche nell'esposizione dei suoi princìpi economici vi era molto di falso e di confuso, ma dopotutto era la prima pubblicazione del genere in Inghilterra, perfusa di un vero entusiasmo per le nuove idee, che si levasse coraggiosamente contro il filisteismo inglese; e* riteneva che nonostante tutto l'apparizione di questo articolo, annunciato a grandi lettere in manifesti sui muri dell'West End di Londra, aveva suscitato gran sensazione.

Se Marx scriveva così a Sorge, si può pensare che per una volta l'uomo ferreo, così insensibile alla lode e al biasimo, abbia avuto un piccolo attacco di vanità, e non vi sarebbe stato niente di più perdona­bile. Ma ciò che scriveva era soltanto dettato da uno stato di animo profondamente commosso, come risulta dalle frasi finali della lettera: « In questo la cosa più importante per me è stata che ho ricevuto quel numero sin dal 30 novembre, in modo che gli ultimi giorni di vita della mia cara moglie sono stati rischiarati. Tu sai che interesse appassio­nato prendeva per tutte queste cose ». La signora Marx era morta il 2 dicembre 1881.

 

 

[1] Fu detta Grùndertaumel (ebbrezza di fondatori) l'ondata di speculazioni che seguì l'unificazione della Germania e che cessò col crollo finanziario del 1873.

 

[2] Così Marx ed Engels chiamavano ironicamente Hòchberg, Schramm e Bernstein.