Anarchismo e guerra d'Oriente

Al Congresso di Gotha fu deciso anche di inviare delegati al con­gresso socialista mondiale, che doveva aver luogo a Gand. Come rap­presentante del partito tedesco fu eletto Liebknecht.

L'iniziativa di questo congresso era stata presa dai belgi, nei quali frattanto era sorta ripugnanza per le teorie anarchiche e che desideravano che tornassero a riunirsi le due tendenze che si erano scisse al Congres­so dell'Aia. La corrente bakuninista, come nel 1873 a Ginevra, aveva tenuto i suoi congressi a Bruxelles nel 1874 e a Berna nel 1876, ma con forze sempre decrescenti; essa era in declino di fronte alle neces­sità pratiche della lotta di emancipazione del proletariato, dalle quali essa era sorta.

Proprio alla fonte di queste complicazioni, nella contesa ginevrina fra la fabrique e i gros métiers, si rivelavano i reali antagonismi. Qui un ceto operaio ben pagato, con diritti politici che gli consentivano di partecipare alla lotta parlamentare, ma che lo attiravano anche in ogni sorta di discutibili alleanze con partiti borghesi; là uno strato operaio mal pagato, privo di diritti politici, che poteva contare soltanto sulla sua nuda forza. Si trattava di questi antagonismi pratici e non, come suole raccontare la tradizione leggendaria, di un antagonismo teorico: qui la ragione, là mancanza di ragione!

Le cose non erano così semplici, e non lo sono neppure oggi, come indica il sempre nuovo risorgere dell'anarchismo, ogni volta che è stato dato per morto e sepolto. Non significa davvero professarlo, se ci si guarda dal disconoscerne il significato; proprio come non significa rifiu­tare il dovuto riconoscimento all'attività politico-parlamentare se non si disconosce che essa, con la sue riforme, certo accertabili, può portare il movimento operaio a un punto morto, dove cessa il suo respiro rivo­luzionario. Non era un caso che Bakunin contasse un certo numero di seguaci che si sono acquistati grandi meriti nella lotta di emancipa­zione del proletariato. Liebknecht non apparteneva certo al numero degli amici di Bakunin, ma al tempo del Congresso di Basilea si pronunciò per l'astensione politica almeno con lo stesso fervore di Bakunin. Altri invece erano i più fervidi bakuninisti al tempo del Congresso di Basilea e anche per molto tempo dopo, come Jules Guesde in Francia, Carlo Cafiero in Italia, Cesar de Paepe, Pavel Axelrod in Russia; se essi poi diventarono altrettanto fervidi marxisti, ciò accadde, come taluno di loro ha espressamente affermato, non perché essi si siano sbarazzati delle loro precedenti convinzioni, ma solo perché erano legati a ciò che Bakunin aveva in comune con Marx.

Gli uni e gli altri volevano un movimento proletario di massa, e vi era fra loro contrasto solo a proposito della strada maestra che tale movimento doveva prendere. Ma i congressi dell'Internazionale bakuni­nista indicarono che la strada degli anarchici era impraticabile.

Porterebbe troppo lontano, in questa sede, seguire la rapida decaden­za dell'anarchismo nel corso di ciascuno dei suoi congressi. Il lavoro distruttivo si svolse con successo e radicalmente: fu abolito il Consiglio Generale e il contributo annuale, fu vietato ai congressi di votare su que­stioni di principio, e fu respinto a fatica il nuovo tentativo di escludere dal­l'Internazionale i lavoratori della mente. Ma nel lavoro costruttivo, nel progetto di un nuovo programma e di una nuova tattica, vi fu assai più confusione. Al Congresso di Ginevra si era discusso soprattutto sulla que­stione dello sciopero generale come mezzo unico e infallibile della rivolu­zione sociale, ma non si era giunti a nessun accordo; ancor più lontani dal­l'accordo si restò, al successivo Congresso di Bruxelles;, sulla questione dei servizi pubblici, principale oggetto delle discussione, su cui de Paepe tenne una relazione tale che gli attirò il rimprovero», non ingiustificato, di avere abbandonato del tutto il terreno dell'anarchismo. E' evidente quanto fosse necessaria questa deviazione di de Paepe, se proprio su quel­la questione si voleva dire qualche cosa di concreto. Dopo vivaci discus­sioni anch'essa fu rimandata al congresso successivo, ma neppure allora fu risolta. Gli italiani dichiararono addirittura che «l'era dei congressi era chiusa », e chiesero « la propaganda dell'azione»; in due anni essi organizzarono sessanta piccoli moti rivoluzionari, approfittando della fame che infieriva tra la popolazione, ma alla loro causa ciò non giovò niente.

Ancor più che per la disperata confusione delle sue posizioni teo­riche, l'anarchismo finì per irrigidirsi in setta per il suo atteggiamento negativo di fronte a tutte le questioni pratiche che toccavano gli inte­ressi immediati del proletariato moderno. Quando in Svizzera si svilup­pò un movimento di massa per la giornata legale di dieci ore, gli anar­chici rifiutarono di prendervi parte; altrettanto fecero quando i socia­listi fiamminghi intrapresero una campagna con una petizione intesa a ottenere la proibizione legale del lavoro dei fanciulli nelle fabbriche. Naturalmente essi respinsero anche ogni lotta per il suffragio univer­sale o per metterlo in pratica dove esisteva. Di fronte a questa politica sterile e senza prospettive, i successi della socialdemocrazia tedesca bril­lavano di luce tanto maggiore, e dappertutto provocavano l'allontana­mento delle masse dalla propaganda anarchica.

La convocazione di un congresso socialista mondiale a Gand, decisa dal congresso anarchico di Berna del 1876 per l'anno seguente, era già un risultato del riconoscimento che l'anarchismo non era riuscito a guadagnare a sé le masse. Il Congresso tenne le sue sedute a Gand dal 9 al 15 settembre. Erano presenti 42 delegati; gli anarchici non dispo­nevano più che di un solido nucleo di 11 membri, sotto la guida di Guillaume e Kropotkin; molti dei loro aderenti di prima, fra cui la maggioranza dei delegati belgi e l'inglese Hales, passarono all'ala socia­lista, che era capeggiata da Liebknecht, Greulich e Frankel. Fra Liebknecht e Guillaume si arrivò a un violento scontro, quando questo ultimo accusò la socialdemocrazia tedesca di aver messo da parte il suo programma delle elezioni per il Reichstag. Ma in generale le discus­sioni si svolsero in maniera del tutto pacifica: gli anarchici avevano perso il gusto delle parole grosse e tenevano i loro discorsi in tono minore, pacato, ciò che rese possibile un contegno conciliante ai loro avversari. Ma non si giunse al progettato « patto di solidarietà » : su questo le opinioni erano troppo discordi.

Marx non si era aspettato nient'altro; la sua attenzione era tutta tesa verso un altro punto dell'orizzonte, dal quale si aspettava una tempesta rivoluzionaria. Di due lettere in cui cava dei consigli a Liebknecht, la prima, del 4 febbraio 1878, cominciava: «Noi parteg­giamo decisamente per la Turchia per due ragioni: primo, perché ab­biamo studiato il contadino turco (quindi la massa del popolo turco) e abbiamo incondizionatamente riconosciuto in lui uno dei rappresen­tanti più capaci e più morali della classe contadina europea; secondo, perché la disfatta dei russi accelererebbe la rivoluzione sociale in Russia, di cui numerosi elementi esistono già, e quindi accelererebbe la rivolu­zione in tutta Europa ». Tre mesi prima Marx aveva già scritto a Sor­ge: «Questa crisi è un nuovo momento di svolta della storia europea. La Russia — e io ne ho studiato la situazione su fonti originali russe, non ufficiali e ufficiali (queste ultime, accessibili soltanto a poche per­sone, mi sono state procurate da amici di Pietroburgo) — si trovava già da lungo tempo alla vigilia di una rivoluzione: tutti gli elementi erano pronti. I bravi turchi hanno accelerato di anni l'esplosione, con le legna­te che hanno assestato non soltanto all'esercito russo e alle finanze russe, ma anche, in via del tutto personale, alla dinastia che comanda l'esercito (zar, successore al trono e altri sei Romanoff). Le sciocchezze che fanno gli studenti russi sono solo un sintomo, di per sé privo di valore. Ma sono un sintomo. Tutti gli strati della società russa sono economica­mente, moralmente, intellettualmente in piena decomposizione». Que­ste osservazioni si sono dimostrate perfettamente giuste ma, come gli è spesso accaduto nella sua impazienza rivoluzionaria, pur vedendo chiaramente la strada che prendevano le cose, Marx sottovalutava la lun­ghezza della strada stessa.

Le sconfitte iniziali dei russi si trasformarono in successi; ciò av­venne, come riteneva Marx, per il segreto appoggio di Bismarck, per il tradimento dell'Inghilterra e dell'Austria e, non da ultimo, per colpa degli stessi turchi, che avevano trascurato di rovesciare, con una rivo­luzione a Costantinopoli, il vecchio governo del saltano, che era stato la miglior truppa di difesa dello zar. Un popolo che in simili momenti di estrema crisi non sa intervenire con un'azione rivoluzionaria, è perduto.

Così la guerra russo-turca finì non con una rivoluzione europea, ma con un congresso diplomatico, nello stesso luogo e nello stesso tempo in cui la socialdemocrazia tedesca sembrò esser distrutta da un terri­bile colpo.