Una prospettiva filosofica

Perciò i Deutsch-Franzòsische Jahrbucher erano nati morti. Se alla lunga, i loro editori non potevano assolutamente procedere insieme poco importava quando e come essi si sarebbero separati, ed era addirittura preferibile rompere prima piuttosto che poi. Bastava che Marx avesse fatto un grande passo in avanti nella sua « comprensione ».

Egli pubblicò nella rivista due articoli: Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, e La questione ebraica, recensione di due scritti di Bauer. Nonostante il campo così diverso dei loro argomenti, essi sono strettamente legati insieme per il loro contenuto di pensiero; se in seguito Marx riassunse la sua critica della filosofia del diritto di Hegel nel fatto che la chiave per la comprensione dello sviluppo storico non sia da ricercare nello Stato, che Hegel apprezza, ma nella società che egli disprezza, ebbene, nel secondo articolo, questo punto è trattato addirittura in maniera più approfondita che nel primo.

Per un altro riguardo i due articoli stanno in rapporto fra loro come mezzo e fine. Il primo dà un abbozzo filosofico della lotta di classe del proletariato, il secondo un abbozzo filosofico della società socialista. Ma né l'uno né l'altro fanno l'impressione di cose improvvisate, anzi mo­strano tutte due in una linea rigorosamente logica lo sviluppo spirituale dell'autore. Il primo si riallaccia direttamente a Feuerbach, che aveva portato a termine negli aspetti essenziali la critica della religione, premessa di ogni critica. L'uomo fa la religione, non la religione l'uomo. Ma, così prosegue Marx, l'uomo non è un essere astratto, rimpiattato fuori del mondo. L'uomo è il mondo dell'uomo, lo Stato, la società, che, essendo un mondo a rovescio, producono la religione come coscienza rovesciata del mondo. La lotta contro la religione è quindi indirettamente lotta contro quel mondo di cui la religione è l'aroma spirituale. Così, dopo che è scomparso l'aldilà della verità, il compito della storia consiste nello stabilire la verità di questo mondo. E allora la critica del cielo si tramuta nella critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica.

Ma per la Germania questo compito storico può essere risolto soltanto dalla filosofia. Se si rinnegano le condizioni della Germania del 1843, secondo la cronologia francese si sta appena al 1789, ancor meno nel punto focale del presente. Se si deve sottoporre a critica la moderna realtà politico-sociale, questa si trova al di fuori della realtà tedesca, oppure la critica afferrerebbe il suo oggetto al di sotto del suo oggetto stesso. Come esempio del fatto che la storia tedesca, come una recluta maldestra, finora non aveva altro compito che di ripetere pappagallescamente storie già fritte e rifritte, Marx si richiama a un « problema fondamentale dell'età moderna», al rapporto dell'industria, o del mondo della ricchezza in generale, col mondo politico.

Questo problema occupa i tedeschi sotto forma di dazi protettivi, di sistema protezionistico, di economia nazionale. In Germania si comincia appena da dove Francia e Inghilterra stanno finendo. La vecchia situazione stagnante contro di cui questi paesi sono teoreticamente in agitazione, e che essi sopportano ancora soltanto come si sopportano delle catene, in Germania è salutata come l'aurora nascente di un bell'avvenire. Mentre in Francia e in Inghilterra il problema è: economia politica, ossia dominio della società sulla ricchezza, in Germania è: economia nazionale, ossia dominio della proprietà privata sulla nazione. Là si tratta già di sciogliere e qui si tratta ancora di fare il nodo.

Ma i tedeschi sono contemporanei della loro epoca, se non sul piano storico, almeno su quello filosofico. La critica della filosofia tedesca del diritto e dello Stato, che ha avuto da Hegel la sua più conseguente sistemazione, porta in mezzo alle questioni scottanti di essa. Qui Marx prende decisamente posizione sia di fronte alle due tendenze che erano state luna accanto all'altra nella Rheinische Zeitung, sia di fronte a Feuerbach. Pur se quest'ultimo aveva messo la filosofia tra i ferri vecchi, Marx diceva che, se ci si voleva ricollegare a veri principi vitali, non si doveva di­menticare che il vero principio vitale del popolo tedesco fino ad allora aveva vissuto soltanto dentro il suo cranio. Ma ai « cavalieri del cotone » e agli « eroi del ferro » egli diceva : avete perfettamente ragione di eliminare la filosofia, ma non la potete eliminare senza attuarla; e ai contrario, al vecchio amico Bruno Bauer e al suo seguito diceva: avete perfettamente ragione di attuare la filosofia, ma non la potete attuare senza eliminarla.

La critica della filosofia del diritto finisce col prospettare compiti per la cui soluzione c'è un solo mezzo: la prassi. Come può la Germania arrivare a una prassi che sia all'altezza del principio, cioè a una rivoluzione che non soltanto la innalzi allo stesso livello dei popoli moderni, ma a quell'altezza umana che sarà l'immediato futuro di questi popoli? Come può superare con un salto mortale non soltanto i suoi propri limiti, ma insieme i limiti dei popoli moderni, che nella realtà essa deve avvertire e aver di mira come liberazione dai propri limiti reali ?

Comunque, l'arma della critica non può sostituire la critica delle armi, il potere materiale deve essere abbattuto con la forza materiale; e del resto, anche la teoria diventa forza materiale non appena essa investe le masse, ad essa investe le masse non appena diventa radicale. Tuttavia, una rivoluzione radicale ha bisogno di un elemento passivo, di una base materiale; la teoria si attua in un popolo sempre soltanto in quanto essa è l'attuazione dei suoi bisogni. Non basta che il pensiero tenda ad attuarsi, bisogna che la realtà stessa si spinga verso il pensiero. Ma per questo pare che manchi ancora qualcosa in Germania, dove le diverse sfere si comportano luna con l'altra non drammaticamente, ma epicamente, dove anzi perfino la consapevolezza del proprio valore nella classe media si fonda soltanto sulla coscienza di essere la rappresentante generale della mediocrità filistea di tutte le altre classi, dove ogni sfera della società civile subisce la sconfitta prima di celebrare la sua vittoria e fa valere la sua ristrettezza prima di poter far valere la sua magnanimità, di modo che ogni classe, prima di cominciare la lotta con la classe che le sta sopra, viene coinvolta nella lotta con quella che le sta sotto.

Tuttavia, con ciò non è dimostrato che in Germania la rivoluzione radicale, universalmente umana è impossibile, ma soltanto che lo è la rivoluzione a metà, la rivoluzione soltanto politica, la rivoluzione che lascia intatti i pilastri della casa In Germania mancano quelle che sono le condizioni preliminari e cioè, da una parte, una classe che, movendo dalla sua particolare situazione, si accinga all'emancipazione generale della società e liberi tutta la società anche se soltanto presupponendo che tutta la società si trovi nella situazione di questa classe, e possieda, per esempio, denaro o cultura o li possa acquistare a piacimento; dall'altra parte, una classe nella quale si concentrino tutti i difetti della società, una particolare sfera sociale che passi notoriamente come la colpa della società intera, di modo che la liberazione da questa sfera appaia come la auto liberazione generale. Il significato negativo universale della nobiltà francese e del clero francese condizionò il significato positivo universale della borghesia che era immediatamente accanto e contro ad essi.

Ora Marx, dalla impossibilità della rivoluzione a metà, deduce la «positiva possibilità» della rivoluzione radicale. Alla domanda dove sussista questa possibilità, egli risponde: «Nella formazione di una classe con catene radicali, di una classe della società civile che non è una classe della società civile, di un ceto che è la dissoluzione di tutti i ceti, di una sfera che possiede un carattere universale grazie alle sue sofferenze universali e che non rivendica nessun diritto particolare perché non si commette su di essa nessuna ingiustizia particolare, ma l'ingiu­stizia per eccellenza, che non può più rivendicare un titolo storico ma ormai soltanto il titolo umano, che non sta in una contraddizione unilaterale con le conseguenze, ma in una contraddizione universale con le premesse dello Stato tedesco, una sfera infine che non può emanciparsi senza emanciparsi da tutte le altre sfere della società e senza emancipare con ciò tutte le altre sfere; che, in una parola, è la perdita totale dell'uomo, e che insomma può riconquistare se stessa soltanto con la piena riconquista dell'uomo. Questa dissoluzione della società è il proletariato». Esso cominciava appena a formarsi con l'irrompente movimento industriale per la Germania, perché non la povertà sorta naturalmente, ma la povertà prodotta artificialmente, non la massa umana oppressa meccanicamente dal peso della società, ma quella nascente dalla dissoluzione acuta di essa, preminentemente dalla dissoluzione del ceto medio, formava il proletariato, sebbene a poco a poco, come ben si comprendeva, entrassero nelle sue file anche la povertà naturale e la servitù della gleba cristiano-germanica. Come la filosofia trova nel proletariato le sue armi materiali, così il proletariato trova nella filosofia le sue armi spirituali, ed appena il lampo del pensiero avrà fatto luce in questo ingenuo terreno popolare, si completerà l'emancipazione del tedesco a uomo. L'emancipazione del tedesco è l'emancipazione dell'uomo. La filosofia non può attuarsi senza eliminare il proletariato, il proletariato non può eliminarsi senza attuare la filosofia. Quando saranno adempiute tutte le condizioni interne, il giorno della resurrezione tedesca, sarà annunciato dal canto del gallo francese.

Per la forma e per il contenuto questo articolo sta in primo piano tra i lavori giovanili di Marx che ci sono stati conservati; un rapido schizzo delle linee generali del suo pensiero non può dare nemmeno una lontana idea della prorompente piena di pensieri che egli riesce a costringere in una succosa forma epigrammatica. I professori tedeschi che vi hanno voluto avvertire uno stile lezioso e una assoluta mancanza di gusto non hanno fatto altro che fornire una prova ingloriosa della loro propria leziosaggine e mancanza di gusto. A dire il vero anche Ruge trovava già «troppo artificiosi» gli «epigrammi» dell'articolo; egli biasimava questa «mancanza e questo eccesso di forma», ma vi scopriva anche un « talento critico, che talvolta si esprime in una dialettica che degenera in un eccessivo sfoggio di bravura ». Questo giudizio non è ingiusto. Infatti il giovane Marx qualche volta prendeva già gusto al tintinnio delle sue armi affilate e pesanti. Far sfoggio di bravura è proprio di ogni gioventù geniale.

E ancora, è solo una prospettiva filosofica quella che l'articolo apre per il futuro. Nessuno ha dimostrato in modo più concludente di quanto abbia fatto Marx in seguito, che nessuna nazione può superare con un salto mortale i gradi necessari del suo sviluppo storico. Ma quelli che la sua mano sicura traccia sono contorni non tanto inesatti quanto indeterminati. Nei particolari le cose sono andate altrimenti, ma nel complesso sono andate proprio come lui aveva predetto. Di questo gli dà atto sia la storia della borghesia tedesca che la storia del proletariato tedesco.