«La questione ebraica»

Il secondo articolo che Marx pubblicò nei Deutsch-Franzòsische Jahbucher non è altrettanto avvincente nella forma, ma è forse anche superiore per la capacità dell'analisi critica. In esso egli studiò la differenza fra l'emancipazione umana e quella politica, sulla base di due studi di Bruno Bauer sul problema ebraico.

Allora questo problema non era ancora sceso alle bassezze dei discorsi anti e fìlosemitici di oggi. Una classe della popolazione che, in quanto portatrice preminente del capitale mercantile e usurarlo, conquistava una potenza sempre maggiore, era privata, a causa della sua religione, di tutti i diritti civili, anche se, a causa dell'usura che praticava, le erano consentiti particolari privilegi; il rappresentante più famoso dell'« assolutismo illuminato», il filosofo di Sanssouci, dette questo edificante esempio, concedendo la «libertà del banchiere cristiano» agli usurai ebrei che lo aiutavano nel falsificare le monete e in altre ambigue operazioni finanziarie, mentre tollerò appena nel suo Stato il filosofo Moses Mendelssohn, e non perché fosse un filosofo e si occupasse di inse­rire il proprio popolo nella vita spirituale tedesca, ma perché ricopriva il posto di contabile da uno degli usurai ebrei privilegiati.

Ma anche gli illuministi borghesi — pur con qualche eccezione — non si scandalizzavano troppo del bando dato a una classe della popolazione a causa della sua religione. La religione israelitica ripugnava loro come prototipo dell'intolleranza religiosa, dalla quale il cristianesimo aveva appreso a trafficare con le coscienze, e gli ebrei stessi non mostrarono il minimo interesse per l'illuminismo borghese. Essi si compiacquero della critica illuministica alla religione cristiana, che loro stessi avevano sempre maledetta, ma gridarono al tradimento dell'umanità quando la stessa critica attaccò la religione ebraica. Così rivendicavano l'emancipazione politica dell'ebraismo, ma non nel senso dell'uguaglianza dei diritti, non con l'intenzione di abbandonare la loro posizione particolare, bensì piuttosto con l'intenzione di consolidarla, sempre pronti ad abbandonare i principi liberali non appena contrastassero un interesse particolare degli ebrei.

La critica della religione esercitata dai Giovani hegeliani si era naturalmente estesa anche all'ebraismo, che essi consideravano come un'anti­cipazione del cristianesimo. Feuerbach aveva analizzato l'ebraismo come religione dell'egoismo. «Gli ebrei si sono mantenuti fino ad oggi nella loro particolarità. Il loro principio, il loro dio è il principio più pratico del mondo: l'egoismo nella forma di religione. L'egoismo raccoglie, concentra l'uomo in se stesso, ma lo rende teoreticamente limitato, perché indifferente a tutto quello che non si riferisce direttamente al benessere dell'Io stesso ». Similmente parlava Bruno Bauer, che ripeteva agli ebrei che essi si erano annidati tra le pieghe e nelle fessure della società borghese per sfruttarne gli elementi incerti, simili agli dei di Epicuro, che abitavano negli spazi intermedi del mondo, dove erano dispensati da un lavoro determinato.

Soltanto, se Feuerbach spiegava il carattere della religione ebraica col carattere degli ebrei, Bauer, nonostante la profondità, l'arditezza e la acutezza che Marx lodava nei suoi studi sul problema ebraico, vedeva questo problema ancora attraverso le lenti della teologia. Come i cristiani, così anche gli ebrei potevano aprirsi la via alla libertà soltanto in quanto superassero la loro religione. Lo Stato cristiano non poteva, dato il suo carattere, emancipare gli ebrei, ma anche gli ebrei non potevano essere emancipati dato il loro carattere religioso. Cristiani ed ebrei dovevano cessare di esser cristiani ed ebrei se volevano essere liberi. Ma sic­come l'ebraismo in quanto religione era stato sopravanzato dal cristianesimo, l'ebreo aveva una via più dura e più lunga del cristiano per giungere alla libertà. Secondo l'opinione di Bauer, gli ebrei, prima di poter diventare liberi, dovevano passare attraverso il tirocinio del cristianesimo e della filosofia di Hegel.

Marx obiettava che non era sufficiente ricercare chi dovesse emancipare e chi essere emancipato, ma che la critica doveva domandarsi di che genere di emancipazione si trattasse, se della emancipazione politica o di quella umana. Gli ebrei, come i cristiani, in parecchi Stati erano stati emancipati del tutto politicamente, senza essere per ciò emancipati umanamente. Doveva dunque esserci una differenza tra l'emancipazione politica e quella umana.

L'essenza dell'emancipazione politica era lo Stato moderno pienamente evoluto, e questo Stato era anche lo Stato cristiano perfetto, perché lo Stato cristiano-germanico, lo Stato dei privilegi, era soltanto lo Stato incompiuto, ancora teologico, non ancora evolutosi in purezza politica. Lo Stato politico nella sua perfezione suprema non esigeva però né dall'ebreo l'eliminazione dell'ebraismo, né dall'uomo in genere l'eliminazione della religione; esso aveva emancipato gli ebrei e doveva eman­ciparli secondo la propria essenza. Dove la costituzione dello Stato dichiarava espressamente indipendente dalla fede religiosa il godimento dei diritti politici, si considerava però ugualmente uomo indegno un uomo senza religione. L'esistenza della religione non contraddiceva perciò alla perfezione dello Stato. L'emancipazione politica dell'ebreo, del cristiano, dell'uomo religioso in genere, era l'emancipazione dello Stato dall'ebraismo, dal cristianesimo, dalla religione in generale. Lo Stato poteva liberarsi da un limite, senza che l'uomo ne fosse veramente libero, e qui si vedeva dove s'arrestava l'emancipazione politica.

Ora, Marx sviluppa ulteriormente questo pensiero. Lo Stato in quanto Stato nega la proprietà privata; l'uomo dichiara abolita la proprietà privata sul piano politico appena abolisce il censo per l'elettorato attivo e passivo, come è avvenuto in molti degli Stati liberi del Nordamerica. Lo Stato abolisce a suo modo la differenza di nascita, di ceto, di cultura, di mestiere, quando dichiara che nascita, censo, cultura, mestiere non sono differenze politiche, quando senza riguardo a queste differenze proclama ugualmente partecipe della sovranità popolare ogni membro del popolo. Cionondimeno lo Stato lascia sussistere la proprietà privata, la cultura, il mestiere al modo loro, cioè come proprietà privata, come cultura, come mestiere, e lascia validità al loro particolare modo d'essere. Ben lungi dall'abolire queste differenze di fatto, esso piuttosto esiste a condizione che esse esistano, si sente piuttosto soltanto come Stato politico e fa valere la sua universalità soltanto in contrasto con questi suoi elementi. Lo Stato politico perfetto è, per il suo modo d'essere, la vita dell'umanità, come specie, in contrasto con la vita materiale. Tutte le premesse di questa vita egoistica sussistono al di fuori della sfera dello Stato nella società civile, ma come proprietà della società civile. Il rapporto dello Stato politico con le sue premesse, e siano pure queste elementi materiali, come la proprietà privata, oppure anche elementi spirituali, come la religione, è il dissidio tra l'interesse privato e quello generale. Il conflitto in cui l'uomo, in quanto professa una particolare religione, si trova coi suoi concittadini, con gli altri uomini in quanto membri della comunità, si riduce alla scissione tra lo Stato politico e la società civile.

La società civile è la base dello Stato moderno, come la schiavitù antica era la base dello Stato antico. Lo Stato moderno riconobbe questa sua origine annunciando i diritti universali dell'uomo, il cui godimento spetta agli ebrei quanto il godimento dei diritti politici. I diritti uni­versali dell'uomo riconoscono l'individuo egoistico, borghese, e lo sfre­nato movimento degli elementi spirituali e materiali che costituiscono il contenuto della sua situazione di vita, il contenuto della odierna vita borghese. Essi non liberano l'uomo dalla religione, ma gli danno libertà di religione; non lo liberano dalla proprietà, ma gli danno libertà di pro­prietà; non lo liberano dal sudiciume dell'industria, ma gli danno libertà d'industria. La rivoluzione politica ha creato la società civile frantumando la screziata struttura feudale, tutti i ceti, le corporazioni, le arti che erano altrettante espressioni della separazione del popolo dalla sua comune essenza; ha creato lo Stato politico come situazione universale, come Stato effettivo.

Quindi Marx si riassume : « L'emancipazione politica è la riduzione dell'uomo da una parte a membro della società civile, all'individuo egoistico indipendente, dall'altra al cittadino dello Stato, alla persona morale. Soltanto quando l'uomo concreto, individuale, riprenda in sé l'astratto cittadino dello Stato, e in quanto uomo individuale nella sua vita empirica, nel suo lavoro individuale, nelle sue relazioni individuali, sia divenuto essere appartenente alla specie, soltanto quando l'uomo abbia riconosciuto e organizzato, le proprie forze come forze sociali, e quindi non separi più da sé la forza sociale sotto forma di forza politica, sarà finalmente compiuta l'emancipazione umana ».

Restava ancora da provare l'affermazione che il cristiano sia più suscettibile di emancipazione che non l'ebreo, affermazione che Bauer aveva cercato di spiegare con la religione ebraica. Marx si ricollegò a Feuerbach che aveva spiegato la religione ebraica con gli ebrei, e non gli ebrei con la religione ebraica. Soltanto, egli va anche oltre Feuerbach, in quanto accerta anche il particolare elemento sociale che si rispecchia nella religione ebraica. Qual era il fondamento terreno dell'ebraismo ? Il bisogno pratico, l'egoismo. Qual era il culto terreno dell'ebreo? L'usura. Quale il suo dio terreno? Il denaro. «Orbene, l'emancipazione dall'usura e dal denaro, cioè dall'ebraismo pratico e concreto, sarebbe l'autoemancipazione del nostro tempo. Un'organizzazione della società, che eliminasse le premesse dell'usura, cioè la possibilità dell'usura, renderebbe impossibile l'ebreo. La sua coscienza religiosa si dissolverebbe come una nebbia sottile nella reale aura vitale della società. D'altra parte, se l'ebreo riconosce li inanità di questa sua natura pratica, e lavora alla sua abolizione, uscendo dalla evoluzione nel quale si trovava finora, senz'altro giunge alla vera e propria emancipazione umana, e si rivolge contro la suprema espressione pratica dell'auto alienazione umana ». Marx riconosce nell'ebraismo un elemento universale, attuale, antisociale, che è stato spinto al suo presente livello, nel quale si deve necessariamente dissolvere, dallo sviluppo storico, al quale gli ebrei in questo senso negativo hanno zelantemente collaborato.

Era una duplice conquista quella a cui Marx giungeva con questo articolo. Egli sviscerava il rapporto tra società e Stato. Lo Stato non è, come pensa Hegel, la realtà dell'idea morale, l'assoluto nazionale e l'assoluto fine a se stesso, ma deve accontentarsi del compito incomparabilmente più modesto di proteggere l'anarchia della società civile che lo ha posto a farle da guardiano: la lotta universale dell'uomo contro l'uomo, dell'individuo contro l'individuo, la guerra reciproca di tutti gli individui separati gli uni dagli altri ormai soltanto per la propria individualità, l'universale movimento sfrenato delle forze vitali elementari liberate delle catene feudali, la schiavitù effettiva, anche se con l'apparenza di libertà e indipendenza dell'individuo, il quale crede di riconoscere la pro­pria libertà nel movimento sfrenato dei suoi elementi vitali alienati, pro­prietà, industria, religione, mentre esso è piuttosto il suo pieno asservimento e la sua piena privazione di umanità.

Ma poi Marx aveva riconosciuto che le questioni religiose del giorno avevano ormai soltanto un'importanza sociale. Lo sviluppo dell'ebraismo egli lo additava non nella teoria religiosa, ma nella prassi industriale e commerciale, che trova nella religione ebraica un riflesso fantastico. L'ebraismo pratico non è altro che il mondo cristiano perfetto. Dato che la società civile ha un carattere assolutamente ebraico-commerciale, l'ebreo le appartiene necessariamente e può rivendicare l'emancipazione politica come il godimento degli universali diritti dell'uomo. Tuttavia la emancipazione umana è una nuova organizzazione delle forze sociali, che rende l'uomo padrone delle sue fonti di vita; compare qui, in contorni indefiniti, l'immagine della società socialista.

Nei Deutsch-Franzòsische Jahrbucher egli arava ancora nel campo della filosofa, ma nei solchi tracciati dal suo aratro critico germogliavano i semi di una concezione materialistica della storia che, alla luce della civiltà francese, crescevano rapidamente in spighe.