Il «Vorwarts» e l'espulsione

Sulla vita privata di Marx nel suo esilio di Parigi non si hanno troppe notizie. La moglie gli donò la prima figlioletta e tornò poi in patria per farla conoscere ai parenti. Con gli amici di Colonia egli continuò a mantenersi in relazione; con un'offerta di mille talleri essi contribuirono notevolmente a far sì che quell'anno fosse così fecondo per Marx.

Marx era in stretti rapporti con Heinrich Heine, ed è anche merito suo se l'anno 1844 segnò un punto particolarmente felice nella vita di questo poeta. Il Racconto d'inverno e il Canto dei tessitori, e così pure le satire immortali sui despoti tedeschi, li ha tenuti a battesimo Marx. Egli fu in relazione col poeta soltanto pochi mesi, ma gli ha mantenuto fede anche quando le urla dei filistei risanarono contro Heine anche più alte che contro Herwegh; Marx ha perfino magnanimamente taciuto quando Heine, dal suo letto di malato, lo citò, contro la verità, come testimone della insospettabilità della pensione annua che il poeta aveva avuto dal ministero Guizot. Marx, che, ancora ragazzo, aveva mirato sia pur transitoriamente all'alloro poetico, conservò sempre una viva simpatia per la corporazione dei poeti, e molta indulgenza per le loro piccole debolezze. Pensava certo che i poeti sono degli strani originali che bisognava lasciare andare per la loro strada, che non si potevano misurare con la misura degli uomini comuni e anche non comuni; volevano essere adulati quando dovevano cantare; non era il caso di affrontarli con una critica tagliente.

In Heine, però, Marx vedeva non soltanto il poeta, ma anche il lottatore. Nella polemica tra Bòrne e Heine, che in quel periodo era divenuta una specie di pietra di paragone degli intelletti, egli si schierò decisamente per Heine. Egli pensava che in nessun periodo della letteratura tedesca si era ancora mai vista un'accoglienza più balorda di quella che lo scritto di Heine su Borne aveva avuto da parte degli asini cristiano-germanici, sebbene in nessun periodo fossero mancati i balordi. Marx non si lasciò mai ingannare dal chiasso sul presunto tradimento di Heine, dal quale perfino Engels e Lassalle, l'uno e l'altro, a dire il vero, in giovanissima età, si erano lasciati turbare. « Ci bastano pochi segni per capirci », gli scrisse una volta Heine, per scusare gli « illeggibili scarabocchi » della sua scrittura, ma l'espressione aveva un senso più profondo di quello esteriore a cui egli accennava.

Marx era ancora sui banchi di scuola quando, nel 1834, Heine già scopriva che lo « spirito di libertà » della nostra letteratura classica si esprimeva « tra i dotti, i poeti e i letterati molto meno » che « tra le grandi masse operose, tra gli artigiani e gli operai », e dieci anni dopo, al tempo in cui Marx viveva a Parigi, egli scopriva che i « proletari nella loro lotta contro la situazione esistente » avevano « come guida degli intelletti più avanzati, i grandi filosofi». La libertà e la sicurezza di questo giudizio si comprendono appieno quando si considera che nel frattempo Heine riversava la più mordace derisione sul continuo chiacchierar di politica nelle piccole conventicole di esuli, nelle quali Bòrne faceva la parte del grande odiator dei tiranni. Heine riconosceva che erano due cose del tutto diverse se era Bòrne o Marx a occuparsi di quei « quattro gatti di artigiani».

Quello che lo legava a Marx era lo spirito della filosofia tedesca e lo Spirito del socialismo francese, era l'avversione radicale contro la poltroneria cristiano-tedesca, il falso germanesimo che modernizzava un po' le sue parole d'ordine radicali l'aspetto dell'antica follia tedesca. I Massmann e i Venedey, che continuavano a vivere nella satira di Heine, camminavano proprio sulle orme di Bórne, per quanto questi stesse al di sopra di loro per intelligenza e per spirito. Ma a costui mancava ogni ;»usto per l'arte, ogni intelligenza della filosofia, conformemente alla sua frase famosa secondo cui Goethe sarebbe stato un servo in versi e Hegel un servo in prosa1, ma quando egli ruppe con le grandi tradizioni della storia tedesca, non acquistò però un rapporto di parentela spirituale con le nuove potenze culturali dell'Europa occidentale. Heine invece non poteva rinunciare a Goethe e a Hegel senza perdere se stesso, e si buttò sul socialismo francese con grande ardore, come su una nuova fonte di vita spirituale. I suoi scritti vivono ancora e vivranno; essi eccitano ancor oggi l'ira dei nipoti, così come hanno eccitato l'ira degli .ivi, mentre gli scritti di Bòrne sono dimenticati, molto meno per colpa del «fiacco ritmo» del suo stile che per il loro contenuto. Di fronte alle pettegole indiscrezioni che Bòrne aveva già diffuso sul conto di Heine, quando stavano ancora tutte due spalla a spalla, e che gli eredi letterari di Bòrne sono stati tanto poco intelligenti da pub­blicare tra i suoi scritti postumi, Marx pensava di non essersi ancora immaginato un Bòrne così scipito, insulso e meschino. Non perciò Marx avrebbe dubitato del carattere incontrastabilmente onesto di quel pettegolo, se avesse scritto sulla polemica com'era sua intenzione. Non si trovano facilmente nella vita pubblica gesuiti peggiori di quei radicali limitati e adoratori della lettera, che nel logoro mantello della loro virtuosità non arretrano di fronte a nessuna insinuazione contro spiriti più acuti e più liberi, ai quali è dato di svelare i più profondi nessi della vita storica. Marx è stato sempre dalla parte di questi, mai di quegli altri, tanto più che conosceva a fondo per esperienza personale la loro razza virtuosa.

Più avanti negli anni, Marx ha parlato di « aristocratici russi » che durante il suo esilio a Parigi lo avevano portato in palma di mano, aggiungendo comunque che non era cosa da valutar troppo. L'aristocrazia russa veniva educata nelle università tedesche, e passava a Parigi la sua giovinezza. Essa tendeva sempre agli estremi che l'occidente forniva; ma questo non impediva a quegli stessi russi di diventare dei manigoldi non appena entravano al servizio dello Stato. Pare che Marx pensasse al conte Tolstoi, agente segreto del governo russo, o a qualcun altro del genere; ma non aveva e non poteva aver di mira l'aristocratico russo sul cui sviluppo spirituale egli esercitava in quel tempo un notevole influsso: cioè Mikhail Bakunin. Questo influsso Bakunin lo ammetteva ancora quando le loro due strade si erano già da tempo separate; anche nella polemica tra Marx e Ruge, Bakunin prese decisamente partito per Marx contro Ruge, che era stato suo protettore fino a quel momento.

Questa polemica divampò ancora una volta nell'estate del 1844, e ormai pubblicamente. Dal capodanno del 1844 usciva a Parigi, due volte alla settimana, il Vorwàrts, la cui origine non fu una delle più pulite. Un certo Heinrich Bornstein, che si occupava di teatro e di altri affari di pubblicità del genere, lo aveva fondato per i fini della sua attività commerciale, e invero con un discreto sussidio offertogli dal compositore Meyerbeer; sappiamo anzi, grazie a Heine, quanto questo regio direttore d'orchestra prussiano, che viveva di preferenza a Parigi, smaniasse per procurarsi la più intensa reclame e quanto dovesse contarci. Ma, da consumato uomo d'affari, Bornstein rivestì il Vorwàrts di un manto patriottico e ne affidò la direzione a Adalbert von Bornstedt, ex ufficiale prussiano e ormai spia internazionale, che era sia « confidente » di Metternich che agente pagato dal governo di Berlino. In realtà i Deutsch-Franzòsische Jahrbucher, subito al loro apparire, furono salutati dal Vorwàrts con una salva d'ingiurie, delle quali è difficile dire se fossero più idiote o più volgari.

Ciò nondimeno, l'affare non doveva riuscir bene. Bornstein, nell'interesse di una fabbrica di traduzioni in serie, messa su da lui per fornire con incredibile disinvoltura le novità della scena parigina alle imprese teatrali tedesche, doveva cercare di soppiantare i drammaturghi giovani-tedeschi nel favore dei benpensanti che si atteggiavano ormai a ribelli, e per raggiungere questo scopo dovette prendere un atteggiamento di « mo­derato progresso » e rinunciare alle posizioni « ultra » non soltanto a sinistra ma anche a destra. Nella stessa necessità si trovava Bornstedt, se non voleva insospettire i circoli degli emigrati, il libero accesso ai quali era condizione preliminare per poter ricevere il prezzo del suo sporco mestiere. Soltanto, il governo prussiano era così accecato da non comprendere le stesse necessità della propria salvezza, e proibì il Vorwàrts nei suoi territori, dopo di che altri governi tedeschi fecero lo stesso.

E allora, al principio di maggio, Bornstedt abbandonò il gioco ormai senza prospettive di successo, ma non così fece Bornstein. Egli voleva fare i suoi affari, in un modo o nell'altro, e col sangue freddo di uno speculatore consumato si disse che il Vorwàrts, una volta che doveva esser proibito in Prussia, doveva avere anche tutto l'aroma di un giornale proibito, in modo che per il borghesuccio prussiano valesse la pena di riceverlo per vie proibite. Fu perciò per lui una manna quando quella giovane testa calda di Bernays gli offrì per il Vorwàrts un articolo pepato, e dopo qualche scaramuccia Bernays ebbe la direzione del giornale al posto di Bornstedt. Ormai anche altri emigrati lavoravano al giornale, data la totale mancanza di un altro organo, indipendentemente dalla re­dazione e ciascuno sotto la propria responsabilità.

Tra i primi si trovò anche Ruge. Anche luì da principio sostenne qualche scaramuccia con Bornstein firmando col proprio nome, e, come se fosse ancora del tutto d'accordo con Marx, difese i suoi articoli usciti sui Deutsch-Franzòsische Jahrbucher. Un paio di mesi dopo pubblicò due nuovi articoli, alcune brevi annotazioni sulla politica prussiana e un lungo articolo sulla dinastia prussiana, nella quale si parlava del « re beone », della « regina zoppicante », del loro matrimonio « puramente spirituale» e così via, ma tutte due non più firmati col suo nome, ma firmati «Un prussiano», il che faceva pensare a Marx come loro autore. Ruge era consigliere comunale di Dresda e come tale era registrato alla ambasciata sassone a Parigi; Bernays era del Palatinato renano bavarese, e Bornstein, che poi visse molto in Austria, ma mai in Prussia, era nativo di Amburgo.

A che cosa Ruge mirasse con quella firma dei suoi articoli che confondeva le idee, non si può stabilire oggi. Nel frattempo, come dimostrano le sue lettere ai suoi amici e ai suoi parenti, era passato a un odio rabbioso contro Marx, « volgarissimo individuo » ed « ebreo svergognato», ed è anche indiscutibile che due anni dopo in una contrita supplica al ministro prussiano degli interni tradì i suoi compagni d'esilio a Parigi e contro coscienza accollò a questi « giovani indefinibili » i peccati che egli stesso aveva commesso nel Vorwàrts. Ma è tuttavia possibile che Ruge, per dare maggiore efficacia agli articoli che trattavano di affari prussiani, li abbia fatti passare come scritti da un prussiano. Ma agì con una leggerezza estrema, e fu comprensibilissimo che Marx si affrettasse a parare il colpo del preteso «prussiano».

Naturalmente lo fece in maniera molto dignitosa. Si ricollegò a quel paio di osservazioni per così dire concrete di Ruge sulla politica prussiana e si sbrigò del lungo articolo sulla dinastia prussiana con questa nota a pie di pagina, che egli appose alla sua replica: «Motivi particolari mi inducono a dichiarare che il presente articolo è il primo che io ho fatto pervenire al Vorwàrts». Per il momento restò anche l'ultimo.

Quanto all'argomento, si trattava dell'insurrezione dei tessitori slesiani del 1844, che Ruge aveva trattato come cosa indifferente: le era mancata l'anima politica, e senza un'anima politica una rivoluzione sociale era impossibile. Quello che Marx ribatteva, nella sostanza lo aveva già detto nella Questione ebraica. Il potere politico non può sanare nessun male sociale, perché lo Stato non può abolire situazioni di cui esso è il prodotto. Marx si volgeva duramente contro l'utopismo, dicendo che il socialismo non si può attuare senza rivoluzione, ma non meno duramente si volgeva contro il blanquismo, spiegando che l'intelletto politico inganna l'istinto sociale quando cerca di farsi avanti per mezzo di pic­coli vani colpi di mano. Marx delineava con acutezza epigrammatica l'essenza della rivoluzione: «Ogni rivoluzione dissolve l'antica società; in questo essa è sociale. Ogni rivoluzione rovescia l'antico potere; in que­sto essa è politica ». La rivoluzione sociale con un'anima politica, come Ruge pretende, non aveva senso, mentre era. razionale una rivoluzione politica con un'anima sociale. La rivoluzione in generale — il rovesciamento del potere costituito e la dissoluzione degli antichi rapporti — era un atto politico. Il socialismo aveva bisogno di questo atto politico, in quanto aveva bisogno della distruzione e della dissoluzione. Ma dove cominciava la sua attività organizzatrice, dove comparivano il suo fine ultimo e la sua anima, il socialismo buttava via il suo velo politico.

Se con questi pensieri Marx si ricollegava alla Questione ebraica, l'insurrezione dei tessitori slesiani aveva presto confermato quanto egli aveva detto sulla fiacchezza della lotta di classe in Germania. C'era più comunismo ora nella Kòlnische Zeitung che prima nella Rheinische Zeitung, gli aveva scritto da Colonia il suo amico Jung; essa apriva una sottoscrizione per le famiglie dei tessitori caduti o arrestati; per lo stesso scopo, ad un pranzo d'addio al presidente del governo, erano stati raccolti tra i più alti funzionari e tra i più ricchi commercianti della città cento talleri; dappertutto tra la borghesia c'era simpatia per i pericolosi ribeli; « quella che pochi mesi fa era per essi una idea ardita e del tutto nuova, ha acquistato quasi la certezza del luogo comune». Marx faceva valere la universale presa di posizione a favore dei tessitori contro la sottovalutazione dell'insurrezione fatta da Ruge, «ma la scarsa resistenza della borghesia a tendenze e idee sociali » non lo illudeva minimamente. Egli prevedeva che il movimento operaio avrebbe soffocato le antipatie e le contraddizioni politiche entro le classi dominanti, e che avrebbe attirato su di sé tutta l'ostilità della politica appena avesse acquistato una forza decisa. Marx svelava la profonda differenza tra l'emancipazione borghese e l'emancipazione proletaria, indicando in quella il prodotto del benessere sociale, in questa il prodotto della miseria sociale. L'isolamento dalla comunità politica, dallo Stato era la causa della rivoluzione borghese, l'isolamento dall'umanità, dalla vera comunità degli uomini, era la causa della rivoluzione proletaria. Come l'isolamento da questa era incomparabilmente più universale, più insopportabile, più terribile, più contraddittorio dell'isolamento dalla comunità politica, così la sua eliminazione, anche come fenomeno parziale, come nella insurrezione dei tessitori slesiani, era tanto più infinita quanto l'uomo è più infinito del cittadino e la vita umana della vita politica.

Da qui risulta che Marx giudicava questa insurrezione in maniera del tutto diversa da Ruge. « Anzitutto ci si ricordi del canto dei tessitori, di questa audace parola d'ordine di lotta, in cui il proletariato grida subito la sua opposizione alla società della proprietà privata, in maniera evidente, acuta, ardita, possente. L'insurrezione slesiana comincia proprio di là dove terminano le insurrezioni francese ed inglese, con la coscienza della natura del proletariato. Gli avvenimenti stessi hanno questo carattere di superiorità. Non soltanto si distruggono le macchine, queste rivali degli operai, ma anche i libri contabili, questi titoli di pro­prietà, e mentre tutti gli altri movimenti si rivolsero inizialmente soltanto contro i signori dell'industria, cioè contro il nemico visibile, questo movimento si rivolge nello stesso tempo contro il banchiere, cioè contro il nemico nascosto. Infine nessuna insurrezione operaia inglese è stata condotta con uguale valore, ponderazione e resistenza ».

Facendo seguito a questo, Marx ricordava gli scritti geniali di Weitling, che per l'aspetto teorico spesso superavano quelli dello stesso Proudhon, di tanto di quanto gli rimanevano addietro per l'esecuzione. «Dove mai potrebbe la borghesia — compresi i suoi filosofi e i suoi dotti — mostrare un'opera concernente l'emancipazione della borghesia, cioè l'emancipazione politica, che sia all'altezza delle Garanzie dell'armonia e della libertà di Weitling ? Se si confronta la insulsa, me­schina mediocrità della letteratura politica tedesca con questo enorme e brillante debutto degli operai tedeschi; se si confrontano questi gigan­teschi stivali delle sette leghe del proletariato con la piccolezza delle logore scarpe politiche della borghesia, si deve presagire che questo paria tedesco farà molta strada ». Marx dice che il proletariato tedesco è il teorico del proletariato europeo, come il proletariato inglese è il suo economista e il proletariato francese il suo politico.

Quel che egli dice sugli scritti di Weitling è stato confermato dal giudizio dei posteri. Erano per il suo tempo lavori geniali, tanto più ge­niali in quanto il lavorante sarto tedesco aveva aperto la strada, ancor prima di Louis Blanc, Cabet e Proudhon, all'intesa tra il movimento operaio e il socialismo. Più strano appare oggi quanto Marx dice sai significato storico dell'insurrezione dei tessitori slesiani. Egli le attribuisce tendenze che certamente le sono state del tutto estranee, e sem­bra che Ruge abbia valutato molto più esattamente la ribellione dei tessitori come una semplice insurrezione per fame, priva di un più profondo significato. Tuttavia, come nella loro precedente polemica a proposito di Herwegh, si mostrò anche qui, e in modo anche più lampante, che tutto il torto dei filistei di fronte al genio consiste nell'aver ragione. Solo che alla fin fine un grande cuore riporta sempre la vittoria su di un piccolo intelletto !

Quei « quattro gatti di artigiani » che Ruge guardava sdegnosamente dall'alto in basso, mentre Marx li studiava con impegno, erano organizzati nella Lega dei Giusti, che si era sviluppata nel quarto decennio del secolo in collegamento con le società segrete francesi, e nella cui ultima disfatta del 1839 era stata coinvolta. La cosa era stata per essa salutare in quanto i suoi elementi dispersi non soltanto erano tornati a riunirsi nell'antico centro di Parigi, ma avevano anche diffuso la Lega in Inghilterra e in Svizzera, dove la libertà di riunione e di associazione le offriva un campo più vasto, di modo che queste propaggini si svilupparono più potentemente del vecchio ceppo. L'organizzazione parigina era sotto la direzione di Hermann Ewerbeck, di Danzica, che, come aveva tradotto in tedesco l'utopia di Cabet, così era tuttora impigliato nell'utopismo moraleggiante di Cabet. Weitling, che guidava l'agitazione nella Svizzera, gli si dimostrò intellettualmente superiore, ed Ewerbeck era superato almeno in decisione rivoluzionaria anche dai capi della Lega di Londra, l'orologiaio Josef Moli, il calzolaio Heinrich Bauer, e Karl Schapper, un ex studente di silvicultura, che tirava avanti ora facendo il tipografo, ora l'insegnante di lingue.

Marx deve aver sentito parlare della « impressione di forza » che facevano questi « tre veri uomini » per la prima volta da Friedrich Engels, che gli fece visita a Parigi, dov'era di passaggio, nel settembre del 1844 e trascorse dieci giorni con lui. Ora essi trovarono pienamente confermato l'accordo dei loro pensieri, già rivelatosi nella loro collaborazione ai Deutsch-Franzòsische Jahrbucher. Nel frattempo il loro vecchio amico Bruno Bauer si era volto contro questa concezione in una rivista letteraria da lui fondata, e la sua critica giunse a loro conoscenza proprio mentre erano insieme. Essi decisero immediatamente di rispondergli, ed Engels buttò subito giù quello che aveva da dire. Ma Marx, secondo il suo solito, affrontò la cosa più a fondo di quanto non fosse stato originariamente previsto, e con un lavoro accanito durante i mesi seguenti scrisse venti fogli di stampa finiti i quali, nel gennaio 1845, finì anche il suo soggiorno a Parigi.

Da quando aveva assunto la direzione del Vorwàrts, Bernays prese direttamente di petto i «balordi cristiano-germanici» di Berlino, e non si peritò nemmeno di commettere reati di « lesa maestà ». Specialmente Heine lanciava le sue frecce incendiarie, una dietro l'altra, contro il « nuovo Alessandro » nel castello di Berlino. La monarchia legittima rivolse perciò una petizione al manganello della polizia della illegittima monarchia borghese chiedendo un colpo di forza contro il Vorwàrts. Ma Guizot si mostrò duro d'orecchie; con tutti i suoi sentimenti reazionari egli era un uomo di cultura e sapeva inoltre che gioia avrebbe dato all'opposizione interna se si fosse mostrato un tirapiedi del despota prussiano. Divenne un po' più condiscendente soltanto quando il Vorwàrts pubblicò un « articolo infame » sull'attentato del borgomastro Tschech contro Federico Guglielmo IV. Dopo una discussione nel consiglio dei ministri, Guizot si dichiarò pronto a intervenire contro il Vorwàrts, e in due maniere: una prima con la polizia correzionale, citando il direttore responsabile per mancato deposito cauzionale, e una seconda in via penale, rinviandolo davanti ai giurati per istigazione al regicidio.

A Berlino si era d'accordo con la prima proposta, ma la sua attuazione si risolse in un buco nell'acqua: Bernays fu condannato a due mesi di carcere e a trecento franchi di multa, perché non aveva sborsato la cauzione richiesta dalla legge, tuttavia il Vorwàrts dichiarò subito che avrebbe seguitato a uscire come rivista mensile, per il che non si richiedeva alcuna cauzione. Della seconda proposta di Guizot, a Berlino non se ne voleva assolutamente sapere, nel timore, presumibilmente molto giustificato, che dei giurati parigini non avrebbero fatto violenza alla propria coscienza per amore del re di Prussia. Si provò dunque ancora, affinché Guizot espellesse i redattori e i collaboratori del Vorwàrts.

Alla fine, dopo prolungate trattative, il ministro francese si lasciò convincere, come allora si suppose, e come Engels ripetè ancora nel suo discorso funebre per la moglie di Marx, grazie all'opera poco nobile di mediazione di Alexander von Humboldt, cognato del ministro prussiano degli esteri. Recentemente si è cercato di alleggerire di questo peso la memoria di Humboldt, con la constatazione che gli archivi prussiani non contengono nulla in proposito. Ma questo non dimostra nulla in contrario, perché anzitutto gli atti su questa trista faccenda ci sono pervenuti incompleti, e in secondo luogo faccende del genere non vengono mai trattate per iscritto. Quello che di veramente nuovo è stato tratto dagli archivi dimostra anzi soltanto che dietro le quinte si è svolta una azione decisiva. A Berlino si era su tutte le furie contro Heine, che aveva pubblicato nel Vorwàrts undici delle sue satire più taglienti sul regime prussiano e particolarmente anche contro il re. Ma d'altra parte Heine era per Guizot il punto più delicato della delicata faccenda. Era un poeta di fama europea e per i francesi era quasi un poeta nazionale. Questa grave considerazione di Guizot — dato che lui in persona non poteva parlare — deve essere stata sussurrata all'orecchio dell'ambasciatore prussiano a Parigi da qualche spia, perché il 4 ottobre egli annunciò improvvisamente a Berlino che era molto dubbio se Heine, di cui soltanto due poesie erano state pubblicate sul Vorwàrts, appartenesse alla redazione del giornale; e allora anche a Berlino si comprese.

Heine non fu importunato, ma contro una serie di altri emigrati tedeschi, che avevano scritto per il Vorwàrts o erano in sospetto di averlo fatto, 1' 11 gennaio 1845, fu emanato l'ordine di espulsione; tra loro Marx, Ruge, Bakunin, Bornstein e Bernays. Una parte di loro si salvò: Bornstein, impegnandosi a rinunciare a pubblicare il Vorwàrts, e Ruge, consumandosi le scarpe a recarsi dall'ambasciatore sassone e da deputati francesi, per assicurarli di quanto egli fosse un cittadino leale. Marx, naturalmente, non era di questo stampo: e si trasferì a Bruxelles.

Il suo esilio a Parigi era durato meno di un anno, ma era stato il periodo più importante dei suoi anni di noviziato e di pellegrinaggio: ricco di suggestioni e di esperienze, più ricco per l'acquisto di un compagno d'armi che, col passare degli anni, gli divenne sempre più necessario per completare la grande opera della sua vita.