I «Deutsch-Franzosische Jahrbucher»

La nuova rivista era nata sotto una cattiva stella: di essa uscì soltanto un numero doppio alla fine del febbraio 1844.

Il «principio gallo-germanico» o, come fu ribattezzato da Ruge, la « alleanza intellettuale tra tedeschi e francesi » non si poté realizzare; il «principio politico della Francia» non volle saperne dell'apporto tedesco, cioè dell'« acume logico » della filosofia hegeliana, che avrebbe dovuto servirgli da più sicura bussola nelle regioni metafisiche, dove Ruge vedeva i francesi senza timone, in preda al vento e alle onde.

Veramente, se, stando alla sua testimonianza, si sarebbero dovuti conquistare anzitutto Lamartine, Lamennais, Louis Blanc, Leroux e Proudhon, questa lista era già di per sé abbastanza variopinta. Di questi, infatti, soltanto Leroux e Proudhon avevano un'idea della filosofia tedesca, e mentre quest'ultimo viveva in provincia, il primo aveva per il momento appeso al chiodo il mestiere dello scrittore per sprofondarsi nell'invenzione di una macchina tipografica. Gli altri poi si rifiutarono chi per questo chi per quello scrupolo religioso, perfino Louis Blanc, che vedeva sorgere l'anarchia in politica dall'ateismo in religione.

Quanto a collaboratori tedeschi, la rivista se ne procurò, a dire il vero, una bella schiera: accanto agli editori stessi, Heine, Herwegh, Johann Jacoby erano nomi di primo piano, e anche in seconda linea si potevano vedere Moses Hess e F. C. Bernays, un giovane giurista del Palatinato renano, per tacere del più giovane di tutti, Friedrich Engels, che, dopo aver già fatto le sue prime prove nell'attività di scrittore, qui per la prima volta si schierava in battaglia a visiera alzata e con la corazza smagliante. Ma anche questa schiera era abbastanza variopinta; alcuni di loro capivano poco della filosofia hegeliana e ancor meno del suo «acume logico»; soprattutto, tra i due editori stessi si manifestò presto un dissidio, che rese impossibile ogni collaborazione.

Il numero doppio della rivista, che fu poi l'unico, si apriva con un « carteggio » tra Marx, Ruge, Feuerbach e Bakunin, un giovane russo, che si era legato a Ruge a Dresda e aveva pubblicato nei Deutsche Jahrbucher un articolo che era stato molto notato. Sono in tutto otto lettere, contrassegnate con le iniziali dei nomi degli autori, di cui tre sono di Marx, tre di Ruge, una di Bakunin e una di Feuerbach. Più tardi Ruge definì questo carteggio come una scena drammatica da lui composta, pur utilizzando « in parte passi di lettere vere », e l'accolse anche nelle sue opere complete, ma significativamente apportandovi notevoli mutilazioni e sopprimendo l'ultima lettera, che è firmata da Marx e contiene il succo di tutto questo carteggio. Il contenuto delle lettere non lascia dubbio che esse sono degli autori di cui portano le iniziali, e se rappresentano una composizione unitaria, il violino di spalla di questo concerto è Marx, senza voler perciò contrastare che Ruge, sia nelle lettere di lui che in quelle di Bakunin e Feuerbach, possa averci messo le mani.

Marx non solo conclude il carteggio, ma anche lo apre con un breve attacco denso di motivi: la reazione romantica porta alla rivoluzione, lo Stato è una cosa troppo seria per lasciarsi ridurre a una buffonata; si potrebbe forse lasciare che una nave piena di pazzi andasse per un tratto col vento, ma essa andrebbe incontro al suo destino proprio perché i pazzi non lo crederebbero. A questo Ruge rispondeva con una lunga geremiade sulla irrimediabile pazienza pecorina dei filistei tedeschi, « accusando e disperando », come disse più tardi egli stesso; infatti Marx gli ribatteva subito cortesemente : « La sua lettera è una buona elegia, un canto sepolcrale che toglie il respiro, ma politicamente non conclude nulla di malia ». Se il mondo apparteneva al filisteo, valeva la pena di studiare questo signore del mondo. Signore del mondo esso era soltanto in quanto lo riempiva della sua società, come i vermi un cadavere; e finché continuasse a costituire il materiale della monarchia, anche il monarca non poteva essere altro che il re dei filistei. Il nuovo re di Prussia, più sveglio e più vivo del padre, aveva voluto porre lo Stato dei filistei sulla propria base, ma fino a che essi restavano quelli che erano, egli non poteva fare né di se stesso né della sua gente dei veri uomini liberi. Così era seguito il ritorno all'antico Stato fossilizzato dei servi e degli schiavi. Ma questa situazione disperata riempiva di nuova speranza. Marx additava l'incapacità dei signori e la infingar­daggine dei servi e dei sudditi, che lasciavano che tutto avvenisse come a Dio piaceva, eppure le due cose insieme bastavano già a provocare una catastrofe. Egli affermava che i nemici del filisteismo, tutti gli uomini che pensavano e che soffrivano, erano giunti a una intesa, e che per­fino il sistema passivo di riproduzione dei vecchi sudditi, arruo­lava ogni giorno nuove reclute per il servizio della nuova umanità. Anche più rapidamente il sistema dell'industria e del commercio, del possesso e dello sfruttamento dell'uomo portava ad una rottura entro l'attuale società, che il vecchio sistema era incapace di sanare, perché in generale esso non sanava e non creava nulla, ma solo esisteva e possedeva. Perciò bisognava portare del tutto alla luce il vecchio mondo e creare positivamente il nuovo.

Bakunin e Feuerbach scrivono, ciascuno a suo modo, ma tutte due incoraggiando, a Ruge. E costui si professa convinto « ad opera del nuovo Anacarsi e dei nuovi filosofi ». Se Feuerbach aveva paragonato la fine dei Deutsche Jahrbucher alla fine della Polonia, dove gli sforzi di pochi uomini erano vani nella palude stagnante di tutta la vita popolare, Ruge nella sua lettera a Marx diceva : « Sì ! Come la fede cattolica e la libertà nobiliare non salvarono la Polonia, così la filosofia teologica e la scienza aristocratica non poterono liberarci. Noi non possiamo proseguire il nostro passato se non rompendo decisamente con esso. Gli Jahrbucher sono finiti, la filosofia di Hegel appartiene al passato. Noi vogliamo fondare a Parigi un organo su cui giudicare in tutta libertà e con spietata sincerità noi stessi e tutta la Germania ». Egli promette di occuparsi dell'aspetto economico e prega Marx di dire il suo parere sul piano della rivista.

Marx ha non solo la prima ma anche l'ultima parola. Era chiaro che bisognava creare un nuovo punto d'incontro per le persone veramente pensanti e indipendenti. Ma anche se non c'erano dubbi sul punto di partenza, tanto maggiore era la confusione che regnava sul punto di arrivo. «Non solo è scoppiata una generale anarchia tra i riformatori, ma ciascuno sarà costretto a confessare a se stesso di non avere un'idea esatta di ciò che dovrà venir fuori. Tuttavia, il vantaggio della nuova tendenza è proprio questo, che noi non anticipiamo dogmaticamente il mondo, ma vogliamo trovare il nuovo mondo muovendo dalla critica del vecchio. Finora i filosofi avevano belle pronta nella loro scrivania la soluzione di tutti gli enigmi, e lo stupido mondo essoterico non aveva che da spalancare la bocca perché le colombe della scienza assoluta ci volassero dentro belle arrostite. La filosofia si è fatta terrena, e la prova più schiacciante ne è che la stessa coscienza filosofica è portata non solo esteriormente, ma anche interiormente nel tormento della lotta. Se non è affar nostro costruire il futuro e metter le cose a posto una volta per tutte, è però tanto più certo quello che noi abbiamo da compiere presentemente, intendo la critica senza riguardi di tutto ciò che esiste, senza riguardi nel senso che la critica non ha paura dei propri risultati e tanto meno del conflitto con i poteri attuali ». Marx non voleva innalzare nessuna bandiera dogmatica, e il comunismo, anche come lo insegnavano Cabet, Dezamy, Weitling, era per lui soltanto un'astrazione dogmatica. L'interesse fondamentale nella Germania contemporanea era anzitutto la religione, poi la politica, ad esse non bisognava contrapporre un qualche sistema, come il viaggio in Icaria, ma anzi bisognava ricollegarsi ad esse, comunque esse si presentassero.

Marx rigetta l'opinione dei « crassi socialisti » secondo cui le questioni politiche sarebbero al disotto di ogni dignità. Dal conflitto dello Stato politico, dal contrasto della sua destinazione ideale con le sue premesse reali, si poteva dappertutto sviluppare la verità sociale. « Nulla dunque ci impedisce di collegare la nostra critica alla critica della po­litica, a un intervento nella politica, insomma a lotte reali. Allora noi non ci contrapponiamo dottrinariamente al mondo con un nuovo principio: "Qui è la verità; qui s'inginocchi ognuno!". Noi elaboriamo per il mondo nuovi principi partendo dai principi del mondo. Noi non diciamo ad esso: "Cessa dalle tue lotte; sono roba da nulla; noi vogliamo dirti Ja vera parola d'ordine della lotta". Noi gli mostriamo soltanto per che cosa esso veramente combatte, e la consapevolezza è una cosa che esso deve far sua anche se non vuole ». Così Marx riassume il programma della nuova rivista: comprensione (filosofia critica) da parte della nostra epoca, di quelle che sono le sue lotte e i suoi desideri.

A questa « comprensione » è giunto solo Marx, ma non Ruge. Già il « carteggio » mostrava che Marx era quello che spingeva avanti e che Ruge si faceva spingere. A questo si aggiunse che Ruge si ammalò dopo il suo arrivo a Parigi e che si poté occupare poco della redazione. Così fu paralizzato nella sua più sostanziale capacità, quella per la quale Marx gli appariva « troppo cerimonioso ». Egli non poté dare alla rivista la forma e il carattere che riteneva più adatti, e neppure poté pubblicarvi un suo lavoro- personale. Tuttavia non si mostrò del tutto contrario al primo numero. Vi trovò «cose notevolissime, che faranno grande scalpore in Germania», anche se biasimava che «fossero imbandite insieme molte cose poco rifinite»., che egli avrebbe corretto, ma che ormai nella fretta erano passate. E la iniziativa sarebbe proseguita di certo, se non avesse urtato in ostacoli esterni.

Anzitutto i mezzi del Literarisches Kontor si esaurirono molto rapidamente, e Fròbel dichiarò di non poter più continuare l'impresa. E poi il governo prussiano già al primo annunzio dell'apparire dei Deutsch-Franzòsische Jahrbucher, si mobilitò contro di essi.

Comunque non fu contraccambiato di pari sollecitudine né da Metternich, né tanto meno da Guizot; il 18 aprile 1844 dovette accontentarsi di comunicare ai prefetti di tutte le province che gli Jahrbucher rappresentavano la fattispecie del tentativo di alto tradimento e di lesa maestà; i prefetti, senza suscitare scalpore, dovevano ordinare alle autorità di polizia di arrestare Ruge, Marx, Heine e Bernays appena mettessero piede sul suolo prussiano, e di sequestrare tutte le loro carte. Ma era ancora un provvedimento ben innocuo, con ciò che quelli di Norimberga, come si dice, non impiccano nessuno se prima non l'hanno tra mano. Ma la cattiva coscienza del re di Prussia divenne più pericolosa in quanto seppe far sorvegliare i confini con la vigilanza più malevola. Su un battello del Reno furono sequestrate 100 copie, presso Bergzabern, al confine franco-palatino, molto più di 200; erano colpi alla nuca molto dolorosi dato che si dovevano fare i conti con una tiratura relativamente modesta.

Ma dove già esistono attriti interni, avviene che essi facilmente si fanno più amari e più aspri con le difficoltà esterne. Stando a quel che dice Ruge, esse hanno anche accelerato o addirittura provocato la sua rottura con Marx, nel che ci può essere qualche cosa di vero, in quanto nelle faccende finanziarie Marx era di una sovrana indifferenza, e Ruge di una taccagna sospettosità. Egli non si peritò di pagare lo stipendio che spettava a Marx, a imitazione del trucksystem (pagamento con merci invece che con denaro, Ndr), con copie degli Jahrbucher, ma si agitò poi moltissimo, dato che non aveva nessuna pratica del commercio librario, quando gli parve che si pretendesse da lui che arrischiasse i suoi averi per continuare la rivista. Comunque, in una situazione del genere, è più facile che Marx abbia accollato a se stesso piuttosto che a Ruge un simile peso. Gli potrà magari aver consigliato di non gettare il fucile alle ortiche subito al primo insuccesso, e Ruge, che già si era « adirato » per l'invito a tirar fuori qualche franco per la stampa degli scritti di Weitling, potrà aver fiutato in questo un attentato alla sua borsa.

Per di più Ruge stesso accenna alla vera causa della rottura quando dà come motivo immediato una lite a proposito di Herwegh, che lui «comunque, forse con eccessiva violenza», aveva definito «un mascalzone », mentre Marx aveva insistito sul suo « grande avvenire ». I fatti hanno dato ragione a Ruge: Herwegh non ha avuto un «grande avvenire », e il genere di vita ch'egli conduceva allora a Parigi sembra sia stato effettivamente molto discutibile; perfino Heine lo ha stigmatizzato severamente, e Ruge ammette che anche Marx non se ne compiaceva molto. Tuttavia, questo magnanimo errore onorava il « mordace » Marx più di quanto l'« onesto » e «nobile» Ruge potesse gloriarsi del suo maligno istinto. Infatti all'uno importava il poeta rivoluzionario, all'altro l'irreprensibile piccolo borghese. Questo era il senso più profondo dell'insignificante incidente che separò per sempre i due. Per Marx la rottura con Ruge non ebbe l'importanza sostanziale che ebbero magari le sue successive spiegazioni con Bruno Bauer o con Proudhon. Come rivoluzionario egli deve essersi adirato parecchie volte con Ruge, prima che il dissidio a proposito di Herwegh, anche se si svolse effettivamente come ce lo descrive Ruge, gli facesse montare la bile.

Se si vuole conoscere Ruge sotto il suo aspetto migliore, bisogna leggere le memorie ch'egli pubblicò venti anni dopo. I quattro volumi giungono fino alla fine dei Deutsche Jahrbucher, fino al periodo cioè in cui la vita di Ruge fu esemplare per quella avanguardia letteraria di professori e studenti che erano i portavoce di una borghesia che viveva di piccoli traffici e di grandi illusioni. Esse contengono una quantità di quadretti di genere sull'infanzia di Ruge, che era cresciuto nella pianura del Ruge e della Pomerania occidentale, e danno un quadro così vivace del primo periodo delle associazioni studentesche e della infame caccia ai « demagoghi », come non ne esistono altri nella letteratura tedesca. Fu una sventura per esse che uscissero in un momento in cui la borghesia tedesca dava l'addio alle grandi illusioni per dar principio ai grandi affari; così le memorie di Ruge restarono quasi inosservate, mentre un libro dello stesso genere, ma incomparabilmente inferiore non solo dal punto di vista storico, ma anche da quello letterario, il Diario del carcere di Reuter scatenò veri uragani d'applausi. Ruge era stato un vero membro delle Burschenschaften, mentre Reuter era testato al margine, solo per spassarsela: ma alla borghesia .che già luceva gli occhi dolci alle baionette prussiane, l'« aureo umorismo» con cui Reuter scherzava su quell'infame violazione del diritto che era la caccia ai demagoghi, piacque incomparabilmente di più dell' «umorismo ardito» con cui, secondo l'indovinata espressione di Freiligrath, Ruge riscontrava come quei miserabili non l'avessero spuntata con lui, e come le casematte lo avessero reso libero.

Ma proprio nella vivace narrazione di Ruge si avverte chiaramente che il liberalismo prequarantottesco, nonostante tutte le sue grandi parole non fosse altro che puro filisteismo e che i suoi portavoce alla fin fine dovevano restare sempre dei filistei. Tra questi filistei Ruge era an­cora quello più dotato, ed entro i suoi limiti ideologici combatté con sufficiente coraggio. Tuttavia il suo stesso temperamento lo trascinò tanto più rapidamente su posizioni false, quando a Parigi gli si presentarono i grandi contrasti della vita moderna.

Se col socialismo egli si era accomodato come con un gioco di filosofi filantropi, di fronte al comunismo dei circoli operai di Parigi lo colpì il terrore del borghesuccio non soltanto per la propria pelle ma anche per la propria borsa. Se nei Deutsch-Franzòsische Jahrbucher egli aveva consegnato il certificato di morte alla filosofia di Hegel, nel corso dello stesso 1844 egli salutava nel più stravagante rampollo di questa filosofia, cioè nel libro di Stirner, la liberazione dal comunismo, che era la più stupida di tutte le stupidaggini, il nuovo cristianesimo predicato dai semplici e la cui attuazione sarebbe stata una abbietta vita da animali di stalla.

Tra Marx e Ruge non c'era ormai più nulla in comune.