Civiltà francese

Dato il modo in cui Marx lavorava, è molto probabile che egli avesse abbozzato nelle loro linee generali ì due articoli sulla filosofia del diritto di Hegel e sulla questione ebraica quando ancora viveva in Germania, nei primi mesi del suo felice matrimonio. Ma se essi già gravitavano attorno alla grande rivoluzione francese, tanto più era ovvio che Marx si sprofondasse nella storia di questa rivoluzione non appena il suo soggiorno a Parigi gli consentisse di studiare le fonti di essa e insieme le fonti sia della sua preistoria, cioè il materialismo francese, sia dei suoi sviluppi, cioè il socialismo francese.

Allora Parigi poteva vantarsi a buon diritto di marciare alla testa della civiltà borghese. Nella rivoluzione del luglio 1830 la borghesia francese, dopo una serie di illusioni e di catastrofi che hanno il peso di avvenimenti storici mondiali, aveva consolidato quanto aveva acquistato nella grande rivoluzione del 1789. I suoi talenti si dispiegavano a loro agio, ma quando la resistenza delle antiche forze era ancor lontana dall'esser spezzata, si annunciarono nuove forze, e la guerra degli ingegni di­vampò in un'incessante vicenda, quale non sera mai vista in Europa e tanto meno nella Germania sepolta nel suo silenzio di tomba.

In queste onde vivificanti Marx si lanciò a capofitto. Nel maggio 1844 Ruge scriveva a Feuerbach, non con l'intenzione di lodare, ma appunto perciò tanto più persuasivamente, che Marx leggeva moltissimo e lavorava con enorme intensità, ma che non portava a termine nulla, interrompeva tutto e si precipitava sempre di nuovo in uno sterminato mare di libri. Era eccitato e impetuoso, soprattutto quando aveva lavorato fino allo sfinimento e non era andato a dormire per tre o quattro notti di seguito. Aveva abbandonato la critica della filosofia di Hegel e voleva sfruttare il suo soggiorno a Parigi per scrivere, cosa che Ruge trovava molto giusta, una storia della Convenzione, per la quale aveva raccolto materiale e fatto osservazioni molto profonde.

Marx non scrisse la storia della Convenzione, ma non per questo restano smentite le notizie di Ruge, che sono anzi tanto più credibili. Quanto più profondamente Marx penetrava nella essenza storica della rivoluzione del 1789, tanto più poteva rinunciare alla critica della filosofia di Hegel come mezzo per la « comprensione » delle lotte e dei desideri dell'epoca, ma tuttavia tanto meno poteva accontentarsi della storia della Convenzione, che aveva rappresentato, sì, un massimo di energia politica, di potere politico e di intelligenza politica, ma che si era dimostrata impotente di fronte all'anarchia sociale.

Purtroppo, eccettuate le parche notizie di Ruge, non si è conservata nessuna testimonianza sulla base della quale si possano dedurre nei particolari le attività di studio di cui Marx si occupò nella primavera e nell'estate del 1844. Ma nell'insieme si può ben stabilire come sono andate le cose. Lo studio della rivoluzione francese portò Marx a quella letteratura storica del « terzo stato » che era sorta sotto la restaurazione borbonica ad opera di notevoli ingegni, volti a indagare l'esistenza storica della loro classe su su fino al secolo XI, e a raffigurare la storia francese dal Medioevo in poi come una serie ininterrotta di lotte di classe. A questi storici — ed egli nomina espressamente Guizot e Thierry — Marx deve la cognizione della natura storica delle classi e delle loro lotte, la cui anatomia economica egli apprese poi dagli economisti borghesi, tra i quali egli nomina espressamente Ricardo. Egli stesso negò sempre di aver scoperto la teoria della lotta di classe; quello che egli rivendicava a sé era soltanto di aver dimostrato che l'esistenza delle classi è legata a determinate lotte storiche di sviluppo della produzione, che la lotta di classe porta necessariamente alla dittatura del proletariato e che questa dittatura stessa non costituisce altro che il passaggio all'eliminazione di tutte le classi e a una società senza classi. Questo nesso di pensieri si è sviluppato in Marx durante l'esilio di Parigi.

L'arma più splendente e più acuta con cui il « terzo stato » lottò contro le classi dominanti era stata nel secolo decimottavo la filosofia materialistica. E anche questa Marx studiò con ardore durante il suo esilio parigino, ma delle sue due correnti studiò meno quella che partiva da Descartes e si perdeva nelle scienze naturali, che quella che si ricollegava a Locke e sboccava nella scienza sociale. Helvetius e Holbach, che avevano trasferito il materialismo nella vita sociale, e che avevano messo al centro dei loro sistemi l'uguaglianza naturale delle intelligenze umane, l'unità tra il progresso della ragione e il progresso dell'industria, la naturale bontà dell'umanità, l'onnipotenza dell'educazione, furono anch'essi stelle che illuminarono i lavori parigini del giovane Marx. Egli battezzò la loro dottrina col nome di « umanesimo positivo », come aveva anche bat­tezzato la filosofia di Feuerbach; soltanto, il materialismo degli Hel­vetius e degli Holbach era divenuto la « base sociale del comunismo ».

Per studiare il comunismo e il socialismo, come Marx aveva già an­nunciato nella Rheinische Zeitung, Parigi offriva proprio la migliore delle occasioni. Quel che si offerse qui ai suoi sguardi era un quadro di una pienezza di pensieri e di figure quasi sconcertante. L'aria culturale era sa­tura di germi socialisti, e nemmeno il Journal des Débats, il classico foglio dell'aristocrazia finanziaria dominante, che era sostenuto dal governo con un considerevole contributo annuo, si poteva sottrarre a questa corrente, anche se si limitava a pubblicare nella sua appendice i pseudosocialisti romanzi d'avventure di Eugène Sue. Formavano il polo opposto a questo pensatori geniali come Leroux, generati già dal proletariato. Nel mezzo cerano i resti dei sansimonisti e l'attiva setta dei fourieristi, che aveva in Considérant il suo capo e nella Démocratie pacifique il suo organo, socialisti cristiani, come il prete cattolico Lamennais o l'antico carbonaro Buchez, socialisti piccolo-borghesi, come Sismondi, Buret, Pecqueur, Vidal, e non ultima anche la letteratura, nelle cui creazioni spesso eminenti, come i canti di Béranger o i romanzi di George Sand, giocavano luci e ombre socialiste.

Era caratteristico, però, di tutti questi sistemi socialisti contare sull'accortezza e la benevolenza delle classi possidenti, che per mezzo di una propaganda pacifica avrebbero dovuto essere convinte della necessità di riforme o di rivolgimenti sociali. Sorti essi stessi dalle delusioni della grande rivoluzione, sdegnavano la via politica che aveva portato a queste delusioni; bisognava aiutare le masse oppresse, poiché esse non erano in grado di aiutarsi da sé. Le rivolte operaie del quarto decennio del secolo erano fallite, e in realtà i loro uomini più decisi, come Barbès e Blanqui, non avevano conosciuto né una teoria socialista né determinati mezzi pratici per un rivolgimento sociale.

Soltanto per questo il movimento operaio cresceva tanto più rapidamente, e Heinrich Heine definiva con sguardo profetico il problema che ne sorgeva, quando diceva: « I comunisti sono l'unico partito in Francia che meriti una decisa considerazione. Io rivendicherei sia per i resti del sansimonismo, i cui seguaci sono sempre in vita sotto strane etichette, sia per i fourieristi, che sono ancora freschi ed attivi, la stessa attenzione, ma questi uomini onorati li muove solo la parola, il problema sociale come problema, il concetto tramandato, ed essi non sono spinti da necessità demoniaca, non sono i ministri predestinati per mezzo dei quali la suprema volontà del mondo attua le sue grandi decisioni. Prima o poi la famiglia dispersa di Saint-Simon e tutto lo stato maggiore dei fourieristi passerà all'esercito sempre crescente del comunismo e, dando al rozzo bisogno la parola creatrice, si assumerà la parte che già ebbero i padri della Chiesa». Così scriveva Heine il 15 giugno 1843, e non era ancora passato un anno, quando arrivò a Parigi l'uomo che doveva compiere quello che Heine, nel suo linguaggio poetico, chiedeva ai sansimonisti e ai fourieristi, dare al rozzo bisogno la parola creatrice.

Probabilmente già in terra tedesca, e in ogni caso muovendo ancora da considerazioni filosofiche, Marx si era dichiarato contro la costruzione del futuro e la sistemazione definitiva una volta per tutte, contro lo spie­gamento di una bandiera dogmatica, contro la posizione del crasso so­cialismo, secondo cui l'occuparsi di questioni politiche sarebbe al di sotto di ogni decoro. E se egli aveva pensato che non bastasse che il pensiero andasse verso la realtà, ma che la realtà dovesse essa stessa andare verso il pensiero, anche questa condizione si adempì in lui. Da quando, nel 1839, era stata repressa l'ultima insurrezione operaia, movimento operaio e socialismo cominciarono ad avvicinarsi in tre correnti.

Anzitutto nel partito democratico-socialista. Il suo socialismo era aquanto mal combinato, poiché esso si componeva di elementi piccolo-bor­ghesi e proletari, e le parole d'ordine che esso scriveva sulla sua bandiera — organizzazione del lavoro e diritto al lavoro — erano utopie piccolo-borghesi, che non si potevano attuare nella società capitalistica. In questa il lavoro è organizzato come deve essere organizzato date le condizioni di vita di questa società, cioè sulla base del lavoro salariato, che presup­pone il capitale e che può essere eliminato soltanto insieme col capitale. Non altrimenti stanno le cose col diritto al lavoro, che si può attuare sol­tanto attraverso la proprietà comune degli strumenti di produzione, cioè attraverso l'eliminazione della società borghese, alle cui radici i capi di questo partito, Louis Blanc, Ledru-Rollin, Ferdinand Flocon, si rifiutavano solennemente di porre l'accetta. Essi non volevano essere né comunisti né socialisti.

Ma per quanto le mete sociali di questo partito fossero utopistiche, tuttavia esso compiva un progresso decisivo, in quanto entrava nella strada politica che conduceva ad esse. Esso dichiarava che senza riforma politica era impossibile ogni riforma sociale, e che la conquista del potere politico era l'unica leva con cui le masse oppresse potevano salvarsi. Esso chiedeva il suffragio universale, e questa rivendicazione trovava un'eco potente tra il proletariato, che, stanco dei colpi di mano e delle congiure, cercava armi più efficaci per la sua lotta di classe.

Schiere anche maggiori si riunivano sotto la bandiera del comunismo operaio, innalzata da Cabet. Egli era stato in origine giacobino, ma si era convertito al comunismo attraverso la via della letteratura, ed esattamente attraverso Utopia di Tommaso Moro. Egli lo professava tanto apertamente quanto apertamente lo ripudiava il partito democratico-socialista, ma era d'accordo con questo in quanto riteneva che la democrazia politica fosse uno stadio di passaggio necessario. Per questo il Voyage eri Icarie, in cui Cabet tratteggiò la società del futuro, fu incomparabilmente più popolare delle geniali fantasie avveniristiche di Fourier, con le quali del resto, col suo procedere asmatico, era ben lungi dal potersi commisurare.

Infine dal grembo del proletariato si levavano chiare voci che annunziavano senza ambiguità che questa classe cominciava a divenire maggiorenne. Marx conobbe Leroux e Proudhon, ambedue appartenenti, in quanto tipografi, alla classe operaia, sin dai tempi della Rheinische Zeitung, e sin da allora si era ripromesso di studiare a fondo i loro scritti. E tanto più ciò gli veniva fatto, in quanto sia Leroux che Proudhon tentavano di riallacciarsi alla filosofia tedesca, tutte due a dire il vero, con gravi incomprensioni. Quanto a Proudhon, Marx stesso ha affermato di aver cercato di illuminarlo sulla filosofia hegeliana, con lunghe conver­sazioni durate spesso tutta la notte. Ed essi giunsero su posizioni comuni, per risepararsi poi di nuovo; ma, dopo la morte di Proudhon, Marx ha spontaneamente riconosciuto il grande impulso dato dai suoi primi scritti, e che, indubbiamente egli stesso aveva avvertito. Nel primo scritto di Proudhon, che, accantonando tutte le utopie, sottoponeva la proprietà privata, come causa di tutto il male sociale, a una critica radicale e senza riguardi, Marx vide il primo manifesto scientifico del proletariato moderno.

Tutte queste correnti portavano alla fusione tra il movimento operaio e il socialismo, ma, a quel modo che esse erano in contraddizione luna con l'altra, così ciascuna si smarriva dopo i primi passi in nuove contraddizioni. Ora per prima cosa a Marx, dopo lo studio del socialismo, importava lo studio del proletariato. Nel luglio 1844 Ruge scriveva a un comune amico in Germania : « Marx si è buttato a studiare il comunismo tedesco di qui dal punto di vista sociale, s'intende, perché da quello politico è impossibile che trovi importante questa meschina agitazione. Una ferita così piccola come sono in grado di procurare gli artigiani e poi questi altri quattro gatti conquistati qui, la Germania la può sopportare senza troppe medicine ». Ben presto Ruge doveva essere erudito sul perché Marx trovasse importante l'agitarsi di quei quattro gatti di artigiani.