La scissione nella Lega dei Comunisti

Del resto, il caso Kinkel ebbe un significato più sintomatico che effettivo. La natura del dissidio in cui Marx ed Engels si trovarono con l'emigrazione londinese, la si può riconoscere esattamente da esso, ma la sua manifestazione più importante non fu esso, e tanto meno ne fu la causa.

Quello che legava Marx ed Engels agli altri emigrati e quello che li divideva da loro, lo mostrano le due attività a cui essi si dedicarono nell'anno 1850, accanto alla pubblicazione della Neue Rheinische Revue: da una parte il Comitato dei profughi, che essi fondarono con Bauer, Pfànder e Willich per aiutare gli emigrati che affluivano a Londra, tanto più numerosi quanto più la Svizzera cominciava a mostrare agli esuli il muso duro; dall'altra la ricostituzione della Lega dei Comunisti, che diventava tanto più necessaria in quanto la controrivoluzione vittoriosa strappava senza riguardi alla classe operaia la libertà di stampa e di riunione e tutti i mezzi di propaganda in generale. Si può dire che Marx ed Engels si dichiarassero solidali con l'emigrazione umanamente ma non politicamente; che condividessero le sofferenze, ma non le illusioni di essa; che le sacrificassero l'ultimo centesimo, ma non le più piccole briciole delle loro convinzioni.

L'emigrazione tedesca, e anzi internazionale, rappresentava una massa confusa dei più diversi elementi. Tutti speravano in un ridestarsi della rivoluzione che li avrebbe riportati in patria, e tutti lavoravano per questo scopo, col che pareva che fosse creata l'unità d'azione. Tuttavia ogni slancio in questa direzione falliva regolarmente; arrivava, al massimo, a manifestazioni cartacee che tanto meno dicevano quanto più pomposamente tuonavano. Appena si doveva cominciare ad agire, nascevano i litigi meno edificanti. Essi non erano dovuti alle persone, e ruttai più venivano acuiti dalla situazione sconfortante in cui queste persone si trovavano; la loro vera causa erano le lotte di classe che avevano determinato il corso della rivoluzione e che proseguivano nell'emigrazione, nonostante tutti i tentativi di esorcizzarle. La sterilità di questi tentativi fu subito avvertita da Marx ed Engels, ed essi non vi parteciparono, cosa che unì tutte le frazioni e frazioncine dell'emigrazione almeno in quest'unica convinzione che Marx ed Engels fossero i veri e incorreggibili disturbatori della pace.

Da parte loro essi proseguirono la lotta di classe del proletariato, che avevano cominciato già da prima della rivoluzione. I vecchi membri della Lega dei Comunisti si erano ritrovati quasi al completo a Londra sin dall'autunno del 1849, ad eccezione di Moli, che era caduto nelle battaglie sulla Murg, e di Schapper, che arrivò soltanto nell'estate del 1850, e infine di Wilhelm Wolff, che vi si trasferì dalla Svizzera soltanto un anno più tardi. Inoltre si erano acquistate nuove energie: August Willich, l'ex ufficiale prussiano, che nella campagna del Baden e del Palatinato si era rivelato accorto capo di truppe volontarie ed era stato conquistato dal suo aiutante d'allora, Engels: una personalità notevole, ma teoricamente una testa poco chiara. Poi giovani d'ogni tipo, il commerciante Konrad Schramm, l'insegnante Wilhelm Pieper, e soprattutto Wilhelm Liebknecht, che aveva studiato nelle università tedesche, ma aveva preso la laurea nell'insurrezione del Baden e nell'esilio in Svizzera. Tutti questi stettero molto intorno a Marx in questi anni, ma il più attaccato e il più fedele fu certo Liebknecht. Sugli altri due Marx non si espresse sempre favorevolmente, ma non si deve prendere alla lettera ogni parola pronunciata in un momento d'impazienza su di loro. Quando Konrad Schramm, ancor giovane d'anni, fu rapito dalla tisi, Marx lo esaltò come il « Percy testa calda » del partito; anche il Pieper diceva che « nonostante tutto era un bon gargon ». Per mezzo di Pieper si mise in contatto epistolare con Marx l'avvocato Johannes Miquel di Gottinga, che entrò nella Lega dei Comunisti. Marx lo apprezzava apertamente come uomo d'ingegno, e Miquel ha tenuto fede alla sua bandiera per parecchi anni, finché non tornò indietro, come il suo amico Pieper, nel campo liberale.

Una circolare del Comitato centrale, in data marzo 1850, redatta da Marx ed Engels e portata in Germania dall'emissario Heinrich Bauer, era destinata a ricostituire la Lega dei Comunisti. Essa muoveva dall'idea che fosse imminente una nuova rivoluzione, « sia che essa stia per essere provocata da una sollevazione indipendente del proletariato francese, o dall'invasione della Santa Alleanza contro la Babele rivoluzionaria». Come la rivoluzione del marzo aveva portato alla vittoria la borghesia, così la nuova rivoluzione vi avrebbe portato la piccola borghesia, che avrebbe tradito ancora una volta la classe operaia. L'atteggiamento del partito rivoluzionario operaio verso la democrazia piccolo-borghese veniva così riassunto : « Esso procede d'accordo con quest'ultima contro la frazione di cui persegue la caduta; esso si oppone ai democratici piccolo-borghesi in tutte le cose pel cui mezzo essi vogliono consolidarsi per conto proprio ». I piccoli borghesi avrebbero sfruttato una rivoluzione per loro vittoriosa per riformare la società capitalistica fino al punto di renderla più comoda e più vantaggiosa per la loro stessa classe e, fino a un certo punto, anche per gli operai. Ma il proletariato non avrebbe potuto esserne in alcun modo soddisfatto. Mentre i piccoli borghesi democratici avrebbero spinto il più rapidamente possibile, dopo l'attuazione delle loro limitate rivendicazioni, all'accantonamento della rivoluzione, compito degli operai sarebbe stato piuttosto di rendere permanente la rivoluzione « sino a che tutte le classi più o meno possidenti non siano scacciate dal potere, sino a che il proletariato non abbia conquistato il potere dello Stato, sino a che l'Associazione dei proletari, non solo in un paese, ma in tutti i paesi dominanti del mondo, si sia sviluppata al punto che venga meno la concorrenza tra proletari di questi paesi, e sino a che almeno le forze produttive decisive non siano concentrate nelle mani dei proletari ».

Conforme a ciò, la circolare metteva in guardia gli operai dal lasciarsi ingannare dalle prediche dei democratici piccolo-borghesi sull'unione e sulla conciliazione, e dal lasciarsi degradare ad appendice della democrazia borghese. Al contrario essi dovevano organizzarsi il più saldamente e il più fortemente possibile, per dettare alla piccola borghesia, dopo la vittoria della rivoluzione, che come sempre sarebbe stata conquistata grazie alla loro forza e al loro valore, condizioni tali che il dominio dei democratici borghesi portasse in sé il germe della sua fine e che si rendesse più facile soppiantarlo in seguito col dominio del proletariato. « Innanzi tutto gli operai debbono durante il conflitto e immediatamente dopo la lotta, fin quando è possibile, opporsi ai tentativi della borghesia di mantenere la calma, e costringere i democratici a tradurre in atto le loro attuali frasi terroristiche... Ben lungi dall'opporsi ai cosiddetti eccessi, casi di vendetta popolare su persone odiate o su edifici pubblici, cui non si connettono altro che ricordi odiosi, non soltanto si devono tollerare quegli esempi, ma se ne deve prendere in mano la direzione ». Nell'elezione di una assemblea nazionale gli operai avrebbero dovuto presentare dappertutto candidati indipendenti, anche dove non ci fosse la minima prospettiva di successo, senza curarsi di tutte le frasi democratiche. Naturalmente gli operai all'inizio del movimento non avrebbero potuto ancora proporre nessuna misura direttamente comunistica, ma avrebbero potuto costringere i democratici a intervenire il più ampiamente possibile nell'ordinamento attuale della società, a disturbarne il corso regolare, e a compromettere se stessi, come anche a concentrare nelle mani dello Stato il più gran numero possibile di forze produttive, mezzi di trasporto, fabbriche, ferrovie, ecc. Soprattutto gli operai non avrebbero dovuto tollerare che nell'abolizione del feudalesimo le terre feudali venissero date, come nella grande rivoluzione francese, ai contadini in libera proprietà, col che si sarebbe lasciato sussistere il proletariato agricolo e si sarebbe creata una classe di contadini piccolo-borghesi, che avrebbe dovuto attraversare lo stesso ciclo di impoverimento e di indebitamento per cui è passato il contadino francese. Gli operai, al contrario, avrebbero dovuto pretendere che lette feudali confiscate restassero beni demaniali e fossero trasformate in colonie di lavoro, coltivate dal proletariato agricolo associato con tutti i mezzi della grande agricoltura. Così il principio della proprietà comune avrebbe ricevuto subito una base salda in mezzo agli scossi rapporti della società borghese.

Armato di questa circolare, Bauer ebbe un grande successo nella sua missione in Germania. Riuscì a riannodare delle fila strappate e a intesserne delle nuove, e in particolare a guadagnare una grande influenza sui resti delle associazioni operaie, contadine, di salariati, ginnastiche, che si erano conservati anche nel pieno furore della controrivoluzione. Anche i membri più influenti della Fratellanza operaia fondata da Stephan Born si unirono alla Lega, che « aveva guadagnato a sé tutte le forze adoperabili », come scriveva a Zurigo Karl Schurz, il quale nello stesso periodo viaggiava attraverso la Germania per incarico di un'organizzazione di profughi in Svizzera. In un secondo comunicato, in data giugno 1850, il Comitato centrale poteva annunciare che la Lega aveva preso piede saldamente in una serie di città tedesche e che si erano formati dei circoli direttivi ad Amburgo per lo Schleswig-Holstein, a Schwerin per il Mecklemburgo, a Breslavia per la Slesia, a Lipsia per la Sassonia e Berlino, a Norimberga per la Baviera, a Colonia per la Renania e la Vestfalia.

Sempre in questo appello il circolo di Londra era indicato come il più forte della Lega, quello che quasi da solo faceva fronte alle spese. Esso continuava a dirigere l'Associazione tedesca operaia di cultura a Londra, e insieme la parte più decisa degli esuli di lì; inoltre il Comitato centrale era in stretti rapporti coi partiti rivoluzionari inglese, francese e ungherese. Ma per altri riguardi il circolo di Londra era però la parte più debole della Lega, in quanto la avviluppava nelle lotte sempre più roventi ma anche sempre più inconcludenti dell'emigrazione.

Nel corso dell'estate del 1850, venne palesemente meno la speranza di un rapido ridestarsi della rivoluzione. In Francia fu abolito il suffragio universale, senza che la classe operaia si sollevasse; ormai la decisione era tra il pretendente Luigi Bonaparte e l'Assemblea nazionale monarchica e reazionaria. In Germania la democrazia piccolo-borghese si ritirava dalla scena politica, mentre la borghesia liberale partecipava alla spoliazione del cadavere della rivoluzione tedesca tentata dalla Prussia. Ma la Prussia fu gabbata dai medi e dai piccoli Stati tedeschi, che ballavano tutti al suono della musica austriaca, mentre lo Zar agitava su tutta questa società tedesca il suo staffile minaccioso. Ma nella misura in cui la vera rivoluzione rifluiva, aumentavano gli sforzi febbrili dell'emigrazione per fabbricare una rivoluzione artificiale; essa continuava ad illudersi ad ogni segno minaccioso, e riponeva le sue speranze nei prodigi che avrebbe saputo compiere grazie alla sua decisa volontà. Nella stessa misura essa divenne più diffidente contro ogni autocritica nelle proprie file. Così Marx ed Engels, che contemplavano con uno sguardo chiaro e freddo il vero corso delle cose, si trovarono in contrasto sempre più acuto con l'emigrazione. Ma in che modo la voce della logica e della ragione avrebbe potuto domare la tempesta delle passioni in questa massa dirigente più o meno disperata? Lo poteva tanto poco, che la generale ubriacatura penetrò anche nel circolo di Londra della Lega dei Comunisti e scompigliò profondamente il suo Comitato centrale.

Nella sua seduta del 15 settembre del 1850 si venne alla scissione aperta. Sei membri stavano contro quattro: Marx ed Engels, poi Bauer, Eccarius, Pfànder della vecchia guardia, e della giovane generazione, Konrad Schramm, contro Willich, Schapper, Frànkel e Lehmann, dei quali uno solo era del vecchio ceppo: cioè Schapper, un rivoluzionario nato, come Engels lo ha ben definito, trascinato ancora dalla passione rivoluzionaria, dopo che aveva visto da vicino gli orrori della controrivoluzione per tutto un anno ed era arrivato proprio allora in Inghilterra.

Nella seduta decisiva Marx caratterizzò il contrasto con queste parole : « Al posto della considerazione critica, la minoranza ne mette una dogmatica, al posto di una materialistica ne mette una idealistica. Per essa invece delle condizioni effettive diventa ruota motrice della rivoluzione la nuda volontà. Mentre noi diciamo agli operai: Voi dovete attraversare 15, 20, 50 anni di guerre civili e di lotte popolari non soltanto per cambiare la situazione ma anche per cambiare voi stessi e per rendervi capaci del dominio politico voi dite invece: Noi dobbiamo giungere subito al potere, oppure possiamo andare a dormire! Mentre noi richiamiamo in particolare gli operai tedeschi sul fatto che il proletariato tedesco non è ancora sviluppato, voi adulate nel modo più goffo il sentimento nazionale e i pregiudizi di casta dell'artigiano tedesco, cosa che comunque dà più popolarità. Come i democratici hanno fatto della parola popolo un qualcosa di sacro, così voi avete fatto della parola proletariato ». Si venne a delle spiegazioni violente, perfino a una sfida a duello di Schramm a Willich — deplorata del resto da Marx — che ebbe luogo presso Anversa e portò a una leggera ferita di Schramm. Ma una riconciliazione degli spiriti si dimostrò impossibile.

La maggioranza cercò di salvare la Lega, trasferendone la direzione a Colonia; il circolo di Colonia avrebbe dovuto eleggere un nuovo Comitato centrale e al posto dell'unico circolo esistito fino ad allora a Londra se ne sarebbero dovuti fare due che, indipendenti l'uno dall'altro, avrebbero dovuto aver relazione soltanto col comune Comitato centrale. Il circolo di Colonia fu d'accordo, ed elesse un nuovo Comitato centrale, ma la minoranza si rifiutò di riconoscerlo. Essa aveva il seguito maggiore nel circolo di Londra e soprattutto nell'Associazione tedesca operaia di cultura, da cui Marx e i suoi amici più intimi si staccarono. Willich e Schapper fondarono una Lega scissionista, che si perdette subito in un vano giocare alla rivoluzione.

Marx ed Engels motivarono la loro posizione, più ampiamente che nella seduta del 15 settembre, nel quinto e sesto fascicolo della loro rivista, un fascicolo doppio col quale essa terminò di esistere nel novembre del 1850. Accanto a un lungo studio nel quale Engels esponeva la guerra dei contadini del 1525 secondo la concezione del materialismo storico, esso conteneva un articolo di Eccarius sulle sartorie di Londra, che Marx accoglieva con questo lieto saluto : « Il proletariato, prima di conquistare la vittoria sulle barricate, annunzia l'avvento del proprio dominio con una serie di vittorie intellettuali ». Eccarius, che lavorava personalmente in una delle sartorie londinesi, considerava un progresso storico il soccombere dell'artigianato di fronte alla grande industria, mentre nello stesso tempo nei risultati e nei portati della grande industria riconosceva le condizioni reali della rivoluzione proletaria suscitate dalla storia stessa e riproducentisi giornalmente. In questa concezione schiettamente materialistica, che senza lasciarsi prendere da vani sentimentalismi si contrapponeva alla società borghese e al suo movimento, Marx esaltava il grande progresso sulla critica sentimentale, moralistica e psicologica, con cui Willich e altri pubblicisti operai pretendevano di porsi di fronte alla situazione esistente. Era un frutto del suo lavoro instancabile, e un frutto per lui graditissimo.

Ma il centro di gravità di questo ultimo fascicolo era nella rassegna politico-economica dei mesi dal maggio all'ottobre. Con un'ampia indagine Marx ed Engels chiarivano le cause economiche della rivoluzione e della controrivoluzione politica, spiegando come quella fosse sorta da una grave crisi economica e questa avesse la sua radice in un nuovo slancio della produzione. Essi giungevano al risultato che : « Data questa prosperità universale, in cui le forze produttive della società borghese si sviluppano con quella sovrabbondanza che è, in generale, possibile nelle condizioni borghesi, non si può parlare di una vera rivoluzione. Una rivoluzione siffatta è possibile solamente in periodi in cui entrambi questi fattori, le forze moderne di produzione e le forme borghesi di produzione entrano in conflitto tra di loro. Le diverse beghe, a cui attualmente si abbandonano i rappresentanti delle singole frazioni del partito continentale dell'ordine, e in cui si compromettono a vicenda, bea lungi dal fornire l'occasione di nuove rivoluzioni, sono al contrario possibili soltanto perché la base dei rapporti é momentaneamente così sicura e, ciò che la reazione ignora, così borghese. Contro di essa si spezzeranno tutti i tentativi reazionari di arrestare l'evoluzione borghese, come tutta l'indignazione morale e tutti i proclami ispirati dai democratici. Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito a una nuova crisi. Luna però è altrettanto sicura quanto l'altra ».

A questa chiara e convincente esposizione era poi contrapposta, a conclusione della rassegna, la critica dell'appello di un Comitato centrale europeo, che, firmato da Mazzini, Ledru-Rollin, Darasz e Ruge, compendiava in breve spazio tutte le illusioni dell'emigrazione, faceva risalire il fallimento della rivoluzione alle ambiziose gelosie dei singoli capi e alle opinioni contrastanti dei diversi apostoli dei popoli, e faceva la sua professione di fede nella libertà, nell'uguaglianza, nella fraternità, nella famiglia, nei comuni, nello Stato, nella patria, in breve in una situazione sociale che aveva al vertice Dio e la sua legge, e alla base il popolo.

Questa rassegna porta la data del 1° novembre 1850. Con essa i due autori cessavano per due decenni di lavorare l'uno accanto all'altro; Engels partì per Manchester, per rientrare come impiegato nella fabbrica tessile Ermen & Engels, mentre Marx restò a Londra per dedicarsi con tutte le sue forze al lavoro scientifico.