La «Neue Rheinische Revue»

Nell'ultima lettera che Marx mandò ad Engels da Parigi, gli comunicava di aver tutte le buone prospettive di fondare a Londra una rivista tedesca; una parte del denaro gli era già stata assicurata. Pregava Engels, che dopo il fallimento dell'insurrezione nel Baden e nel Palatinato viveva esule in Svizzera, di venire subito a Londra. Engels seguì il richiamo, facendo il viaggio da Genova con un veliero.

Da dove venissero i mezzi per l'impresa progettata, oggi non è più possibile determinarlo. Non possono essere stati abbondanti, e nemmeno si contava su una lunga vita della rivista; Marx sperava che dopo tre o quattro mesi sarebbe scoppiato un incendio rivoluzionario. « L'invito a sottoscrivere azioni » per la Neue Rheinische Zeitung, Politisch-Okonomische Revue, redatta da Karl Marx porta la data di Londra, 1° gennaio 1850, ed è firmato da Konrad Schramm come gerente dell'impresa. Vi si dice che redattori della Neue Reintsche Zeitung si erano ritrovati a Londra, dopo aver preso parte sia nella Germania meridionale che a Parigi ai movimenti rivoluzionari dell'estate precedente, e avevano deciso di continuare a Londra il loro giornale. Inizialmente esso poteva uscire soltanto come rivista in quaderni mensili di circa cinque fogli di stampa; appena i mezzi lo avessero consentito, sarebbe dovuto uscire però due volte al mese nello stesso formato o, possibilmente, come grosso settimanale del tipo dei settimanali inglesi o americani, per trasformarsi subito in un quotidiano, appena la situazione avesse consentito il ritorno in Germania. Infine si invitava a sottoscrivere azioni di 50 franchi.

Non devono essere state collocate molte azioni. La rivista fu stampata ad Amburgo, dove una ditta commerciale aveva accettato di curarne l'edizione; essa pretendeva per questo il 50 per cento dei 25 Groschen d'argento che costituivano il prezzo ordinario di vendita per un trimestre. Essa non si dette un gran da fare con la cosa, tanto più che l'occupazione prussiana ad Amburgo le tolse ogni slancio. Ma sarebbe andata sì e no meglio se vi avesse messo uno zelo maggiore. Lassalle non riuscì a scovare a Dusseldorf 50 abbonamenti, e Weydemeyer, che si era fatto mandare 100 copie a Francoforte per la diffusione, dopo mezzo anno aveva incassato appena 51 fiorini; « io insisto davvero parecchio con la gente, ma nonostante tutte le sollecitazioni nessuno ha fretta di pagare ». Con giustificata amarezza la signora Marx gli scriveva che l'impresa era stata del tutto rovinata per il disordine e la trascuratezza dell'amministrazione, e che non si sapeva che cosa fosse stato più dannoso, se l'ostruzionismo del libraio o quello degli incaricati e degli amici di Colonia, oppure l'atteggiamento della democrazia.

Non del tutto immune da responsabilità era anche l'insufficiente preparazione redazionale dell'iniziativa, che in sostanza ricadeva tutta su Marx ed Engels. Il manoscritto per il fascicolo di gennaio arrivò ad Amburgo soltanto il 6 febbraio. Ma i posteri hanno tutte le ragioni di essere grati che il progetto sia stato comunque eseguito, perché, se fosse stato rinviato soltanto di pochi mesi, il rapido defluire dell'ondata rivoluzionaria l'avrebbe reso assolutamente impossibile. Così nei sei fascicoli della rivista ci sono state conservate testimonianze preziose di come Marx, secondo le parole di sua moglie, sapeva sollevarsi « grazie a tutta la sua energia, la serena, chiara, tranquilla coscienza di sé » al di sopra delle cure meschine della vita che giorno per giorno ed ora per ora lo assalivano « in modo rivoltante ».

Marx, ed anche Engels — anzi questi più dell'altro — a dire il vero nella loro gioventù hanno visto sempre troppo vicino il futuro, e sperato spesso di poter già cogliere i frutti quando cominciava appena la fioritura; quanto spesso sono stati per questo derisi come falsi profeti! Ed essere un falso profeta non è proprio la lode maggiore di un politico. Ma si deve distinguere se le false profezie derivano dall'ardita sicurezza di un pensiero chiaro ed acuto o dal vano fantasticare su pii desideri. In questo caso la delusione ha un effetto snervante, in quanto un miraggio scompare senza lasciar traccia, ma in quell'altro caso ha un effetto corroborante, in quanto la mente che ragiona indaga le cause del suo errore e conquista così nuove cognizioni.

Forse non ci sono mai stati politici che in questa autocritica siano stati di una sincerità così spietata come Marx ed Engels. Essi erano totalmente privi di quella miserevole presunzione che anche di fronte alle più aspre delusioni cerca di illudersi ancora, immaginandosi che avrebbe avuto ragione purché questa o quella cosa fosse andata diversamente da come è andata in realtà. Ed erano altrettanto schivi dal sentenziare a buon mercato, da ogni sterile pessimismo; dalla sconfitta imparavano, onde preparare la vittoria con forze maggiori.

Col colpo mancato del 13 giugno a Parigi, col fallimento della campagna per la costituzione dell'Impero in Germania e con lo schiacciamento della rivoluzione ungherese ad opera dello Zar, era giunto alla fine un grande capitolo della rivoluzione. Che essa si ridestasse era possibile ormai soltanto in Francia, dove il dado decisivo, nonostante rutto, non era ancora stato tratto. Marx si teneva saldo a questa speranza, ma ciò non gli impediva di agire, lo spingeva anzi a sottoporre il corso della rivoluzione francese fino a quel momento a una critica spietata, schernitrice di ogni illusione. Così avvenne che egli illuminasse il confuso intrico delle sue lotte, che doveva apparire più o meno indecifrabile agli ideologi politici, movendo dalla loro fonte interiore, dalle contraddizioni economiche che si scontravano in esse.

Così in questa descrizione, che si prolungò per i primi tre fascicoli della rivista, gli riuscì abbastanza spesso di semplificare le più complicate questioni del giorno con qualche frase epigrammatica. Quante chiacchiere le teste più illuminate della borghesia e anche i dottrinari del socialismo avevano accumulato nella Assemblea nazionale di Parigi sul diritto al lavoro, e con quanta penetrazione Marx attinse il senso e il nonsenso storico di questa parola d'ordine in queste sue poche frasi: «Nel primo progetto di Costituzione, elaborato prima delle giornate di giugno, si trovava ancora il droit au travail, il diritto al lavoro, prima formula goffa in cui si riassumono le esigenze rivoluzionarie del proletariato. Lo si trasformò nel droit à Vassistance, nel diritto alla pubblica assistenza. E qual è lo Stato moderno che non nutre, in un modo o nell'altro, i suoi poveri? Il diritto al lavoro è nel senso borghese un controsenso, un meschino, pio desiderio; ma dietro il diritto al lavoro sta il potere sul capitale, dietro il potere sul capitale sta l'appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe operaia associata, e quindi l'abolizione del lavoro salariato, del capitale e dei loro rapporti reciproci ». Che la lotta di classe è la ruota motrice della storia, Marx l'aveva riconosciuto per la prima volta nella storia francese, dato che in essa per l'appunto questa lotta si è manifestata sin dai giorni del Medioevo in forme particolarmente chiare e classiche, e perciò si spiega facilmente la sua particolare predilezione per la storia francese. Questa trattazione, come poi l'altra sul colpo di stato del Bonaparte e quella ancora più tarda sulla Comune di Parigi sono le gemme più luminose nello scrigno dei suoi scritti storici.

Come riscontro ameno, ma non senza un tragico esito, c'era nei primi tre fascicoli della rivista, tratteggiato da Engels, il quadro di una rivoluzione piccolo-borghese, la campagna tedesca per la costituzione. Le rassegne mensili, nelle quali essi soprattutto indagavano il corso delle vicende economiche, erano redatte in comune da loro due. Già nel fascicolo di febbraio essi additavano nella scoperta delle miniere d'oro in California, un fatto « anche più importante della rivoluzione di febbraio », che avrebbe avuto risultati anche più grandiosi della scoperta dell'America. « Una costa estesa per trenta gradi di latitudine, una delle più belle e feconde della terra, finora quasi disabitata, si trasforma sotto i nostri occhi in una terra ricca e civile, densamente abitata da uomini di tutte le razze, dal yankee al cinese, dal negro all'indiano e al malese, dal creolo e dal meticcio all'europeo. L'oro californiano si riversa a torrenti sull'America e sulla costa asiatica dell'Oceano Pacifico e trascina i riluttanti barbari nel traffico mondiale, nella civiltà. Per la seconda volta il traffico mondiale prende una nuova direzione. Grazie all'oro californiano e all'instancabile energia degli yankees, tutte due le coste dell'Oceano Pacifico saranno presto altrettanto popolate, altrettanto aperte al commercio, altrettanto industrializzate come è ora la costa da Boston a Nuova Orleans. Allora l'Oceano Pacifico avrà la stessa funzione che ha ora l'Atlantico e che il Mediterraneo ha avuto nell'antichità, quella della grande via marittima del commercio mondiale, e l'Oceano Atlantico decadrà alla funzione di un mare interno, quale è oggi il Mediterraneo. L'unica possibilità che i paesi civili europei non cadano poi nella stessa dipendenza industriale, commerciale e politica in cui si trovano ora il Portogallo, la Spagna e l'Italia, risiede in una rivoluzione sociale che, finché si è in tempo, trasformi il modo di produzione e di commercio secondo i bisogni della produzione risultanti dalle forze produttive moderne, e in questo modo permetta di creare nuove forze produttive che assicurino la superiorità dell'industria europea, compensando così gli svantaggi della situazione geografica ». Soltanto, come ben presto dovettero riconoscere gli autori di questa prospettiva grandiosa, la rivoluzione in corso si insabbiava proprio per la scoperta delle miniere d'oro di California.

Ugualmente opera comune di Marx ed Engels sono le recensioni degli scritti in cui alcuni luminari prequarantotteschi avevano cercato di affrontare la rivoluzione: il filosofo tedesco Daumer, lo storico francese Guizot e l'originale genio inglese Carlyle. Se Daurner veniva dalla scuola di Hegel, Guizot aveva esercitato una notevole influenza su Marx, e Carlyle su Engels. Ormai si poteva dire di tutti e tre : pesati sulla bilancia della rivoluzione e trovati troppo leggeri. Gli incredibili luoghi comuni con cui Daumer predicava « la religione della nuova epoca », vengono riassunti in questo « quadro commovente » : la filosofia tedesca si torce le mani e geme lamentosamente presso il letto di morte del padre suo adottivo, la piccola borghesia tedesca. A proposito di Guizot si mostra come perfino le persone più intelligenti dell'ancien regime, perfino persone alle quali non si poteva negare di possedere a modo loro del talento storico, erano state messe talmente in imbarazzo dal fatale avvenimento del febbraio, che avevano perduto ogni comprensione storica e addirittura la comprensione della loro stessa attività precedente. Infine, se lo scritto di Guizot mostrava che le capacità della borghesia erano in decandenza, alcuni opuscoli di Carlyle dimostravano la insufficienza del genio letterario di fronte all'acuirsi delle lotte storiche, contro le quali esso cercava di far valere le sue misconosciute, immediate, profetiche ispirazioni.

Dimostrando con queste brillanti recensioni gli effetti devastatoli della rivoluzione sulle grandezze letterarie del periodo prequarantottesco, Marx ed Engels erano tuttavia molto lontani dal credere ad una qualche mistica forza della rivoluzione, come tavolta è stato detto di loro. La rivoluzione non creò il quadro che spaventò a morte i Daumer, i Guizot, i Carlyle, ma non fece che strappare il velo davanti a questo quadro. Nelle rivoluzioni lo sviluppo storico non prende un corso diverso, ma soltanto un corso più celere; in questo senso Marx le ha chiamate una volta le « locomotive della storia ». La sciocca fiducia filistea nella « riforma pacifica e legale», che sarebbe superiore a tutte le esplosioni rivoluzionarie, è stata naturalmente sempre estranea a uomini come Marx ed Engels; per loro la violenza era anche una potenza economica, la levatrice di ogni nuova società.