Il «Diciotto brumaio»

Josef Weydemeyer, l'antico amico di Bruxelles, aveva partecipato valorosamente alla lotta negli anni della rivoluzione, come redattore di un giornale democratico a Francoforte sul Meno. Nel frattempo questo giornale era stato soppresso dalla controrivoluzione che imperversava sempre più sfrontatamente, e Weydemeyer, dopo che la polizia scoprì la Lega dei Comunisti, di cui egli era uno dei membri più attivi, ebbe i segugi alle calcagna.

Da principio egli si nascose « in una tranquilla birreria a Sachsenhausen » ; voleva lasciar passare la tempesta e intanto scrivere un libro di economia politica, ma l'aria diventava sempre più soffocante e « neanche il diavolo può sopportare alla lunga di restarsene nascosto e di bighellonare ». Come marito e padre di due bambini egli non vedeva nessuna prospettiva nel trasferirsi in Svizzera o a Londra; così si decise ad emigrare in America.

Marx ed Engels perdettero a malincuore il compagno fedele. Invano Marx tormentò il suo cervello con mille progetti per procurargli un posto come ingegnere o come geometra nelle ferrovie o simili; «perché una volta laggiù, chi garantisce che tu non ti perda nel Far West? E noi abbiamo forze così scarse e dobbiamo fare gran conto delle nostre capacità ». Tuttavia, se non poteva essere diversamente, c'era anche un vantaggio nel sapere che nella metropoli del nuovo mondo c'era un rappresentante in gamba della causa del comunismo. « A New York c'è proprio mancato un ragazzo in gamba come lui, e alla fine anche New York non è poi fuori del mondo e con Weydemeyer si è sicuri che le cas échéant sarà subito a portata di mano »  pensava Engels. Così dettero la loro benedizione al progetto di Weydemeyer, che il 29 settembre alzò le vele da Le Havre e, dopo una traversata tempestosa di circa 40 giorni, arrivò a New York.

Marx, già il 31 ottobre, gli aveva mandato una lettera nella quale gli proponeva di occuparsi di attività editoriali e di pubblicare come opere a sé le migliori cose della Neue Rheinische Zeitung e della Revue. E fece subito fuoco e fiamme, quando Weydemeyer, fra un improperio e l'altro contro la mentalità da rivenduglioli che in nessun luogo si mostrava in tutta la sua ripugnante nudità come in America, gli comunicava che sperava di poter pubblicare già al principio di gennaio un settimanale dal titolo Revolution, e lo pregava di mandar subito della collaborazione. Marx si affrettò a mettere al lavoro tutte le penne comuniste, Engels soprattutto, poi Freiligrath, di cui Weydemeyer desiderava soprattutto una poesia, Eccarius e Weerth, i due Wolff; rimproverava che nell'annuncio del suo settimanale Weydemeyer non avesse fatto anche il nome di Wilhelm Wolff : « Nessuno tra tutti noi ha il suo stile popolare. E' straordinariamente modesto. Tanto più bisogna evitare che sembri che si ritiene superflua la sua collaborazione ». Quanto a se stesso, — accanto a un lungo studio su di una nuova opera di Proudhon — annunciava in particolare uno studio sul Diciotto brumaio di Luigi Bonaparte, cioè sul colpo di stato bonapartistico del 2 dicembre, che in quel momento era l'avvenimento più importante della politica europea e aveva dato occasione a innumerevoli scritti.

Tra questi, due soprattutto divennero famosi e portarono ai loro autori un ricco compenso; e Marx così chiarì in seguito ciò che li differenziava dal suo. Nel Napoléon le Petit « Victor Hugo si limita a un'invettiva amara e piena di sarcasmo contro l'autore responsabile del colpo di Stato. L'avvenimento in sé gli appare come un fulmine a ciel sereno. Egli non vede in esso altro che l'atto di violenza di un individuo. Non si accorge che ingrandisce questo individuo invece di rimpicciolirlo, in quanto gli attribuisce una potenza di iniziativa personale che non avrebbe esempi nella storia del mondo ». Nel coup d'Etat «Proudhon. dal canto suo, cerca di rappresentare il colpo di Stato come il risultato di una precedente evoluzione storica; ma la ricostruzione storica del colpo di Stato si trasforma in lui in un'apologia storica dell'eroe del colpo di Stato. Egli cade così nell'errore dei nostri cosiddetti storici oggettivi. Io mostro, invece come in Francia la lotta di classe creò delle circostanze e una situazione che rendono possibile a un personaggio mediocre e grottesco di far la parte dell'eroe ». Quest'opera fece, accanto alle sue due più fortunate sorelle, la figura di una Cenerentola, ma mentre queste sono da lungo ridotte in cenere e in polvere, essa splende ancor oggi di intramontabile freschezza.

In questo suo lavoro scintillante di spirito e di ingegno, con una maestria prima appena raggiunta, Marx riuscì a spiegare fin nel profondo un avvenimento contemporaneo sulla base della concezione materialistica della storia; la forma è altrettanto deliziosa quanto il contenuto. Dallo stupendo paragone dell'inizio : « Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo decimottavo, passano tempestivamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l'un l'altro; gli uomini e le cose sembrano illuminate da fuochi di Bengala; l'estasi è lo stato d'animo d'ogni giorno. Ma hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto culminante; e allora una lunga nausea s'impadronisce della società, prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta. Le rivoluzioni proletarie invece, quelle del secolo decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompono ad ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che già sembrava cosa compiuta, per ricominciare daccapo; si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che abbattano il loro avversario solo perchè questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte ad esso; si ritraggono continuamente, spaventate dall'infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno addietro e le circostanze stesse gridano: Hic Rhodus, hic salta! Qui è la rosa, qui balla!... » fino alle sicure parole profetiche della conclusione : « Ma quando il mantello imperiale cadrà finalmente sulle spalle di Luigi Bonaparte, la statua di bronzo di Napoleone precipiterà dall'alto della colonna Vendóme ».

E in quali condizioni fu composto questo scritto stupendo! Fu ancora il male minore che Weydemeyer dovesse «bloccare» il suo settimanale già dopo il primo numero, per mancanza di mezzi; egli scriveva in proposito : « La disoccupazione che infierisce qui sin dall'autunno in proporzioni finora sconosciute, pone notevoli ostacoli sul cammino di ogni nuova iniziativa. E poi tutte le diverse maniere con cui da qualche tempo sono sfruttati gli operai di qui : prima Kinkel, poi Kossuth, e la maggioranza è abbastanza asinesca da tirar fuori un dollaro per ogni propaganda a lei ostile, piuttosto che un centesimo per chi sostiene i suoi interessi. Il terreno americano esercita una enorme corruzione su questa gente, e nello stesso tempo dà anche loro l'illusione di guardare dall'alto i loro compagni del vecchio mondo ». Tuttavia Weydemeyer non disperava di destare a nuova vita il suo settimanale come rivista mensile; con 200 miserabili dollari sperava di poter combinare la faccenda.

Ma il peggio fu che, subito dopo il 1° gennaio Marx si ammalò e potè lavorare soltanto con grande sforzo; « da anni nulla mi ha tanto abbattuto come queste maledette emorroidi, nemmeno le peggiori figuracce francesi ». Ma soprattutto era esasperato dai « maledetti guai finanziari », che gli turbavano ogni momento tranquillo; il 27 febbraio scriveva : « da una settimana sono arrivato al punto che per mancanza degli abiti impegnati al Monte di Pietà non esco più e per mancanza di credito non posso più mangiare carne». Finalmente il 25 marzo potè mandare a Weydemeyer l'ultimo fascicolo di manoscritti, insieme con l'augurio per la nascita di un piccolo rivoluzionario, che Weydemeyer gli aveva annunciato : « Non si può venire al mondo in un tempo più stupendo di oggi. Quando andrà in sette giorni da Londra a Calcutta, noi due saremo da lungo tempo decapitati o avremo le teste vacillanti. E l'Australia e la California e l'Oceano Pacifico! I nuovi cittadini del mondo non comprenderanno più quanto fosse piccolo il nostro mondo ». Con lo sguardo volto alle possenti prospettive dello sviluppo dell'umanità, Marx conservava in mezzo a tutte le avversità personali il sereno equilibrio dello spirito.

Ma tristi giornate lo attendevano presto. In una lettera del 30 marzo Weydemeyer dovè togliergli ogni speranza di poter stampare il suo scritto. Non si è conservata la lettera ma soltanto un'eco di essa : una violenta lettera di Wilhelm Wolff del 16 aprile, scritta nel giorno in cui era stata sepolta una bambina di Marx, scritta « nell'universale disgrazia e nelle più orribili ristrettezze di quasi tutti i conoscenti », piena di amari rimproveri per Weydemeyer, che pur non stava nemmeno lui su di un letto di rose e faceva sempre del suo meglio.

Fu una Pasqua terribile per Marx e la sua famiglia. La bambina che essi perdettero era la figlioletta nata un anno prima; su di un foglio di diario della madre sono state trovate queste commoventi parole : « Pasqua del 1852, la nostra piccola Franziska si ammalò di una grave bronchite. Per tre giorni la povera piccina lottò con la morte. Soffrì moltissimo. Il suo piccolo corpicino inanimato giaceva nella seconda delle due stanzette, tutti noi passammo insieme nella prima, ci mettemmo a giacere per terra. Là i tre bambini vivi si distesero con noi, e noi piangemmo per il piccolo angelo, che giaceva accanto a noi freddo e bianco. La morte della cara piccina avvenne nel momento della nostra più nera miseria. Allora io corsi da un esule francese, che abitava nelle vicinanze e che ci aveva fatto visita poco prima. Mi dette subito due sterline condolendosi nel modo più amichevole con noi. Con esse fu pagata la piccola bara, nella quale ora dorme in pace la mia povera piccina. Non ebbe culla quando venne al mondo, ed anche l'ultimo piccolo riparo gli fu negato per lungo tempo. Che cosa è stato per noi, quando fu portata fuori per l'ultima sua dimora! ». E proprio in questa giornata dolorosa arrivò la triste lettera di Weydemeyer. Marx era estremamente preoccupato per sua moglie, che da due anni vedeva fallire tutte le sue iniziative.

Tuttavia, in queste ore di sventura già da una settimana varcava l'oceano una nuova lettera di Weydemeyer in data 9 aprile, che così cominciava : « Un aiuto inaspettato ha finalmente fatto superare le difficoltà che si frapponevano alla stampa dell'opuscolo. Dopo l'invio della mia ultima lettera incontrai uno dei nostri operai di Francoforte, un sarto, che era venuto quaggiù anche lui quest'estate. Mi ha messo subito a disposizione tutti i suoi risparmi, quaranta dollari ». Si deve a questo operaio se il Diciotto brumaio potè vedere allora la luce. Weydemeyer non nominò nemmeno questa persona così meritevole; ma che importa che si chiamasse in un modo o nell'altro? Quello che lo guidò fu la coscienza di classe del proletariato, che mai si stanca nei suoi magnanimi sacrifici per la propria emancipazione.

Il Diciotto brumaio formò così il primo fascicolo della rivista mensile Revolution, a cui Weydemeyer tentò di dar vita : il secondo e ultimo fascicolo conteneva due missive poetiche di Freiligrath a Weydemeyer, nelle quali si fustigavano con stupenda ironia per l'appunto gli accattonaggi americani di Kinkel. Poi la cosa finì; alcune cose mandate da Engels andarono perdute in viaggio.

Del Diciotto brumaio Weydemeyer fece tirare mille copie, delle quali un terzo arrivò in Europa, anche se non nelle librerie europee; queste copie furono diffuse da amici del partito in Inghilterra e particolarmente in Renania. Nemmeno dei librai « radicali » si lasciarono indurre a curarsi della diffusione di un libro così « contrario ai tempi », né tanto meno potè vedere la luce una traduzione inglese buttata giù da Pieper e riveduta da Engels.

Ma se il bisogno di un editore si accrebbe ancora per Marx, ciò fu dovuto al fatto che al colpo di Stato bonapartistico seguì il processo dei comunisti di Colonia.