Il caso Kinkel

Col suo quarto quaderno, nell'aprile 1850, la Neue Rheinische Revue cessò di uscire regolarmente, e vi ha contribuito un po' un breve articolo di questo fascicolo, di cui gli autori predissero che «avrebbe provocato l'universale indignazione degl'imbroglioni sentimentali e dei declamatori democratici»: una breve recensione stroncatrice dell'arringa difensiva che Gottfried Kinkel aveva pronunciato il 7 agosto 1849 davanti al tribunale militare di Rastatt nella sua qualità di volontario preso prigioniero, e che aveva poi pubblicato in un giornale di Berlino al principio dell'aprile 1850.

Questa recensione era pienamente giustificata in sé. Kinkel, davanti ai tribunale militare, aveva rinnegato la rivoluzione e i suoi compagni d'arme; egli aveva reso omaggio al «principe delle granate» e gridato un evviva all'«impero degli Hohenzollern», davanti allo stesso tribunale militare che aveva mandato alla fucilazione ventisei suoi compagni, tutti morti eroicamente. Ma Kinkel era ancor in carcere quando Marx ed Engels lo attaccarono; e, a quanto generalmente si credeva, vi era come vittima agognata della regia bramosia di vendetta, la quale, si credeva, con un atto del ministero di giustizia aveva trasformato la condanna alla fortezza, pronunciata dal tribunale militare, nel carcere disonorante. Metterlo per di più alla berlina politica mentre era in quella situazione, era cosa che poteva muovere forti riserve non soltanto presso degli «imbroglioni sentimentali e dei declamatori democratici».

Da allora sono stati aperti gli archivi sul caso Kinkel, che si presenta come un vero groviglio di tragicomici equivoci. Kinkel era da principio un teologo, e precisamente un teologo ortodosso; con la sua apostasia dall'ortodossia protestante, che era stata accompagnata o magari provocata dal suo matrimonio con una cattolica intransigente, egli si era tirato addosso l'odio inconciliabile degli ortodossi, che gli procurò la nomea, molto superiore ai suoi meriti e alla sua dignità, di « eroe della libertà ». In realtà egli era poi andato a finire nello stesso partito di Marx ed Engels soltanto per un «malinteso»; politicamente egli non andava oltre le parole d'ordine della democrazia corrente, anche se — per dirla con Freiligrath — la « maledetta retorica», che gli era rimasta appiccicata addosso dal suo periodo teologico, all'occasione poteva trascinarlo a sinistra tanto quanto lo aveva trascinato a destra nella sua arringa di Rastatt. Una modesta vena poetica serviva a renderlo più noto di altri democratici del suo stampo.

Nella campagna per la costituzione dell'Impero, Kinkel era entrato nel reparto volontario di Willich, nel quale combatterono anche Engels e Moli; qui egli si comportò valorosamente, e nell'ultimo combattimento alla Murg, dove cadde Moli, fu ferito al capo da un colpo di striscio, e quindi preso prigioniero. Il tribunale militare lo condannò alla fortezza a vita ma con ciò il « principe delle granate », o come Kinkel si era preziosamente espresso nella sua difesa, «l'Altezza reale del nostro erede al trono » non era ancora servito, e la Corte militare suprema di Berlino propose al re di annullare la sentenza del tribunale militare, dato che Kinkel avrebbe meritato la pena di morte, e riaprire il procedimento giudiziario contro di lui.

Contro di ciò si levò però tutto il ministero, poiché esso riconosceva, sì, che la pena era stata troppo mite per un reato di alto tradimento, ma consigliava di convalidare la condanna con un «atto di grazia», per riguardo all'opinione pubblica. Nello stesso tempo gli sembrava «indicato» disporre che la pena fosse scontata in un carcere «giudiziario», perché se Kinkel fosse stato trattato come un condannato alla fortezza, la cosa avrebbe fatto « grande sensazione ». Il re approvò queste proposte del ministero, ma proprio così sollevò quella « grande sensazione » che si era voluta evitare. La « opinione pubblica » avvertì come un oltraggio sanguinoso che un re con un « atto di grazia » mandasse in carcere un reo di alto tradimento, che perfino un tribunale militare aveva voluto inviare soltanto in una fortezza.

Ma si trattava di un errore, perché essa non si intendeva delia raffinatezza delle pene nelle fortezze prussiane. Kinkel non era stato condannato all'arresto militare in fortezza, ma alla pena militare della fortezza, una pena che si scontava in un modo anche più duro e brutale che quella carceraria. I condannati alla fortezza venivano ammassati in dieci o venti entro buchi angusti, avevano come giaciglio soltanto una dura panca, venivano nutriti poco e male, dovevano eseguire i lavori più umili, come pulire latrine, spazzare strade, ecc., alla minima mancanza dovevano assaggiare lo staffile. Il ministero aveva voluto salvare il prigioniero Kinkel da questa vita da cani, per paura dell'«opinione pubblica», ma quando la «opinione pubblica» capì la cosa alla rovescia, esso non osò per paura del «principe delle granate» e del suo partito ebbro di vendetta, confessare apertamente le sue «umane» intenzioni, e preferì lasciare il re sotto il peso di un sospetto che doveva danneggiarlo, e lo ha danneggiato gravemente, anche agli occhi dei benpensanti.

Sotto la fatale impressione di questa azione malriuscita, il ministero non volle provocare nuova « sensazione » con le vicende di Kinkel nel carcere, ma osò soltanto arrivare fino a dare l'ordine che in nessun caso si eseguissero su di lui punizioni corporali. Esso aveva visto di buon occhio anche che lo si esentasse dal lavoro forzato e fece capire al direttore del carcere di Naugard, dove Kinkel risiedette da principio, che egli doveva accollarsene personalmente la responsabilità. Ma il rigido burocrate si tenne al suo regolamento e mise Kinkel alla ruota dell'incannatoio. E di nuovo grande indignazione; nacque una « canzone della ruota » e la si cantò moltissimo, ritratti del« poeta alla ruota » inondarono la Germania, e Kinkel stesso scrisse alla moglie: «il giuoco del destino e la rabbia dei partiti arrivano all'assurdo, perchè la mano che scrisse per la nazione tedesca Ottone il tiratore, ora gira la ruota». Tuttavia si confermò subito l'antica esperienza secondo cui la «indignazione morale» del filisteo finisce di solito in una grande ridicolaggine. Spaventato dal chiasso e più coraggioso del ministero, ma a dire il vero denunciato anche subito per « opinioni democratiche », il governo regionale di Stettino ordinò che Kinkel fosse occupato in lavori d'ufficio, al che lo stesso Kinkel dichiarò che desiderava restare alla ruota perché un leggero esercizio fisico gli consentiva di abbandonarsi liberamente ai suoi pensieri, mentre il copiare per tutto il giorno gli affaticava il petto e lo faceva ammalare.

L'opinione diffusissima che nel carcere Kinkel fosse trattato per ordine del re con particolare perfidia, non corrispondeva al vero, anche se egli ebbe a soffrire di qualche sevizia. Schnuchel, direttore della prigione di Naugard, era un rigido burocrate, ma non un essere disumano: dava del tu a Kinkel, ma gli consentiva molto moto all'aria aperta, ed aveva umana comprensione per l'instancabile affaccendarsi della signora Kinkel per liberare il marito. Invece a Spandau, dove Kinkel andò nel maggio del 1850, gli si dava del Lei, ma dovette lasciarsi tagliare barba e capelli, il direttore Jeserich, un bigotto reazionario, lo tormentava tentando di convertirlo, ed attaccò subito i litigi più indisponenti con « la coniugata Kinkel ». Tuttavia anche questo mercante d'anime non fece troppe difficoltà quando il ministero lo invitò a riferire sulla proposta della signora Kinkel secondo la quale, nel caso che si lasciasse partire suo marito per l'America, egli si sarebbe impegnato sulla sua parola d'onore a rinunciare a ogni attività politica e a non ritornare mai più in Europa. Jeserich pensava addirittura, per quel che egli conosceva di Kinkel, che in America si sarebbe ottenuta anche prima una radicale guarigione del suo spirito. Ma egli doveva scontare almeno un anno di galera, perché la spada dell'autorità non si ottundesse e si smussasse troppo; poi gli si poteva consentire di emigrare, a menò che la salute di Kinkel non risentisse della lunga prigionia, del che tuttavia non vi erano indizi. Questo rapporto di Jeserich arrivò al re, che ora si dimostrò veramente più vendicativo dei ministri e del direttore del carcere; « Sua Altezza in persona » decise che al prof. Kinkel non si poteva accordare di emigrare nemmeno dopo un anno, perché bisognava umiliarlo ancora di più di quanto si era fatto sino ad allora.

Se si considera il culto che fu allora tributato a Kinkel, si comprende l'avversione che egli doveva suscitare in uomini come Marx ed Engels. Teatralità piccolo-borghesi del genere sono state sempre insopportabili per loro. Già nella sua narrazione della campagna per la costituzione dell'Impero, Engels si era espresso molto amaramente sul conto esagerato che si era fatto degli « intellettuali vittime » dell'insurrezione di maggio, mentre nessuno parlava delle centinaia e migliaia di operai che erano caduti in battaglia o ammuffivano nelle casematte di Rastatt, o all'estero, soli tra tutti gli esuli, dovevano assaporare l'esilio fino alla feccia della miseria. Ma anche se si prescindeva da questo, c'erano anche tra le « vittime intellettuali » molti che avevano da sopportare sacrifici incomparabilmente più gravi e li sopportavano in modo incomparabilmente più virile di Kinkel, senza che per questo nessun gallo cantasse. Basti ricordare August Rockel, che come artista era almeno alla pari di Kinkel; nel carcere di Waldheim fu maltrattato nella maniera più crudele, fino alle punizioni corporali, ma dopo dodici anni di torture insopportabili non lo si potè indurre a chieder grazia neppure con un cenno delle ciglia, di modo che la reazione, disperando per il suo orgoglio, alla fine dovette per così dire gettar via di forza dal carcere. E Ròckel non era l'unico del suo stampo. Piuttosto Kinkel fu l'unico che, già dopo pochi mesi di una prigionia pur sempre sopportabile, pubblicando la sua difesa di Rastatt, espresse davanti a tutto il mondo pentimento e dolore. E allora l'aspra e dura critica che Marx ed Engels fecero di questo discorso era assolutamente opportuna; essi potevano dire a ragione che non peggioravano così la situazione di Kinkel nella sua prigione, ma che la miglioravano.

Il seguito del caso Kinkel dette loro ragione anche per altra via. L'entusiasmo per Kinkel sciolse i lacci delle borse borghesi al punto che potè essere corrotto un impiegato del carcere di Spandau, e nel novembre del 1850 Kinkel potè essere liberato ad opera di Karl Schurz.

Il re se l'era voluta, con la sua sete di vendetta. Se egli avesse lasciato che Kinkel, dietro parola d'onore di non far più politica, emigrasse in America, Kinkel sarebbe stato presto dimenticato, come aveva compreso perfino il direttore del carcere Jeserich; ma ora, grazie al successo della sua fuga, Kinkel fu un agitatore tre volte celebrato, e il re dovette aggiungere al danno le beffe.

Tuttavia egli seppe comportarsi nella sua maniera regale. Il rapporto sulla fuga di Kinkel fece nascere in lui un pensiero che egli stesso fu abbastanza onesto da dichiarare ignobile. Egli ordinò ai suo Manteuffel di scoprire e far punire un complotto per mezzo di quella «preziosa persona» di Stieber. Stieber era allora già così universalmente disprezzato, che perfino il presidente della polizia di Berlino Hinckeldey, che nel perseguitare gli avversari politici aveva una coscienza molto elastica, si oppose violentemente alla sua riassunzione al servizio della polizia. Ma nulla valse, e Stieber inscenò allora come saggio delle sue capacità quel pezzo a base di furti e di spergiuri che fu il processo dei comunisti di Colonia.

Quanto a mascalzonate di ogni genere esso superò di gran lunga il caso Kinkel, ma non si è mai sentito dire che anche un solo galantuomo borghese si sia agitato per esso. Forse questa piacevole classe volle così dimostrare di aver compreso bene, fino in fondo, Marx ed Engels.