La «Deutsche Brusseler Zeitung»

Marx, che aveva trovato per il suo non molto esteso scritto contro Proudhon un qualsiasi editore tedesco a Parigi o a Bruxelles, sia pure pagando le spese di stampa, in quel periodo, nel momento in cui esso uscì, nel pieno dell'estate del 1847, aveva anche nella Deutsche Brusseler Zeitung un organo di stampa che gli rendeva possibile far sen­tire la sua voce in pubblico.

Questo giornale fu pubblicato sin dal principio dell'anno come biset­timanale da quell'Adalbert von Bornstedt che a suo tempo aveva diretto il Vorwàrts di Bòrnstein ed era stato al soldo sia del governo prussiano che di quello austriaco. Questo fatto è conosciuto oggi grazie agli archivi sia di Berlino che di Vienna e non può essere messo in dubbio; si tratta al massimo di sapere se Bornstedt ha seguitato il suo mestiere di spia anche a Bruxelles. Anche allora si ebbero dei sospetti contro di lui, ma vennero messi da parte in seguito alle denunzie contro il giornale di Bornstedt con cui l'ambasciata prussiana a Bruxelles tempestò le autorità belghe. Certamente poteva anche trattarsi di polvere negli occhi, per accre­ditare bornstedt presso gli elementi rivoluzionari che si erano riuniti a Bruxelles; nella scelta dei mezzi per i loro nobili scopi, i difensori del trono e dell'altare non si fanno tanti scrupoli.

Comunque Marx non ha creduto che Bornstedt facesse la parte di Giuda. Pensava che il suo giornale nonostante le sue molte debolezze, aveva sempre qualche merito; se non lo si trovava sufficiente, bisognava renderlo tale, invece di prendere il comodo pretesto di essere scandaliz­zati per il nome di Bornstedt. L'8 agosto Marx scriveva abbastanza ama­ramente a Herwegh: « Una volta non va l'uomo, un'altra la donna, un'al­tra la tendenza, un'altra lo stile, un'altra il formato, o magari la diffusione

è legata a una dose maggiore o minore di pericolo. I nostri tedeschi hanno sempre in pectore mille sagge sentenze per dimostrare la ragione per la quale sono costretti a lasciar passare l'occasione senza sfruttarla. Un'occasione di far qualcosa non fa altro che metterli in imbarazzo». Seguiva poi un profondo sospiro per il fatto che coi manoscritti le cose andavano come per la Brusseler Zeitung, e una gagliarda maledizione contro quei somari, che gli rimproveravano di aver scritto in francese piuttosto che non aver scritto per niente.

Se da questo si dovesse desumere che Marx prendesse un po' di sot­togamba certe riserve nei riguardi di Bornstedt, per non lasciar passare « l'occasione senza sfruttarla », neanche per questo ci sarebbe da fargli alcun rimprovero. L'occasione era infatti molto favorevole, e sarebbe stato pazzesco lasciarsela scappare soltanto per un sospetto. Nella primavera del 1847 le tragiche ristrettezze finanziarie avevano costretto il re di Prussia a convocare il Landtag unificato, assemblea comune dei precedenti parlamenti provinciali, insomma una rappresentanza feudale per ceti, così come nella primavera del 1789 Luigi XVI aveva convocati sotto lo stesso stimolo. Ora le cose in Prussia non avevano camminato così in fretta come allora in Francia, ma il Landtag unificato aveva pur sempre tenuta chiusa la borsa e dichiarato pari pari al governo che non accordava nessun mezzo prima che fosse assicurata la periodicità delle sue convo­cazioni. Così le cose si erano messe in moto, perché il dissesto finanziario non era cosa tale da scherzarci; prima o poi la danza sarebbe ricominciata daccapo, e quanto prima le si fosse dato l'avvio, tanto meglio!

Gli articoli che Marx ed Engels fornirono alla Deutsche Brusseler Zeitung si muovevano appunto in questa cerchia di pensieri. Alle discus­sioni del Landtag unificato sulla libertà di commercio e sul dazio protet­tivo si rifaceva un articolo che invero uscì anonimo, ma che, a giudicare dal contenuto e dallo stile, è evidentemente di Engels. Allora egli era penetrato dalla convinzione che la borghesia tedesca avesse bisogno di alti dazi protettivi per non essere schiacciata dall'industria straniera, ma per acquistare anzi la forza necessaria a superare l'assolutismo e il feuda­lesimo. Per questo motivo Engels raccomandava al proletariato di soste­nere l'agitazione per i dazi protettivi, anche se soltanto per questo mo­tivo. Egli pensava, sì, che List, l'autorità maggiore dei protezionisti, aveva pur sempre prodotto quanto di meglio aveva la letteratura economico borghese in Germania, ma aggiungeva che tutta la sua opera gloriosa era copiata dal francese Ferrier, fondatore teorico del sistema continen­tale, e metteva in guardia gli operai dal lasciarsi ingannare dalle frasi sul « bene della classe lavoratrice », che sia i libero-scambisti che i pro­tezionisti ostentavano come smagliante insegna della loro egoistica agita­zione. Il salario della classe lavoratrice rimaneva lo stesso sia col sistema protettivo che col sistema del libero scambio. Engels difendeva i dazi protettivi soltanto come «misura borghese progressiva», e così pure li considerava Marx.

Steso insieme da Marx ed Engels è un articolo più lungo che respin­geva un attacco del socialismo cristiano-feudale. Questo attacco era stato portato sul Rheinischer Beobachter, giornale fondato recentemente dal governo a Colonia, per istigare gli operai renani contro la borghesia rena­na. Sulle sue colonne il giovane Hermann Wagener, come egli stesso ci informa nelle sue memorie, fece le prime armi. Marx ed Engels, date le loro strette relazioni con Colonia, dovettero averne sentore, dal mo­mento che il ritornello della loro risposta è per così dire lo scherno contro la « testa pelata del consigliere concistoriale ». E allora Wagener era asses­sore concistoriale a Magdeburgo.

Per questa volta il Rheinischer Beobachter si era scelto a pretesto per adescare gli operai il fallimento del Landtag unificato. La borghesia, rifiu­tando tutte le richieste di danaro del governo, aveva dimostrato che per essa non c'era altro da fare che prendere in mano il potere dello Stato; il bene del popolo le era indifferente; essa spingeva avanti il popolo soltanto per intimidire il governo; per essa il popolo era solo carne da cannone nel grande assalto contro l'autorità del governo. Quello che Marx ed Engels rispondevano è estremamente chiaro oggi. Sul conto della borghesia il proletariato si faceva illusioni come sul conto del governo; si trattava soltanto di sapere che cosa fosse utile per i suoi scopi, il dominio della borghesia o il dominio del governo, e per rispondere a questa do­manda era sufficiente un semplice confronto tra la situazione degli operai tedeschi e la situazione degli operai sia inglesi che francesi.

Alle frasi demagogiche del Rheinischer Beobachter: «Popolo beato! Tu hai davvero vinto sulla questione di principio. E se tu non comprendi che razza di cosa è questa, lascia che te lo spieghino i tuoi rappresentanti; durante il lungo discorso forse dimenticherai la tua fame », Marx ed En­gels rispondevano anzitutto con mordente ironia che dal fatto che queste frasi sobillatrici erano rimaste impunite si poteva riconoscere che la stam­pa tedesca era veramente libera. Ma poi spiegavano che il proletariato aveva capito così bene la questione di principio che non rimproverava al Landtag unificato di aver vinto su questo punto, ma di non aver vinto. Se esso non si fosse limitato semplicemente a rivendicare l'ampliamento dei suoi diritti corporativi, ma avesse rivendicato giurie, uguaglianza di fronte alla legge, abolizione delle corvées, libertà di stampa, libertà di as­sociazione e una effettiva rappresentanza popolare, esso avrebbe trovato il più energico appoggio da parte del proletariato.

Poi si faceva piazza pulita delle chiacchiere bigotte intorno ai principi sociali del cristianesimo, davanti ai quali il comunismo avrebbe dovuto sparire. « I principi sociali del cristianesimo hanno ormai avuto il tempo di svilupparsi per milleottocento anni, e non hanno bisogno di nessuno sviluppo ulteriore ad opera di consiglieri concistoriali prussiani. I principi sociali del cristianesimo hanno giustificato la schiavitù antica, magnificato la servitù della gleba medievale, e in caso di necessità sanno anche difen­dere l'oppressione del proletariato, sia pure con una smorfia di compas­sione. I principi sociali del cristianesimo predicano la necessità di una classe dominante e di una classe oppressa, e per quest'ultima non hanno altro che il pio desiderio che l'altra sia benefica. I principi sociali del cristianesimo pongono in cielo il concistoriale compenso per tutte le in­famie, e giustificano così la prosecuzione di queste infamie sulla terra. I principi sociali del cristianesimo spiegano tutte le indegnità perpetrate dagli oppressori contro gli oppressi o come la giusta punizione per il peccato originale e per i peccati di ciascuno, o come prove a cui il Si­gnore, secondo la sua sapienza, condanna gli eletti. I principi sociali del cristianesimo predicano la vigliaccheria, il disprezzo di se stessi, l'avvili­mento, la sottomissione, l'umiltà, insomma tutte le caratteristiche della canaglia, e il proletariato, che non vuole lasciarsi trattare da canaglia, ha bisogno del suo coraggio, del suo orgoglio, della sua consapevolezza e della sua indipendenza, ancor più che del suo pane. I principi sociali del cri­stianesimo sono ipocriti, e il proletariato è rivoluzionario». E proprio questo proletariato rivoluzionario Marx ed Engels portavano alla lotta contro ogni miraggio di riforma sociale da parte della monarchia. Il popolo che ringrazia con occhi lacrimosi per ogni calcio e per ogni soldo ricevuto esiste soltanto nell'immaginazione del re: il vero popolo, il pro­letariato, è, secondo la espressione di Hobbes, un giovanotto robusto e malizioso; come proceda contro i re che vogliono prenderlo in giro lo dimostra il destino di Carlo I di Inghilterra e di Luigi XVI di Francia.

Questo articolo si rovesciò come una grandinata sul seminato del socia­lismo feudale, ma alcune gragnuole caddero anche nelle vicinanze. Per quanto Marx ed Engels difendessero a ragione l'attività del Landtag uni­ficato, volta a negare a un governo abbietto e reazionario ogni mezzo finanziario, però gli facevano un troppo grande onore quando consideravano dallo stesso punto di vista il rifiuto di un'imposta sul reddito proposta dal governo. Qui si trattava piuttosto di una trappola che il governo aveva teso alla borghesia. La proposta di abolire la tassa sul macinato e sul macellato, estremamente gravosa pei gli operai delle grandi città, e di compensare il disavanzo finanziario in primo luogo con un'imposta sul reddito da far pagare alle classi possidenti, partì originariamente dalla borghesia renana, che nel far questo si lisciava guidare dagli stessi morivi da cui si era lasciata guidare la borghesia inglese nella sua lotta contro i dazi sul grano.

Questa rivendicazione era assolutamente odiosa per il governo, se non altro perché toccava direttamente le tasche della grande proprietà fon­diaria, senza che questa classe — dato che la tassa sul macinato e sul macellato riguardava soltanto le grandi città — potesse attendersi dalla sua. abolizione la riduzione dei salari del proletariato che essa sfruttava. Il governo tuttavia presentò al Landtag unificato un progetto di legge in proposito col secondo fine di rendere impopolare il Landtag e po­polare il governo stesso, che infatti contava sul fatto che un'assemblea feudale corporativa mai avrebbe accettato una riforma fiscale che ten­desse sia pure provvisoriamente ad alleggerire le classi lavoratrici a spese delle classi possidenti. E quanto questo calcolo fosse esatto lo di­mostrò già il voto sul suo progetto di legge, nel quale quasi tutti i prin­cipi, quasi tutti gli Junker e quasi tutti i funzionari votarono contro. Ma in questo esso ebbe anche la ventura particolare che una parte della bor­ghesia, quando si venne al dunque, fallì brillantemente.

E allora il rifiuto dell'imposta sul reddito fu sfruttato dalle penne ufficiose come una prova schiacciante di come la borghesia giocasse a darla a bere, e soprattutto il Rheinischer Beobachter non si stancava di insistere sull'argomento. Se all'incontro Marx ed Engels facevano os­servare al loro « consigliere concistoriale » che egli « era il più grande e svergognato ignorante di cose economiche » in quanto sosteneva che un'imposta sul reddito riduceva sia pure di un capello la miseria sociale, essi avevano perfettamente ragione, ma avevano torto di difendere il rifiuto dell'imposta sul reddito come un giusto colpo inferto al governo. Questo colpo non raggiunse affatto il governo, che finanziariamente ne fu piuttosto consolidato che indebolito, se conservò nelle sue tasche la sua tassa sul macinato e sul macellato; redditizia e funzionante con perfetta esattezza, invece di tormentarsi con un'imposta sul reddito che, stando alle antiche e alle nuove esperienze, se deve esser applicata alle classi possidenti, presenta le sue difficoltà particolari. Marx e Engels in questo caso hanno ritenuto la borghesia ancora rivoluzionaria, mentre era già reazionaria.

I veri socialisti procedevano abbastanza spesso in maniera opposta, ed è abbastanza comprensibile che, in un momento in cui la borghesia si accingeva alla battaglia, Marx ed Engels ancora una volta attaccas­sero questa corrente. Ciò fu fatto in una serie di feuilletons che Marx pubblicò sulla Deutsche Brusseler Zeitung contro « il socialismo tede­sco in versi e in prosa », e in un articolo non più stampato, scritto da Engels ma forse pensato da tutti e due. Nei due lavori si regola magnificamente il conto col vero socialismo dal punto di vista estetico-letterario, che era proprio la sua parte più debole o, se si vuole, più forte. Marx ed Engels, affrontando questa deformazione artistica, non hanno sempre rispettato abbastanza i diritti dell'arte; soprattutto nel­l'articolo manoscritto lo stupendo Ca ira di Freiligrath viene giudicato con ingiusta severità. Ma anche i Canti del poveruomo di Karl Beck Marx li considerò nella Deutsche Brusseler Zeitung alquanto severa­mente classificandoli tra le « illusioni piccolo-borghesi »; tuttavia egli prediceva sin d'allora il triste destino del pretenzioso naturalismo che doveva affacciarsi quindici anni dopo, quando scriveva: « Beck canta la vile miseria piccolo-borghese, il "poveruomo", il pauvre honteux con i suoi poveri, pii e incoerenti desideri, non il proletario superbo, minaccioso e rivoluzionario». Accanto a Karl Beck bisogna mettere ancora l'infelice Grùn, che in un libro oggi da gran tempo dimenticato bistrattava Goethe « dal punto di vista umano », cioè ricostruiva il « vero uomo » con tutte le parti meschine, noiose e filistee del grande poeta.

Più importante di queste scaramucce era una più estesa trattazione in cui Marx giudicava il corrente radicalismo frasaiolo non meno aspra­mente di quanto aveva fatto col socialismo frasaiolo del governo. In una polemica contro Engels, Karl Heinzen aveva spiegato per mezzo della violenza l'ingiustizia nei rapporti di proprietà; aveva chiamato vile e pazzo chiunque osteggiasse un borghese a causa dei suoi acquisti di denaro e lasciasse in pace un re a causa del suo acquisto di potere. Heinzen era un volgare strillone che non meritava una particolare attenzione, ma l'opinione che egli rappresentava era molto conforme ai gusti dei fi­listei « illuminati ». La monarchia, secondo lui, doveva la sua esistenza al fatto che gli uomini per secoli e secoli avevano fatto a meno del buon senso e della dignità morale; ma ora che essi erano di nuovo in pos­sesso di questi beni preziosi, tutti i problemi sociali sarebbero scom­parsi di fronte al problema: monarchia o repubblica. Questa ingegnosa concezione era l'esatto corrispondente della ingegnosa opinione dei principi, secondo cui i movimenti rivoluzionari sono provocati soltanto dalla malvagità dei demagoghi.

Ora Marx dimostrava, e in prima linea sulla base della storia tedesca, che la storia fa i principi e non i principi la storia. Egli indicava le origini economiche della monarchia assoluta, che compare in quel pe­riodo di trapasso in cui gli antichi ceti feudali scompaiono e il ceto cittadino medievale cresce fino a divenire la moderna classe borghese. Che essa in Germania si sia formata più tardi e duri più a lungo è un fatto dovuto allo stentato processo di sviluppo della classe borghese te­desca. Così, per motivi economici. si spiega la massiccia funzione reazio­naria di cui si compiacquero i principi. La monarchia assoluta, che prima aveva favorito il commercio e l'industria e, nello stesso tempo, l'affacciarsi della classe borghese, come condizioni necessarie sia della potenza nazio­nale che del proprio splendore, ora si frapponeva sempre sul cammino del commercio e dell'industria, diventate armi sempre più pericolose nelle mani di una borghesia già potente. Dalla città, luogo da cui ebbe origine la sua ascesa, essa getta lo sguardo divenuto timoroso e spento verso la campagna, concimata dal cadavere degli antichi suoi giganteschi av­versari.

La trattazione è ricca di pensieri fecondi, ma il « buon senso » dei probi borghesucci non si lasciò incantare così facilmente. La stessa teo­ria della violenza che Marx combatté per Engels contro Heinzen, Engels la dové combattere per Marx contro Duhring un'intera generazione più tardi.