L'Alleanza della Democrazia Socialista

Nonostante ciò Marx aveva mantenuto la sua disposizione amichevole verso il vecchio rivoluzionario, e si era opposto ad attacchi che da per­sone a lui vicine erano stati o dovevano essere diretti contro Bakunin.

Essi partivano da Sigismund Borkheim, un sincero democratico a cui Marx era obbligato dal tempo dell’affare Vogt e anche per altri buoni servigi. Borkheim aveva però due debolezze: si riteneva, e non era, uno scrittore geniale, e soffriva di una grottesca russofobia che non la cedeva alla grottesca tedescofobia di Herzen.

Borkheim aveva preso di mira soprattutto Herzen e lo maltrattò a fondo in una serie di articoli che il Demokratisches Wochenblatt, che aveva appena cominciato a uscire, pubblicò al principio del 1868. In quel periodo Bakunin aveva da lungo tempo rotto i rapporti con Herzen, ma fu ugualmente attaccato da Borkheim come “cosacco” di Herzen e messo alla gogna insieme con lui come “negazione indistruttibile”. Infatti Borkheim aveva letto in Herzen che anni prima Bakunin aveva espresso questa singolare massima: “La negazione attiva è una forza creatrice” e chiedeva indignato se si fosse mai sentita, al di qua della frontiera russa, una cosa simile, che avrebbe fatto ridere migliaia di sco­laretti tedeschi. Il buon Borkheim non immaginava che la frase alata “il gusto della distruzione è un gusto creatore”, detta a suo tempo da Bakunin, proveniva da un articolo dei Deutsche Jahrbiicher, del tempo che Bakunin viveva nell'ambiente dei giovani hegeliani tedeschi e con Marx e Ruge teneva a battesimo i Deutsch-Franzósische Jahrbucher.

Si capisce che Marx guardava a queste e simili esercitazioni letterarie con intima avversione, e si oppose con tutti i mezzi quando Borkheim tentò di utilizzare nel suo gergo inintelligibile gli articoli di Engels contro Bakunin, che etano stati pubblicati nella Neue Rheinische Zeitung, perché essi “rientravano meravigliosamente nel suo quadro”. Disse che la cosa non doveva essere presentata in un contesto offensivo, perché Engels era un vecchio amico personale di Bakunin. Anche Engels pro­testò in questo senso e la cosa finì lì. Anche Johann Philipp Becker pregò Borkheim di non attaccare Bakunin, ma ottenne in risposta una “lettera bellicosa”, come Marx scrisse a Engels, in cui Borkheim, con la sua “abituale delicatezza”, dichiarava che gli serbava l'amicizia e il suo appoggio pecuniario (del resto molto insignificante), ma che da allora in poi la politica doveva essere esclusa dal loro carteggio. Nonostante l'amicizia, Marx trovava che la “russofobia” di Borkheim aveva assunto proporzioni pericolose.

La sua disposizione amichevole verso Bakunin non fu scossa neppure quando questi partecipò ai congressi della Lega della Pace e della Libertà. Il primo di questi congressi aveva già avuto luogo, a Ginevra, quando Marx mandò una copia del Capitale con dedica a Bakunin; pur non avendo ricevuto una parola di ringraziamento, una volta che in un'altra occasione scrisse a un profugo russo di Ginevra gli chiese notizie del suo “vecchio amico Bakunin”, sia pur dubitando vagamente che lo fosse ancora. Una risposta a questa domanda indiretta fu la lettera di Bakunin del 22 dicembre, in cui prometteva di avviarsi per la strada maestra che Marx seguiva da vent’anni.

Ma il giorno che Bakunin scrisse questa lettera il Consiglio Generale aveva già deciso di respingere da parte sua la proposta presentata da Becker, di accogliere nell'Internazionale l'Alleanza della Democrazia So­cialista. Marx vi ebbe la parte principale. Sapeva dell’esistenza dell’Al­leanza, che anzi era stata annunziata dal Vorbote, ma fino allora la consi­derava un prodotto locale di Ginevra, nato morto e indegno di ulteriore considerazione, conosceva il vecchio Becker, che aveva un po' la mania delle associazioni, ma del resto era degno di fiducia. Ma a questo punto Becker inviò il programma e le statuto dell’Alleanza, aggiungendo che l'Alleanza voleva rimediare alla mancanza di “idealismo” dell’Interna­zionale. Questa pretesa suscitò “gran furore”, come Marx scrisse a Engels, in tutto il Consiglio Generale, “specialmente fra i francesi”, e fu subito deciso di respingerla. Marx ebbe l'incarico di redigere la riso­luzione. Lui stesso era irritato, come mostra la lettera che scrisse a Engels il 18 dicembre “dopo mezzanotte” per chiedergli consiglio. “Questa volta Borkheim ha ragione”, aggiungeva. Ciò che provocava il suo sdegno non era tanto il programma quanto lo statuto dell’Alleanza. Il programma dichiarava che l'Alleanza era prima di tutto atea: reclamava l'abolizione di tutti i culti religiosi, la sostituzione della fede con la scien­za, della giustizia divina con l'umana. Poi rivendicava l'uguaglianza poli­tica economica e sociale delle classi e degli individui dei due sessi, che sarebbe cominciata con l'abolizione del diritto ereditario; per tutti i fanciulli dei due sessi rivendicava ancora l'uguaglianza dei mezzi per il loro sviluppo, cioè per il loro sostentamento, per la loro educazione e per l'istruzione in tutti i gradi della scienza, dell’industria e delle arti. Infine il programma respingeva ogni attività politica che non avesse per scopo diretto e immediato la vittoria della classe operaia sul capitale.

Il giudizio di Marx su questo programma non fu proprio lusinghie­ro. Lo definì, qualche tempo dopo, “una olla podrida di luoghi comuni logori”, “chiacchiere spensierate, un corollario di trovate vuote che pre­tendono di essere orripilanti, una improvvisazione insipida, calcolata uni­camente per un certo effetto immediato”. Ma nelle questioni teoriche, date le sue funzioni, l'Internazionale era molto indulgente; il suo compito storico consisteva appunto nel far derivare dalla sua attività pratica un programma comune per il proletariato internazionale.

Ma per questo, tanto maggiore importanza aveva la sua organizzazio­ne come presupposto di ogni successo nell'attività pratica. E lo statuto dell’Alleanza tentava di inserirsi pericolosamente in questa organizzazio­ne. L'Alleanza dichiarava, è vero, di essere un ramo dell’Internazionale, di cui accettava tutti gli statuti generali, ma voleva formare un'organizza­zione a parte. I suoi fondatori si riunivano a Ginevra come Comitato Centrale provvisorio. In ogni paese dovevano sorgere sezioni nazionali, che dovevano creare dappertutto dei gruppi e procurare a questi gruppi l'ammissione all' Internazionale. Nei congressi annuali dell’Internazionale i rappresentanti dell’Alleanza, come ramo dell’Internazionale, volevano tenere le loro sedute pubbliche in locali a parte.

Engels decise subito: non va. Ci sarebbero stati due consigli generali e due congressi. Alla prima occasione il consiglio pratico di Londra sarebbe venuto a conflitto col consiglio “idealista” di Ginevra. Per il resto Engels raccomandava sangue freddo: un'azione violenta avrebbe aizzato inutilmente i filistei della fede politica, molto numerosi fra i lavo­ratori (specialmente in Svizzera), e avrebbe nuociuto all'Internazionale. Bisognava respingere quella gente con calma ma con fermezza, e dir loro che si erano scelti un terreno particolare, e che si sarebbe aspettato di vedere che cosa sarebbero riusciti a fare; per il momento nulla impediva che i membri di una associazione fossero anche membri dell’altra. Del programma teorico dell’Alleanza anche Engels disse di non aver mai letto niente di più miserabile; che Bakunin doveva esser diventato un “vero bovino”, giudizio questo che non esprimeva ancora un'ostilità partico­larmente forte, o almeno non maggiore di quella contenuta nel giudizio che Marx dette del suo sempre fedele amico Becker, definito “vecchio confusionario”: nelle loro lettere confidenziali i due amici erano sem­pre molto prodighi di questi titoli onorifici.

Nel frattempo Marx si era già calmato e stese la risoluzione del Consiglio Generale, che rifiutava l'ammissione dell’Alleanza all'Interna­zionale, con una forma e un contenuto a cui non si potevano muovere Critiche. Vi inserì anche una leggera puntata per Becker, facendo notare che la questione era srata già decisa in precedenza da alcuni fondatori dell’Alleanza, in quanto essi come membri dell’Internazionale avevano collaborato alla decisione presa dal Congresso di Bruxelles, di respin­gere la fusione dell’Internazionale con la Lega della Pace e della Libertà.

E' molto improbabile che Becker se la sia presa troppo per questa deci­sione del Consiglio Generale. E più credibile l'asserzione di Bakunin, che egli avrebbe sconsigliato fin da principio la fondazione dell’Alleanza ma sarebbe stato sopraffatto dai voti dei membri della sua lega segreta; avrebbe voluto però mantenere questa lega segreta, i cui membri avrebbero dovuto agire secondo il loro punto di vista all'interno dell’Internazionale, ma avrebbe desiderato assolutamente che essa entrasse a far parte della Internazionale per escludere qualsiasi rivalità. Ad ogni modo il Comi­tato Centrale di Ginevra rispose alla decisione negativa del Consiglio Ge­nerale con la proposta di sciogliere le sezioni dell’Alleanza e di tra­sformarle in sezioni dell’Internazionale, nel caso che il Consiglio Gene­rale riconoscesse il suo programma teorico.

Frattanto Marx aveva ricevuto la lettera conciliante di Bakunin del 22 dicembre, ma la sua diffidenza si era ridestata a tal punto che non pre­se in considerazione questa “entrée sentimentale”. Anche la nuova proposta dell’Alleanza suscitò la sua diffidenza, dalla quale per altro non si lasciò dominare tanto da non rispondere in modo obiettivamente giu­sto. Su sua proposta, il 9 marzo 1869 il Consiglio Generale affermò che non era affar suo giudicare i programmi teorici dei singoli partiti operai: la classe operaia nei diversi paesi si trovava in gradi così diversi di svi­luppo che il suo movimento reale si esprimeva in forme teoriche molto diverse. L'unità d'azione, promossa dall'Internazionale, lo scambio d'idee tra i diversi organi delle sezioni in tutti i paesi, infine la discussione di­retta nei congressi generali avrebbero a poco a poco creato anche il pro­gramma teorico comune per il movimento operaio generale. Per il mo­mento il Consiglio Generale doveva soltanto esaminare se la tendenza generale dei singoli programmi operai corrispondeva alla tendenza gene­rale dell’Internazionale verso la completa emancipazione delle classi la­voratrici.

Sotto questo rapporto, continuava la risposta, il programma dell’Al­leanza conteneva una frase che era suscettibile di fraintendimenti pericolosi. L'eguaglianza politica, economica e sociale delle classi presa alla lettera, conduceva all'armonia fra capitale e lavoro quale era predi­cata dai socialisti borghesi. Il vero segreto del movimento proletario e il grande obiettivo dell’Internazionale era invece l'abolizione delle classi. Tuttavia, poiché l'“eguaglianza delle classi”, come risultava dal conte­sto, era entrata nel programma dell’Alleanza soltanto per uno scorso di penna, il Consiglio Generale affermava di non dubitare che l'Alleanza avrebbe rinunciato a questa frase pericolosa, e quindi non vi sarebbero stati ostacoli alla trasformazione delle sezioni dell’Alleanza in sezioni dell’Internazionale. Una volta compiuta definitivamente questa trasforma­zione, il Consiglio Generale avrebbe dovuto essere informato, a norma degli statuti dell’Internazionale, del luogo e del numero dei membri di ogni nuova sezione.

Allora l'Alleanza corresse la frase contestata nel senso voluto dal Con­siglio Generale, e il 22 giugno annunciò di avere sciolto la propria orga­nizzazione e di avere invitato le proprie sezioni a trasformarsi in sezioni dell’Internazionale. La sezione ginevrina, a capo della quale stava Bakunin, fu accolta nell'Internazionale con voto unanime del Consiglio Generale. Anche la lega segreta di Bakunin in apparenza era stata sciolta, ma con­tinuava ad esistere in forma più o meno rilassata, e lo stesso Bakunin continuò ad agire secondo il programma che l'Alleanza si era dato. Dal­l'autunno del 1867 all'autunno del 1869 egli visse sulle rive del lago di Ginevra, ora nella stessa Ginevra, ora a Vevey e Clarens, e si era acqui­stata una grande influenza fra gli operai della Svizzera romanza.

In questa sua attività fu favorito dalla particolare situazione in cui questi operai vivevano. Per giudicare esattamente gli avvenimenti di questo periodo non si deve dimenticare mai che l'Internazionale non era un partito con un determinato programma teorico, ma tollerava nel suo seno le più disparate tendenze, come il Consiglio Generale aveva rilevato nella sua risposta all'Alleanza. Ancor oggi si può osservare nel Vorbote che un combattente della grande associazione appassionato e benemerito come Becker non si preoccupò mai eccessivamente di que­stioni teoriche. Cosi anche nelle sezioni ginevrine dell’Internazionale erano rappresentate due correnti molto diverse. Da una parte la fabrique, che nel dialetto di Ginevra designava l'insieme dei lavoratori qualificati e ben pagati dell’industria dei gioielli e degli orologi, che comprendeva quasi esclusivamente nativi del luogo; dall'altra parte i gros métiers, soprattutto muratori, comprendenti quasi esclusivamente stranieri, in primo luogo tedeschi, che dovevano conquistarsi con scioperi continui condizioni di lavoro appena sopportabili. I primi godevano del diritto di voto, gli altri no. Ma per il suo limitato numero la fabrique non poteva contare sul successo elettorale, con i soli suoi voti, e perciò era molto in­cline verso i compromessi elettorali con i radicali borghesi, mentre i gros métiers, per i quali simili tentazioni erano a priori escluse, erano molto più entusiasti dell’azione rivoluzionaria diretta, come la propo­neva Bakunin.

Un campo di reclutamento ancora più fertile Bakunin trovò nei lavoratori dell’industria degli orologi del Giura. Questi non erano operai di lusso qualificati, ma per lo più operai a domicilio, che erano già minacciati nella loro misera esistenza dalle macchine della concorrenza ame­ricana. Dispersi in piccoli villaggi sui monti, erano poco adatti per un movimento di massa con fini politici, e, anche quando vi erano disposti, tristi esperienze li respingevano dalla politica. In un primo tempo aveva condotto fra loro l'agitazione per l'Internazionale il medico Coullery, uomo di sentimenti filantropici ma politicamente una testa confusa, che li aveva indotti a concludere alleanze elettorali non solo con i radicali, ma anche con i liberali monarchici di Neuchàtel, in cui i lavoratori ve­nivano regolarmente gabbati. Dopo il completo fallimento di Coullery gli operai del Giura avevano trovato un nuovo capo in James Guillaume, giovane insegnante dell’industria a Lode, che si era perfettamente fami­liarizzato con il loro modo di pensare e che sul Progrès, un giornaletto di Lode da lui diretto, propugnava l'ideale di una società anarchica, nella quale tutti gli uomini sarebbero stati liberi e uguali. Quando Bakunin si recò per la prima volta nel Giura, trovò il terreno ottimamente prepa­rato per il suo seme, e questi poveri diavoli ebbero sulle sue idee un'in­fluenza forse più forte di quella che egli esercitò su di loro, giacché da allora in poi la sua opposizione a ogni attività politica fu più recisa di prima.

Ma per il momento la pace regnava ancora nelle sezioni della Sviz­zera romanza. Nel gennaio del 1869, ad opera principalmente di Baku­nin, esse si riunirono in un Consiglio Federale e iniziarono la pubbli­cazione di un settimanale più impegnativo, Egalité, al quale collabora­vano Bakunin, Becker, Eccarius, Varlin e altri importanti membri dell’Internazionale. Sempre per opera di Bakunin il Consiglio Federale della Svizzera romanza propose al Consiglio Generale di Londra di porre la questione dell’eredità all'ordine del giorno del Congresso di Basilea. Ba­kunin era in diritto di farlo, perché la discussione di questioni di questo genere era uno dei compiti principali dei congressi, e il Consiglio Gene­rale aderì alla richiesta.

Marx vide in essa una specie di dichiarazione di guerra da parte di Bakunin, e come tale l'accettò volentieri.