L'agitazione di Bakunin

Il terzo Congresso dell’Internazionale si riunì dal 6 al 13 settembre 1868 a Bruxelles.

Fu più numeroso di tutti gli altri che lo precedettero e lo seguirono, ma ebbe un accentuato carattere locale: più della metà dei partecipanti venivano dal Belgio. I francesi erano circa un quinto. Fra gli undici delegati inglesi si trovavano sei rappresentanti del Consiglio Generale: oltre a Eccarius, Jung, Lessner, c'era il tradunionista Lucraft. Gli sviz­zeri presenti erano soltanto otto, i tedeschi addirittura tre soli, fra i quali Moses Hess della sezione di Colonia. Schweitzer, che aveva avuto un invito ufficiale, non poté intervenire di persona, dovendo comparire in giudizio parecchie volte, ma affermò per iscritto che l'Associazione Generale degli Operai Tedeschi concordava con le aspirazioni della Internazionale, e che l'adesione formale era impedita soltanto dalle leggi tedesche sulle associazioni. L'Italia e la Spagna mandarono un rappresentante ciascuna.

Nelle discussioni del Congresso si poterono osservare tracce sensi­bilissime del ritmo più vivace assunto dalla vita dell’Internazionale nei suo quarto anno. La resistenza opposta a Ginevra e a Losanna dai prou­dhoniani contro le associazioni sindacali si era quasi trasformata nel suo contrario. Per altro essi fecero passare un'altra risoluzione accademica in onore della “banca di scambio” e del “credito gratuito”, nono­stante Eccarius dimostrasse, in base all'esperienza inglese, la impos­sibilità pratica di questi rimedi proudhoniani e Hess ne dimostrasse l'inconsistenza teorica sulla base dello scritto polemico che vent’anni prima Marx aveva diretto contro Proudhon.

In compenso i proudhoniani furono completamente sconfitti sulla “questione della proprietà”: su proposta di de Paepe fu approvata una importante risoluzione accompagnata da una motivazione particolareg­giata, che affermava che in una società ben ordinata le cave di pietra, il carbon fossile e tutte le altre miniere e le ferrovie dovevano appar­tenere alla collettività, vale a dire al nuovo Stato sottoposto alla legge della giustizia, e che fino allora tutto ciò doveva essere affidato a com­pagnie di operai, con le necessarie garanzie per la collettività. Il terreno agricolo e i boschi dovevano parimente essere trasformati in proprietà collettiva dello Stato, ed essere affidati con le stesse garanzie a società agricole. Infine i canali, le grandi strade, i telegrafi e insomma tutti i mezzi di comunicazione dovevano restare proprietà collettiva della socie­tà. Nonostante le loro violente proteste contro questo “comunismo gros­solano”, i francesi riuscirono soltanto ad ottenere che la questione venis­se esaminata di nuovo al successivo congresso, per il quale si fissò la sede di Basilea.

Secondo quanto affermò lui stesso, Marx non ebbe parte alcuna nella stesura delle risoluzioni approvate a Bruxelles, ma non fu scon­tento di come il Congresso era andato. Non solo per la soddisfazione che poteva dargli, tanto da un punto di vista personale che per il suo valore obiettivo, il ringraziamento che la classe operaia gli aveva rivolto, come già ad Amburgo e a Norimberga, per la sua opera scientifica, ma anche perché le accuse rivolte dalla sezione francese di Londra contro il Consi­glio Generale erano state respinte. Soltanto la risoluzione, suggerita da Ginevra e approvata dal Congresso, di respingere la minaccia di guerre con sospensioni generali di lavoro, con uno sciopero dei popoli, fu giudi­cata una “scemenza” da Marx. Invece non ebbe niente da obiettare contro la decisione del Congresso di romperla definitivamente con la Lega della Pace e della Libertà, che poco prima aveva tenuto il suo se­condo congresso a Berna. Questa aveva proposto all'Internazionale una alleanza, ma si ebbe da Bruxelles una secca risposta: essa non aveva nessuna ragione di esistere, e avrebbe dovuto semplicemente indurre i suoi membri a entrare nelle sezioni dell’Internazionale.

Per questa alleanza aveva lavorato soprattutto Mikhail Bakunin, che era già stato presente ai primo Congresso di Ginevra della Lega della Pace e della Libertà e che un paio di mesi prima del Congresso di Bru­xelles era entrato anche nell'Internazionale. Dopo il rifiuto opposto al patto di alleanza egli cercò di indurre il Congresso di Berna della Lega della Pace e della Libertà ad accettare un programma che mirava alla distruzione di tutti gli Stati, per edificare sulle loro rovine una federa­zione di libere associazioni produttive di tutti i paesi. Ma rimase in minoranza, con Johann Philipp Becker e altri, e con Becker fondò una nuova Alleanza Internazionale della Democrazia Socialista, che doveva confluire nell'Internazionale, ma porsi in pari tempo lo speciale com­pito di studiare le questioni politiche e filosofiche sulla base del grande principio della universale uguaglianza morale di tutti gli uomini della terra.

Nel fascicolo di settembre del Vorbote Becker annunciava già questa alleanza, il cui scopo consisteva nel dar vita a sezioni dell’Internazionale in Francia, in Italia e in Spagna, e dovunque arrivasse la sua influenza. Ma soltanto tre mesi dopo, il 15 dicembre 1868, Becker chiese al Con­siglio Generale che accettasse nell'Internazionale l'Alleanza, dopo che la stessa richiesta era stata respinta dal Consiglio federale belga e da quello francese. Una settimana dopo, il 22 dicembre, Bakunin scrisse da Ginevra a Marx: “Mio vecchio amico! Ora più che mai capisco quanto tu abbia ragione a seguire la grande strada maestra della rivoluzione economica e a invitarci a percorrerla, e a disprezzare quelli di noi che sj perdono sui sentieri di imprese o nazionali o esclusivamente politiche. Ora io faccio quello che tu fai da più di vent’anni. Dopo avere solen­nemente e pubblicamente dato l'addio ai borghesi del Congresso di Berna, non conosco nessun'altra società, nessun altro mondo che il mondo dei lavoratori. La mia patria ora è l'Internazionale, di cui tu sei uno dei principali fondatori. Tu vedi dunque, caro amico, che sono un tuo di­scepolo, e sono fiero di esserlo. Questo sulla mia posizione e sui miei personali princìpi”. Non esiste alcun motivo per dubitare della sincerità di queste affermazioni.

I rapporti fra i due si possono individuare nel modo più rapido ed esauriente in base a questo confronto fra Marx e Proudhon che Bakunin tracciò alcuni anni dopo, quando era già in lotta violenta con Marx: “Marx è un economista molto serio, molto profondo. Rispetto a Proudhon ha l'immenso vantaggio di essere un autentico materialista. No­nostante tutti i suoi sforzi per liberarsi dell’eredità dell’idealismo classico, Proudhon è rimasto per tutta la vita un incorreggibile idealista, che si lasciava influenzare ora dalla Bibbia, ora dal diritto romano, come gli dissi due mesi prima della morte, e sempre metafisico fino alla punta delle unghie. La sua gran disgrazia è di non avere mai studiato le scienze naturali, e di non essersi appropriato il loro metodo. Per istinto egli giungeva, in certi momenti, a vedere la strada giusta, ma trascinato dalle cattive o idealistiche abitudini del suo spirito ricadeva sempre nei vecchi errori. Per questo Proudhon era una perenne contrad­dizione, un genio vigoroso, un pensatore rivoluzionario, che si difende­va dalle fantasie dell’idealismo, ma non arrivava mai a vincerle”. Così Bakunin giudicava Proudhon.

Proseguendo descriveva, subito dopo, la natura di Marx, quale gli appariva. “Come pensatore, Marx è sulla strada giusta. Ha posto come principio che ogni svolgimento religioso, politico e giuridico della storia è non la causa ma l'effetto dello sviluppo economico. Questo è un grande e fecondo pensiero, che Marx non ha inventato tutto d'un tratto; di questo pensiero avevano avuto sentore, e in parte lo avevano espresso, altri prima di lui, ma spetta infine a lui l'onore di averlo sviluppato scientificamente e di averlo posto saldamente alla base di tutto il suo sistema economico. D'altra parte Proudhon aveva capito e sentito la libertà molto meglio di Marx; se non valeva altrettanto per dottrina e fantasia, Proudhon aveva il vero istinto del rivoluzionario; onorava Satana e proclamava l'anarchia. E' possibilissimo che Marx si sia innalzato a un sistema della libertà ancora più razionale di quello di Proudhon, ma gli manca l'istinto di Proudhon. Come tedesco e come ebreo è un autori­tario da capo a piedi”. Fin qui Bakunin.

Da questo confronto traeva la conclusione finale di avere, lui stesso, afferrato la superiore unità dei due sistemi. Egli avrebbe sviluppato il sistema anarchico di Proudhon liberandolo da tutti gli annessi dot­trinari, idealistici e metafisici, e gli avrebbe dato per fondamento il materialismo nella scienza e l'economia sociale nella storia. Questa però era un'illusione di Bakunin. Aveva oltrepassato di gran lunga Proudhon, sul quale aveva il vantaggio di una buona cultura europea, e capiva Marx molto meglio di quanto lo avesse capito Proudhon; ma non era passato attraverso la scuola della filosofia tedesca così a fondo come Marx, né aveva studiato altrettanto profondamente le lotte delle classi nei popoli dell’Europa occidentale. E la sua ignoranza dell’economia politica era tanto grave per lui quanto l'ignoranza delle scienze naturali per Prou­dhon. Questa lacuna nella cultura di Bakunin si faceva sentire anche se la si poteva spiegare, ciò che gli faceva onore, con la lunga serie di anni, fra i migliori della sua vita, che in conseguenza della sua attività rivo­luzionaria aveva passato languendo nelle carceri sassoni, austriache, russe, e nei deserti gelati della Siberia.

Il “Satana in corpo” era la sua forza e la sua debolezza. Quel che egli intendeva dire con questa sua frase preferita è stato espresso con parole belle e giuste dal famoso critico russo Bielinski: “In Mikhail vi sono molte colpe e peccati, ma c'è qualche, cosa in lui che vince tutti i suoi difetti: l'eterno principio motore, che vive nel profondo del suo spi­rito”. Bakunin era una natura in tutto e per tutto rivoluzionaria, e aveva il dono, come Marx e Lassalle, di essere ascoltato dagli uomini. Fu davvero un bel risultato, per un povero esule, che non possedeva niente altro che il suo spirito e la sua volontà, aver intessuto le prime fila del movimento operaio internazionale in una serie di paesi europei, in Spagna, in Italia e in Russia. Ma basta solo nominare questi paesi per trovarsi di fronte alla più profonda differenza fra Marx e Bakunin. Tanto l'uno che l'altro vedevano che la rivoluzione avanzava a passi veloci, ma mentre Marx scorgeva il nucleo principale del suo esercito ned proletariato della grande industria, come l'aveva studiato in Inghil­terra, in Francia e in Germania, Bakunin contava sulle schiere della gioventù declassata, delle masse contadine e anche del sottoproletariato. Per quanto riconoscesse sempre chiaramente che Marx scientificamente gli era superiore, nella sua azione ricadeva sempre negli errori che erano stati propri dei “rivoluzionari della vecchia generazione”. Si rassegna­va lui stesso al suo destino, quando affermava che la scienza è la bussola della vita, ma non la vita stessa, e che solo la vita crea veramente qualche cosa di reale.

Sarebbe insensato e per di più ingiusto tanto verso Bakunin che verso Marx valutare i loro rapporti soltanto in base all'insanabile dissidio che alla fine li divise. E' molto più interessante, da un punto di vista politico e in particolare psicologico, seguire come essi nel corso di trentanni si sono sempre attratti l'un l'altro e poi nuovamente respinti; Bakunin fu tra i fondatori dei DeutschFranzosische Jahbiicher. Alla rottura fra il suo vecchio protettore Ruge e Marx, egli si decise per quest'ultimo. Ma quando a Bruxelles vide quel che Marx intendeva per propaganda comu­nista, fu spaventato, e alcuni mesi dopo si entusiasmò pei la spedizione dei volontari di Herwegh in Germania, ma poi si accorse di questa sua sciocchezza e lo riconobbe apertamente.

Subito dopo, nell'estate del 1848, la Neue Rheinische Zeitung lo ac­cusò di essere uno strumento del governo russo, ma poi riconobbe il suo errore (al quale era stata indotta da informazioni provenienti da due parti indipendenti fra loro) in una maniera che soddisfece pienamente Bakunin. In un incontro a Berlino Marx e Bakunin rinnovarono la loro vecchia amizicia, e la Neue Rheinische Zeitung intervenne energicamente a favore di Bakunin quando questi fu espulso dalla Prussia. Poi quel gior­nale sottopose a una severa critica la sua agitazione panslavista, ma pre­mettendo l'avvertimento: “Bakunin è nostro amico”, e riconoscendo espressamente che Bakunin agiva sulla base di princìpi democratici e che le sue illusioni sulla questione slava erano molto scusabili. Del resto Engels, autore di questo articolo, era in errore anche nell'obiezione prin­cipale che faceva valere contro Bakunin: l'avvenire storico delle popo­lazioni slave dell’Austria è stato proprio quello che Engels escludeva. Marx ed Engels accordarono il primo e più vivo riconoscimento alla partecipazione di Bakunin alla sollevazione di Dresda, del maggio 1849.

Al ritorno da Dresda, Bakunin fu arrestato e condannato a morte prima da un tribunale di guerra sassone, poi da uno austriaco, e tutte e due le volte ebbe la “grazia” del carcere a vita, infine fu consegnato alla Russia, e là passò anni di sofferenze spaventose nella Fortezza di Pie­tro e Paolo. Durante questo tempo un pazzo urquhartista ripetè sul Morning Advertiser contro Bakunin, l'accusa di essere un agente del governo russo, affermando che non si trovava affatto in carcere. Contro questa ac­cusa protestò sullo stesso giornale anche Marx, oltre a Herzen, Mazzini e Ruge. Ma un caso disgraziato volle che il calunniatore di Bakunin si chia­masse anche lui Marx, ciò che era risaputo in ambienti ristretti, nono­stante che il galantuomo si sottraesse ostinatamente alla richiesta di di­chiarare in pubblico il suo nome. Questa omonimia fu in seguito sfrut­tata per un indegno intrigo dal pseudorivoluzionario Herzen. Quando Bakunin, che nel 1857 dalla Fortezza di Pietro e Paolo era stato mandato in Siberia, ma nel 1861 era riuscito felicemente a fuggire, arrivò a Lon­dra attraverso il Giappone e il continente americano, Herzen gli fece credere che Marx lo aveva denunziato sulla stampa inglese come spia russa. Fu questa la prima delle false dicerie che dovevano metter male fra Bakunin e Marx.

Bakunin era stato tagliato fuori dalla vita europea per più di un de­cennio, e si comprende così che per prima cosa, a Londra, si sia acco­stato a esuli russi dello stampo di Herzen, con i quali in fondo ave­va poco in comune. Anche nel suo panslavismo, con tutto quel che se ne potrebbe dire, Bakunin restò sempre rivoluzionario, mentre Herzen, con le sue invettive sul “marcio Occidente” e il suo culto mistico per le comunità rurali russe, sotto la maschera di un fiacco liberalismo non faceva altro, in realtà, che fare gli interessi dello zarismo. Non depone male di Bakunin il fatto che egli abbia mantenuto rapporti di amicizia personale con Herzen, fino alla morte di lui. Da Herzen, Bakunin era stato soccorso nei bisogni della sua giovinezza, ma politicamente lo ripudiò sin dal 1866, rimproverandogli di volere un rivolgimento sociale senza un rivolgimento politico e di perdonare tutto allo Stato, solo che lasciasse intatte le comunità rurali della Grande Russia, dalle quali Herzen si aspettava la salvezza non soltanto della Russia e di tutti i popoli slavi, ma anche dell’Europa e di tutto il mondo. Bakunin sottopose questa fantasticheria a una critica distruttrice.

Ma dopo la fuga dalla Siberia egli visse in casa di Herzen, e perciò fu tenuto a distanza da Marx. Tanto più è significativo che egli traducesse in russo il Manifesto comunista e lo pubblicasse nel Kolokol di Herzen.

Durante un secondo soggiorno londinese di Bakunin, al tempo della fondazione dell’Internazionale, Marx ruppe il ghiaccio e cercò di lui. Poté rassicurarlo pienamente non solo di non aver provocato la calunnia contro di lui, ma anzi di esservisi opposto energicamente. Si lasciarono da amici; Bakunin era entusiasta del piano dell’Internazionale e Marx il 4 novembre scrisse a Engels: “Bakunin m'incarica di salutarti. Egli è ripartito oggi per l'Italia dove abita (Firenze). Debbo dirti che mi è piaciuto molto e più di prima... In complesso egli è uno di quei pochi uomini, che dopo sedici anni trovo non aver regredito, ma aver fatto dei passi avanti” \

Ma la gioia con cui Bakunin aveva salutato l'Internazionale non ebbe vita lunga. Il soggiorno in Italia ridestò in lui il “rivoluzionario della vecchia generazione”. Aveva scelto questo paese non solo per il clima mite e per il basso costo della vita, tanto più che la Germania e la Francia gli erano precluse, ma anche per motivi politici. Negli italiani vedeva i naturali alleati degli slavi contro lo Stato-carcere austriaco, e in Siberia le gesta di Garibaldi avevano acceso la sua fantasia. Esse gli mostrarono che il flusso rivoluzionario era sempre in ascesa. In Italia trovò una quantità di leghe politiche segrete; vi trovò intellettuali de­classati sempre pronti a ingolfarsi in ogni sorta di congiure, una massa contadina eternamente in pericolo di morire di fame, e infine un sotto­proletariato sempre in movimento, soprattutto nei lazzaroni di Napoli, dove egli si era trasferito da Firenze per trascorrervi parecchi anni. Que­ste classi gli apparivano come le vere forze motrici della rivoluzione. Ma se nell'Italia vedeva il paese dove la rivoluzione sociale era forse più vicina, dovette ben presto riconoscere il suo errore. In Italia era ancora predominante la propaganda di Mazzini, e Mazzini era un avver­sario del socialismo: coi suoi vaghi appelli religiosi e le sue tendenze rigidamente accentratrici, egli Iettava soltanto per la repubblica uni­taria borghese.

In questi anni italiani l'agitazione rivoluzionaria di Bakunin assunse forme più definite. Con la sua mancanza di cultura teorica, che andava unita a un'esuberanza di vivacità spirituale e di energia impetuosa, fu sempre fortemente influenzato dall'ambiente in cui viveva. Il dogma­tismo politico-religioso di Mazzini accentuò sensibilmente il suo atei­smo e il suo anarchismo, la negazione di ogni dominio statale. D'altra parte le tradizioni rivoluzionarie di quelle classi che per lui erano le portatrici della rivoluzione generale contribuirono a rafforzare la sua in­clinazione verso le congiure segrete e le sollevazioni locali. Così Ba­kunin fondò una lega segreta socialista rivoluzionaria, che inizialmente reclutava i suoi adepti in Italia e doveva soprattutto combattere “l'odiosa retorica borghese di Mazzini e di Garibaldi”, ma presto si estese su base internazionale.

Trasferitosi a Ginevra nell'autunno del 1867, Bakunin cercò dap­prima di influenzare la Lega della Pace e della Libertà nell'interesse della sua lega segreta, e quando questo tentativo fallì si adoprò per la fusione con l'Internazionale, della quale per quattro anni non si era più dato pensiero.