La Svizzera e la Germania

La spinta più efficace al grande slancio dell’Internazionale in questi anni fu il movimento generale degli scioperi causato dalla crisi del 1866 in tutti i paesi capitalisticamente più o meno sviluppati.

Il Consiglio Generale non dette mai e in nessun luogo l'avvio a que­sto movimento, ma, quando esplodeva da sé contribuiva col consiglio e con l'azione ad assicurare la vittoria degli operai, mobilitando la soli­darietà internazionale del proletariato. Ai capitalisti strappò di mano quell'arma comoda che consisteva nel paralizzare gli operai in sciopero con l'importazione di mano d'opera straniera; anzi, fra questi inconsape­voli ausiliari del comune nemico si acquistò dei compagni pronti al sacrificio; il Consiglio Generale seppe far capire agli operai di tutti i paesi a cui estendeva il suo influsso che nel loro stesso interesse dovevano appoggiare te lotte per il salario sostenute dai compagni di classe di altri, paesi.

Questa attività dell’Internazionale si dimostrò efficacissima, e le creò una considerazione europea che andava persino di là dalla forza effetti­va di essa fin allora conseguita. Infatti poiché il mondo borghese faceva finta di non capire, o realmente non capiva, che gli scioperi sempre più estesi avevano le loro radici nella miseria della classe operaia, credeva di trovarne la causa nelle segrete manovre dell’Internazionale. Se la immaginava come un mostro diabolico, che con ogni sciopero cercava di schiacciarlo. Tutti i grandi scioperi cominciarono a trasformarsi in lotte per l'esistenza dell’Internazionale, che da ogni sciopero usciva con nuove e maggiori forze.

Manifestazioni tipiche in questo senso furono lo sciopero degli ope­rai edili a Ginevra, della primavera del 1868, e quello dei tessitori di nastri e dei tintori della seta che cominciò nell'autunno dello stesso anno a Basilea e si prolungò fino alla primavera seguente. A Ginevra gli ope­rai edili cominciarono la lotta per un aumento del salario e per la ridu­zione delle ore lavorative, ma i padroni si dichiararono pronti all'accordo a condizione che gli operai uscissero dall'Internazionale. Gli operai scio­peranti respinsero immediatamente questa pretesa, e, grazie all'aiuto che il Consiglio Generale seppe assicurare loro da parte dell’Inghilterra, della Francia e di altri paesi, riuscirono a far trionfare le loro iniziali rivendica­zioni. A Basilea la presunzione dei capitalisti agì in una maniera enorme-mente più puerile: i tessitori di nastri di una fabbrica che in occasione dell’ultimo giorno della fiera autunnale avevano chiesto un paio d'ore di riposo, secondo un'antica tradizione, si ebbero senza nessun motivo un rifiuto, e per di più la minaccia: chi non obbedisce se ne va! Una parte degli operai non obbedì e il giorno dopo essi furono rimandati indietro alla porta della fabbrica dalla polizia, senza che fosse rispettato il termine di preavviso di quindici giorni. Questa provocazione brutale esasperò gli operai di Basilea, e si arrivò a lotte che durarono mesi e culminarono alla fine col tentativo del Gran Consiglio di intimidire gli operai con misure militari e con una specie di stato d'assedio.

Anche a Basilea si rivelò ben presto che lo scopo della bassa perse­cuzione era l'annientamento dell’Internazionale. Per questo scopo i capi­talisti non disdegnavano i mezzi crudeli, sfrattando gli operai rimasti senza lavoro dalle loro abitazioni e bloccando loro il credito presso i fornai, i macellai e i mereiai, e neppure i tentativi ridicoli, come l'invio di un emissario a Londra che doveva investigare sui mezzi finanziari del Consiglio Generale. “Se questi buoni cristiani ortodossi fossero vissuti nei primi tempi del cristianesimo, per prima cosa avrebbero spiato a Roma i crediti in banca dell’apostolo Paolo”. Così scherzava Marx ricollegandosi a una frase del Times che aveva paragonato le sezioni dell’Internazionale alle prime comunità cristiane. Ma gli operai di Ba­silea rimasero saldamente legati all'Internazionale, e quando i capita­listi alla fine cedettero, festeggiarono la vittoria con un grande corteo sul mercato. Anch'essi ricevettero un largo appoggio da altri paesi. Le ondate sollevate da questi scioperi si propagarono fino agli Stati Uniti: anche qui l'Internazionale cominciò a poggiare su basi solide; F. A. Sorge, esule del 1848 e ora insegnante di musica, occupava a New York una posizione simile a quella di Becker a Ginevra.

Ma prima di tutto il movimento degli scioperi aprì all'Internazionale la strada della Germania, dove fino a quel momento si erano formate soltanto sezioni isolate. Dopo giavi lotte ed errori, l'Associazione Ge­nerale degli Operai Tedeschi era diventata un'organizzazione conside­revole, e continuava a svilupparsi nel modo più soddisfacente, soprat­tutto dopo che i suoi membri avevano deciso di scegliere Schweitzer come loro capo riconosciuto. Come rappresentante di Elberfeld-Barmen, Schweitzer sedeva anche nel Reichstag della Germania del Nord, dov'era anche il suo vecchio avversario Liebknecht, eletto dalla circoscrizione sassone di Stollberg-Schneeberg. Essi erano venuti subito a un urto violento a causa delle loro opposte posizioni sulla questione nazionale: mentre Schweitzer si atteneva allo stato di cose creato dalla battaglia di Sadowa, concordando in questo con il punto di vista di Marx ed Engels, Liebknecht invece si scagliava contro la Confederazione della Germania del Nord, che considerava come il prodotto di una illegittima e iniqua violenza, da distruggere per prima cosa, lasciando anche da parte per il momento gli obbiettivi sociali.

Neil autunno del 1866 Liebknecht aveva fondato il Partito popolare della Sassonia, con un programma radicale-democratico ma non ancora socialista, e al principio del 1868 cominciò a pubblicare a Lipsia il Demokratisches Wochenblatt, organo del partito. Questo reclutava i suoi ade­renti soprattutto fra la classe operaia sassone, distinguendosi a proprio vantaggio dal Partito popolare tedesco, che raccoglieva un gruppetto di rispettabili ideologi dello stampo di Johann Jacoby, commercianti democratici di Francoforte, repubblicani della Svevia seguaci della poli­tica dei piccoli cantoni, e avversari indignati dello scellerato sopruso che Bismarck aveva perpetrato cacciando alcuni prìncipi di piccola e media grandezza. Il Partito popolare della Sassonia viveva in rapporti di miglior vicinato con la Lega delle associazioni operaie tedesche, che era stata fondata dalla borghesia progressista al primo apparire di Lassalle, come contrappeso alla sua agitazione, ma che si era sviluppata verso sinistra proprio nella lotta con i lassalliani: soprattutto quando era stato eletto presidente della Lega August Bebel, nel quale Liebknecht aveva trovato un fedele compagno di lotta.

Sin dal primo numero, il Demokratisches Wochenblatt parlava di Schweitzer come di un uomo al quale tutti i combattenti più avanzati per la causa socialdemocratica avevano voltato le spalle. Ma questa storia era ormai vecchia, perché la rottura voluta tre anni prima da Marx e da Engels non aveva mai fatto deviare Schweitzer dal suo proposito di dirigere il movimento operaio tedesco secondo lo spirito di Lassalle, senza però farne una setta servilmente legata alla parola di Lassalle. Così Schweitzer ave ve cercato di far conoscere agli operai tedeschi il primo volume del Capitale, prima dello stesso Liebknecht e con mag­giore impegno, e nell'aprile del 1868 si rivolse personalmente a Marx per averne un consiglio a proposito di una diminuzione del dazio sul ferro progettata a quel tempo dal governo prussiano.

Se non altro per la sua qualità di segretario corrispondente per la Germania nel Consiglio Generale, Marx non poteva tralasciare di rispon­dere a una domanda che gli era rivolta da un parlamentare che rappre­sentava gli operai di una circoscrizione industriale. Ma indipendentemente da ciò Marx era arrivato a farsi un giudizio sostanzialmente diverso sull'at­tività di Schweitzer. Per quanto osservasse le cose da lontano, egli rico­nosceva tuttavia “assolutamente l'intelligenza e l'energia” con cui Schweitzer agiva nel movimento operaio, e nelle discussioni del Con­siglio Generale parlava di lui come di uno del suo partito, senza far pa­rola delle divergenze fra i loro punti di vista.

Di queste divergenze ne esistevano tuttora. Marx ed Engels non ave­vano rinunciato neppure alla loro personale diffidenza contro Schweit­zer: anche se non avevano più il sospetto che se la intendesse con Bismarck, sospettavano però che il suo avvicinamento a Marx avesse lo scopo di scavalcare Liebknecht; non si liberavano dell’idea che l'As­sociazione Generale degli Operai Tedeschi fosse una “setta” e che Schweitzer volesse prima di tutto avere un “suo proprio movimento operaio”. Ma nonostante tutto riconoscevano che la politica di Schweit­zer era molto superiore alla politica di Liebknecht.

Marx riteneva che Schweitzer fosse assolutamente il più intelligente e il più energico di tutti i dirigenti operai tedeschi di quel tempo, e che soltanto da lui Liebknecht fosse stato costretto a ricordarsi che esi­steva un movimento operaio indipendente dal movimento piccolo-bor­ghese democratico. Similmente Engels riteneva che il “tipo” avesse idee molto più chiare nella interpretazione della situazione politica gene­rale e nella posizione di fronte agli altri partiti, e fosse molto più abile nell'esposizione che non tutti gli altri. “Egli chiama tutti gli altri partiti che ci stanno di fronte, una unica massa reazionaria, le cui differenze non hanno per noi quasi alcun peso. Riconosce, è vero, che il 1866 e le sue conseguenze hanno rovinato le monarchie in sedicesimo, hanno mi­nato il principio legittimista, scosso la reazione e hanno messo in moto il popolo, ma egli si scaglia — nel momento attuale — anche contro le altre conseguenze, la pressione fiscale, ecc., e ha nei confronti di Bis­marck un atteggiamento molto " più corretto ", come dicono i berlinesi, che non Liebknecht di fronte p. es. agli ex principi regnanti” \ A pro­posito di questa tattica di Liebknecht, Engels scrisse in un'altra occasione di averne abbastanza di sentirsi rimasticare ogni settimana la teoria che “non dobbiamo fare la rivoluzione prima che non siano restaurati la dieta federale, il cieco guelfo e il dabbene principe elettore di Assia, e che non ci si sia presa una crudele legittima vendetta contro l'empio Bismarck” 2. In queste parole v'era un po' di rabbiosa esagerazione, ma anche una buona parte di verità.

In seguito Marx disse una volta, che fino allora si era creduto che la formazione dei miti cristiani, sotto l'Impero romano, fosse stata pos­sibile soltanto perché non era ancora stata inventata la stampa, ma che era proprio il contrario: la stampa quotidiana e il telegrafo, che in un batter d'occhio divulga le sue invenzioni su tutta la terra, fabbricavano in un giorno più miti (e il bovino borghese ci crede e li diffonde) di quanti prima ne potevano venir confezionati in un secolo. Una prova particolarmente evidente della giustezza di questo giudizio è la tradi­zione accettata per decenni (e senza dubbio non soltanto da “bovini borghesi” ), secondo cui Schweitzer avrebbe voluto tradire per conto di Bismarck il movimento operaio, mentre Liebknecht e Bebel l'avreb­bero rimesso in carreggiata.

Accadde proprio il contrario. Schweitzer rappresentava il punto di vista socialista di principio, mentre il Demokratisches Wochenblatt amoreggiava con i seguaci particolaristici degli “ex principi” e col li­berale regime di corruzione di Vienna in un modo che da un punto di vista socialista non si può giustificare. Ciò che Bebel afferma nelle sue memorie, cioè che la vittoria dell’Austria sulla Prussia sarebbe stata desiderabile perché in uno Stato internamente debole come l'Au­stria la rivoluzione sarebbe stata più facile che nella Prussia, forte all'in­terno, è una spiegazione a posteriori, della quale, comunque stessero le cose, non esiste traccia nella letteratura del tempo.

Nonostante l'amicizia personale per Liebknecht e la personale diffi­denza contro Schweitzer, Marx non fraintese la situazione reale. Alla domanda di Schweitzer intorno alla riduzione del dazio sul ferro egli rispose, anche se con cauta sostenutezza nella forma, in maniera esauriente quanto al contenuto. Poi Schweitzer mise in atto il progetto con­cepito già tre anni prima, e all'Assemblea generale dell’Associazione Ge­nerale degli Operai Tedeschi, che si riunì ad Amburgo alla fine di agosto del 1868, propose raffinazione all'Internazionale, che però non poteva essere conclusa formalmente a causa delle leggi tedesche sulle associa­zioni, ma soltanto sorto forma di solidarietà e simpatia. A questa As­semblea generale Marx era stato invitato come ospite onorario, al fine di porgergli il ringraziamento degli operai tedeschi per la sua opera scientifica. Ad una precedente richiesta di Schweitzer, Marx rispose in tono cortese, ma poi non andò di persona ad Amburgo, per quanto Schweitzer lo pregasse con insistenza.

Nel suo ringraziamento per l'“onorevole invito” egli adduceva come motivo della sua mancata presenza i preparativi del Consiglio Ge­nerale per il congresso di Bruxelles, ma rilevava con “gioia” che l'ordi­ne del giorno dell’Assemblea generale conteneva quei punti che forma­vano realmente il punto di partenza di ogni serio movimento operaio: agitazione per la compieta libertà politica, regolazione della giornata lavorativa, e cooperazione internazionale pianificata della classe operaia. A Engels Marx scrisse che in quella lettera si era congratulato con i lassalliani perché avevano abbandonato il programma di Lassalle, ma veramente non si riesce a vedere nulla, in quei tre punti, su cui Lassalle avrebbe trovato da ridire.

Una vera e propria rottura con le tradizioni lassalliane fu invece operata, all'Assemblea generale di Amburgo, dallo stesso Schweitzer: lottando contro una violenta opposizione, e ponendo alla fine la que­stione di fiducia, egli riuscì a strappare per sé e per Fritzsche, suo col­lega al Reichstag, il permesso di convocare a Berlino per la fine di set­tembre un Congresso generale degli operai tedeschi, per dar vita ad una solida e larga organizzazione operaia per la preparazione degli scioperi. Schweitzer aveva imparato dal movimento europeo degli scioperi: sen­za sopravvalutarlo, vedeva bene che un partito operaio che vuol essere al­l'altezza del suo compito non deve lasciare che gli scioperi scoppiati con elementare violenza seguano un corso confuso e senza regola. Non aveva timore di fronte all'idea di fondare delle leghe sindacali, ma aveva una concezione errata delle loro condizioni di vita, in quanto le voleva orga­nizzare rigidamente così come era organizzata l'Associazione Generale degli Operai Tedeschi, e in certo modo come truppe ausiliarie ad essa subordinate.

Marx cercò inutilmente di metterlo in guardia contro questo grave errore. Del loro carteggio sono conservate tutte le lettere di Schweitzer, di Marx invece solo quella, che presumibilmente era la più importante, del 13 ottobre 1868. In forma perfettamente corretta, con leale cordialità nei riguardi di Schweitzer, Marx avanzava le sue più serie riserve con­tro l'organizzazione dei sindacati progettata da Schweitzer, ma attenua­va l'impressione di questa critica definendo l'associazione fondata da Lassalle una “setta”, che avrebbe dovuto decidersi a entrare nel mo­vimento di classe. Nella sua lettera di risposta, l'ultima da lui inviata a Marx, Schweitzer poté a buon diritto ricordare di essersi sempre sfor­zato di andare di pari passo col movimento operaio europeo.

Pochi giorni dopo l'Assemblea generale di Amburgo, si riunì a No­rimberga la Lega delle associazioni operaie tedesche. Anch'essa capì le esigenze dei tempi; la sua maggioranza accolse come programma politi­co i princìpi contenuti negli statuti dell’Internazionale e scelse il Demokratisches Wochenblatt come organo della Lega, e in conseguenza la minoranza scomparve per non farsi più vedere. Poi la maggioranza respinse una proposta per la fondazione di casse per l'assistenza della vecchiaia, affidate allo Stato, e approvò invece una proposta p>er l'isti­tuzione di associazioni sindacali che, come si sapeva per esperienza, sapevano provvedere nel miglior modo alle casse per vecchiaia, malattie e viaggi. Questa motivazione era più debole dell’appello alla lotta fra capitale e lavoro, che divampava negli scioperi, e anche l’affiliazione alla Internazionale, che fu motivata ad Amburgo col generale interesse di tutti i partiti operai, non fu messa a Norimberga in termini così de­cisi. Poche settimane dopo, il Demokratisches Wochenblatt annunciava con evidenza l'adesione del Partito popolare tedesco al programma di Norimberga, decisa in una conferenza a Stoccarda.

Tuttavia si era compiuto un avvicinamento fra l'Associazione Ge­nerale degli Operai Tedeschi e la Lega delle associazioni operaie tede­sche, e Marx si dette un gran da fare per unificare il movimento operaio tedesco, attraverso una mediazione imparziale fra Liebknecht e Schweit­zer. Ma non vi riuscì. Le associazioni di Norimberga si rifiutarono con un pretesto insostenibile di mandare delegati al Congresso dei sindacati convocato a Berlino da Schweitzer e Fritzsche, Il Congresso si riunì numeroso e portò alla fondazione di una serie di “unioni ope­raie” che erano riunite in una “federazione”, al culmine della quale stava di fatto Schweitzer.

Le associazioni di Norimberga da parte loro procedettero alla fon­dazione di “associazioni sindacali internazionali” (ebbero questa pom­posa denominazione), sulla base di uno statuto che era stato redatto da Bebel e che era più consono dello statuto di Schweitzer alle condi­zioni di esistenza dei sindacati, e offrirono di intavolare delle trat­tative per l'unificazione e la fusione con l'altra tendenza, ma si ebbero un brusco rifiuto in questi termini: esse avevano rotto l'unità e pote­vano risparmiarsi il tentativo di ristabilire con un patto l'unità da loro rotta; se avevano a cuore la causa, potevano entrare a far parte della Federazione delle unioni operaie e lavorare all'interno di essa per quelle modifiche che sembrassero loro opportune.

Se non poté impedire la divisione del movimento operaio tedesco, Marx riuscì però ad assicurare l'affiliazione delle due tendenze all'Inter­nazionale, e ora che provvisoriamente, anche se dappertutto ancora duttil­mente, l'associazione circoscriveva almeno il loro terreno, gli venne il pensiero di trasferire il Consiglio Generale a Ginevra per l'anno succes­sivo. In questo proposito aveva una parte anche l'irritazione contro la sezione francese di Londra, che pur essendo numericamente modesta fa­ceva gran rumore e procurava all'Internazionale parecchi fastidi tributan­do il suo plauso allo sciocco commediante Pyat, che predicava l'assassinio di Bonaparte. Inoltre schiamazzava sulla “dittatura” del Consiglio Ge­nerale, che teneva a freno i suoi eccessi, e si preparava a metterlo sotto accusa al Congresso di Bruxelles.

Fortunatamente Engels lo dissuase da questo passo arrischiato, osser­vando che per quel paio di asini non si doveva affidare la faccenda a gente che pur avendo molta buona volontà e anche dell’istinto, non aveva i numeri per dirigere il movimento: quanto più esso diventava grandioso e si estendeva anche in Germania, tanto più era necessario che lo tenesse in mano Marx. Subito dopo si vide, proprio a Ginevra, che la buona volontà e il semplice istinto non bastavano davvero.