Inghilterra, Francia, Belgio

Poco prima che uscisse il primo volume del Capitale si riunì a Losan­na, dal 2 all'8 settembre 1867, il secondo Congresso dell’Internazionale. Esso non fu all'altezza di quello di Ginevra.

Lo stesso appello emanato nel luglio dal Consiglio Generale, che sol­lecitava a partecipare in gran numero al Congresso, colpiva per l'estrema laconicità del bilancio del terzo anno dell’associazione. Soltanto dalla Svizzera si aveva notizia di un costante progresso del movimento, e an­che dal Belgio dove un eccidio di operai scioperanti, a Marchienne, aveva esasperato il proletariato.

Quanto al resto, il documento lamentava gli ostacoli che in circostan­ze diverse erano stati opposti alla propaganda nei diversi paesi: la Ger­mania, che prima del 1848 aveva preso tanto interesse allo studio della questione sociale, era tutta presa dal suo movimento per l'unità; in Fran­cia, pur nella limitata libertà di cui godeva la classe operaia, l'associa­zione non si era estesa quanto sarebbe stato da aspettarsi in seguito al­l'energico appoggio che l'Internazionale aveva dato agli scioperi. Si allu­deva con ciò al grande sciopero iniziato nella primavera del 1867 dagli operai del bronzo parigini, che si era trasformato in una lotta a fondo per la libertà di coalizione e che era terminato con una vittoria degli operai.

Anche l'Inghilterra si buscò un leggero rimprovero perché, rivolgen­do tutta la sua attenzione alla riforma elettorale, aveva perso di vista per un momento il movimento economico. Ma ora la riforma elettorale era cosa fatta. Sotto la pressione delle masse, Disraeli l'aveva dovuta concede­re in una forma anche un po' più ampia di quella originariamente proget­tata da Gladstone, estendendola cioè a tutti i locatari di abitazioni cittadi­ne, qualunque fosse il fìtto. Il Consiglio Generale diceva quindi di sperare che fosse venuto il momento, per gli operai inglesi, di salutare l'utilità dell’Internazionale.

Il Consiglio Generale accennava infine agli Stati Uniti, dove gli operai erano riusciti ad ottenere, in parecchi Stati, la giornata di otto ore. Si pre­cisava poi che ogni sezione, grande o piccola, poteva mandare un dele­gato e le sezioni che avevano più di 500 membri potevano mandare un delegato ogni 500 membri. All'ordine del giorno del Congresso furono messe le questioni seguenti: 1) Con quali mezzi pratici l'Internazionale può creare per la classe operaia un centro comune per la sua lotta di liberazione, e 2) come può la classe operaia utilizzare per la sua emanci­pazione il credito che essa concede alla borghesia e al governo?

Questo programma entrava già in qualche misura nelle questioni generali, ma mancava il memorandum che avrebbe dovuto motivarlo nei particolari. Come rappresentanti del Consiglio Generale si presen­tarono a Losanna Eccarius e il fabbricante di strumenti musicali Dupont, segretario corrispondente per la Francia, un operaio molto capace, che tenne la presidenza in assenza di Jung. Erano presenti 71 delegati, fra i tedeschi Kugelmann, F. A. Lange, Louis Bùchner, l'uomo della forza e della materia, e Ladendorf, un buon democratico borghese, ma nemico accanito del comunismo. Prevaleva nettamente l'elemento latino: francesi e Svizzeri francesi, oltre a pochi belgi e italiani.

Questa volta i proudhoniani si erano preparati più a fondo e con maggiore rapidità del Consiglio Generale: con tre mesi di vantaggio avevano steso un programma secondo cui dovevano essere trattati il mutualismo come base dei rapporti sociali, l'equiparazione del valore delle prestazioni, il credito e le banche del popolo, gli istituti di assicu­razione reciproca, la posizione dell’uomo e della donna di fronte alla società, gli interessi collettivi e individuali, lo Stato come custode e tuto­re del diritto, il diritto a punire e ancora una dozzina di questioni di questo genere. Ne venne fuori un confuso miscuglio, su cui qui non c'è bisogno di fermarsi, in quanto Marx non aveva niente a che fare con tutto ciò e le risoluzioni, che in parte si contraddicevano a vicenda, hanno continuato ad esistere soltanto sulla carta.

Più che nelle questioni teoriche il Congresso ebbe successo nelle questioni pratiche. Confermò il Consiglio Generale con sede a Londra, fissò il contributo annuale a 10 centesimi o a un Groschen per ogni membro, e stabilì che il pagamento puntuale di questo contributo sa­rebbe stato condizione necessaria per aver il diritto di partecipare al congresso annuale. Il Congresso affermò inoltre che l'emancipazione so­ciale degli operai era inseparabile dalla loro azione politica, e che la conquista della libertà politica era la prima e assoluta necessità; dava tanta importanza a questa dichiarazione che decise di rinnovarla tutti gli anni. Il Congresso assunse infine la giusta posizione di fronte al Con­gresso della borghese Lega per la Pace e la Libertà, che si era formata di recente in seno alla borghesia radicale e che tenne il suo primo con­gresso a Ginevra subito dopo quello di Losanna. A tutte le profferte d'amicizia, questo rispose col semplice programma: noi vi appoggeremo volentieri fin tanto che ciò possa servire ai nostri propri fini.

Strano a dirsi (o neppure strano), questo Congresso, meno riuscito, suscitò nel mondo borghese molto più chiasso del precedente, che si era riunito, questo va ricordato, mentre perduravano sensibilmente le ripercussioni della guerra tedesca. Specialmente la stampa inglese, con al­la testa il Times che pubblicava i resoconti di Eccarius, manifestò un vivace interesse per il Congresso di Losanna, mentre si era disinteressata quasi completamente del Congresso di Ginevra. Non mancavano natural­mente le ingiurie della borghesia, ma l'Internazionale cominciava ad es­sere presa sul serio. “Se si paragonava il Congresso — scrisse la signora Marx al Vorbote — col suo fratellastro, il Congresso della Pace, il con­fronto andava in tutto e per tutto a favore del fratello maggiore: in questo si assisté a una tragedia del fato, nell'altro a una semplice farsa”. Con questa considerazione si consolava anche Marx, che non poteva es­sere soddisfatto dei dibattiti di Losanna. “Le cose procedono... Ed inol­tre senza mezzi finanziari! Con gli intrighi dei proudhoniani a Parigi, di Mazzini in Italia, e degl'invidiosi Odger, Cremer, Potter a Londra, con gli Schulze-Delitzsch e i lassalliani in Germania. Possiamo esser molto contenti”. Ma Engels riteneva che tutto ciò che era stato deciso a Losanna fosse perfettamente inutile, se il Consiglio Generale restava a Londra. E in realtà ciò aveva importanza, perché col terzo anno di vita dell’Internazionale si chiuse il periodo del suo tranquillo sviluppo e cominciò un periodo di lotte infocate.

Si era appena concluso il Congresso di Losanna e subito si verificò un incidente che ebbe profonde conseguenze. Il 18 settembre 1867, a Manchester, un carro della polizia che trasportava due feniani arrestati fu attaccato in pieno giorno da feniani armati che aprirono il carro e li­berarono i due prigionieri, dopo aver ucciso il poliziotto che li accom­pagnava. I veri colpevoli non furono scoperti; ma fra i feniani arrestati in massa ne furono scelti un gran numero, accusati di assassinio, e tre di essi furono condannati alla forca, nonostante che nel processo, parzialissimo, non potesse essere portata alcuna prova decisiva contro di loro. In tutta l'Inghilterra la cosa fece una grande impressione, che di­ventò un “panico feniano” quando, nel dicembre, l'esplosione di una carica di polvere predisposta da feniani davanti alle mura del carcere di Clerkenwell (quartiere di Londra abitato quasi esclusivamente da piccoli borghesi e proletari) uccise dodici persone e ne ferì più di cento.

L'Internazionale non aveva di per sé nulla a che fare con la congiu­ra feniana, e Marx ed Engels condannarono l'attentato di Clerkenwell come una sciocchezza, che nuoceva più che ad altri agli stessi feniani, raffreddando o spegnendo del tutto la simpatia che gli operai inglesi sen­tivano per la causa irlandese. Ma il modo con cui il governo inglese aveva proceduto contro i feniani, che si ribellavano contro la vergognosa seco­lare oppressione della loro patria, trattandoli come delinquenti comuni, non poteva non fare insorgere ogni persona che nutrisse sentimenti rivolu­zionari. Già nel giugno 1867 Marx aveva scritto ad Engels: “Questi por­ci esaltano come umanità inglese il fatto che i prigionieri politici non siano trattati peggio che gli assassini, i briganti da strada, i falsari e i pederasti”. Per Engels si aggiungeva anche il fatto che Lizzy Burns (su cui egli aveva riversato il suo amore dopo la morte della sorella di lei, Mary) era un'ardente patriota irlandese.

Ma il vivo interesse che Marx sentiva per la causa irlandese aveva motivi anche più profondi che la simpatia per un popolo oppresso. I suoi studi lo avevano portato alla convinzione che l'emancipazione della classe operaia inglese, da cui a sua volta dipendeva l'emancipazione del proletariato europeo, aveva come presupposto necessario la liberazione degli irlandesi. La caduta dell’oligarchia terriera inglese, pensava Marx, era impossibile fin tanto che essa conservava in Irlanda i suoi avamposti ben fortificati. Appena la cosa fosse stata nelle mani del popolo irlan­dese, appena esso avesse preso a darsi le leggi e a governarsi da sé, appe­na fosse diventato autonomo, l'annientamento dell’aristocrazia terriera, che in gran parte era composta da landlords inglesi, sarebbe stato infini­tamente più facile che in Inghilterra, poiché in Irlanda questa non era soltanto una questione semplicemente economica, ma una questione nazionale, perché in Irlanda i landlords non erano, come in Inghilterra, dei magistrati tradizionali, ma erano gli oppressori, mortalmente odiati, della nazionalità. Se l'esercito e la polizia inglesi scomparivano dall'Irlanda la rivoluzione agraria era cosa fatta.

La borghesia, inglese, per parte sua, aveva in comune con l'ari­stocrazia inglese l'interesse a trasformare l'Irlanda in un semplice terreno da pascolo, che fornisse al mercato inglese carne e lana al prezzo più basso possibile. Ma aveva un interesse anche maggiore a mantenere l'economia irlandese così come si trovava allora. Per l'aumento costante della concentrazione della proprietà terriera, l'Irlanda riforniva il mercato inglese del lavoro con la sua sovrappopolazione e quindi provocava l'ab­bassamento dei salari e della posizione materiale e morale della classe operaia inglese. In tutti i centri industriali e commerciali dell’Inghilterra la classe operaia era divisa nei due campi ostili dei proletari inglesi e irlandesi. L'operaio inglese comune odiava l'operaio irlandese come un concorrente e si sentiva di fronte a lui come un membro della nazione dominante, e appunto per questo si faceva strumento degli aristocratici e dei capitalisti contro l'Irlanda, rafforzando così il loro dominio sopra se stesso. Il proletario inglese nutriva dei pregiudizi religiosi, sociali e nazionali contro l'irlandese; di fronte a lui si comportava presso a poco come a suo tempo il lavoratore bianco si comportava di fronte al negro negli Stati schiavisti nordamericani. L'irlandese lo ripagava con la stessa moneta con in più gli interessi. Nell'operaio inglese egli vedeva in pari tempo il complice e lo stupido strumento del dominio inglese sull'Irlanda. In questo antagonismo, alimentato con la stampa, il pulpito, i giornali umoristici, insomma con tutti i mezzi che sono a disposizione delle classi dominanti, aveva origine l'impotenza della classe operaia inglese, nono­stante la sua organizzazione.

Questo male poi si estendeva di là dall'oceano. L'antagonismo fra inglesi e irlandesi impediva ogni leale e seria cooperazione fra il proletariato inglese e americano. Se il compito principale dell’Interna­zionale era di affrettare la rivoluzione sociale in Inghilterra, metropoli del capitale, l'unico mezzo per riuscirvi era di dare l'indipendenza all'Ir­landa. L'Internazionale doveva prendere partito apertamente in favore dell’Irlanda, e il Consiglio Generale aveva lo speciale compito di far sorgere nella coscienza della classe operaia inglese la convinzione che per essa l'emancipazione nazionale dell’Irlanda non era una questione di giustizia astratta e di sentimenti umani, ma la prima condizione per la sua propria emancipazione sociale.

Negli anni seguenti Marx dedicò tutte le sue forze ali adempimento di questo compito: come nella questione polacca (che a partire dal Con­gresso di Ginevra era scomparsa dall'ordine del giorno dell’Internazio­nale) egli vedeva la leva che doveva rovesciare il predominio russo, nella questione irlandese vedeva la leva per rovesciare il predominio inglese. Non si lasciò neppure turbare dal fatto che gli “intriganti” tra gli operai, i quali volevano entrare nel parlamento alle successive elezioni (fra essi Marx annoverava lo stesso Odger, fino allora presidente del Consiglio Generale), trovassero in ciò un pretesto per unirsi ai liberali borghesi. Infatti, dato che era diventata bruciante, Gladstone sfruttò la questione irlandese come slogan elettorale, per tornare al governo. Il Consiglio Generale indirizzò al governo inglese, naturalmente senza successo, una petizione in cui si protestava contro l'esecuzione dei tre feniani condannati a Manchester, definita assassinio legale, e organizzò a Londra dei comizi pubblici per difendere i diritti dell’Irlanda.

Oltre a provocare in questo modo il malcontento del governo inglese, il Consiglio Generale offrì al governo francese il preteste per colpire l'Internazionale. Per mettere paura alla borghesia recalcitrante, Bonaparte aveva assistito tranquillamente per tre anni allo sviluppo dell’asso­ciazione; quando i soci francesi dell’Internazionale avevano istituito un ufficio a Parigi, ne avevano informato il prefetto di polizia parigino e il ministro degli interni, senza ricevere risposta né dall'uno né dall'altro. Non erano però mancati piccoli imbrogli e intrighi. Quando gli atti del Congresso di Ginevra, poiché non ci si fidava del gabinetto nero della po­sta bonapartista, furono affidati a uno svizzero naturalizzato inglese, per­ché li portasse al Consiglio Generale, la polizia glieli sottrasse al confine francese, e il governo francese fece il sordo ai reclami del Consiglio Generale. Ma il ministero degli esteri londinese si fece sentire, e il go­verno francese dovette restituir la preda. Un'altra delusione ebbe il vice­imperatore Rouher quando volle che la pubblicazione di un manifesto, che era stato presentato dai membri francesi al Congresso di Ginevra, fosse permessa in Francia soltanto alla condizione che “vi fosse inserita qualche parola di gratitudine per l'imperatore, che tanto aveva fatto per gli operai”. Questa pretesa fu respinta, per quanto i membri fran­cesi dell’Internazionale facessero molta attenzione, di solito, a non irritare il bestione in agguato, e i radicali borghesi li sospettassero per questo di essere bonapartisti camuffati.

Lasciamo da parte la questione se essi da questo si siano lasciati fuorviare tanto da partecipare a qualche manifestazione addomesticata della borghesia radicale contro l'Impero, come sostengono alcuni scrit­tori francesi. In ogni caso, i motivi che spinsero Bonaparte alla rottura aperta con la classe operaia erano più profondi. Il movimento degli scioperi provocato dalla crisi rovinosa del 1866 aveva assunto propor­zioni preoccupanti; inoltre nella primavera del 1867, quando incombeva la minaccia di guerra con la Confederazione della Germania del Nord a causa della questione lussemburghese, gli operai parigini, sotto l'in­fluenza dell’Internazionale, avevano scambiato messaggi di pace con gli operai berlinesi; infine la borghesia francese reclamava con sì alte grida la “vendetta per Sadowa” che alle Tuileries si fece strada l'idea maledet­tamente astuta di tapparle la bocca con delle concessioni “liberali”.

In queste circostanze Bonaparte credette di fare un viaggio e due servizi, predisponendo un colpo contro l'ufficio parigino dell’Internazio­nale, sotto il pretesto di avervi scoperto un centro della congiura feniana. Ma quantunque facesse sorprendere i membri dell’ufficio parigino con perquisizioni improvvise effettuate in piena notte, non riuscì a trovare la minima traccia di una congiura segreta. Per non lasciare che questo colpo a vuoto si trasformasse in una figuraccia troppo grossa, non resta­va altro che far mettere sotto accusa l'ufficio parigino, perché era una società non autorizzata di più di venti membri. La causa fu discussa il 6 e il 20 marzo contro quindici membri dell’Internazionale, e la sen­tenza stabilì una multa di 100 franchi per ogni accusato e lo sciogli­mento dell’ufficio parigino. Le istanze superiori confermarono questa sentenza.

Ma prima di arrivare a questo era già in corso una nuova azione. Tanto l'accusa che la corte avevano trattato con molti riguardi gli im­putati, e Tolain aveva difeso sé e gli altri in tono assai misurato. Eppure già il secondo giorno dopo la prima udienza, l'8 marzo, era sorto un nuovo ufficio, e questa beffa palese dette il colpo di grazia alle illusioni di Bonaparte. I nove membri del nuovo ufficio comparvero davanti al tribunale il 22 maggio, e dopo un discorso brillante e acuto di Varlin furono condannati a tre mesi di prigione ciascuno. Così furono rotti i rapporti fra l'imperatore e l'Internazionale, e da questa definitiva e pubblica rottura col carnefice di dicembre la sezione francese trasse nuova forza vitale.

Anche col governo belga l'Internazionale venne a un urto violento. I proprietari delle miniere del bacino carbonifero di Charleroi spinge­vano alla ribellione con continue vessazioni i loro operai, che ricevevano salari di fame, per poi gettare la forza armata contro la moltitudine inerme. In mezzo al panico la sezione belga dell’Internazionale assunse la difesa dei proletari maltrattati, rivelò la loro pietosa condi­zione sulla stampa e in pubbliche assemblee, soccorse le famiglie dei caduti e dei feriti e assicurò l'assistenza legale degli arrestati, che furono assolti dai giurati.

Il ministro della giustizia de Bara si vendicò prorompendo, alla Camera belga, in calunnie di ogni sorta contro l'Internazionale e minac­ciando di prendere misure violente, vietando fra l'altro il Congresso che doveva tenersi a Bruxelles. Ma i membri dell’Internazionale non si lasciarono sconcertare da questo attacco: pubblicarono una risposta in cui affermavano che non tenevano alcun conto degli ordini di nes­suno e che il Congresso si sarebbe tenuto a Bruxelles, piacesse o non piacesse al ministro della giustizia.