Imbrogli a Ginevra

La discussione sull'eredità, al Congresso di Basilea, era stata in certo senso un duello ideale fra Bakunin e Marx, che, senza portare a una deci­sione, aveva avuto per Marx un esito piuttosto sfavorevole che favore­vole. Ma non è giustificata dai fatti la conclusione che se ne è tratta, secondo cui Marx sarebbe stato duramente colpito e si sarebbe accinto ad assestare un colpo violento contro Bakunin.

Marx era pienamente soddisfatto dello svolgimento del Congresso di Basilea. Giusto in quel tempo compiva un viaggio in Germania per riposarsi, con la figlia Jenny, e il 25 settembre scrisse da Hannover alla figlia Laura: “Sono contento che il Congresso di Basilea sia passato e che sia andato relativamente così bene. Sono sempre preoccupato per questi pubblici spettacoli del partito "con tutte le sue magagne". Nessuno degli attori era all'altezza dei princìpi, ma l'idiozia della classe superiore rimedia gli errori della classe operaia. Non siamo ancora arrivati in una città tedesca così piccola che il suo giòrnalucolo non fosse pieno dei fatti di questo " spaventoso Congresso "“.

Come Marx non fu deluso dallo svolgimento del Congresso di Ba­silea, così non ne fu deluso neppure Bakunin. Si è detto che con la sua proposta sulla questione dell’eredità avrebbe voluto colpire Marx e me­diante questa vittoria teorica arrivare ad ottenere il trasferimento del Con­siglio Generale da Londra a Ginevra; fallito questo tentativo, avrebbe at­taccato con maggior violenza il Consiglio Generale sull’Egalité. Queste as­serzioni sono state ripetute così spesso che si sono condensate in una pre­cisa leggenda. Nondimeno non vi è nulla di vero. Dopo il Congresso di Basilea Bakunin non ha mai scritto una sola riga per l’Egalité; prima del Congresso di Basilea, nel luglio e agosto del 1869, era redattore capo di quel giornale, ma nella lunga serie di articoli che vi ha pubblicato si Cercherebbe inutilmente traccia di una disposizione ostile contro il Con­siglio Generale o contro Marx. In particolare quattro articoli sui “princì­pi dell’Internazionale” erano concepiti nello stesso spirito con cui la grande associazione era stata fondata; se Bakunin vi esprimeva alcune riserve contro il funesto influsso di quello che Marx chiamava “creti­nismo parlamentare” sui rappresentanti parlamentari del popolo, in primo luogo queste riserve, in seguito, si sono spesso dimostrate giustifi­cate, e in secondo luogo erano assai innocenti, in confronto ai violenti attacchi che contemporaneamente Liebknecht rivolgeva contro la parteci­pazione della classe operaia al parlamentarismo borghese.

Inoltre, per quanto stravagante fosse il punto di vista bakuniniano sulla questione dell’eredità, egli aveva tuttavia il diritto di pretendere che venisse discusso: ai congressi dell’Internazionale sono state discusse stravaganze anche peggiori senza che a coloro che le professavano venis­sero attribuite intenzioni nascoste. Quanto all'accusa di aver progettato il trasferimento del Consiglio Generale da Londra a Ginevra, quando essa fu espressa contro di lui, Bakunin la smentì con le brevi e convincenti parole: “Se fosse venuta fuori una simile proposta, io sarei stato il primo a combatterla con tutta l'energia possibile; tanto nefasta mi sarebbe par­sa per il futuro dell’Internazionale. E' vero che le sezioni di Ginevra han­no fatto progressi enormi in pochissimo tempo. Ma a Ginevra domina ancora uno spirito troppo ristretto, troppo specificamente ginevrino, per potervi trapiantare il Consiglio Generale. Inoltre è evidente che, finché dura l'attuale organizzazione politica dell’Europa, Londra sarà l'unica sede adatta per il Consiglio Generale, e bisognerebbe realmente essere uno sciocco o un nemico dell’Internazionale per voler tentare di spostarlo altrove”.

Ma vi sono delle persone che a priori ritengono Bakunin un men­titore e che interpreteranno la sua dichiarazione come una scusa trovata dopo il fatto compiuto. Ma anche questa obiezione cade completamente di fronte al fatto che prima del Congresso di Basilea Bakunin aveva deciso di trasferirsi, dopo il Congresso, da Ginevra a Locamo, e ciò per ragioni di forza maggiore, che non era in suo potere di modificare. Si trovava in difficoltà economiche estreme, ed era in attesa del parto di sua moglie, che voleva avvenisse a Locamo. Da parte sua, aveva l'intenzione di tradurre in russo, a Locamo, il primo volume del Capitale. Un giovane ammiratore, di nome Liubavin, aveva indotto un editore russo a versare per la traduzione un onorario di 1200 rubli, di cui Bakunin ne ebbe in anticipo 300.

Tutti i pretesi intrighi che Bakunin avrebbe intessuto prima o dopo il Congresso di Basilea si risovono così in niente; ma questo Congresso gli lasciò ugualmente la bocca amara. Influenzato dalle istigazioni di Borkheim, Liebknecht aveva affermato di fronte a terzi di avere le prove che Bakunin fosse un agente del governo russo, e Bakunin aveva chiesto che si riunisse a Basilea un tribunale d'onore, di fronte al quale Lieb­knecht avrebbe dovuto provare la fondatezza delle sue accuse. Liebknecht non poté farlo, e il tribunale d'onore espresse un duro biasimo su di lui. Perciò Liebknecht, che dopo le esperienze del processo dei comunisti di Colonia e dell’epoca dell’emigrazione aveva una tendenza un po' pro­nunciata a sentire odore di spie, non ricusò di stendere la mano all'av­versario per la riconciliazione, e Bakunin accettò l'offerta con altrettanta lealtà. Tanto più amareggiato dovette essere quando, poche settimane dopo, il 2 ottobre, sul Reveil di Parigi Moses Hess tornò fuori con le vecchie chiacchiere. Hess, che era stato a Basilea come delegato tedesco, voleva rivelare la storia segreta del Congresso; fra l'altro raccontava che gli “intrighi” di Bakunin, tendenti a sovvertire i princìpi dell’Interna­zionale e a trasportare il Consiglio Generale da Londra a Ginevra, erano falliti a Basilea; Hess concludeva con una vuota insinuazione, affermando di non volere affatto mettere in dubbio i sentimenti rivoluzionari di Bakunin, ma questo russo era uno stretto parente di Schweitzer, che proprio a Basilea era stato accusato dai delegati tedeschi di essere agente convinto del governo tedesco. Lo scopo odioso di questa denuncia bal­zava tanto più agli occhi in quanto era impossibile scoprire una “stretta parentela” fra l'agitazione di Bakunin e l'agitazione di Schweitzer. An­che personalmente fra i due non vi era il minimo punto di contatto.

Bakunin avrebbe fatto sicuramente meglio a non far caso all'articolo, che anche per il resto era del tutto insulso. Ma è comprensibile che alla fine i dubbi sulla sua onestà politica lo rendessero furioso, e tanto più quando erano messi in giro con maggiore perfidia. Quindi scrisse su due piedi una replica; ma nell'eccitazione del primo momento essa venne troppo lunga, tanto che capì lui stesso che il Reveil non avrebbe potuto accoglierla. Si scagliava con particolare violenza contro gli “ebrei tede­schi”, escludendo però dei “giganti” come Marx e Lassalle dalla razza di pigmei dei Borkheim e degli Hess. Bakunin decise di utilizzare questa lunga dichiarazione per uno scritto maggiore sulla sua professione di fe­de rivoluzionaria, e la mandò a Herzen a Parigi, con la richiesta di tro­vargli un editore; per il Reveil aggiunse una dichiarazione più breve. Her­zen temeva che il Reveil rifiutasse anche questa; scrisse lui stesso una di­fesa di Bakunin contro Hess, e il Reveil non solo l'accettò, ma vi aggiunse una nota redazionale che soddisfece pienamente Bakunin.

Ma Herzen non era per niente contento del manoscritto più lungo. Disapprovava gli attacchi contro gli “ebrei tedeschi”, ed era particolar­mente stupito che Bakunin se la prendesse con persone poco note come horkheim e Hess invece di lanciare la sua sfida a Marx. A questa critica Bakunin rispose, il 28 ottobre, che pensava anche lui che Marx fosse il promotore di quelle polemiche, ma che lo aveva risparmiato e lo aveva persino chiamato “gigante” per due motivi. Prima di tutto per giu­stizia: “Lasciando da parte tutti i brutti tiri che ci ha giocato, noi non possiamo, o almeno io non posso disconoscere gli enormi servigi che egli ha reso alla causa del socialismo alla quale da quasi venticinque anni presta la sua opera con intelligenza, energia e integrità, superando senza dubbio tutti noi. E' stato uno dei primi fondatori, e certamente il prin­cipale fondatore dell’Internazionale, e questo a mio giudizio è un enorme merito, che riconoscerò sempre, qualunque cosa possa aver fatto contro di noi”.

In secondo luogo sull'atteggiamento di Bakunin avevano agito dei motivi politici e tattici, di fronte a Marx, “che non mi può soffrire e che non ama nessuno se non se stesso e forse i suoi intimi. L'azione di Marx è innegabilmente utilissima nell'Internazionale. A tutt'oggi egli esercita un'accorta influenza sul suo partito ed è il più solido sostegno del socialismo, il baluardo più forte contro la penetrazione di intenti e di pensieri borghesi. E non mi potrei mai perdonare di aver soltanto ten­tato di sradicare o anche soltanto di indebolire il suo benefico influsso, al sol fine di vendicarmi di lui. Tuttavia potrebbe accadere, e anche fra breve tempo, che io venissi a conflitto con lui, beninteso non per attac­carlo personalmente, ma per una questione di principio, a causa del comunismo di Stato, i cui rappresentanti più accesi sono lui e gli inglesi e i tedeschi da lui guidati. Diventerebbe una lotta per la vita e la morte. Ma ogni cosa a suo tempo, e l'ora di questa lotta non è ancora suonata”.

Da ultimo Bakunin adduceva un motivo tattico, che gli impediva di attaccare Marx. Se muoveva apertamente contro Marx, due terzi dei membri dell’Internazionale sarebbero stati contro di lui. Invece la mag­gioranza sarebbe stata con lui se avesse mosso contro la gentaglia che si raccoglieva attorno a Marx, e Marx stesso ci avrebbe provato gusto, o avrebbe provato una “gioia maligna”, come disse Bakunin, usando una parola tedesca1, nella lettera scritta in francese.

Subito dopo questa lettera Bakunin si trasferì a Locarno. Occupato nei suoi affari personali, nelle poche settimane ancora trascorse a Gine­vra dopo il Congresso di Basilea non dette alcuna attività al movimento operaio ginevrino, né scrisse più una riga per L’Egalité. Gli successe alla direzione del giornale Robin, un insegnante belga che si era trasferito a Ginevra soltanto da un anno, e poi Perron, quello stesso decoratore che aveva già diretto il giornale prima di Bakunin. Entrambi avevano le stesse opinioni di Bakunin, ma agivano e parlavano in modo del tutto diverso da lui. Bakunin si era sforzato di illuminare i lavoratori dei gros métiers, nei quali lo spiritc proletario e rivoluzionario era molto più vivo che nei lavoratori delk fabrique, e di incitarli ad un'azione auto­noma, in contrasto persino con i loro stessi comitati (meriterebbe anche °g£i leggere le spiegazioni di Bakunin sui pericoli obiettivi di questa “politica delle istanze”, come noi diremmo oggi), e più ancora in con­trasto con la fabrique, che aveva appoggiato i gros métiers nei loro scio­peri, ma che da questo suo incontestabile merito aveva tratto la conclu­sione che i gros métiers dovessero andarle dietro in tutto e per tutto. Bakunin aveva combattuto queste tendenze, specialmente in considera­zione della invincibile inclinazione della fabrique alle alleanze col radi­calismo borghese; ma Robin e Perron credevano di poter rimediare e cancellare il contrasto fra la fabrique e i gros métiers, che non era stato creato da Bakunin, ma aveva la sua radice in un contrasto sociale. Fini­rono così in un sistema ondeggiante che non soddisfaceva né la fabri­que né i gros métiers e apriva la porta a tutti gli intrighi possibili.

Maestro di intrighi di questo genere era un esiliato russo, di nome Nicola Utin, che a quel tempo viveva a Ginevra. Aveva partecipato alle agitazioni degli studenti russi, ma poi quando la cosa diventò peri­colosa scappò all'estero, e qui viveva comodamente con una rendita annua considerevole, si parla di dodici o quindicimila francni, che gli veniva dal commercio di liquori di suo padre. In tal modo questo tipo vano e loquace si guadagnò una posizione che non avrebbe mai potuto acqui­stare con le sue capacità intellettuali; il successo gli arrideva soltanto sul piano del pettegolezzo privato, in cui, come una volta disse Engels, “chi ha qualche cosa da fare resta sempre inferiore a chi dedica tutto il giorno alle conventicole”. Utin si era accostato dapprima a Bakunin, ma fu senz'altro respinto, e così l'allontanamento di Bakunin da Ginevra gli offrì un'occasione quanto mai favorevole per attaccare quest'uomo, tanto odiato, sul terreno della maldicenza privata. La fatica spesa per questo nobile scopo non andò persa, dopo di che egli, supplicando umilmente grazia, si gettò ai piedi dello zar. Questi da parte sua non era irreconci­liabile, e nella guerra russo-turca del 1877 Utin riuscì felicemente a di­ventare fornitore di guerra dello zar, ciò che gli procurò affari presumi­bilmente più ricchi, ma certo meno puliti, del commercio di liquori pa­terno.

Con gente come Robin e Perron, Utin aveva gioco tanto più facile, perché con tutta la loro onestà si rivelarono in realtà di un'incapacità incredibile. Per giunta attaccarono briga col Consiglio Generale dell’In­ternazionale, e per questioni che realmente non importavano ai lavo­ratori della Svizzera francese. L’Egalité protestò perché il Consiglio Gene­rale si interessava troppo della questione irlandese, perché non istituiva un consiglio federale per l'Inghilterra, perché non risolveva la contesa fra Liebknecht e Schweitzer ecc. Bakunin non aveva nulla a che fare con tutto ciò, e poteva sembrare che approvasse o addirittura avesse stimo­lato questi attacchi solo in quanto Robin e Perron erano suoi seguaci e il giornaletto di James Guillaume seguiva la stessa linea.

In una circolare privata, in data 1° gennaio 1870, che oltre che a Ginevra fu spedita ai consiglieri federali di lingua francese, il Consiglio Generale fece giustizia degli attacchi di Robin. Scritta in termini aspri, questa circolare si teneva perfettamente nei limiti di un chiarimento obiettivo. Degni di nota sono ancora oggi i motivi per cui il Consiglio Generale rifiutava di istituire un consiglio federale inglese. Esso spiegava che, anche se l'iniziativa rivoluzionaria sarebbe partita probabilmente dalla Francia, soltanto l'Inghilterra avrebbe potuto servire da leva per una seria rivoluzione economica. “E' l'unico paese dove non vi sono più piccoli contadini e dove la proprietà terriera è concentrata in poche mani. E' l'unico paese dove la forma capitalistica si è impossessata di quasi tutta la produzione. E' l'unico paese dove la grande maggioranza della popolazione è composta di lavoratori salariati. E' l'unico paese dove la lotta di classe e l'organizzazione della classe operaia hanno raggiunto, mediante le Trade Unions, un certo grado di maturità e di diffusione generale”. Infine, “grazie al suo dominio sul mercato mondiale, è l'unico paese dove ogni rivoluzione nelle condizioni economiche deve ripercuo­tersi immediatamente sul mondo intero”.

Se gli inglesi posseggono così tutte le premesse materiali necessarie per la rivoluzione sociale, “ciò che loro manca è lo spirito della gene­ralizzazione e la passione rivoluzionaria”. Ispirare loro questo spirito e questa passione è compito del Consiglio Generale, e che esso abbia fatto fronte a questa esigenza lo confermano i più ragguardevoli giornali borghesi di Londra, che “ci accusano di avere avvelenato e quasi soffocato lo spirito inglese della classe operaia e di averla spinta al socialismo rivo­luzionario”. Un consiglio federale inglese — proseguiva la circolare — posto fra il Consiglio Generale dell’Internazionale e il Consiglio Generale delle Trade Unions, non.avrebbe avuto nessuna autorità, e il Consiglio Generale dell’Internazionale avrebbe perduto la sua influenza sulla grande leva della rivoluzione proletaria. Esso respingeva la stoltezza di lasciar cadere questa leva in mani inglesi e di sostituire al lavoro serio e silenzio­so il ciarlatanismo chiassoso.

Ancor prima che questa circolare arrivasse a destinazione, a Ginevra era scoppiata la catastrofe. Sette dei membri del comitato di redazione dell’Egalité erano seguaci di Bakunin e solo due suoi avversari; per un incidente futilissimo, politicamente insignificante, la maggioranza pose la questione di fiducia, ma ormai si vide che, con la loro politica ondeg­giante, Robin e Perron si erano messi fra due fuochi. La minoranza fu sostenuta dal Consiglio federale e i sette membri della maggioranza si dimisero: fra loro anche Becker che per tutto il tempo che Bakunin aveva vissuto a Ginevra era rimasto in buona amicizia con lui, ma si era parec­chio disgustato per le manovre di Robin e Perron. La direzione dell’Egalité passò quindi nelle mani di Utin.