Il Congresso di Basilea

Al Congresso annuale, tenuto a Basilea dal 5 al 6 settembre del 1869, l'Internazionale passò in rivista gli avvenimenti del suo quinto anno di vita.

Era stato il più agitato fra quelli che l'Internazionale aveva vissuto, fra le scosse e i tumulti delle “azioni di guerriglia fra capitale e lavoro”, cioè gli scioperi, che, a quanto si diceva con sempre maggiore insistenza fra le classi possidenti europee, erano stati provocati non dalla miseria del proletariato né dal dispotismo del capitale, ma dagli intrighi segreti dell’Internazionale.

Tanto più aumentava il gusto brutale di reprimerli con la forza delle armi. Persino in Inghilterra si arrivò a scontri sanguinosi fra minatori in sciopero e militari. Nel distretto carbonifero della Loira, presso Ricamarie, la soldatesca avvinazzata fece una strage, in cui venti operai, fra i quali due donne e un bambino, furono uccisi a fucilate e numerosi altri furono feriti. I fatti più atroci accaddero di nuovo nel Belgio, “nello Stato esemplare del costituzionalismo continentale, nell'ameno, ben pro­tetto paradiso del grande proprietario, del capitalista e del prete”, come lo definiva un veemente proclama del Consiglio Generale, scritto da Marx, che faceva appello ai lavoratori d'Europa e degli Stati Uniti perché soc­corressero le vittime di Seraing e del Borinage, assassinate per sfrenata bramosia di profitti. “La terra non compie il suo giro annuale con la stessa sicurezza con cui il governo belga compie il suo annuale massacro di operai”.

Il seme sanguinoso fece maturare la messe dell’Internazionale. Nell'au­tunno del 1868 si erano tenute in Inghilterra le prime elezioni sulla base della legge elettorale riformata, e avevano dato completamente ragio­ne agli ammonimenti espressi da Marx contro la politica unilaterale del­la Lega per la riforma elettorale. Non fu eletto nemmeno un rappresen­tante della classe operaia. Vinsero i “grossi portafogli” e Gladstone tornò al governo. Ma non pensava di intervenire a fondo nella questione irlandese, né di dare ascolto agli appelli delle Trade Unions. Così il Nuo­vo Unionismo ricevette un ulteriore impulso. Nel loro congresso tenuto a Birmingham nel 1869 le Trade Unions rivolsero un invito pressante alle organizzazioni operaie del Regno perché entrassero nell'Internazio­nale, e non solo perché gli interessi della classe operaia erano dovunque gli stessi, ma anche perché i princìpi dell’Internazionale erano adatti per assicurare la pace durevole fra i popoli della terra. Nell'estate del 1869 vi era stata una minaccia di guerra fra l'Inghilterra e gli Stati Uniti, e in questa occasione era stato indirizzato un messaggio all'Unione nazionale degli operai degli Stati Uniti, anche questo steso da Marx, in cui fra l'altro era detto: “Tocca a voi ora, di prevenire una guerra il cui più sicuro risultato sarebbe di ricacciare indietro, di qua e di là dall'Atlan­tico, il movimento operaio in ascesa”. Il messaggio ebbe una viva riso­nanza oltre oceano.

Anche in Francia la causa operaia procedeva bene. Le persecuzioni poliziesche contro l'Internazionale non avevano di solito altro effetto che quello di far aumentare il numero dei suoi aderenti. L'intervento del Consiglio Generale in aiuto dei numerosi scioperi portò alla fonda­zione di sindacati, che non poterono essere proibiti, per quanto in essi vivesse lo spirito dell’Internazionale. Alle elezioni del 1869 gli operai parteciparono senza presentare ancora candidati propri, ma appoggiando i candidati dell’estrema sinistra borghese, che si presentavano con un programma elettorale molto radicale. In tal modo contribuirono, almeno indirettamente, alla grave sconfitta che Bonaparte subì soprattutto nelle grandi città, anche se il frutto dei loro sforzi fu raccolto ancora una volta dalla democrazia borghese. Anche per altre cause il Secondo Impero co­minciava a sfasciarsi da tutte le parti; dall'esterno subì un duro colpo per la rivoluzione spagnola, che nell'autunno del 1868 aveva cacciato dal paese la regina Isabella.

Una piega diversa avevano preso le cose in Germania, dove il bona­partismo non era ancora in fase declinante, anzi era in ascesa. La questio­ne nazionale divideva la classe operaia tedesca, e questa scissione era un grave ostacolo per il movimento sindacale che aveva cominciato a svilup­parsi. Avviandosi per la falsa strada della sua agitazione sindacale, Schweitzer si era messo in una brutta situazione, che non era più capace di dominare. Le denunce infondate che venivano rivolte incessantemente contro la sua onorabilità avevano reso diffidenti molti dei suoi seguaci, ed egli fu abbastanza mal consigliato da compromettere seriamente la sua reputazione, del resto non ancora molto scossa, con un piccolo colpo di stato.

Una minoranza dell’Associazione Generale degli Operai Tedeschi perciò si staccò e si riunì alle associazioni di Norimberga, formando un nuovo partito socialdemocratico, i cui membri venivano chiamati eisenachiani da Eisenach, luogo di fondazione. Le due frazioni dapprima si combattevano violentemente, ma assunsero pressappoco la stessa posi­zione di fronte all'Internazionale: unite ad essa nella sostanza, ma for­malmente separate fin tanto che esistevano le leggi tedesche sulle asso­ciazioni. Marx ed Engels furono scontentissimi quando Liebknecht si servì arbitrariamente del nome del Consiglio Generale dell’Internazio­nale contro Schweitzer, sema averne il diritto. Anche se si rallegravano del “processo di dissoluzione della chiesa lassalliana”, non sapevano che farsi dell’altra tendenza finché essa non avesse decisamente separato la sua organizzazione dal Partito popolare tedesco e non avesse ridotto i suoi rapporti con questa gente tutt'al più a una vaga alleanza. Della superiorità di Schweitzer come polemista su tutti quanti i suoi avver­sari, Marx ed Engels rimasero convinti come prima.

Il movimento operaio austro-ungarico, che era sorto soltanto dopo le sconfitte del 1866, si sviluppava con maggiore concordia. La tendenza di Lassalle vi era rimasta senza seguito, ma masse tanto più forti si erano strette attorno alla bandiera dell’Internazionale, come rivelò il Consiglio Generale nel suo resoconto annuale al Congresso di Basilea.

Questo Congresso si riuniva quindi con prospettive favorevoli. I membri presenti erano soltanto 78, ma aveva un aspetto molto “più in­ternazionale” del congresso precedente. Erano rappresentati in tutto 9 paesi. Del Consiglio Generale vennero, come sempre, Eccarius e Jung, e inoltre due dei più stimati tradunionisti, Applegarth e Lucraft. La Fran­cia mandò 26 delegati, il Belgio 5, la Germania 12, l'Austria 2, la Svizzera 23, l'Italia 3, la Spagna 4 e gli Stati Uniti 1. Liebknecht rappresentava la nuova frazione degli eisenachiani, Moses Hess la sezione di Berlino. Bakunin oltre a un mandato francese ne aveva uno italiano, Guillaume era delegato di Lode. Presiedette anche questa volta Jung.

Primo oggetto delle discussioni furono questioni organizzative. Su proposta del Consiglio Generale, il Congresso decise all'unanimità di raccomandare a tutte le sezioni e a tutte le società affiliate di abolire la carica di presidente, come il Consiglio Generale da parte sua aveva già fatto un paio d'anni prima; perché non sarebbe stato degno di un'asso­ciazione operaia mantenere un principio monarchico e autoritario e anche se la carica di presidente era puramente onorifica, essa conte­neva un'offesa al principio democratico. Il Consiglio Generale d'altra parte propose un allargamento dei suoi poteri: voleva essere autorizzato ad espellere, fino al giudizio del successivo congresso, ogni sezione che agisse contro lo spirito dell’Internazionale. La proposta fu accettata con questa limitazione, che i consigli federali, dove esistevano, dovevano esse­re interpellati prima dell’espulsione delle sezioni. Bakunin e Liebknecht avevano appoggiato vivamente la proposta. Per Liebknecht ciò era natu­rale, non per Bakunin che in tal modo andava contro i propri princìpi anarchici, per chi sa quali motivi opportunistici. L'ipotesi più probabile è che volesse combattere il diavolo con Belzebù, vale a dire che contasse sull'aiuto del Consiglio Generale contro qualsiasi attività politico-parla­mentare, che per lui era puro opportunismo; questa sua speranza poteva sembrar confermata dal noto discorso di Liebknecht, che proprio allora si era dichiarato energicamente contrario alla partecipazione di Schweit­zer e anche di Bebel al Reichstag della Germania del Nord. Ma Marx riprovò il discorso di Liebknecht, e così Bakunin fece i conti senza l'oste: dovette accorgersi molto presto che le trasgressioni di principio si scon­tano sempre.

Fra i problemi teorici che il Congresso doveva trattare stavano in primo piano le questioni della proprietà collettiva della terra e del diritto ereditario. La prima questione era già stata di fatto decisa a Bruxelles; in termini più brevi dell’anno precedente,, a Basilea fu deciso con 54 voti che la società ha il diritto di trasformare la proprietà fondiaria in pro­prietà collettiva, e con 53 voti che questa trasformazione è nell'interesse della società. La minoranza si astenne, in prevalenza, dal votare; contro la seconda risoluzione votarono solo 8 delegati, contro la prima 4. Sulla attuazione pratica delle risoluzioni erano sorti punti di vista ancora molto divergenti, la cui discussione finale fu rimandata al congresso successivo, che doveva aver luogo a Parigi.

Sulla questione del diritto ereditario il Consiglio Generale aveva ela­borato una relazione che riassumeva in poche frasi, nella maniera magi­strale di cui solo Marx era capace, i diversi punti di vista: come qualsiasi altra legislazione borghese, le leggi sull'eredità non sono la causa, ma l'effetto, la conseguenza giuridica dell’organizzazione economica di una società fondata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione: il diritto di ereditare schiavi non è la causa della schiavitù, ma al contrario la schiavitù è la causa del diritto di ereditare schiavi; se i mezzi di produ­zione fossero trasformati in proprietà collettiva, il diritto ereditario, per quel tanto che ha importanza sociale, scomparirebbe da sé, perché un uomo potrebbe lasciare in eredità soltanto quello che ha posseduto in vita; come grande obiettivo perciò resta l'abolizione di quelle istituzioni che danno ad alcune persone, durante lo loro vita, il potere economico di prendere per sé il frutto del lavoro di molti; proclamare che l'aboli­zione del diritto d'eredità è il punto di partenza della rivoluzione sociale sarebbe altrettanto assurdo come abolire le leggi dei contratti fra com­pratore e venditore, mentre ancora sono in vigore le condizioni attuali dello scambio delle merci: sarebbe falso nella teoria e reazionario nella pratica; il diritto ereditario — affermava infine la relazione — si può modificare soltanto in tempi di transizione, quando da una parte la base economica della società non è ancora trasformata, ma d'altra parte le classi lavoratrici hanno già raccolto forze sufficienti per imporre misure preparatorie per un rivolgimento radicale della società. Come misure di transizione di tal genere il Consiglio Generale suggeriva l'estensione delle imposte di successione e la limitazione del diritto testamentario che, a differenza del diritto ereditario familiare, esagera in maniera supersti­ziosa e arbitraria i princìpi della proprietà privata.

In opposizione al punto di vista del Consiglio Generale, la commis­sione cui era stata demandata la discussione preliminare della questione propose di affermare l'abolizione del diritto ereditario come rivendicazio­ne fondamentale della classe operaia, ma non seppe motivare questa pro­posta che con alcuni slogan ideologici sui “privilegi”, la “giustizia politica e economica”, l'“ordine sociale”. Nella discussione, piuttosto breve, parlarono a favore della relazione del Consiglio Generale Eccarius, il belga de Paepe e il francese Varlin, mentre Bakunin sostenne la pro­posta della commissione, che anzi era stata ispirata da lui. La raccomandò per motivi apparentemente pratici, ma non per questo meno illusori: senza l'abolizione del diritto ereditario non sarebbe stato possibile arri­vare alla proprietà collettiva, se si voleva togliere ai lavoratori la loro terra, essi si sarebbero opposti, ma dall'abolizione del diritto ereditario essi non si sarebbero sentiti colpiti direttamente e la proprietà fondiaria privata si sarebbe progressivamente estinta. Nella votazione per appello nominale sulla proposta della commissione si ebbero i seguenti risultati: 32 sì, 23 no, 13 astensioni, 7 assenti, mentre nella votazione sulla propo­sta del Consiglio Generale si ebbero 19 sì, 37 no, 6 astensioni e 13 as­senti. Nessuna delle due mozioni quindi ebbe una maggioranza assoluta, così che il dibattito rimase senza risultato tangibile.

Tanto nel mondo borghese che nel mondo proletario il Congresso di Basilea ebbe una risonanza anche più vivace dei precedenti. In campo borghese gli uomini più dotti mettevano in evidenza, un po' con orrore e un po' con soddisfazione maligna, il carattere comunista, finalmente manifesto, dell’Internazionale; in campo proletario furono accolte con grande gioia le risoluzioni sulla proprietà collettiva della terra. A Gine­vra il gruppo di lingua tedesca della sezione pubblicò un manifesto alla popolazione delle campagne, che fu rapidamente e largamente diffuso in lingua francese, italiana, spagnola, polacca e russa. A Barcellona e a Napo­li sorsero le prime sezioni di lavoratori agricoli. A Londra in un grande meeting fu fondata una Lega della terra e del lavoro, nel cui Comitato erano 10 membri del Consiglio Generale, col motto: la terra al popolo! s In Germania i nobili personaggi del Partito popolare tedesco furono i primi a strepitare contro le risoluzioni di Basilea. Liebknecht da prin­cipio si lasciò intimidire e fu indotto a dichiarare che la frazione eisenachiana non era legata alle risoluzioni. Per fortuna i galantuomini indi­gnati non si contentarono e chiesero che le risoluzioni fossero esplici­tamente sconfessate, sì che Liebknecht abbandonò quella compagnia, come Marx ed Engels da lungo tempo desideravano. Ma le sue esitazioni iniziali avevano portato acqua al mulino di Schweitzer, che nell’Associa­zione Generale degli Operai Tedeschi “predicava” la proprietà collet­tiva della terra già da anni, e non soltanto allora, come pensava Marx che per questo lo accusava di “sfrontatezza”. Engels dominò la sua indignazione contro quel farabutto”, almeno tanto da trovare che Schweitzer era “molto abile” ad aver sempre un contegno corretto dal punto di vista teorico, poiché ben sapeva che i suoi avversari sarebbero stati liquidati e spacciati non appena fosse entrato in discussione un pun­to teorico.

I lassalliani pertanto restavano il partito operaio tedesco non solo più solido per l'organizzazione, ma anche il più avanzato teoricamente.