Postumi

Col Congresso dell'Aia si chiuse la storia dell'Internazionale, per quanto Marx ed Engels si sforzassero di mantenerla in vita. Essi fecero tutto ciò che era possibile per facilitare al nuovo Consiglio Generale di New York i suoi compiti.

Ma neppure ad esso riuscì di piantare salde radici in terreno ameri­cano. Anche là regnavano discordie di ogni sorta fra le diverse sezioni, mentre mancavano esperienze e collegamenti, forze spirituali e mezzi ma­teriali. L'anima del nuovo Consiglio Generale era Sorge, che conosceva la situazione americana ed era stato contrario al trasferimento del Consi­glio Generale, ma dopo avere in un primo momento rifiutato, aveva ac­cettato l'elezione a segretario generale. Era troppo coscienzioso e leale per dir di no in un momento di urgente necessità.

E' sempre una cosa arrischiata, far della diplomazia nelle questioni proletarie. Marx ed Engels avevano avuto ragione di temere che il loro piano di trasferire il Consiglio Generale a New York avrebbe suscitato una violenta resistenza fra gli operai tedeschi, francesi e inglesi, ed ave­vano aspettato a fare la proposta finché era stato possibile, per non accrescere prematuramente i motivi di conflitto che esistevano già in gran numero. Ma anche se la sorpresa al Congresso dell'Aia era riuscita, le conseguenze non furono meno spiacevoli. La temuta resistenza non fu per questo attenuata, ma piuttosto ancora inasprita e aggravata.

Essa si manifestò in forma relativamente più blanda presso i tedeschi. Liebknecht era contrario al trasferimento, e anche in seguito dichiarò sempre che esso era sraro un errore, ma per il momento si tenne, insieme con Bebel, su una posizione pacifica. Tuttavia il suo interesse per l'Inter­nazionale sotto un certo rispetto era scomparso, e in misura anche mag­giore ciò avvenne presso la massa della frazione eisenachiana, fra l'altro proprio per le impressioni che i suoi rappresentanti avevano riportato all'Aia. L'8 maggio 1873 Engels scrisse in proposito a Sorge: « I tedeschi, per quanto abbiano le loro beghe con i lassalliani, sono stati assai delusi e raffreddati dal Congresso dell'Aia, dove essi, in contrasto con le loro baruffe, si aspettavano di trovare pura fratellanza e armonia ». Per que­sto motivo, in sé tutt'altro che lieto, si potrebbe spiegare perché i membri tedeschi dell'Internazionale non se la preselo troppo per il trasferimento del Consiglio Generale.

Molto più seria fu la defezione dei blanquisti, che insieme con i tedeschi erano stati e potevano essere i principali sostenitori di Marx ed Engels sulle questioni veramente decisive, soprattutto di fronte ai proudhoniani, l'altra frazione francese che inclinava dalla parte dei baku­ninisti. L'irritazione dei blanquisti era tanto più forte, in quanto essi sentivano a ragione che il trasferimento del Consiglio Generale mirava prima di tutto a strappare dalle loro mani questa leva della loro tattica dei colpi di mano. E' vero che in tal modo si dettero la zappa sui piedi. Poiché un'agitazione nel loro paese era impossibile, essi, dopo essere usciti dall'Internazionale, caddero in preda alla disgraziata sorte degli esiliati. « L'emigrazione francese — scriveva Engels a Sorge il 12 settembre 1874 — è completamente dispersa. Essi sono tutti in rotta fra loro e con tutti, per motivi puramente personali, soprattutto questioni di danaro, e ci siamo del tutto sbarazzati di loro... La vita agitata durante la guerra, la Comune e l'esilio ha demoralizzato quella gente, e solo la necessità può far tornare nei ranghi un francese disperso». Ma questa era una ben magra consolazione.

Il contraccolpo più sensibile del trasferimento del Consiglio Generale si avvertì nel movimento inglese. Il 18 settembre, nel Consiglio federale inglese, Hales propose subito un voto di biasimo contro Marx per la sua affermazione circa la venalità dei dirigenti operai inglesi; la proposta fu accettata e soltanto fu respinta a parità di voti un'aggiunta secondo cui Marx stesso non credeva a quest'accusa, ma l'avrebbe pronunciata solo per fini personali. Perciò Hales avanzò la proposta di espellere Marx dall'Internazionale, e un altro membro propose di respingere le risolu­zioni del Congresso dell'Aia. Ormai Hales continuò apertamente a mante­nere con i giurassiani le relazioni che aveva già stretto in segreto all'Aia : il 6 novembre scrisse loro, a nome del Consiglio federale, che ormai era stata smascherata l'ipocrisia del vecchio Consiglio Generale, che aveva cer­cato di organizzare una società segreta in seno alla vecchia Internazionale, sotto il pretesto di distruggere un'altra società segreta, che esso aveva inventato per raggiungere i suoi fini. Hales sottolineava però anche che gli inglesi non erano d'accordo con i giurassiani sulla questione dell'azione politica: pur essendo convinti dell'utilità di questa azione, accordavano alle altre federazioni il diritto della più completa autonomia, resa neces­saria dalla diversa situazione in cui i diversi paesi si trovavano.

Hales trovò dei fervidi alleati in Eccarius e in Jung, che dopo un'ini­ziale riservatezza fu quasi il più violento a scagliarsi contro Marx ed Engels. Entrambi si macchiarono di una grave colpa, perché lasciarono che il loro giudizio obiettivo fosse completamente turbato da motivi per­sonali, in primo luogo per invidiuzze e puntigli, perché Marx dava o sembrava dare più ascolto a Engels che a loro, ma soprattutto per aver do­vuto rinunciare alla posizione eminente e influente che essi avevano conse­guito in quanto vecchi membri del Consiglio Generale. Purtroppo ciò re­se più grave il danno da loro arrecato. In una serie di congressi essi si era­no resi noti d fronte a tutti come i più fervidi e intelligenti interpreti delle idee rappresentate da Marx : e se ora, in favore delle stesse idee, fa­cevano appello alla tolleranza dei giurassiani contro l'intolleranza delle risoluzioni dell'Aia, sembrava perciò che fosse tolto ogni dubbio sulle bramosie dittatoriali di Marx ed Engels.

Anch'essi si dettero la zappa sui piedi, ma anche in questo caso fu una magra consolazione. Incontrarono una forte resistenza nelle sezioni inglesi e specialmente in quelle irlandesi, e persino nello stesso Consiglio federale. Allora fecero una specie di colpo di stato, emanando un appello a tutte le sezioni e a tutti i membri, in cui dichiaravano che il Consiglio federale inglese era talmente scisso all'interno che la collaborazione era im­possibile; chiesero la convocazione di un congresso che decidesse sulla vali­dità delle risoluzioni dell'Aia, che nell'appello venivano interpretate non nel senso che fosse resa obbligatoria l'azione politica — perché questo era anche il parere della maggioranza — ma nel senso che il Consiglio Generale dovesse imporre ad ogni federazione la politica da seguire nel proprio paese. La minoranza chiarì subito l'imbroglio in un contrappello scritto, a quel che sembra, da Engels, e protestò contro il progettato congresso dichiarandolo illegale; il congresso però ebbe luogo il 26 gen­naio 1873. La maggioranza delle sezioni aveva deciso di tenerlo, ed essa sola vi fu rappresentata.

Hales apri il congresso con gravi accuse contro il precedente Consi­glio Generale e contro il Congresso dell'Aia, e fu vivamente appoggiato da Eccarius e da Jung. Il Congresso si dichiarò all'unanimità contrario alle risoluzioni dell'Aia, e rifiutò di riconoscere il Consiglio Generale di New York; si dichiarò invece favorevole a un nuovo congresso interna­zionale, quando la maggioranza delle federazioni dell'Internazionale lo avesse convocato. Così fu compiuta la scissione della federazione inglese, e i due tronconi si dimostrarono impotenti a prendere una parte di rilie­vo nelle elezioni del 1874, che portarono al rovesciamento del ministero Gladstone, al quale dette un contributo non trascurabile la partecipazione delle Trade Unions, che avevano presentato una serie di candidature e per la prima volta portarono due loro membri in parlamento.

Il sesto Congresso, convocato per l'8 settembre a Ginevra dal Consi­glio Generale di New York, rappresentò per così dire Fatto di morte della vecchia Internazionale. Mentre al controcongresso bakuninista, che si era riunito sin dal 1° settembre, pure a Ginevra, erano presenti 2 delegati inglesi (Hales e Eccarius), 5 rispettivamente belgi, francesi e spagnoli, 4 italiani, 1 olandese e 6 del Giura, il Congresso marxista era composto in grande maggioranza di svizzeri, che anzi per la massima parte abita­vano a Ginevra. Neppure il Consiglio Generale poté mandare un dele­gato, né erano presenti inglesi, francesi, spagnoli, belgi, italiani, ma sol­tanto un tedesco e un austriaco. Il vecchio Becker si vantò di aver quasi creato con le sue mani tredici dei neppur trenta delegati, per dare impor­tanza al Congresso con un certo numero di membri e per assicurare la maggioranza alla tendenza giusta. Marx naturalmente non si lasciò andare a simili illusioni : ammise lealmente il « fiasco » del Congresso e consigliò al Consiglio Generale di lasciar passare in secondo piano, per il momento, l'organizzazione formale dell'Internazionale, ma di non lasciarsi sfuggire di mano il nucleo centrale di New York, in modo che idioti o avven­turieri non potessero impadronirsene e compromettere le cose. Gli avve­nimenti e l'inevitabile corso delle cose avrebbero provveduto da sé a far risorgere l'Internazionale in forma migliore.

Fu questa la decisione più saggia e più meritevole che date le circo­stanze si potesse prendere, ma purtroppo la sua efficacia fu turbata dall'ultimo colpo che Marx ed Engels pensarono di dover assestare a Bakunin. Il Congresso dell'Aia aveva incaricato la commissione dei cin­que, che aveva proposto l'espulsione di Bakunin, di pubblicare i risultati delle sue indagini, ma la commissione non eseguì l'incarico, o perché realmente ne fosse impedita dalla « dispersione dei suoi membri in diversi paesi », o perché la sua autorità avesse basi molto deboli, dato che uno dei suoi membri aveva dichiarato innocente Bakunin, e un altro nel frat­tempo era stato smascherato addirittura come confidente della polizia. In sua vece si assunse l'incarico la commissione dei verbali del Congresso dell'Aia (Dupont, Engels, Frankel, Le Moussu, Marx, Serraillier), che qualche settimana dopo presentò al Congresso di Ginevra un memoriale dal titolo: L’Alleanza della Democrazia Socialista e l'Associazione Inter­nazionale degli Operai. Era stato scritto da Engels e da Lafargue: Marx aveva partecipato soltanto alla stesura di alcune pagine, ma naturalmente aveva la stessa responsabilità dei due autori del memoriale.

Un esame critico della brochure dell'Alleanza (così si è soliti chiamarla per brevità), dell'esattezza o inesattezza dei particolari in essa contenuti, richiederebbe almeno uno spazio di dieci fogli di stampa, quanti essa stessa ne comprende. Ma a rinunciarvi, non si perde molto. In lotte di questo genere si menan colpi senza riguardo, e nelle loro accuse contro i marxisti i bakuninisti non erano tanto delicati da avere il diritto a lagnarsi se per una volta venivano trattati con qualche durezza e anche a torto.

Piuttosto è un'altra considerazione che pone questo scritto al gradino più basso fra tutto ciò che Marx ed Engels hanno pubblicato. A questo scritto manca completamente quel che dà un'attrattiva particolare e un valore duraturo agli altri loro scritti polemici, cioè il lato positivo della nuova posizione che è fatto scaturire mediante la critica negativa. Esso non dedica una sola sillaba all'indagine delle cause interne che avevano provocato il tramonto dell'Internazionale; si limita a proseguire su quella linea che era già stata tracciata dalla Comunicazione confidenziale e dalla circolare sulle pretese scissioni dell'Internazionale: con i loro intrighi e le loro manovre Bakunin e la sua Alleanza segreta hanno distrutto l'Inter­nazionale. Questo non è un documento storico, ma un atto d'accusa unila­terale, la cui tendenziosità balza agli occhi in ogni pagina; il traduttore tedesco ha creduto di dover fare anche di più, ed ha abbellito il titolo dandogli un carattere avvocatesco: Un complotto contro l'Associazione Internazionale degli Operai.

Se il tramonto dell'Internazionale era da attribuire a tutt’altre cause che all'esistenza dell'Alleanza segreta, nella brochure dell'Alleanza non è neppur dimostrato che essa avesse avuto un'efficacia pratica. In questo senso la commissione d'inchiesta del Congresso dell'Aia aveva già do­vuto aiutarsi col probabile e col verosimile. Per quanto in Bakunin si pos­sa condannare, soprattutto per un uomo nella sua posizione, il gusto di abbandonarsi a progetti fantastici di statuti e a manifestazioni orripilanti, tuttavia bisognava supporre, poiché mancavano prove materiali, che in tutto ciò avesse la parte maggiore la sua fantasia sempre in movimento. Ciò risulta anche dalla brochure dell'Alleanza, la cui seconda metà era piena delle rivelazioni del nobile Utin sul processo Neciaiev e sull'esilio siberiano di Bakunin, durante il quale egli avrebbe già fatto le sue prove come ricattatore comune e come ladro ci strada. Ma non ne era fornita alcuna prova, mentre per il resto le prove consistevano semplicemente nel mettere in conto a Bakunin tutto ciò che aveva detto e fatto Neciaiev.

Soprattutto il capitolo siberiano è romanzo di bassa lega. Al tempo dell'esilio siberiano di Bakunin il governatore della Siberia sarebbe sta­to in qualche modo parente di Bakunin; grazie a questa parentela e a certi suoi servigi prestati al governo zarista, l'esiliato Bakunin sarebbe diventato il reggente segreto del paese, e avrebbe abusato del suo potere per favorire imprenditori capitalistici in cambio di «piccole manco. Ma all'occasione questa sete di guadagno sarebbe stata superata dall'«odio contro la scienza» : per questo egli avrebbe fatto andare a vuoto un pro­getto di alcuni mercanti siberiani, di fondare nel loro paese un'univer­sità, per cui era necessario il consenso dello zar.

Utin mise un particolare impegno nell'abbellire la storiella del tenta­tivo di Bakunin per cavar denaro da Katkov, che già un paio d'anni prima Borkheim aveva cercato di far credere a Marx ed Engels, sema però riuscire a convincerli. Secondo Borkheim, Bakunin aveva scritto dalla Siberia a Katkov, chiedendo circa duemila rubli per la sua fuga. Secondo Utin invece Bakunin aveva chiesto il denaro a Katkov da Londra soltanto dopo che gli era riuscita la fuga, tormentato da rimorsi ci coscienza, per restituire a un appaltatore generale di liquori il prezzo della corruzione, che si era fatto dare da lui durante il suo esilio siberiano. Questo infine era un atto di pentimento, ma anche di questo sentimento umano, per così dire, Bakunin poteva dai prova, con orrore di Utin, soltanto mendicando presso un uomo del quale sapeva che era «delatore e filibustiere letterario al soldo del governo russo». La fantasia di Utin poteva arrivare ad altezze così vertiginose, senza mai perdere di vigore.

Utin era andato a Londra alla fine di ottobre del 1873, per raccontare «ben altre meraviglie» su Bakunin. Il 25 novembre Engels scrisse a Sorge: «Il tipo (cioè Bakunin) ha messo onestamente in pratica il suo catechismo: da anni lui e la sua Alleanza vivono esclusivamente di ricatti, facendo assegnamento sul fatto che su tutto ciò non si può pubbli­care nulla senza compromettere altra gente di cui bisogna aver riguardo. Non puoi immaginarti che banda di miserabili sia». Fu una fortuna che quando Utin andò a Londra la brochure dell'Alleanza avesse già visto la luce da qualche settimana: così almeno le «altre meraviglio sono rimaste sepolte in fondo al cuore sincero di Utin, che subito dopo si gettò pentito fra le braccia del piccolo padre, per arrotondare la rendita dei liquori con i profitti di guerra.

Proprio questa metà della brochure dell'Alleanza che tratta di cose russe contribuì più del resto ad annullarne l'efficacia politica. Persino quegli ambienti rivoluzionari russi che erano in rapporti tesi con Bakunin se ne sentirono urtati. Negli anni che seguirono il 70, mentre Bakunin conservava intatta la sua influenza sul movimento russo, Marx perse molte delle simpatie che si era guadagnato in Russia. Ma anche sotto altri aspetti la brochure dell'Alleanza fu un colpo fallito, e proprio in conseguenza dell'unico successo da essa riportato. Essa indusse Bakunin a ritirarsi dalla lotta, ma non ebbe il minimo effetto sul movimento che da Bakunin prese il nome.

Per prima cosa Bakunin rispose in una dichiarazione che mandò al Journal di Ginevra. Essa esprimeva l'amarezza di cui gli attacchi della brochure dell’Alleanza lo avevano colmato. Bakunin ne dimostrava la inconsistenza col fatto che della commissione d'inchiesta dell'Aia avevano fatto parte due agenti provocatori (in realtà era uno solo). Poi accennava alla sua età di sessantanni e a una malattia di cuore che si aggravava con l'età, e che gli rendeva sempre più difficile la vita. « Dei giovani si mettano all'opera! Per conto mio, non ho più la forza necessaria e forse neppure la fiducia necessaria per far rotolare ancora a lungo il masso di Sisifo contro la reazione che dovunque trionfa. Mi ritiro dunque dal campo di battaglia, e ai miei cari contemporanei chiedo una cosa sola: che mi dimentichino. D'ora innanzi non turberò la pace di nessuno, e si lasci in pace anche me! ». Pur accusando Marx di aver fatto dell'Interna­zionale uno strumento della sua vendetta personale, tuttavia continuava a riconoscere in lui uno dei fondatori di « questa grande e bella asso­ciazione ».

Con più durezza verso Marx, ma più controllato nella sostanza, Baku­nin si espresse nella sua lettera di commiato ai giurassiani. Metteva al centro della reazione, contro cui gli operai dovevano condurre una lotta spaventosa, tanto il socialismo di Marx che la diplomazia di Bismarck. Anche qui motivava il suo ritiro dall'agitazione con la sua età e la ma­lattia, che avrebbero reso la sua partecipazione alla lotta più un ostacolo che un aiuto, ma se ne giustificava affermando che i due congressi di Ginevra avevano proclamato la vittoria della sua causa e la sconfitta degli avversari.

I « motivi di salute » di Bakunin naturalmente furono oggetto di beffe e furono considerati una scusa, ma i pochi anni che ancora gli restarono da vivere, in amara povertà e fra infermità dolorose, dimostra­rono che la sua tempra era spezzata. Dalle lettere confidenziali da lui scrit­te ai suoi più intimi amici risulta anche che « forse » aveva perduto la fi­ducia in una immediata vittoria della rivoluzione. Morì il 1° luglio 1876 a Berna. Avrebbe meritato una fine più felice e una fama migliore di quella che di lui è rimasta in molti ambienti della classe operaia, per la quale così coraggiosamente aveva lottato e tanto aveva sofferto.

Nonostante tutti i suoi difetti e i suoi errori, la storia gli assicurerà un posto d'onore fra i combattenti d'avanguardia del proletariato interna­zionale, anche se questo posto gli sarà sempre contestato, fin tanto che su questa terra vi saranno dei filistei, sia che nascondano le lunghe orecchie sotto il berretto da poliziotto, sia che cerchino di coprire le loro ossa tremanti sotto la pelle di leone di un Marx.