L'opposizione bakuninista

Se dopo la caduta della Comune di Parigi l'Internazionale dovette combattere contro grandi difficoltà in Germania, in Francia e in Inghil­terra, ciò accadde più che mai in altri paesi, dove essa aveva preso piede in misura molto limitata. Il piccolo focolaio di crisi che già prima della guerra franco-tedesca si era formato nella Svizzera romanza si estese alla Italia, alla Spagna, al Belgio e ad altri paesi; parve che le tendenze di Bakunin dovessero vincerla sulle tendenze del Consiglio Generale.

Non che questa evoluzione fosse dovuta all'attività agitatoria di Bakunin o ai suoi intrighi, come credeva il Consiglio Generale. E' vero che sin dai primi giorni del 1871 Bakunin interruppe il suo lavoro di traduzione del Capitale per dedicarsi a una nuova attività politica, ma questa attività non aveva niente a che fare con l'Internazionale, e i. suo esito fu tale da scuotere gravemente la reputazione politica di Bakunin. Si trattava del famoso affare Neciaiev, che non si può mettere da parte con tanta facilità, come hanno tentato di fare gli apologeti entusiasti di Bakunin, limitandosi a rimproverargli « troppa intimità per troppa bontà ».

Neciaiev era un giovane sulla ventina, cresciuto come servo della gleba, ma che per la benevolenza di persone liberali aveva studiato in seminario per diventare insegnante. Entrò nel movimento studentesco russo di quei tempo, nel quale raggiunse una certa posizione non per la sua scarsa cultura e nemmeno per la sua modesta intelligenza, ma per la sua indomabile energia e per il suo odio sfrenato contro l'oppressione zarista. Ma la sua qualità preminente era ia mancanza di qualsiasi scru­polo morale, quando ciò serviva a favorire la sua causa. Personalmente non chiedeva nulla, e faceva a meno di tutto ciò che era necessario, ma non rifuggiva da nessuna azione, anche la più riprovevole, se in questo modo immaginava di agire da rivoluzionario.

Nella primavera del 1869 era comparso a Ginevra, dove brillava nella sua duplice qualità di condannato politico evaso dalla Fortezza di Pietro e Paolo e di delegato di un comitato onnipotente che, a quan­to si. diceva, preparava in segreto la rivoluzione in tutta la Russia. Erano due invenzioni: quel comitato non esisteva e Neciaiev non era mai stato nella Fortezza di Pietro e Paolo. Dopo l'arresto di alcuni suoi compagni, era andato all'estero, secondo quanto diceva lui stesso, per indurre i vecchi emigrati a entusiasmare la gioventù russa con i loro nomi e i loro scritti. Con Bakunin raggiunse questo scopo in misura quasi inverosimile. Il «giovane selvaggio», la «piccola tigre», come Bakunin soleva chiamare Neciaiev, si impose su di lui come rappre­sentante di una nuova progenie che col suo vigor rivoluzionario avrebbe messo sottosopra la vecchia Russia. Bakunin credeva senza riserve al « comitato », a tal punto da impegnarsi a sottomettersi senza obiezioni ai suoi ordini, e fu subito disposto a pubblicare insieme con Neciaiev una serie di violenti scritti rivoluzionari e a lanciarli oltre i confini russi.

Bakunin ha indubbiamente una parte di responsabilità in questi scritti, e non è di decisivo interesse indagare se talune delle prestazioni peggiori sono da attribuire a lui o a Neciaiev. Per di più è incontestato che sono opera sua tanto l'appello che esortava gli ufficiali russi a presta­re al « comitato » quell'obbedienza incondizionata alla quale lo stesso

Bakunin si era impegnato, quanto l'opuscolo che idealizzava il brigan­taggio russo, e il catechismo rivoluzionario in cui Bakunin sfogava la propria predilezione per le immagini spaventose e le parole truci. Non è dimostrato invece che Bakunin abbia avuto una parte qualsiasi nella attività demagogica di Neciaiev, di cui egli stesso doveva restare vittima, sì che quando, troppo tardi, se ne accorse, egli allontanò da sé la « picco­la tigre ». Bakunin e Neciaiev furono accusati dal Consiglio Generale dell'Internazionale di avere rovinato delle persone innocenti in Russia, inviando loro lettere, stampe, telegrammi in una forma che doveva neces­sariamente richiamare l'attenzione della polizia russa, ma un uomo come Bakunin avrebbe dovuto a buon diritto andare immune da simili accuse. I reali termini in cui si trovava la cosa furono ammessi dalla stesso Ne­ciaiev dopo che fu smascherato: egli confessò sfrontatamente il suo metodo infame, consistente nel compromettere tutti quelli che non erano del tutto solidali con lui, in modo da annientarli o da trascinarli a forza nel movimento. Con lo stesso metodo egli faceva firmare a persone che avevano fiducia in lui, in momenti di esaltazione, dichiarazioni compro­mettenti, o rubava loro lettere riservate di cui approfittava per esercitare su di loro una pressione ricattatoria.

Bakunin non era ancora a conoscenza di questo metodo quando, nell'autunno del 1869, Neciaiev tornò in Russia. Portava con sé un mandato scritto di Bakunin, che lo qualificava « rappresentante accre­ditato», non dell'Internazionale naturalmente, e neppure dell'Alleanza della Democrazia Socialista, ma di una Alleanza Rivoluzionaria Europea che lo spirito fantasioso di Bakunin aveva fondato come propaggine, per così dire, dell'Alleanza per gli affari russi. Essa presumibilmente esisteva soltanto sulla carta, ma il nome di Bakunin era abbastanza effi­cace per dare una certa importanza all'agitazione di Neciaiev fra la gioventù studentesca. Egli continuava principalmente a servirsi dell'im­broglio del « comitato », e quando uno dei suoi nuovi seguaci, lo stu­dente Ivanov, cominciò a dubitare dell'esistenza di questa autorità segre­ta, tolse di mezzo questo incomodo scettico assassinandolo a tradimento. La scoperta del cadavere portò a numerosi arresti, ma Neciaiev fuggì oltre la frontiera.

Nei primi giorni del gennaio 1870 ricomparve a Ginevra, e ricomin­ciò il vecchio gioco. Bakunin si levò a sostenere con grande ardore che l'uccisione di Ivanov era un delitto politico, e non un delitto comune, per cui la Svizzera non doveva concedere l'estradizione di Neciaiev, chiesta dal governo russo. Intanto Neciaiev si teneva così ben nascosto che la polizia svizzera non riuscì a catturarlo. Ma lui stesso giocò un brutto tiro al suo difensore: indusse Bakunin a rinunciare alla tradu­zione del Capitale per dedicare tutte le sue forze alla propaganda rivolu­zionaria, e gli promise di accordarsi con l'editore per la questione dell'an­ticipo già pagato. Bakunin, che allora viveva nelle più gravi ristrettezze, non poteva intendere questa promessa se non nel senso che Neciaiev c il suo misterioso «comitato» avrebbero restituito all'editore i 300 ru­bli di anticipo. Ma Neciaiev spedì non all'editore, ma a Liubavin, che aveva fatto da intermediario con l'editore, una « risoluzione ufficiale » del « comitato ». scritta su un foglio che ne portava l'intestazione e per di più era fregiato di una scure, un pugnale e un revolver. Essa proibiva a Liubavin di chiedere a Bakunin la restituzione dell'acconto, se non vo­leva esporsi al pericolo di morte. Bakunin venne a conoscenza di tutte ciò solo in seguito a una lettera oltraggiosa di Liubavin. Si affrettò a riconoscere il suo debito con una nuova ricevuta e a impegnarsi a pa­garlo appena ne avesse avuto i mezzi, ma ruppe le relazioni con Ne­ciaiev, sul cui conto frattanto aveva saputo altre cose gravi, come il progetto di assalire e svaligiare il corriere del Sempione.

La credulità, inverosimile e imperdonabile in un uomo politico, di­mostrata da Bakunin in questo episodio, eie fu il più avventuroso della sua vita, ebbe per lui conseguenze assai spiacevoli. Marx ne ebbe noti­zia già nel luglio del 1870, e questa volta la sua fonte era molto sicura: era il bravo Lopatin che nel maggio, durante un suo soggiorno a Gine­vra, aveva cercato inutilmente di convincere Bakunin che in Russia non esisteva nessun « comitato », che Neciaiev non era mai stato nella Fortezza di Pietro e Paolo, che lo strangolamento di Ivanov era stato un assassinio assolutamente ingiustificato, e se vi era uno bene infor­mato di queste cose, questi non poteva essere che Lopatin. L'opinione sfavorevole che Marx ormai si era fatta di Bakunin dovette essere deci­samente rafforzata da queste notizie. Ma il governo russo approfittò dell' occasione favorevole quando, in seguito ai numerosi arresti che seguirono l'assassinio di Ivanov, fu messo sulle tracce dell'attività di Neciaiev. Per compromettere i rivoluzionari russi di tutto il mondo, esso fece inscenare per la prima volta in pubblico e davanti a giurati un processo politico; nel luglio del 1871 cominciarono a Pietroburgo le udienze del cosiddetto processo Neciaiev, condotto contro più di ottanta imputati, per lo più studenti, che nella massima parte riporta­rono gravi condanne al carcere o anche ai lavori forzati nelle miniere della Siberia.

In questo tempo Neciaiev era ancora in libertà, e soggiornò alter­nativamente in Svizzera, a Londra e a Parigi, dove restò al tempo del­l'assedio e della Comune; solo nell'autunno del 1872, a Zurigo, fu tradito da una spia. Allora Bakunin con i suoi amici pubblicò presso Schabelitz a Zurigo un opuscolo, per impedire l'estradizione di Neciaiev, arrestato per omicidio comune; ciò non torna a suo disonore, e neppure torna a suo disonore l'aver egli scritto, dopo l'estradizione, a Ogarev, che si era lasciato ingannare anche lui da Neciaiev e gli aveva addirittura con­segnato tutto o in parte il fondo Batmetjev, di cui poteva disporre dopo la morte di Herzen: «Una voce interna mi dice che Neciaiev, che è irreparabilmente perduto e senza dubbio lo sa, richiamerà questa volta tutta la sua originaria energia e la sua fermezza dal profondo del suo essere, che è traviato, corrotto, ma non ignobile. Finirà da eroe e questa volta non tradirà nulla e nessuno». Nei dieci anni spaventosi del car­cere, fino alla morte, Neciaiev corrispose a questa aspettativa; cercò, per quanto era possibile, di riparare le sue colpe passate, e dimostrò una ferrea energia che piegava al suo volere le guardie che lo sorvegliavano.

Nello stesso tempo in cui avveniva la rottura fra Bakunin e Neciaiev, scoppiò la guerra franco-tedesca. Essa dette subito ai pensieri di Bakunin un'altra direzione: il vecchio rivoluzionario ora contava che l'ingresso dell'esercito tedesco avrebbe dato in Francia il segnale della rivoluzione sociale. Pensava che di fronte a un'invasione aristocratica, monarchica e militarista, gli operai francesi non potevano restare inattivi, se non volevano tradire non solo la loro stessa causa, ma anche la causa del socialismo: la vittoria della Germania era la vittoria della reazione europea. Bakunin aveva ragione nel sostenere che una rivoluzione all'in­terno non avrebbe paralizzato la resistenza del popolo verso l'esterno, e a sostegno di questa tesi poteva richiamarsi proprio alla storia fran­cese, ma le sue proposte di far sollevare la classe contadina, di tendenza bonapartista e reazionaria, e di indurla a una comune azione rivoluzio­naria insieme con gli operai delle città era un puro sogno. Diceva che non bisognava rivolgersi ai contadini con decreti di nessun genere o con proposte comunistiche o con formule organizzative, che avrebbero soltanto provocato la loro rivolta contro le città, ma che si doveva far scaturire piuttosto la rivoluzione dalla loro anima; e altre belle frasi fantastiche di questo genere.

Dopo la caduta dell'Impero, Guillaume pubblicò sulla Solidarité un appello ad accorrere in aiuto della repubblica francese con corpi di volon­tari armati. Era un'uscita realmente buffonesca, soprattutto da parte di un uomo che predicava con vero fanatismo che l'Internazionale doveva aste­nersi da qualsiasi politica; e non ebbe altro effetto che di far ridere. Però non si può considerare dallo stesso punto di vista il tentativo di Bakunin di proclamare a Lione, il 26 settembre, una Comune rivolu­zionaria. Bakunin vi era stato chiamato da elementi rivoluzionari. Essi si erano impadroniti del municipio, avevano abolito « l'apparato am­ministrativo e governativo dello Stato », e in cambio avevano procla­mato la « Federazione rivoluzionaria del comune », quando il tradimen­to del generale Cluseret e la viltà di alcune altre persone permise alla guardia nazionale di riportare una facile vittoria sul movimento. Inutil­mente Bakunin aveva insistito perché si prendessero delle misure ener­giche e aveva chiesto prima di tutto che si arrestassero i rappresentanti dei governo. Lui stesso fu preso prigioniero, ma venne liberato da un reparto di franchi tiratori. Si trattenne ancora qualche settimana a Marsiglia, con la speranza che il movimento si ridestasse, e quando questa speranza fu delusa, alla fine di ottobre, tornò a Locarno.

Le beffe per questo tentativo fallito avrebbero potuto esser riservate alla reazione. Un avversario di Bakunin, al quale l'avversione per l'anar­chismo non ha tolto l'imparzialità del giudizio, scrive giustamente: « Purtroppo anche nella stampa socialdemocratica si sentono dei giudizi ironici, che veramente Bakunin non si è meritato. Coloro che non con­dividono le idee anarchiche di Bakunin e dei suoi seguaci possono e devono naturalmente mantenere un atteggiamento critico di fronte alle sue speranze infondate. Ma a parte questo, la sua condotta di allora fu un coraggioso tentativo di ridestare l'energia assopita del proletariato francese, e di rivolgerla in pari tempo contro il nemico esterno e l'ordi­namento capitalistico della società. Pressa poco lo stesso tentò di fare più tardi la Comune, che Marx, come è noto, salutò con entusiasmo ». Questo giudizio in ogni caso è più realistico e ragionevole dell'atteggia­mento del Volksstaat di Lipsia, che salutò con la solita musica il proclama emanato a Lione da Bakunin: quel proclama — scriveva il giornale — non avrebbe potuto essere più appropriato agli interessi di Bismarck neppure se fosse stato fatto dall'ufficio stampa di Berlino.

Il fallimento di Lione scoraggiò profondamente Bakunin. Vedeva dileguarsi a gran distanza la rivoluzione, che aveva già creduto di poter afferrare con le mani, e più che mai quando fu schiacciata anche l'insur­rezione della Comune, che per un momento aveva ridestato in lui nuo­ve speranze. Il suo odio contro la propaganda rivoluzionaria come la conduceva Marx, tanto più cresceva in quanto ad essa egli attribuiva la colpa principale dell'atteggiamento, a parer suo fiacco, del proletariato. Per di più la sua situazione materiale era estremamente precaria; i suoi fratelli non lo aiutavano, e vi erano giorni in cui non aveva in tasca più di cinque centesimi e non poteva bere nemmeno la solita tazza di tè. Sua moglie temeva che avrebbe perso l'abituale energia e che si sarebbe rovinato moralmente. Ma egli decise di sviluppare in un'opera, che stendeva nei momenti liberi, le sue idee sull'evoluzione dell'umanità sulla filosofia, sulla religione, sullo Stato e sull'anarchia. Doveva essere il suo testamento.

Quell'opera non fu terminata; a questo spirito irrequieto un lungo riposo non era concesso. Utin aveva continuato i suoi attacchi a Ginevra e nell'agosto del 1870 aveva ottenuto che Bakunin e alcuni suoi amici fossero espulsi dalla sezione centrale di Ginevra perché appartenevano alla sezione dell'Alleanza. Poi Utin aveva inventato la fandonia che la sezione dell'Alleanza non sarebbe mai stata ammessa nell'Internazionale dal Consiglio Generale, e che i documenti che essa sosteneva di aver ricevuto da Eccarius e da Jung sarebbero stati falsi. Intanto Robin si era trasferito a Londra ed era stato ammesso nel Consiglio Generale, che egli aveva attaccato violentemente sull’Egalité. Il Consiglio Generale dette in questa occasione una prova della sua imparzialità, perché Robin non aveva cessato di essere un seguace dichiarato dell'Alleanza. Già il 14 marzo 1871, Robin aveva proposto di convocare una conferenza privata dell'Internazionale per risolvere i contrasti di Ginevra. Alla vigilia della Comune il Consiglio Generale credette bene di respingere questa proposta, ma il 25 luglio decise di sottoporre la questione di Ginevra a una conferenza che doveva essere convocata nel settembre. Nella stessa seduta, a richiesta di Robin, esso confermò l'autenticità dei documenti con cui Eccarius e Jung avevano comunicato alla sezione ginevrina dell'Alleanza la sua ammissione nell'Internazionale.

Questa lettera era appena arrivata a Ginevra che il 6 agosto la sezio­ne dell'Alleanza si sciolse volontariamente e comunicò subito questa deci­sione al Consiglio Generale. La cosa doveva apparire come un atto gene­rosissimo: dopo aver avuto soddisfazione dal Consiglio Generale contro le menzogne di Utin, la sezione si sacrificava nell'interesse della pace e della riconciliazione. In realtà furono decisivi altri motivi, più tardi ammessi apertamente da Guillaume. La sezione non aveva più alcun senso, e soprattutto ai profughi della Comune rifugiati a Ginevra essa appariva come un avanzo di beghe personali. Proprio in questi profu­ghi Guillaume vide degli elementi adatti per condurre su base più lar­ga la lotta contro il Consiglio federale di Ginevra. Per questo motivo la sezione dell'Alleanza fu sciolta, e infatti poche settimane dopo i suoi resti si unirono con i comunardi in una nuova « Sezione della propa­ganda e dell'azione socialista rivoluzionaria», che si dichiarava d'accordo con i princìpi dell'Internazionale, ma che si riservava la piena libertà che le accordavano gli statuti e i congressi dell'Internazionale.

Bakunin dapprima non ebbe nulla a che fare con tutto ciò. La sua pretesa onnipotenza come capo dell'Alleanza può essere giudicata dal fat­to che la sezione di Ginevra, prima di sciogliersi, non ritenne neppure ne­cessario interpellare lui a Locarno. Se protestò contro di essa in una dura lettera, non fu per suscettibilità offesa, ma perché riteneva che date le cir­costanze lo scioglimento della sezione fosse un colpo vile e e sleale : « Non commettiamo atti di viltà, sotto il pretesto di salvare l'unità dell'Inter­nazionale ». Ma nello stesso tempo, per tracciare ai suoi seguaci una linea da seguire al Congresso di Londra, s: preoccupò di mettere in chia­ro in un'ampia esposizione dei contrasti ginevrini i princìpi che secondo lui erano in gioco nella contesa.

Di questo lavoro sono rimasti dei frammenti notevoli, diversi e assai migliori degli opuscoli russi che l'anno prima Bakunin aveva fab­bricato con Neciaiev. A parte qualche espressione forte, essi sono scritti in tono pacato e oggettivo e, comunque si giudichino le particolari idee di Bakunin, essi dimostrano in modo convincente che i contrasti ginevrini avevano radici più profonde dei fugaci litigi personali e che, se questi vi avevano parte, la responsabilità principale ricadeva su Utin e consorti.

Bakunin non negò mai il profondo contrasto che lo separava da Marx e dal suo « comunismo di Stato », e non fu tenero nel trattare l'avversario. Tuttavia non lo presentava come un indegno soggetto, che non vedesse altro che i suoi propri, riprovevoli fini. Dimostrando che l'Internazionale era nata dal seno stesso delle masse e che poi era stata aiutata nel suo nascere da uomini capaci e devoti alla causa del popolo, aggiungeva: «Cogliamo questa occasione per rendere omaggio ai celebri capi del partito comunista tedesco, prima di tutto ai cit­tadini Marx ed Engels, e altresì al cittadino Ph. Becker, già nostro amico e ora nostro avversario irriducibile, i quali, per quanto è dato a singoli uomini di creare qualche cosa, sono stati i veri creatori dell'Internazionale Rendiamo loro omaggio tanto più volentieri in quanto presto saremo costretti a combattere contro di loro. La nostra stima per loro è pura e profonda ma non giunge fino all'idolatria, e non ci spingerà mai fino al punto di assumere al loro cospetto un atteggiamento servile. E per quanto noi rendiamo piena giustizia agli immensi servigi che essi hanno reso e ancor oggi rendono all'Internazionale, combatteremo tuttavia fino all'ultimo sangue le loro teorie false e autoritarie, le loro pretese dittato­riali e quell'abitudine agli intrighi sotterranei, alle vane macchinazioni, ai meschini personalismi, alle sporche ingiurie e alle infami calunnie, che del resto caratterizzano sempre le lotte politiche di quasi tutti i tedeschi e che essi disgraziatamente hanno introdotto nell'Internazio­nale». Queste accuse sono abbastanza grossolane, ma Bakunin non si è mai lasciato indurre a contestare i meriti immortali che Marx si è gua­dagnato come fondatore e guida dell'Internazionale.

Ma neppure questo lavoro fu portato a termine da Bakunin. Lo stava ancora scrivendo, quando Mazzini, in un settimanale da lui pubbli­cato a Lugano, pubblicò dei duri attacchi contro la Comune e l'Interna­zionale. Bakunin rispose subito con la Risposta di un internazionalista a Mazzini, alla quale fece seguire altri opuscoli dello stesso tenore, quan­do Mazzini e il suo seguito accettarono la polemica. Dopo tutti gli insuc­cessi degli ultimi anni, Bakunin riportò finalmente un pieno successo: l'Internazionale si estese rapidamente in Italia, dove fino allora aveva campato stentatamente. Bakunin non dovette questo successo ai suoi « intrighi », ma alle persuasive parole con cui seppe risolvere la tensione rivoluzionaria che la Comune di Parigi aveva suscitato specialmente nella gioventù italiana.

In Italia la grande industria era ancora poco sviluppata; nel prole­tariato nascente la coscienza di classe si destava solo lentamente, e gii mancavano tutte le armi legali per la difesa e l'offesa. Invece le lotte di mezzo secolo per l'unità nazionale avevano alimentato e mantenuto desta nelle classi borghesi una tradizione rivoluzionaria; per l'unità si era lottato in innumerevoli insurrezioni e congiure, finché alla fine essa era stata raggiunta, in una forma che per tutti gli ambienti rivoluzionari doveva essere una grande delusione: sotto la protezione prima delle armi francesi e poi delle armi tedesche lo Stato più reazionario della penisola aveva creato una monarchia italiana. Le lotte eroiche della Comune di Parigi strapparono la gioventù italiana da questo stato di insoddisfazione. Mentre Mazzini, alle soglie della morte, voltava le spalle con dispetto alla nuova luce, che irritava ancor più il suo antico odio per i socialisti, Garibaldi invece, che con maggior diritto era l'eroe na­zionale, rendeva lealmente omaggio al « sole dell'avvenire », all'Interna­zionale.

Bakunin sapeva benissimo da quali strati della nazione affluivano i suoi seguaci. « Ciò che finora mancava all'Italia », scrisse nell'aprile del 1872, «non erano gli istinti, ma proprio l'organizzazione e l'idea. Luna e l'altra si formano ora a tal punto che in questo momento l'Italia dopo la Spagna, insieme con la Spagna, è forse il paese più rivoluzionario. In Italia esiste quel che manca agli altri paesi : una gioventù ardente, ener­gica, senza alcuna posizione, senza carriera, senza prospettive, che nono­stante la sua provenienza borghese non è esaurita moralmente e intel­lettualmente come la gioventù borghese di altri paesi. Oggi essa si getta a capofitto nel socialismo rivoluzionario con tutto il nostro programma, col programma dell'Alleanza». Queste righe di Bakunin, dirette a un compagno di idee spagnolo, erano destinate ad infiammarlo, ma se Bakunin affermava che i successi da lui riportati in Spagna — dove non poteva neppure agire personalmente ma solo per mezzo di alcuni amici — erano pari se non maggiori di quelli riportati in Italia, questo non era un illusorio incoraggiamento, ma l'espressione di un dato di fatto in­contestabile.

Anche in Spagna lo sviluppo industriale era molto arretrato, e dove già esisteva un proletariato moderno esso era legato mani e piedi, privo di qualsiasi diritto, così che nella sua miseria gli restava solo l'ultima ri­sorsa dell'insurrezione armata; la maggiore città industriale spagnola, Barcellona, contava nella sua storia più lotte sulle barricate di qualsiasi altra città del mondo. Per di più vi erano state le lunghe guerre civili, che avevano dilaniato il paese, e l'enorme delusione di tutti gli elementi rivoluzionari, che nell'autunno del 1868 avevano cacciato la dinastia borbonica per poi restare sotto la dominazione, sia pure molto vacillante, di un re straniero. Anche in Spagna le faville sparse dall'incendio di Pari­gi rivoluzionaria caddero su materia infiammabile accumulata.

Diversamente che in Italia e in Spagna stavano le cose in Belgio, in quanto qui esisteva già un movimento proletario di massa. Ma era limitato quasi esclusivamente alla parte vallone del paese; la sua spina dorsale era costituita dai minatori del Borinage, di tendenze estrema­mente rivoluzionarie, nei quali il pensiero di arrivare per vie legali a un miglioramento della situazione della loro classe era stato soffocato già sul nascere dalle stragi che anno per anno avevano annegato in un bagno di sangue i loro scioperi. Ma i loro capi erano proudhoniani e già per questo inclini alle idee di Bakunin.