L'Internazionale e la Comune

Per aver raccolto l'eredità della Comune tutta intera, senza togliervi nulla, l'Internazionale si trovò di fronte a una quantità di nemici.

La cosa di  minor conto erano gli attacchi calunniosi che su di essa riversava la stampa borghese di tutti i paesi. Al contrario, essi in un certo senso e fino a un certo punto si trasformavano in un mezzo di propaganda, perché il Consiglio Generale respingeva questi attacchi con dichiarazioni pubbliche e così trovava ascolto almeno sulla grande stampa inglese.

A un peso più grave il Consiglio Generale si sobbarcò per prov­vedere ai profughi della Comune, che in parte si erano rifugiati in Belgio e in Svizzera, ma soprattutto a Londra. Date le sue condizioni finan­ziarie sempre cattive, poté raccogliere i mezzi necessari soltanto a gran fatica e a questo scopo dovette spendere per lunghi mesi attività e tem­po, trascurando i suoi compiti ordinari che avrebbero dovuto essere sbrigati con tanto maggiore urgenza in quanto quasi tutti i governi erano mobilitati contro l'Internazionale.

Ma neppure questa guerra da parte dei governi era la preoccupazione più grave. Essa dapprima fu condotta, con maggiore o minore energia, nei singoli S:ati del continente; ma i tentativi di unire tutti i governi in una battuta di caccia contro il proletariato armato della propria coscienza di classe, per il momento fallirono. La prima azione di questo genere fu intrapresa dal governo francese sin dal 6 giugno 1871 con una circolare di Jules Favre, ma questo documento era talmente idiota e falso che non incontrò il favore degli altri governi, neppure di Bismarck, il quale, di solito dispostissimo a ogni iniziativa reazionaria e in ispecie antioperaia, era stato riscosso dalla sua baldanza in seguito alla presa di posizione della socialdemocrazia tedesca (tanto dei lassalliani che degli eisenachiani) in favore della Comune.

Qualche tempo dopo il governo spagnolo, mediante una circolare del suo ministro degli esteri, fece un secondo tentativo per unire i governi europei contro l'Internazionale. Non basta — diceva la circolare — che un governo prenda isolatamente le più severe misure contro l'Internazionale e ne sopprima le sezioni sul proprio territorio; tutti i governi devono unire i loro sforzi per eliminare il male. Questo ri­chiamo avrebbe avuto maggiore risonanza se il governo inglese non lo avesse messo subito a tacere. Lord Granville rispose che l'Internazionale « qui nel nostro paese » aveva limitato le sue operazioni principalmente a consigli in fatto di scioperi e che per appoggiarli non aveva a dispo­sizioni che somme modeste, mentre i piani rivoluzionari, che formavano parte del suo programma, rispecchiavano piuttosto le idee dei membri stranieri che quelle degli operai inglesi, i quali dedicavano la loro at­tenzione più che altro a questioni di salario; ma che anche gli stranieri, come i sudditi inglesi, erano protetti dalle leggi : se essi le avessero vio­late, partecipando a operazioni di guerra contro qualsiasi Stato che vivesse in rapporti amichevoli con la Gian Bretagna, sarebbero stati puniti, ma non vi era alcun motivo di prendere misure preventive straor­dinarie contro gli stranieri in Inghilterra. Questo sensato rifiuto di fronte ad una pretesa insensata indusse il foglio ufficioso personale di Bismarck a osservare ruvidamente che le misure di sicurezza per difendersi dal­l'Internazionale sarebbero rimaste sostanzialmente inefficaci, finché il territorio inglese costituiva un campo franco da cui, sotto la protezione delle leggi inglesi, si potevano impunemente disturbare gli altri Stati europei.

Ma anche se in tal modo non poté essere messa in atto una ge­nerale crociata dei governi contro l'Internazionale, essa da parte sua non riuscì a formare una falange serrata contro le persecuzioni alle quali erano esposte le sue sezioni nei singoli Stati del continente. Questa era la più grave preoccupazione dell'Internazionale, tanto più grave in quanto essa si sentiva mancare il terreno sotto i piedi proprio in quei paesi le cui classi operaie erano state i suoi più sicuri punti d'appoggio: in Inghilterra, in Francia e in Germania, dove la grande industria era, in maggiore o minore misura, largamente sviluppata e dove gli operai godevano di un diritto di voto, sia pure più o meno limitato, per le assemblee legislative. Una prova esterna dell'importanza di questi paesi per l'Internazionale era data dalla composizione del Consiglio Generale, che comprendeva 20 inglesi, 15 francesi, 7 tedeschi, e invece soltanto due svizzeri e due ungheresi, e un polacco, un belga, un irlandese, un danese e un italiano.

In Germania, Lassalle aveva impostato fin da principio su terreno nazionale l'agitazione operaia, ciò che Marx gli aveva aspramente rim­proverato; ma questo fatto, come ben presto si sarebbe visto, salvò il partito operaio tedesco da una crisi che il movimento socialista dovette superare in tutti gli altri paesi del continente. Frattanto la guerra aveva provocato una stasi momentanea nel movimento operaio tedesco; le sue due frazioni avevano abbastanza da fare tra di loro, così che non potevano darsi gran pensiero dell'Internazionale. Inoltre, pur essendosi pronunciate, tutte e due le frazioni, contro l'annessione dell'Alsazia-Lorena e in favore della Comune di Parigi, gli eisenachiani, che erano i soli riconosciuti dal Consiglio Generale come ramo dell'Internazionale, avevano assunto posizioni così avanzate da essere vessati ancor più dei lassalliani con accuse di alto tradimento e altre belle cose di questo genere. Secondo quanto confessa lo stesso Bismarck, Bebel era stato il primo, con i suoi infocati discorsi al Reichstag in cui dichiarava che i socialdemocratici tedeschi erano solidali con i comunardi francesi, a destare i sospetti di Bismarck, che si sfogarono in colpi sempre più violenti contro il movimento operaio tedesco. Ma un fatto molto più decisivo per l'atteggiamento degli eisenachiani verso l'Internazionale fu il loro crescente estraniarsi da essa, da quando cominciarono a co­stituire un partito indipendente all'interno dei confini nazionali.

In Francia, Thiers e Favre avevano fatto approvare dall'assemblea composta di nobilucci di provincia una severa legge eccezionale contro l'Internazionale, che paralizzò completamente la classe operaia già mor­talmente esausta per lo spaventoso salasso dei massacri di Versailles. Nella loro sete di vendetta gli eroi dell'ordine arrivarono fino al punto di chiedere alla Svizzera e anche all'Inghilterra l'estradizione dei pro­fughi della Comune, come se fossero delinquenti comuni, e con la Svizzera la loro richiesta fu quasi sul punto d'aver successo! Per il Con­siglio Generale tutti i rapporti con la Francia furono così interrotti. Onde avere fra i suoi membri qualche rappresentante francese, esso accolse un certo numero di esuli della Comune, alcuni dei quali avevano appartenuto già prima all'Internazionale, altri si erano fatti conoscere per la loro energia rivoluzionaria: questo doveva essere un omaggio reso alla Comune di Parigi. Ciò era molto giusto, ma invece di raffor­zare il Consiglio Generale lo indebolì, perché anche i profughi della Comune incorsero nell'inevitabile destino di tutti gli emigrati, di logo­rarsi in litigi interni. Con gli emigrati francesi Marx dovette tollerare delle meschinità simili a quelle sperimentate ventanni prima con i tedeschi. Egli era sicuramente l'ultimo a pretendere una qualsiasi rico­noscenza per ciò che considerava suo dovere, ma le eterne beghe degli esuli francesi nel novembre 1871 gli strapparono un sospiro: «Questo è il ringraziamento per aver perso quasi cinque mesi a lavorare per gli esuli, e per aver fatto il loro paladino con l'Indirizzo ! ».

L'Internazionale perse infine l'appoggio che fino allora aveva avuto negli operai inglesi. In apparenza la rottura avvenne quando due emi­nenti capi del tradunionismo, Lucraft e Odger, che avevano apparte­nuto fin da principio al Consiglio Generale, e Lucraft anzi ne era stato presidente finché questa carica era esistita, annunciarono le loro dimissio­ni, a causa dell'Indirizzo sulla guerra civile. Di qui è nata la leggenda che le Trade Unions si sarebbero staccate dall'Internazionale per l'orrore in esse suscitato dalla presa di posizione in favore della Comune. La piccola parte di verità che c'è in questo non tiene conto però del mo­tivo decisivo. La cosa aveva ragioni più complesse e più profonde.

L'alleanza fra l'Internazionale e le Trade Unions era stata fin da principio come un matrimonio di convenienza. Le due parti avevano bisogno luna dell'altra, ma nessuna delle due pensava di legarsi all'altra per la buona e la cattiva sorte. Nell'Indirizzo inaugurale e negli statuti dell'Internazionale Marx aveva saputo creare, con magistrale abilità, un programma comune, ma le Trade Unions, anche se potevano sottoscri­vere quel programma, ne traevano in pratica soltanto ciò che faceva loro comodo. Nel suo dispaccio di risposta al governo spagnolo lord Gran-ville delineò con molta esattezza questi rapporti. Scopo delle Trade Unions era il miglioramento delle condizioni di lavoro sul terreno della società capitalistica, e per conseguire o assicurare questo scopo esse non disdegnavano l'attività politica, ma nella scelta dei mezzi e dei com­pagni di lotta non avevano affatto riserve di principio, a meno che la cosa non avesse importanza proprio per raggiungere il loro scopo.

Marx dovette accorgersi subito che questa spiacevole caratteristica delle Trade Unions, profondamente radicata nella storia e nell'essenza del proletariato inglese, non era facile da vincere. Le Trade Unions ebbe­ro bisogno dell'Internazionale per riuscire ad ottenere la riforma eletto­rale, ma quando la riforma fu ottenuta cominciarono ad amoreggiare con i liberali, senza il cui aiuto non potevano sperare di conquistare seggi in parlamento. Sin dal 1868 Marx inveiva contro questi « intri­ganti », fra i quali già nominava anche Odger, che si presentò più volte candidato al parlamento. Un'altra volta Marx giustificò il fatto che del Consiglio facevano parte alcuni seguaci del caposetta Bronterre O' Brien, con queste significative parole: «Nonostante le loro pazzie questi O' Brienniti nel Consiglio Generale costituiscono un contrappeso spesso necessario contro i tradunionisti. Sono più rivoluzionari, più decisi sulla questione della proprietà, meno nazionalisti e inaccessibili a qualsiasi forma di corruzione. Altrimenti li avremmo messi alla porta da un pezzo ». Alla proposta, presentata a più riprese, di formare un consiglio federale per l'Inghilterra, Marx si oppose, come spiegava fra l'altro nella circolare del V gennaio 1870, affermando che agli inglesi mancava il genio della generalizzazione e la passione rivoluzionaria, tanto che un consiglio federale inglese sarebbe diventato un trastullo per i membri radicali del parlamento.

Dopo il loro distacco, Marx sollevò contro i dirigenti operai inglesi, nella forma più aspra, l'accusa di essersi venduti al ministero liberale. Per alcuni di essi l'accusa può essere vera, per altri invece non è vera neppure se si ritiene che la corruzione possa avvenire anche in « forma diversa» dal pagamento in contanti. Come tradunionista, Applegarth aveva una posizione almeno altrettanto eminente quanto Odger e Lu­craft, e anzi nei due rami del parlamento era considerato rappresentan­te ufficiale del tradunionismo. Subito dopo il Congresso di Basilea, i suoi protettori parlamentari gli avevano chiesto quale posizione prendesse di fronte alle risoluzioni di questo Congresso sulla proprietà collettiva, ma non si era lasciato intimorire dalle non dissimulate minacce. E nel 1870, anno in cui era stato eletto nella regia commissione per la discus­sione delle leggi contro le malattie veneree e aveva ottenuto con ciò, primo fra gli operai, il privilegio di ricevere dal sovrano il titolo di «nostro fedele e beneamato», egli firmò ugualmente l'Indirizzo sulla guerra civile in Francia e fino alla fine rimase fedele in tutto al Consiglio Generale.

Ma proprio nel caso di quest'uomo personalmente inattaccabile, che anche più tardi rifiutò la nomina al ministero del commercio, si vedono i motivi del distacco dei dirigenti operai inglesi. Il primo obiettivo delle Trade Unions era la protezione legale delle loro leghe e delle loro casse. Nella primavera del 1871 questo obiettivo parve raggiunto, quando il governo presentò un progetto di legge secondo cui le Trade Unions avrebbero avuto diritto alla registrazione e alla protezione legale, solo che i loro statuti non andassero contro la legge. Ma il governo concedeva con una mano mentre toglieva con l'altra.

In una seconda parte della legge infatti veniva abolita la libertà di coalizione, con la conferma e anche l'inasprimento di tutte quelle dispo­sizioni elastiche che erano state escogitate contro gli scioperi, il divieto di « ricorso alla violenza », « minacce », « intimidazioni », « molestie », «ostruzionismo» ecc. Era una vera legge eccezionale; le stesse azioni venivano punite se erano compiute dalle Trade Unions o se dovevano servire al conseguimento dei loro fini, mentre restavano impunite se compiute da altre associazioni. Nella loro maniera sempre garbata gli storici del tradunionismo inglese dicono : « Era di poca utilità dichiarare legale l'esistenza di associazioni sindacali, se la legge penale era tanto estesa da comprendere anche gli usuali mezzi pacifici mediante i quali queste associazioni sono solite raggiungere i loro obiettivi ». Per la pri­ma volta i sindacati diventarono enti legalmente riconosciuti e protetti, ma le disposizioni di legge dirette contro l'azione sindacale furono espressamente confermate e anche inasprite.

Le Trade Unions e i loro dirigenti rifiutarono naturalmente questi doni ingannatori. Ma con la loro resistenza ottennero soltanto questa concessione, che il governo divise il suo disegno di legge in due parti: una legge che dichiarava legali i sindacati, e una legge penale supple­mentare che minacciava di grave punizione ogni azione sindacale. Questo non era affatto un reale successo, ma una trappola nella quale dovevano essere attirati i dirigenti sindacali, che infatti vi caddero. Le loro casse premevano loro più dei loro princìpi sindacali; tutti i dirigenti, com­preso Applegarth che anzi era in testa a tutti, fecero registrare le loro associazioni in base alla nuova legge, e nel settembre 1871 la Confe­renza dei sindacati riuniti, rappresentante il « Nuovo Unionismo » che in passato aveva servito da collegamento fra l'Internazionale e le Trade Unions, si sciolse perché « erano stati assolti i compiti per la cui soluzione essa era stata costituita ».

I dirigenti della Trade Unions poterono mettere a tacere la loro coscienza perché nel loro progressivo imborghesimento si erano abituati a vedere negli scioperi forme ancora rudimentali del lavoro sindacale. Sin dal 1867 uno di loro aveva dichiarato davanti a una regia commis­sione che gli scioperi significavano un assoluto sperpero di denaro tanto per gli operai che per gli imprenditori. Essi quindi si opposero con tutte le forze, nel 1871, quando un movimento impetuoso per la gior­nata di nove ore si diffuse fra le masse del proletariato inglese, che non erano d'accordo col nuovo orientamento « diplomatico » dei loro capi e che erano estremamente indignate dalla nuova legge penale supple­mentare. Il movimento cominciò il 1° aprile con uno sciopero degli operai meccanici di Sunderland, si estese rapidamente nei distretti della industria meccanica e culminò nello sciopero di Newcastle, che dopo cinque mesi finì con la completa vittoria degli operai. Ma di fronte a questo movimento di massa la grande associazione degli operai mec­canici tenne un atteggiamento assolutamente negativo; soltanto dopo quattordici settimane gli operai scioperanti che erano membri dell'asso­ciazione ottennero un sussidio di sciopero di cinque scellini settima­nali, oltre all'ordinario sussidio di disoccupazione. Il movimento, che si estese rapidamente a un gran numero di altre categorie, fu sostenuto quasi esclusivamente dalla Lega per le nove ore, che si era costituita per questa lotta e aveva trovato in John Burnett una guida molto capace.

La Lega per le nove ore trovò il massimo consenso nel Consiglio Generale dell'Internazionale, che mandò in Danimarca e in Belgio i suoi membri Cohen e Eccarius per impedire che gli agenti degli indu­striali reclutassero operai stranieri. Essi vi riuscirono anche in larga misura. Nelle discussioni con Burnett Marx non poté trattenersi dal constatare con amarezza che era veramente un avverso destino, che le società organizzate degli operai si tenessero lontane dall'Internazionale fino al momento che si trovavano in difficoltà: se fossero venute al momento opportuno, si sarebbero potute prendere in tempo tutte le misure preventive. Si ebbe tuttavia la piena impressione che l'Interna­zionale avesse conquistato presso le masse di che sostituire largamente ciò che aveva perso per la defezione dei dirigenti: si formavano sempre nuove sezioni e le sezioni già esistenti acquistavano un numero sempre crescente di nuovi membri. Ma in pari tempo si chiedeva con sempre maggiore insistenza che l'Inghilterra avesse un proprio consiglio fe­derale.

Marx acconsentì finalmente a questa concessione che aveva sempre rifiutato di fare; dato che dopo la caduta della Comune non era più pre­vedibile a breve scadenza una nuova rivoluzione, pare che egli non abbia più ritenuto molto importante che il Consiglio Generale tenesse direttamente in mano la leva più forte della rivoluzione. Ma i suoi vecchi timori si dimostrarono giustificati: l'istituzione del consiglio federale doveva rivelare che in Inghilterra le tracce dell'Internazionale svanivano prima che in qualsiasi altro paese.