La guerra civile in Francia

Il 28 gennaio Parigi capitolò. Nel patto che fu concluso fra Bismarck e Jules Favre era stabilito espressamente che la guardia nazionale pa­rigina avrebbe conservato le armi.

Le elezioni per l'Assemblea nazionale dettero una maggioranza mo­narchico-reazionaria, che elesse presidente della repubblica il vecchio intrigante Thiers. Il suo primo pensiero, dopo che l'Assemblea nazionale ebbe accettato le condizioni preliminari di pace (cessione dell'Alsazia-Lorena e cinque miliardi di riparazioni di guerra), fu il disarmo di Parigi. Per questo borghese fino al midollo, come anche per i « rurali » dell'assemblea, Parigi in armi infatti non significava altro che la rivo­luzione.

Il 18 marzo Thiers tentò per prima cosa di portar via i cannoni alla guardia nazionale di Parigi, con la sfacciata menzogna che essi sarebbero stati proprietà dello Stato, mentre erano stati fatti a spese della guardia nazionale nel corso dell'assedio ed erano stati riconosciuti come sua proprietà anche nel patto di resa del 28 gennaio. La guardia nazionale però si oppose e le truppe incaricate di impadronirsene pas­sarono dalla sua parte. La guerra civile così era scoppiata. Il 26 marzo Parigi elesse la sua Comune, la cui storia è piena delle lotte eroiche e dei dolori degli operai parigini e delle vili crudeltà e delle perfidie dei partiti versagliesi dell'ordine.

E' superfluo ricordare con quale interesse Marx seguiva questi svi­luppi della situazione. Il 12 aprile egli scriveva a Kugelmann: «Quale duttilità, quale iniziativa storica, quale capacità di sacrificio in questi parigini! Dopo sei mesi di fame e di rovine, causate dal tradimento interno ancora ' più che dal nemico esterno, insorgono mentre domi­nano le baionette prussiane come se non ci fosse mai stata una guerra fra la Francia e la Germania e come se il nemico non fosse tuttora davanti alle porte di Parigi! La storia non ha nessun simile esempio di simile grandezza! Se soccomberanno, la colpa sarà soltanto della loro "bonarietà". Occorreva marciare subito su Versailles, dopo che prima Vinoy e poi la parte reazionaria della guardia nazionale di Parigi ave­vano da sé sgombrato il terreno. Per scrupoli di coscienza si è lasciato passare il momento opportuno. Non si è voluto incominciare la guerra civile, come se quel maligno aborto di Thiers non avesse già iniziato la guerra civile col suo tentativo di disarmare Parigi! ». Ma anche se avessero dovuto soccombere, l'insurrezione di Parigi sarebbe stata « la azione più gloriosa del nostro partito dopo l'insurrezione di giugno. Si confrontino questi titani parigini con gli schiavi celesti del Sacro Romano Imparo tedesco-prussiano con le sue postume mascherate, che puzzano di caserma, di chiesa, di nobiltà rurale e soprattutto di filistei­smo ».

Marx poteva parlare dell'insurrezione parigina come di un'azione « del nostro partito » tanto in senso generale in quanto la classe operaia parigina era la spina dorsale del movimento, quanto in senso partico­lare, poiché i membri parigini dell'Internazionale erano fra i combat­tenti più intelligenti e più coraggiosi della Comune, anche se nel suo Consiglio essi formavano soltanto una minoranza. L'Internazionale aveva già una tale fama di spauracchio universale, e doveva servire alle classi dominanti come capro espiatorio per tutti gli avvenimenti ad essa sgraditi, che anche l'insurrezione parigina doveva essere imputata alle sue istigazioni. Ma un organo di stampa della polizia parigina volle, cosa strana, scagionare il « grand chef » dell'Internazionale da ogni partecipazione all'insurrezione:  il 19 marzo pubblicò una lettera at­tribuita a Marx, in cui egli avrebbe rimproverato alle sezioni parigine di essersi occupate troppo di questioni politiche e troppo poco di questioni sociali. Marx si affrettò a smentire sul Times la lettera come « sfacciata falsificazione ».

Nessuno sapeva meglio di Marx che l'Internazionale non aveva fatto la Comune, ma egli la considerò sempre carne della sua carne, sangue del suo sangue. Naturalmente solo nel quadro tracciato dal programma e dagli statuti dell'Internazionale, secondo cui ogni movimento operaio che mirasse all'emancipazione del proletariato era cosa sua. Marx non poteva comprendere nel numero dei suoi più stretti compagni d'idee né la maggioranza blanquista del Consiglio della Comune, né la stessa minoranza che pur appartenendo all'Internazionale viveva e si muoveva sostanzialmente nell'ambito delle idee di Proudhon. Durante la Comune Marx, per quanto era possibile nelle circostanze di allora, si tenne in stretto contatto di idee con essa, ma purtroppo ne avanzano soltanto dei documenti molto scarsi. In risposta a una sua lettera andata perduta, il 25 aprile Leo Frankel, delegato per il dipartimento dei lavori pubblici, gli scriveva fra l'altro : « Sarei molto contento se Lei volesse in qualche modo aiutarmi col Suo consiglio, perché attualmente io sono per così dire solo, ma sono anche il solo responsabile per tutte le riforme che voglio intro­durre nel dipartimento dei lavori pubblici Poche righe della Sua ultima lettera lasciano già intendere che Lei farà tutto il possibile per far capire a tutti i popoli, a tutti gli operai e in particolar modo a quelli tedeschi che la Comune di Parigi non ha niente a che fare con gli am­muffiti comuni tedeschi. Facendo questo Lei renderà in ogni caso un grande servigio alla nostra causa ». Non si ha notizia di un'eventuale lettera o consiglio con cui Marx abbia risposto a Frankel.

E' andata perduta invece una lettera inviata da Frankel e Vari in a Marx, a cui questi il 13 maggio rispose : « Ho parlato col latore della vostra lettera. Non sarebbe raccomandabile mettere in un luogo sicuro carte così compromettenti per le canaglie di Versailles? Queste misure di prudenza non nuocciono mai. Mi hanno scritto da Bordeaux che nelle ultime elezioni per il consiglio comunale sono stati eletti quattro internazionalisti. Nelle provincie comincia il fermento. Purtroppo la loro azione è localmente limitata e pacifica. Per la vostra causa ho scritto diverse centinaia di lettere in tutti i punti della terra dove ab­biamo relazioni. Del resto la classe operaia era fin da principio per la Comune. Persino i giornali borghesi inglesi hanno abbandonato il loro atteggiamento iniziale, che era del tutto avverso. Ogni tanto mi è riuscito farci passare un articolo favorevole. La Comune perde molto tempo, mi sembra, in piccolezze e in dispute personali. Evidentemente agiscono anche altre influenze, oltre a quella degli operai. Ma tutto ciò non importerebbe niente, se vi riuscisse ricuperare il tempo per­duto ». Marx faceva notare infine che era necessaria un'azione quanto più rapida possibile, anche perché tre giorni prima era stata conclusa a Francoforte sul Meno la pace definitiva fra la Francia e la Germania, e ora Bismarck aveva lo stesso interesse di Thiers ad abbattere la Comune, soprattutto perché da quel momento doveva cominciare il pagamento dei cinque miliardi di riparazioni di guerra.

Nei consigli contenuti in questa lettera si sente un cauto ritegno, e senza dubbio tutto ciò che Marx scrisse a membri della Comune deve essere stato tenuto sullo stesso tono. Non perché avesse paura di addos­sarsi la responsabilità di tutta la condotta della Comune (giacché questo egli fece subito dopo la sconfitta, di fronte a tutta l'opinione pubblica e senza riserve), ma perché non aveva proprio nessun desiderio di osten­tare maniere dittatoriali e di prescrivere dal di fuori ciò che si doveva fare sul posto, dove le cose potevano essere giudicate meglio che altrove.

Il 28 maggio gli ultimi difensori della Comune erano caduti, e subito due giorni dopo Marx presentò al Consiglio Generale l'Indirizzo sulla « guerra civile in Francia », uno dei più splendidi documenti che siano mai usciti dalla sua penna, e tutto considerato, la pagina ancor oggi più luminosa dell'enorme bibliografia che da allora è uscita sulla Comune di Parigi. Anche questa volta, in un problema difficile e in­tricato, Marx dette una nuova prova della sua stupefacente capacità di individuare il nucleo storico dei fatti sotto l'ingannevole superficie di una confusione inestricabile, in mezzo a una farragine di notizie che si intrecciavano e si contraddicevano in mille modi. Laddove concerne i dati di fatto (e le due prime parti di esso, come la quarta ed ultima parte, espongono lo svolgimento degli avvenimenti), 1 Indirizzo ha sem­pre visto giusto in tutto, e in seguito non è mai stato contraddetto su nessun punto.

L'Indirizzo non fornisce certo una storia critica della Comune, ma questo non era il suo compito. Doveva mettere in chiara luce l'onore e il diritto della Comune contro gli oltraggi e le ingiustizie dei suoi nemici: doveva essere uno scritto di combattimento, e non una trat­tazione storica. Gli errori e le colpe della Comune sono stati assai spesso oggetto di una critica aspra, e talvolta anche troppo aspra, da parte socialista. Marx si limitò a questo cenno: «In tutte le rivoluzioni si intrufolano, accanto ai loro rappresentanti autentici, individui di altro conio; alcuni sono superstiti e devoti di rivoluzioni passate, che non comprendono il movimento presente, ma conservano un'influenza sul popolo per la loro nota onestà e per il loro coraggio, o per la sem­plice forza della tradizione; altri non sono che schiamazzatori i quali, a forza di ripetere anno per anno la stessa serie di stereotipe declama­zioni contro il governo del giorno, si sono procacciata la fama di ri­voluzionari della più bell'acqua. Anche dopo il 18 marzo vennero a galla alcun: tipi di questo genere, e in qualche caso riuscirono a rap­presentare le parti di primo piano. Nella misura del loro potere, essi furono di ostacolo all'azione reale della classe operaia, esattamente come uomini di tale specie avevano ostacolato lo sviluppo di ogni precedente rivoluzione. Questi elementi sono un male inevitabile; col tempo ci si sbarazza di loro; ma alla Comune non fu concesso tempo ».

Un particolare interesse merita la terza parte dell'Indirizzo, che tratta dell'essenza storica della Comune. Con grandissima acutezza essa viene distinta da formazioni storiche precedenti che potevano somigliarle su­perficialmente, dal comune medievale alla costituzione municipale prus­siana. «Soltanto nella testa di Bismarck — il quale, quando non è preso dai suoi intrighi di sangue e di ferro, ama sempre ritornare ai vecchio mestiere così adatto al suo calibro mentale di collaboratore del Kladderadatsch — soltanto in una testa cesi fatta poteva entrare l'idea di. attribuire alla Comune di Parigi l'aspirazione a quella caricatura della vecchia organizzazione municipale francese del 1791 che è la costituzione municipale prussiana, la quale riduce le amministrazioni cittadine alla funzione di ruote puramente secondarie della macchi­na poliziesca dello Stato prussiano ». Nella molteplicità delle in­terpretazioni che si davano , della Comune, e nella molteplicità de­gli interessi che in essa avevano trovato la loro espressione, l'Indirizzo riconosceva come essa fosse stata una forma politica fonda­mentalmente espansiva. « Il suo vero segreto fu questo : che essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica final­mente scoperta, nella quale si poteva compiere l'emancipazione eco­nomica del lavoro ».

Come prova di questo giudizio l'Indirizzo non poteva produrre un dettagliato programma di governo della Comune, perché essa non era arrivata a formularlo e neppure vi poteva arrivare, impegnata com'era, dal primo all'ultimo giorno della sua esistenza, in una lotta per la vita e per la morte. Quella prova l'Indirizzo la dava sulla base della politica pratica che la Comune aveva seguito, e vedeva il carattere più intimo di questa politica nello strangolamento dello Stato che nella sua forma più prostituita, il Secondo Impero, non rappresentava ormai più che una «escrescenza parassitaria» sul corpo della società, della quale dis­sanguava le forze e impediva il libero sviluppo. Il primo decreto della Comune dispose la soppressione dell'esercito permanente e la sua ostinazione col popolo armato. La Comune spogliò la polizia, che fino allora era stata lo strumento del governo dello Stato, di tutte le funzioni po­litiche, e la trasformò nel suo strumento responsabile. Dopo aver abo­lito l'esercito permanente e la polizia, strumenti della potenza materiale del vecchio governo, la Comune spezzò lo strumento della repressione spirituale, il potere dei preti, disciogliendo ed espropriando tutte le chiese in quanto enti possidenti. La Comune aprì gratuitamente al popolo tutti gli istituti di istruzione e li liberò in pari tempo da ogni ingerenza della Chiesa e dello Stato. La Comune estirpò fin dalla radice la burocrazia statale, rendendo elettivi tutti i funzionari, compresi i giudici, dichiarandoli revocabili in ogni tempo e limitando i loro sti­pendi a un massimo di 6.000 franchi.

Per quanto geniali fossero queste realizzazioni, nei loro particolari, tuttavia erano in un certo contrasto con i princìpi che Marx ed Engels sostenevano da un quarto di secolo e che avevano già proclamato nel Manifesto comunista. Secondo la loro concezione, fra le ultime con­seguenze della futura rivoluzione proletaria c'era, è vero, l'abo­lizione di quell'organizzazione politica che viene designata col no­me di Stato, ma solo come abolizione graduale. Lo scopo princi­pale di questa organizzazione era sempre stato quello di assicura­re con la forza delle armi l'oppressione economica della maggio­ranza lavoratrice da parte della minoranza esclusivamente possidente. Con la scomparsa di una minoranza esclusivamente possidente scompare anche la necessità di un potere oppressivo o statale armato. Ma in pari tempo Marx ed Engels misero in rilievo che per arrivare a questo e ad altri obiettivi, molto più importanti, della futura rivoluzione, la classe operaia doveva prima di tutto impossessarsi del potere politico organizzato dello Stato, schiacciare, valendosi di esso, la resistenza della classe dei capitalisti, e dare una nuova organizzazione alla società. Con questa concezione esposta nel Manifesto comunista però non an­dava d'accordo la lode, che l'Indirizzo del Consiglio Generale tributò alla Comune di Parigi, di aver cominciato con lo sradicare fin dalle fondamenta lo Stato parassitario.

Marx ed Engels, è naturale, ne erano perfettamente consapevoli; nella prefazione a una nuova edizione del Manifesto comunista, uscita nel giugno del 1872, sotto l'impressione ancora fresca della Comune, si corressero su questo punto, rinviando espressamente all'Indirizzo, là dove è detto che la classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente della macchina statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini. Ma almeno Engels più tardi, dopo la morte di Marx, nella lotta contro tendenze anarchiche lasciò cadere di nuovo questa riserva e riprese esattamente il vecchio punto di vista del Mani­festo. E' abbastanza comprensibile che i seguaci di Bakunin traessero partito a loro modo dall'Indirizzo del Consiglio Generale. Lo stesso Bakunin osservava ironicamente che Marx, le cui idee erano state messe sottosopra dalla Comune, doveva renderle omaggio contro ogni logica e far suoi il suo programma e il suo fine, E difatti, se un'insurrezione neppur minimamente preparata, e provocata invece all'improvviso da una brutale aggressione, poteva levar di mezzo con un paio di semplici decreti l'apparato oppressivo dello Stato, non veniva allora confermato ciò che Bakunin non si stancava di ripetere? Questa conclusione si poteva dedurre con un po' di buona o di cattiva volontà dall'Indirizzo del Consiglio Generale che dava troppa realtà a ciò che esisteva soltanto come possibilità nella natura della Comune. Ma in ogni caso se l'agita­zione di Bakunin dell'anno 1871 prese uno slancio senza precedenti, ciò si doveva alla profonda impressione che la Comune di Parigi aveva fatto sulla classe operaia europea.

L'Indirizzo si chiudeva con queste parole: «Parigi operaia, con la sua Comune, sarà celebrata in eterno come l'araldo glorioso di una nuova società. I suoi martiri hanno per urna il grande cuore della classe operaia. I suoi sterminatori, la storia li ha già inchiodati a quella gogna eterna dalla quale non riusciranno a riscattarli tutte le preghiere dei loro preti ». Subito dopo la sua apparizione l'Indirizzo suscitò enorme impressione. « Esso solleva un chiasso del diavolo e io ho l'onore di essere in questo momento l'uomo più calunniato e più minacciato di Londra », scrisse Marx a Kugelmann. « Ciò fa veramente bene dopo quel noioso idillio ventennale nel pantano. Il foglio governativo — The Observer — mi minaccia di persecu2Ìone legale. Che osino! Mi rido di queste canaglie ». Appena cominciato il chiasso, Marx aveva reso noto di essere l'autore dell'Indirizzo.

Parecchi anni dopo Marx fu biasimato anche da parte socialdemo­cratica, sia pure da voci isolate, perché avrebbe messo in pericolo l'In­ternazionale addossandole il peso della responsabilità della Comune, che essa non avrebbe dovuto sopportare. Avrebbe sì potuto difenderla da attacchi ingiusti, ma tenersi alla larga dai suoi errori e dalle sue colpe.

Questa sarebbe stata la tattica da « uomini di Stato » liberali, che Marx non poteva seguire, appunto perché era Marx. Egli non ha mai pensato a sacrificare l'avvenire della sua causa nella speranza ingannevole di diminuire così i pericoli che nel presente la minacciavano.